L’uomo nella folla 2

Egli non si rese conto di essere seguito. Visitò una dopo l’altra tutte le botteghe gettando lo sguardo, uno sguardo fisso, vuoto sopra ogni oggetto e passò ad altro come se fosse incapace di rimanere fermo in uno stesso luogo.

Quindi piegò nella direzione del fiume e in un dedalo di vicoli bui e maleodoranti giunse sulla piazza di uno dei principali teatri. 

Era l’ora di chiusura e le persone uscivano in fretta e si allontanavano. 

L’uomo sembrò tirare un sospiro di sollievo e si confuse tra la folla.

Con una stravagante ostinazione passò e ripassò più volte in quel mare di persone. 

Man mano che la marea scemava notavo una montante irrequietudine dipingersi sul suo volto e una frenesia impossessarsi del suo essere. 

Passammo di strada in strada fino a giungere in uno slargo pieno di giovani incoscienti, annegati nell’alcool e negli stupefacenti, rumoreggianti e danzanti come zombie al frastuono martellante della musica di una discoteca vicina. 

Nuotammo in quella corrente agitata e persa per lungo tempo e poi le convulsioni dello spirito dell’uomo ci portarono di nuovo via.

La corsa riprese con ancora più vigore, più intensità e più disperazione.

Via verso i mercati generali brulicanti di braccia laboriose e visi non ancora del tutto desti a trasportare frutta e verdura per i negozianti della città che si stava risvegliando.

Lo vidi muoversi agevolmente tra le cassette impilate e le braccia nerborute degli scaricatori, apparentemente più tranquillo.

I primi raggi del sole salutavano il mattino e riprendemmo il peregrinare errabondo nel cuore della città verso il luogo nel quale il suo passare aveva rapito la mia attenzione.

La strada ferveva già di attività e di persone e lì, in mezzo alla confusione via via crescente e perdurante, continuai a seguirlo per tutto il giorno intero.

Egli non abbandonò mai quel luogo girando e rigirando su e giù, a destra e a sinistra.

Quando le ombre della giornata cominciarono lentamente ad allungarsi, in preda alla stanchezza e ad una terribile angoscia, decisi di piantarmi dinanzi all’uomo errante guardandolo dritto negli occhi per cercare di carpire un lampo, una intuizione che spiegasse il suo comportamento.

E così avvenne gli sbarrai la strada e lo fissai intensamente e rimasi basito ed incredulo, il tempo necessario perché egli riprendesse il suo vagare infinito lasciandomi lì impietrito.

Ero io l’uomo che ho seguito, sono io l’uomo nella folla. 

Quella parte di me atterrita dalla paura di fermarsi e di guardarsi dentro.

Quella parte di me che fugge per non vedere l’orrore e la disperazione seppelliti nel mio subconscio, per non vedere il volto trasformato in una maschera grottesca, lacerata dalle ferite nell’Anima.

Quella parte di me che non permette di fermarmi e mi costringe a correre a destra e a sinistra in cerca di persone con cui stare e, una volta raggiunte, fuggire di nuovo per la paura di essere visto, gli occhi negli occhi, in cerca di altri esseri a cui avvicinarsi per sentirmi meno solo.

Quante volte sono stato in compagnia dei miei “amici” sentendoli parlare, scherzare, ridere tra di loro vagando in questa folla come una tappezzeria di casa, visto ma non visto. 

Quante volte mi sono rinchiuso nel lavoro, nello sport, nei passatempi, nella smania di successo, nella brama di potere, nella ossessione del denaro per cercare di non sentire la solitudine gridare la sua disperazione in un pozzo vuoto.

E quanti di noi ingannano il tempo nella fretta di cose futili, per sentirsi indaffarati e non rispondere alle domande importanti ed impellenti.

Quelle risposte cambiano la nostra vita e sono balsamo per le nostre ferite. 

Ho rincorso l’uomo nella folla, mi sono fermato davanti a lui e per un momento ho avuto il coraggio di guardarlo negli occhi.

Allora tutto è cambiato.

L’uomo nella folla ora non fugge, non passa più la sua esistenza condannato a correre instancabilmente tra la gente.

Ora ci sediamo su una panchina nel parco, ascolto il dolore profondo della sua anima, asciugo le sue lacrime che rigano il volto orripilante, abbraccio quelle povere ossa macilente e stanche e ringrazio Dio di averlo cercato ed incontrato nei miei bassifondi perché ora insieme a lui mi sento completo.    

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