C’era una volta una casa abitata da un uomo.
Era una casa solitaria così come lo era l’uomo, ambedue circondati da una fitta foresta.
Una mattina al levare del sole l’uomo trovò davanti alla porta della sua dimora una cesta di vimini con un piccolo bambino appena nato dentro.
Aveva accanto un bigliettino che diceva: sono figlio tuo.
Vedendolo, l’uomo pensò: “Chi ha avuto questa pessima idea, non può essere mio figlio? Non posso occuparmi di questo Essere perché ho molto da fare e non ho tempo da dedicargli, accidenti è una seccatura!”.
Egli aveva trascorso gran parte della sua vita lontano dalle emozioni e dai sentimenti della sua infanzia, piuttosto difficile, tanto difficile e dolorosa che, per non sentire tutta quella sofferenza, aveva costruito una botola nella sua cantina dove aveva chiuso e sigillato tutto quanto.
Per essere sicuro di non ritornare in quel luogo si era impegnato con tutto sé stesso nella ricerca del denaro.
Il denaro gli dava quella sicurezza e quel potere che lo faceva stare bene, al sicuro da qualsiasi cosa potesse mai accadergli nella sua vita.
Esso gli dava la certezza che, se anche fosse arrivato un terremoto, un’alluvione che avesse distrutto la sua casa egli avrebbe potuto ricostruirla. Se anche si fosse ammalato avrebbe potuto essere curato nei migliori ospedali e dai migliori medici e sarebbe presto tornato in salute.
Più denaro accumulava, riempiendo la sua cantina, più il potere e la sicurezza crescevano dentro di lui e più potere riusciva ad avere verso le persone che incontrava.
Tutta la popolazione, di cui faceva parte, era accomunata dalla stessa ricerca. Tutti intenti a dare dimostrazione del loro “successo” esibendo una casa più grande, gli abiti migliori, i più moderni mezzi di locomozione.
Pur tuttavia quest’uomo non riusciva a sbarazzarsi del piccolo essere, non ne aveva il coraggio, pur avendolo più volte pensato e immaginato.
Lo accolse dentro la sua dimora e, da quel momento, essa iniziò a trasformarsi prendendo l’aspetto di quel piccolo cestino di vimini con cui il bimbo era arrivato.
Le pesanti pareti di mattoni e cemento e perfino il tetto mutarono in intrecci di vimini che lasciavano entrare piccoli refoli di vento e sottili fili di raggi di sole.
Dentro di lui iniziò a percepire dei sottilissimi aneliti di calore tentare di venire a scaldare il cuore, ma, non appena li sentiva, si gettava, atterrito, a capofitto nel suo lavoro con infaticabile alacrità.
Nondimeno doveva prendersi cura del piccolo, ne era costretto, ma pur avendo ingaggiato le migliori bambinaie ed istitutrici, quando inavvertitamente si avvicinava a lui, sentiva una rabbia scatenarsi ed una voce interna che lo ammoniva: “Non hai tempo per questo, devi tornare al tuo lavoro”.
Subito dopo compariva una irrefrenabile paura, paura di qualcosa di ignoto che non voleva provare dentro di sé.
Solo molto tempo dopo tornavano quegli impercettibili aneliti di calore.
Notò anche che, nello stesso momento in cui li stava provando, il coperchio della botola nella cantina sottostante borbottava per la pressione, come il coperchio di una pentola sobbollente.
Intanto il bimbo era diventato un fanciullo, ma tutto questo si ripeteva sempre più frequentemente.
Finché un giorno l’uomo fu colpito da una malattia che lo costrinse a letto per molto tempo.
Tutti i migliori medici si susseguirono nella casa, tentando una cura per questa malattia sconosciuta.
L’uomo non riusciva più a mangiare, né dormire.
Una tristezza ed un dolore infiniti, per lui inspiegabili, lo colsero.
Non riusciva più a provare emozione al pensiero di lavorare per accumulare ricchezza e potere.
Il coperchio della botola in cantina si era crepato e dal suo interno usciva un miasma freddo che risaliva fin dentro al suo essere facendogli sentire di essere prossimo alla fine.
Giorni e giorni fu pervaso da questo fantasma gelido che si impossessò del suo corpo e del suo cuore.
Fintanto che si affacciò al suo capezzale il fanciullo, ormai prossimo ad essere un ragazzo, che piangendo calde lacrime gli disse: “Papà non mi lasciare, non posso stare qui da solo senza di te”.
L’uomo sentì dentro al suo petto un’esplosione ed un calore mai sentiti.
Questo calore insieme a quello del ragazzo saliva fin sul soffitto di vimini e uscendo dalla cappa del camino, come fumo di vapore di una locomotiva, si innalzava su in alto.
Tra i vimini del tetto padre e figlio intravidero dei grossi cavi che legavano la loro casa a un gigantesco pallone aerostatico a forma di cuore che si stava gonfiando.
Abbracciati l’uno all’altro emanavano così tanto calore che il pallone lentamente si gonfiò sempre di più e la casa di vimini iniziò a muoversi verso l’alto per poi ritornare pesantemente a terra.
Tutto ciò che l’uomo aveva accumulato per anni della sua vita era ora una zavorra pesante che impediva al loro amore ritrovato di farli salire nel Cielo con il pallone.
Capì finalmente che tutto quello che aveva costruito fin lì per tentare di stare bene era ostacolo per raggiungere il luogo dove sentiva che avrebbero trovato la gioia, la pace e l’amore.
Diede allora ordine di sbarazzarsi di tutto quello che pesava: il denaro, le suppellettili inutili, gli abiti, i ricordi che lo tenevano legato alla Terra, le maschere che aveva indossato per quasi una vita intera per farsi riconoscere ed approvare/amare dagli altri.
Il pallone iniziò a salire sopra gli alberi su nel Cielo.
Lì videro tanti altri palloni che, come il loro, si stavano librando nell’Aria.
Più salivano più il loro amore cresceva e si estendeva agli altri esseri umani, agli animali, alle piante, alla Terra, all’Acqua, all’Aria, al Fuoco.
Non era più limitato a loro due ma si stava trasformando in Amore, totale, universale.
Finchè il pallone scomparve nell’Assoluto Spazio Illimitato.
Quel bambino esiste davvero; è in ognuno di noi e sta aspettando che lo si prenda per mano.

E che dire amico mio sublime. Quanto ci siamo dentro a questa favola. Grazie di averla liberata dal tuo cuore. Ti abbraccio Jo
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Cara Jo, amica del Cuore, grazie a te di aver trovato del tempo da dedicare.
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