La notizia

I riti che compongono la liturgia della metamorfosi (Ricapitolazione, Lascito, Ambiente, Oggetti intorno a me, Persone intorno a me, Rito di abbandono del corpo, Vestizione, Veglia) poggiano e trovano la loro possibile esistenza sul fatto che chi sta per lasciare i veicoli inferiori ne sia a conoscenza, in poche parole che abbia ricevuto la notizia che sta per morire.

Questo, per il mio modo di sentire e per la mia esperienza, rappresenta il più grande ostacolo esistente nella nostra tradizione popolare e nella cultura cattolica.

Le tradizioni della nostra terra, da nord a sud, erano intrise di superstizione, di magia, di sortilegi, di maledizioni, di fattucchiere e la morte ha rappresentato, nell’immaginario popolare, il primo oggetto verso cui indirizzare questi riti. Ancora oggi le reminiscenze di queste pratiche sopravvivono dentro i nostri animi.

La morte va scacciata con tutte le armi magiche possibili e, prima fra tutte, il silenzio e l’incuranza.

Tempo fa assistevo una persona malata in una clinica. Mentre ella stava dormendo nel suo letto ero in poltrona nello spazio antistante intento a leggere un testo che riguardava l’assistenza ai malati terminali, pur se la persona nella fattispecie non lo era. Vedo entrare una famigliare, che conoscevo, la quale, constatando che la sua parente stava dormendo, mi domanda cosa stessi leggendo e si avvicina per leggere il titolo del testo, in cui si faceva espressamente riferimento alla morte. Subito dopo, sbigottito, la vedo allontanarsi con una espressione mista di paura e disgusto facendo le corna con tutte e due le mani nella mia direzione e pronunciando le seguenti parole: tiè, tiè, tiè….

Il suo retroterra culturale non proveniva dalla campagna ma era una colta cittadina appartenente all’alta borghesia romana….

Durante il volontariato, prestato in un Hospice di cure palliative nella capitale, ho potuto constatare come ci sia una fortissima reticenza sia da parte dei familiari sia da parte del personale di assistenza nel riferire lo stato terminale in cui versa chi viene assistito, come d’altra parte ci sia spesso una pervicace resistenza dei malati a comprendere dove si è e cosa si è venuti a fare in quel luogo.

Ho avuto modo di assistere ad una conversazione, avvenuta tra due malati terminali, in cui ognuno descriveva con convinzione all’altro tutto quello che avrebbe fatto una volta lasciato quel luogo per ritornare a casa.

Naturalmente non c’è nulla di anormale in tutto questo, è una reazione istintuale e animale di fuga innescata dall’istinto di sopravvivenza con il quale si tenta di venire a patti.

Ho avuto modo di poter sperimentare quanto sia forte e animalesco questo istinto durante e dopo l’infarto miocardico che mi ha colpito. Una reazione di paura e di fuga mi prendeva, a dispetto di tutta l’osservazione consapevole sviluppata in anni di pratica spirituale, e mi sorprendeva anche nel sonno, anche mesi dopo l’evento, costringendomi a svegliarmi di soprassalto con il cuore in gola incapace di riaddormentarmi per lungo tempo.

Elisabeth Kubler Ross, pioniera nell’assistenza ai malati terminali, ha esaminato profondamente le dinamiche mentali più comuni delle persone a cui è stata diagnosticata una malattia terminale e ne ha tracciato un modello.

E’ un modello a fasi che possono succedersi nell’ordine o in altro ordine e con diverse intensità.

1. Negazione o rifiuto: meccanismo di difesa per proteggersi dall’eccessiva ansia della morte e prendersi il tempo di organizzarsi mentalmente. “Ma è sicuro che le analisi siano esatte?”, “Non è possibile vi state sbagliando!!”.

2. Fase della rabbia: rabbia e paura esplodono e investono in tutte le direzioni (familiari, personale ospedaliero, Dio). “Perché proprio a me?”. In questa fase critica può verificarsi la massima richiesta di aiuto come anche la chiusura, il rifiuto e il ritiro in sé stessi. 

3. Contrattazione o patteggiamento: si inizia a verificare cosa si può fare e verso dove si può dirigere la speranza. Comincia una specie di negoziato tra parenti o amici o personale di supporto anche religioso. “Se prendo questi farmaci crede che potrò….?” Si riprende il controllo della propria vita e si cerca di riparare il riparabile.

4. Depressione: si manifesta quando la malattia avanza e la sofferenza aumenta. C’è una fase reattiva in cui si prende coscienza della perdita di aspetti della propria identità, immagine corporea, potere decisionale e relazioni sociali e una fase preparatoria alle ulteriori perdite che seguiranno: la coscienza delle condizioni di salute, della impossibilità di ribellarsi e di un senso di sconfitta.

5. Accettazione: della propria condizione e consapevolezza di quanto sta per accadere. Ci si raccoglie nel silenzio e si gettano le maschere, e si instaura una profonda comunicazione con chi sta accanto.

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