Amore Sacro e amore profano

La declinazione di Amore nella relazione tra due persone, che si sentono attratte sia fisicamente che sentimentalmente, ha risvegliato la mia curiosità in un dato momento della mia vita.

D’altro canto ha creato dentro di me una grande confusione ed incertezza.

Ho scoperto, molto in là nella mia età biologica, che anche questa è una manifestazione della dualità del mondo terrestre in cui siamo immersi. 

Sono le due facce di una stessa medaglia.

Come il Sole e Luna, il Bene ed il Male, il maschile ed il femminile, il giorno e la notte, l’attrazione e la repulsione, il desiderio e la rinuncia, il freddo ed il caldo e via discorrendo.

Cosa vuol dire profano? 

Profano nella sua etimologia è composto da latino pro ossia davanti e fanum tempio, luogo sacro e quindi propriamente che sta fuori dal sacro recinto, che non ha carattere sacro o ne è estraneo.

Allora quale è la strada da prendere?

Spesso, soprattutto nei primi innamoramenti di ragazzo, la bellezza e la delicatezza dei lineamenti di una ragazza come in Silvia di Leopardi, mi hanno rapito e trasportato in alto a dissetarmi con l’acqua vaporosa delle nuvole e altrettanto spesso, nello stesso lasso di tempo biologico, un impulso beluino irrefrenabile mi ha trascinato giù a bere acqua fangosa intrisa di terra e a rotolarmi nella soddisfazione dei piaceri della carne. 

In questo mondo terreno anche l’elemento primordiale dell’acqua può salire verso il sole o scendere a mischiarsi con la Terra.

Il desiderio mi ha portato spesso ad abbeverarmi nel fango cercando di soddisfare questa arsura inestinguibile pensando che, una volta soddisfatta questa sete, sarei riuscito finalmente a liberarmene per poter ascendere verso i luoghi sacri.

In realtà non ho fatto altro che alimentare il lato animale inferiore rimanendo invischiato nel fango.

Dentro tutti noi esiste una forza che sonnecchia alla base della colonna vertebrale nel primo chakram e si chiama Kundalini.

Viene raffigurata come un serpente che sale dal primo chakram verso l’alto. La colonna vertebrale è a forma di S ed il suo simbolismo è stato accomunato col serpente. 

È la Forza forte di tutte le forze di cui parla Ermete Trismegisto.

Questa forza può dirigersi verso il basso come verso l’alto. 

Non è difficile risvegliarla, è difficile dirigerla perché non dipende dalla volontà dell’uomo ma dalla sua elevazione spirituale.

Una volta risvegliata si dirige dove trova nutrimento. 

Se lo trova nell’aspetto inferiore e lì che si dirigerà e farà diventare schiavo di sfrenate passioni sessuali colui che sperimenterà la sua diabolica potenza spingendolo in un baratro.

Attraverso un lavoro profondo sulla purificazione e sulla umiltà l’individuo può dirigere questa forza immane verso l’aspetto superiore che lo potrà condurre al contatto con il Divino.

Capisco ora quale sarebbe stato il lavoro da fare, ma non avevo nessuno a cui chiedere e da cui ricevere insegnamento e soprattutto la salita era molto lunga e ripida. 

Lavorare per eliminare le ferite, l’opacità, la polarità, la separazione, le emozioni negative ecco la strada da seguire.

Prendere contatto con il Sé Superiore al di là di tutte queste barriere.

Nutrirsi di bellezza, di purezza, di delicatezza, di tenerezza non solo negli atti ma nei sentimenti, nelle parole, nei pensieri.

A volte mi sono trovato trascinato da amici ad apostrofare una ragazza usando parole rozze, volgari. 

Pensieri lascivi volti solo al particolare anatomico di una donna e a quello che avrei voluto farle sessualmente come fosse una bambola solo per soddisfare questo insaziabile brama.

Queste pulsioni esistono dentro di me, corrispondono alla mia parte animale, terrestre ma posso scegliere di non seguirle, di dirigere il mio pensiero verso qualcosa di più alto, più bello, più nutriente.

Posso scegliere di ammirare la bellezza e la perfezione di un corpo vivente come se ammirassi un’opera d’arte, come anche nutrirmi della soavità e della tenerezza di una carezza appena sfiorata.

Posso scegliere di pensare e sentire che non posseggo una cosa, un oggetto che mi appartiene perché è legato a me da un cerchio d’oro, ma un essere umano in cammino con i propri pensieri, i propri desideri, i propri sentimenti, le proprie emozioni che merita attenzione, rispetto, cura, tenerezza tanto quanto io ne desidero. 

Vuol dire ricordarsi che non esiste più “solo io solo per me stesso” ma siamo uniti a danzare insieme il ballo della Vita e in questa danza mi spoglio di tutti gli abiti costruiti. La compenetrazione del maschile e del femminile quando si è spogli di tutte le sovrastrutture che abbiamo costruito è compenetrazione di Essenze e fusione totale. In quegli istanti si diventa Uno e si sale verso la Verità.

Amore è sacro quando ci porta verso la libertà di Essere ognuno veramente noi ma uniti nel divino.

Una fiaba attuale

C’era una volta una casa abitata da un uomo. 

Era una casa solitaria così come lo era l’uomo, ambedue circondati da una fitta foresta. 

Una mattina al levare del sole l’uomo trovò davanti alla porta della sua dimora una cesta di vimini con un piccolo bambino appena nato dentro. 

Aveva accanto un bigliettino che diceva: sono figlio tuo.

Vedendolo, l’uomo pensò: “Chi ha avuto questa pessima idea, non può essere mio figlio? Non posso occuparmi di questo Essere perché ho molto da fare e non ho tempo da dedicargli, accidenti è una seccatura!”.

Egli aveva trascorso gran parte della sua vita lontano dalle emozioni e dai sentimenti della sua infanzia, piuttosto difficile, tanto difficile e dolorosa che, per non sentire tutta quella sofferenza, aveva costruito una botola nella sua cantina dove aveva chiuso e sigillato tutto quanto.

Per essere sicuro di non ritornare in quel luogo si era impegnato con tutto sé stesso nella ricerca del denaro.

Il denaro gli dava quella sicurezza e quel potere che lo faceva stare bene, al sicuro da qualsiasi cosa potesse mai accadergli nella sua vita.

Esso gli dava la certezza che, se anche fosse arrivato un terremoto, un’alluvione che avesse distrutto la sua casa egli avrebbe potuto ricostruirla. Se anche si fosse ammalato avrebbe potuto essere curato nei migliori ospedali e dai migliori medici e sarebbe presto tornato in salute.

Più denaro accumulava, riempiendo la sua cantina, più il potere e la sicurezza crescevano dentro di lui e più potere riusciva ad avere verso le persone che incontrava.

Tutta la popolazione, di cui faceva parte, era accomunata dalla stessa ricerca. Tutti intenti a dare dimostrazione del loro “successo” esibendo una casa più grande, gli abiti migliori, i più moderni mezzi di locomozione.

Pur tuttavia quest’uomo non riusciva a sbarazzarsi del piccolo essere, non ne aveva il coraggio, pur avendolo più volte pensato e immaginato. 

Lo accolse dentro la sua dimora e, da quel momento, essa iniziò a trasformarsi prendendo l’aspetto di quel piccolo cestino di vimini con cui il bimbo era arrivato. 

Le pesanti pareti di mattoni e cemento e perfino il tetto mutarono in intrecci di vimini che lasciavano entrare piccoli refoli di vento e sottili fili di raggi di sole. 

Dentro di lui iniziò a percepire dei sottilissimi aneliti di calore tentare di venire a scaldare il cuore, ma, non appena li sentiva, si gettava, atterrito, a capofitto nel suo lavoro con infaticabile alacrità. 

Nondimeno doveva prendersi cura del piccolo, ne era costretto, ma pur avendo ingaggiato le migliori bambinaie ed istitutrici, quando inavvertitamente si avvicinava a lui, sentiva una rabbia scatenarsi ed una voce interna che lo ammoniva: “Non hai tempo per questo, devi tornare al tuo lavoro”.

Subito dopo compariva una irrefrenabile paura, paura di qualcosa di ignoto che non voleva provare dentro di sé. 

Solo molto tempo dopo tornavano quegli impercettibili aneliti di calore. 

Notò anche che, nello stesso momento in cui li stava provando, il coperchio della botola nella cantina sottostante borbottava per la pressione, come il coperchio di una pentola sobbollente.

Intanto il bimbo era diventato un fanciullo, ma tutto questo si ripeteva sempre più frequentemente.

Finché un giorno l’uomo fu colpito da una malattia che lo costrinse a letto per molto tempo. 

Tutti i migliori medici si susseguirono nella casa, tentando una cura per questa malattia sconosciuta.

L’uomo non riusciva più a mangiare, né dormire. 

Una tristezza ed un dolore infiniti, per lui inspiegabili, lo colsero. 

Non riusciva più a provare emozione al pensiero di lavorare per accumulare ricchezza e potere.  

Il coperchio della botola in cantina si era crepato e dal suo interno usciva un miasma freddo che risaliva fin dentro al suo essere facendogli sentire di essere prossimo alla fine.

Giorni e giorni fu pervaso da questo fantasma gelido che si impossessò del suo corpo e del suo cuore.

Fintanto che si affacciò al suo capezzale il fanciullo, ormai prossimo ad essere un ragazzo, che piangendo calde lacrime gli disse: “Papà non mi lasciare, non posso stare qui da solo senza di te”.

L’uomo sentì dentro al suo petto un’esplosione ed un calore mai sentiti. 

Questo calore insieme a quello del ragazzo saliva fin sul soffitto di vimini e uscendo dalla cappa del camino, come fumo di vapore di una locomotiva, si innalzava su in alto. 

Tra i vimini del tetto padre e figlio intravidero dei grossi cavi che legavano la loro casa a un gigantesco pallone aerostatico a forma di cuore che si stava gonfiando. 

Abbracciati l’uno all’altro emanavano così tanto calore che il pallone lentamente si gonfiò sempre di più e la casa di vimini iniziò a muoversi verso l’alto per poi ritornare pesantemente a terra.

Tutto ciò che l’uomo aveva accumulato per anni della sua vita era ora una zavorra pesante che impediva al loro amore ritrovato di farli salire nel Cielo con il pallone. 

Capì finalmente che tutto quello che aveva costruito fin lì per tentare di stare bene era ostacolo per raggiungere il luogo dove sentiva che avrebbero trovato la gioia, la pace e l’amore. 

Diede allora ordine di sbarazzarsi di tutto quello che pesava: il denaro, le suppellettili inutili, gli abiti, i ricordi che lo tenevano legato alla Terra, le maschere che aveva indossato per quasi una vita intera per farsi riconoscere ed approvare/amare dagli altri.

Il pallone iniziò a salire sopra gli alberi su nel Cielo. 

Lì videro tanti altri palloni che, come il loro, si stavano librando nell’Aria.

Più salivano più il loro amore cresceva e si estendeva agli altri esseri umani, agli animali, alle piante, alla Terra, all’Acqua, all’Aria, al Fuoco.

Non era più limitato a loro due ma si stava trasformando in Amore, totale, universale. 

Finchè il pallone scomparve nell’Assoluto Spazio Illimitato. 

Quel bambino esiste davvero; è in ognuno di noi e sta aspettando che lo si prenda per mano. 

L’ abbandono del corpo

La fase finale della metamorfosi non si presterebbe ad una pianificazione dettagliata di quanto avverrà. Infatti l’abbandono del corpo fisico sfugge ad essere contenuto e previsto nel tempo. 

Il processo di decadimento e del collasso fisiologico segue dei ritmi naturali di distacco graduale dagli elementi che lo compongono. 

Per molte tradizioni, nello Zohar ebraico e nella tradizione del buddismo bon tibetano per esempio, l’essere umano è composto da 4 elementi naturali primordiali che stanno alla base di tutto ciò che è creato: terra, acqua, fuoco, aria. 

A questi la tradizione bon aggiunge lo spazio come 5 elemento.

Per il buddismo tibetano iI numero 5 ricorre anche nelle appendici che si estendono dal tronco umano: 2 gambe, 2 braccia, 1 testa.

Ognuna di queste appendici ha altre 5 appendici: 5 dita per ciascuna gamba e ciascun braccio e 5 sensi per la testa (vista, udito, tatto, gusto, olfatto).

La Terra si manifesta nel corpo dell’uomo come carne.

L’Acqua si manifesta come sangue e fluidi corporei.

Il Fuoco come metabolismo interno, la caldaia dell’organismo regolato dalla temperatura, il fuoco della vita.

L’Aria come respiro, ossigeno, i gas, il moto.

Lo Spazio, tutto nasce dallo spazio, esiste nello spazio, si dissolve nello spazio. Lo spazio è l’elemento sacro che accoglie gli altri 4 elementi ed è Consapevolezza.

Quando veniamo in questo mondo passiamo dalla Consapevolezza all’Aria, al Fuoco che sono i due elementi superiori poi all’Acqua e alla Terra che sono i due elementi inferiori. Dal sottile al denso.

Quando lasciamo questo mondo facciamo il viaggio a ritroso dalla Terra all’Acqua, dall’Aria al Fuoco e infine nello Spazio.

I segni sono visibili esteriormente. 

Quando sta lasciando l’elemento Terra il corpo diventa più rigido, quasi immobile, con le estremità che si intorpidiscono.

Dalla Terra all’Acqua si sperimenta l’incapacità di deglutire, incapacità di trattenere i propri materiali di scarto, il sangue rallenta il suo flusso.

Dall’Acqua al Fuoco la temperatura interna perde la costanza, si manifesta febbre e la pelle diventa fredda e umida.

Dal Fuoco all’Aria si sperimenta il cambiamento della respirazione con pause tra una respirazione e l’altra di tempo variabile, respiro lento e respiro veloce, lunghe pause. 

Col primo respiro Aria incontra suo fratello il Fuoco e regolerà per tutta la vita il nostro calore interno in equilibrio perfetto. 

L’Aria si nutre del Fuoco e lo sostiene, i due fratelli si combinano e traggono vita a vicenda.

L’ultimo sospiro spegne il Fuoco.

Colui che assiste all’abbandono dei veicoli può utilizzare questi segnali per capire e informare dello stadio che il morente sta sperimentando per guidare con fluidità il processo.

Esso può durare dai due ai quattro giorni, ma si può anche protrarre per dieci giorni.

In questo lasso di tempo può essere utile usare la tecnica di meditazione guidata, anche se la persona morente fosse incosciente. 

Le meditazioni guidate possono aiutare il distacco facendo sperimentare tutto ciò che avverrà dopo, contribuire ad alleviare il dolore fisico, diminuire l’ansia e la paura.

Tempo fa ho assistito ad una gara di tuffi dalle grandi altezze. 

Ci sono esseri umani che riescono a lanciarsi da 25 o 30 metri di altezza facendo una serie di figure acrobatiche nel vuoto per poi entrare come un missile dentro l’acqua senza conseguenza alcuna. 

E’ una disciplina che richiede una preparazione accuratissima con tante ore di allenamento. 

Mi colpì uno di questi migliori tuffatori, un rumeno di nome Catalin Preda. Non si allenava tanto quanto gli altri, in realtà faceva pochi tuffi preparatori. Essendo un praticante zen egli si tuffava quasi solo ripetendo i movimenti nella sua mente in meditazione profonda e questo era sufficiente per farlo arrivare tra i primi. 

La meditazione sull’aldilà, guidata da colui che assiste, può essere utile per alleviare la paura e preparare il viaggio: lo spazio vuoto in cui ci si ritrova dopo il distacco, la musica che ti raggiunge, il tunnel buio, un buio caldo e accogliente, la luce multicolore in fondo al tunnel così bella e così intensa, la velocità con cui lo si attraversa, gli amici, i parenti e gli animali che sono lì ad aspettarti ed accoglierti, il senso di pace e di profondo amore che pervade ognidove. 

La grande illusione 2

La grande illusione di cui tutti noi siamo vittime è quella di credere di essere solo individui separati gli uni dagli altri immersi nei nostri IO autoreferenziali e sentirsi, come Eckhart Tolle ha meravigliosamente dipinto, frammenti disconnessi in un universo ostile.

La gran parte degli Esseri Umani vive la propria vita con questa convinzione profondamente radicata dentro di sé senza chiedersi se ci sia anche qualcos’altro. 

E’ come se, citando il grande Maestro Aivanhov, le cellule del nostro corpo si sentissero divise poiché le loro funzioni non sono identiche: il cuore lavora in un modo, il fegato in un altro; dimenticando o meglio non avendo consapevolezza che tutte loro, in un dato momento della gestazione dell’embrione umano e prima di prendere, ciascuna per proprio conto, una strada di specializzazione differente, sono state totipotenti.

Infatti nei primi momenti della vita dell’embrione le cellule staminali embrionali sono tutte identiche e solo successivamente sono capaci di differenziarsi in uno dei 254 diversi tipi cellulari propri di un organismo adulto. 

La gran parte di noi si sente come un atollo circondato dalla propria barriera corallina nella quale sembra esserci tutto quello che serve per vivere tranquilli. C’è sole, cielo, sabbia fine bianchissima, alberi e vegetazione, una spettacolare varietà di pesci, acqua bassa e tiepida dove immergersi per osservare la meravigliosa natura appena sotto il pelo dell’acqua. 

Sembra un paradiso terrestre, tanto che si può impiegare tutta una vita a lavorare per curare questo gioiello al cui centro ci sono IO: una bella casa, un buon lavoro, denaro, una famiglia, relazioni sociali, divertimenti, vacanze, una barca, una casa in montagna, nuovi gadget costosi, ecc, ecc….. E così tanti fanno, rimanendo prigionieri della gigantesca illusione che questo è tutto quello che c’è e che serve.

Anche quando non si riesca a creare un vero e proprio paradiso terrestre, ma piuttosto un incubo infernale a causa delle esalazioni venefiche che irradiano dal nostro interno, anche così si rimane volutamente nel samsara, chiusi nella propria barriera corallina non volendo vedere né sentire nient’altro.

Ma come le cellule del nostro corpo, se potessero andare oltre nella loro comprensione, saprebbero che un solo essere le abbraccia, al quale sono unite e fra di loro, dal liquido interstiziale che è sostanzialmente acqua, elemento preponderante nell’organismo umano.

Anche noi, se riusciamo a estendere la nostra consapevolezza oltre l’atollo che ci circonda, realizziamo che ogni atollo è legato all’altro dall’acqua del mare.

Il Viaggio dello Spirito è ricordarsi che siamo prima Acqua e poi siamo atolli.

Il Viaggio dello Spirito è ritornare attraverso Acqua all’Acqua Universale che è riflesso dell’Anima Universale. 

Superare la barriera corallina che è limite del nostro IO, dimenticandolo, rinunciando a “IO sono il centro più importante dell’Universo” per andare a scoprire cosa esiste quando “IO” non esiste più. 

Questo è il lavoro che ognuno di noi deve fare quando ci si incontra nello Spirito.

Non rimanere confinati nei nostri atolli desiderando che tutti gli altri si adattino o si sottomettano a quello che IO vivo e desidero lì dentro. 

Lo stare insieme in questo modo, uscendo dai mi piacerebbe che facessimo questo, vorrei andare da questa parte, voglio stare al mare tutto il giorno, voglio passeggiare, ecc. per entrare in un’area di silenzio interiore, raggiunto il quale si instaura una sincronia di eventi di perfetta risonanza per tutti e si viene guidati verso ciò che è importante vivere e sperimentare, tutti insieme, in quel preciso momento. 

Questo è uscire nell’Acqua Universale per lasciarsi trasportare dallo Spirito.

La Trasfigurazione

Trasfigurazione vuol dire cambiamento, metamorfosi. 

Quando lasciamo questa dimensione terrestre sperimentiamo una metamorfosi del nostro essere.

Da crisalide ci trasformiamo in farfalla.

Ci liberiamo dai veicoli che ci consentono di comunicare con questo mondo per amplificare quelli che ineriscono la nostra natura spirituale.

Ma la nostra Essenza viaggia anche durante tutta la nostra vita terrena in particolari momenti e condizioni.

Basti pensare al sonno ristoratore necessario per il nostro essere.

Cosa succede quando ci addormentiamo? Dove andiamo? 

Una parte del nostro essere, durante il sonno, viaggia. Abbandona il corpo fisico, al quale è legata per mezzo della corda d’argento, e viaggia in astrale. I sogni sono memorie tradotte di questi viaggi. 

Della corda d’argento, che sarebbe il filo di collegamento tra i veicoli inferiori e quelli superiori, se ne trova traccia nell’Ecclesiaste 12.1-8: ….. prima che si spezzi la corda d’argento e la lampada d’oro si infranga, si frantumi l’idria sulla cisterna e cada la carrucola nel pozzo; prima che la polvere faccia ritorno alla terra, d’onde è venuta, e lo spirito torni a Dio che glielo diede.

Esperienze di uscita dal corpo fisico possono essere vissute anche in condizioni diverse dal sonno incosciente. 

Ho avuto personalmente esperienza di questo quando ero poco più che ventenne. 

Allora praticavo la meditazione trascendentale. Essa consiste nella ripetizione di un mantra personale durante la seduta di meditazione. 

Mi trovavo in un luogo di vacanza invernale e, nella mia stanza d’albergo, ad un certo momento, mi sono visto seduto sulla sedia intento alla pratica meditativa. La posizione dalla quale stavo osservando la scena era vicina al soffitto della stanza, sulla sinistra e dietro rispetto alla parte di me seduta sulla sedia. 

Non avendo mai avuto, fino ad allora, conoscenza del fenomeno, mi sono immediatamente spaventato ritornando così velocemente nel mio corpo fisico.

La trasformazione che avviene con la morte è il distacco di questa corda d’argento.

Alcuni segni di questa trasformazione cominciano ad essere percepibili quando ancora siamo su questa terra.

La degenerazione del nostro corpo fisico e il ritrarsi progressivo della nostra energia dai nostri veicoli inferiori sono visibili e seguono un percorso ben definito.

Il nostro corpo è fatto di Terra, Acqua, Fuoco e Aria che insieme allo Spazio sono i cinque elementi sacri.

Quando si sta per lasciare i veicoli inferiori essi vengono meno seguendo questa sequenza sacra per tornare alla propria Essenza.

Quando si sta per morire l’elemento Terra svanisce per primo e le gambe ed i piedi si intorpidiscono ed il corpo diventa più rigido.

Svanita la Terra, l’Acqua ci lascia e si sperimenta il ristagno dei fluidi, l’incapacità di bere, l’incontinenza urinaria o intestinale, il rallentamento della circolazione del sangue.

Dissolta l’Acqua, il Fuoco ci lascia con delle vistose variazioni della temperatura corporea, la febbre può salire e scendere piuttosto rapidamente, il metabolismo rallenta ed alcune parti del corpo possono essere fredde ed umide come le mani ed i piedi mentre il centro del corpo può essere molto caldo.

Quando l’Aria viene meno si notano grandi cambiamenti nella respirazione. Respiri veloci e poi più lenti che non hanno più un ritmo definito. Lunghe pause tra una respirazione ed un’altra.

Fintanto che non c’è l’ultimo respiro. 

La corda d’argento si spezza e l’Anima è libera di iniziare il suo viaggio di ritorno al Padre. 

Ma da quale parte del corpo fisico prende il via il viaggio di ritorno?

La direzione dalla quale uscirà l’Anima dipenderà strettamente da come abbiamo vissuto questa nostra esistenza.

Se la nostra attuale esistenza sarà stata scandita dalla ricerca e dalla soddisfazione della materia e dei beni materiali, vivendo un inferno interiore, l’Anima uscirà dal 3° Chakra.

Se invece avremo vissuto privilegiando il Cuore e quindi avremo già fatto un certo lavoro spirituale in questo senso usciremo dal 4° Chakra.

I grandi Maestri di saggezza escono direttamente dal 7° Chakra.

Quindi il modo in cui viviamo questa vita influenzerà da subito quello che vivrà la nostra Anima quando lascerà il corpo fisico.

In questo modo inizia il Viaggio di Ritorno al Padre.

Accogli tutto

E’ un altro invito con cui lavorare fuori e dentro di noi. 

Il popolo americano usa la locuzione you wellcome in risposta ad un ringraziamento, locuzione che dà perfettamente il senso di questa accoglienza. 

Essere accogliente vuol dire allora dare il benvenuto a qualsiasi cosa entri nella nostra realtà personale.

Accogliere tutto non discrimina tra mi piace e non mi piace, tra lo voglio e non lo voglio e quindi lo fuggo perché è prima di tutto questo processo mentale.

Invita a prendere distanza dal piacere e dall’avversione osservandoli con equanimità, prima che la mente aggiunga delle etichette creando la successiva sofferenza causata dalla frustrazione che le cose non siano andate come esattamente erano state programmate.

Il sommo poeta Rumi descrive tutto questo: ogni mattino un nuovo arrivo: gioia, scoraggiamento, malignità. Un attimo di consapevolezza giunge, ospite inatteso. Dài il benvenuto a tutto e a tutto estendi la tua premura. La condizione umana è una locanda. Tratta ogni ospite con il dovuto rispetto. 

C’è un elemento naturale primordiale che esprime in maniera sublime questo senso di imparzialità nell’accogliere: l’Acqua. 

Essa si apre ad accogliere e sostenere fluidamente qualsiasi cosa entri in contatto con lei e si ferma in qualsiasi cosa la trattenga. 

Può essere agitata da venti di superficie e correnti ma nel suo profondo c’è calma, tranquillità, serenità. 

L’invito è a scendere al di sotto dei moti ondosi, a volte impetuosi, e dalle correnti create dalla mente per ritrovare la tranquillità, là dove cessa anche il bisogno di respirare.

Una delle prime volte in Hospice passai di fronte ad una stanza dove, nel suo letto, c’era una persona agonizzante. 

Rimasi meravigliato del perché non ci fosse nessuno lì con lui. Nessun medico, nessuna infermiera, credo abbastanza comprensibilmente vista ormai l’inutilità di una terapia farmacologica, ma inaspettatamente anche nessuno di noi volontari. 

Il primo moto che sorse dentro di me fu di passare oltre per andare ad assistere qualcuno con cui parlare, scambiare emozioni. Mi sorpresi a pensare: tanto cosa posso fare qui? E questo credo che avessero pensato anche tutti gli altri. 

Ma rimasi fermo ad ascoltarlo ansimare faticosamente ma fiocamente, ad osservare la sua pelle color giallo/grigio aderente ormai disperatamente alle ossa, simile a quella di una mummia egizia. Avevo paura ad avvicinarlo ma è come se stesse chiedendo il mio aiuto. Entrai e bisbigliò qualcosa in una lingua sconosciuta e allora lo accarezzai sulla quella fronte dicendogli all’orecchio: non avere paura, lasciati andare e andrà tutto bene. 

Rimasi con lui a dispetto della mia paura e della repulsione iniziale. Rimasi perché, dopo la paura e la repulsione, il mio cuore si aprì per accoglierlo e sostenerlo così come era e così come ero, anche se per un tempo limitato.   

Agli inizi del secolo scorso gli operai addetti alla costruzione della linea telefonica dovevano infiggere dei pesanti pali di legno, alti circa 12 metri, nel terreno. C’è un momento particolare in cui il palo appena infisso nel terreno può oscillare e cadere rovinosamente. Un operaio di lungo corso chiese ad uno appena assunto cosa avrebbe fatto in quel caso e questo rispose che sarebbe fuggito a gambe levate. L’altro rispose: avvicinati e metti le mani sul palo, quello è l’unico posto sicuro.

Rimanere ad accogliere il disagio e la sofferenza è qualcosa che va addestrato, ma ho scoperto che andare lì, nei miei posti bui solo con la luce di una piccola lanterna mi aiuta a trovare ciò che mi guarisce. 

Durante una recente seduta di meditazione sull’osservazione di un nostro disagio/dolore fisico ho potuto sperimentare ancora una volta la magia dell’accoglienza.

Dovete sapere che ormai da bambino soffro di una rinite vasomotoria allergica che, durante la stagione primaverile, produce, insieme ad altri sintomi, anche un fastidiosissimo prurito alle narici che non riesco a sopportare e mi costringe a grattarmi molto spesso.

Come se lo avessi invitato, appena sedutomi in postura, ho iniziato a percepire un solletico all’interno della narice sinistra che, successivamente, si è trasformato in un prurito sempre più acuto e migrante, come se qualcuno con un filo d’erba stesse solleticandomi la parete nasale. 

L’immobilità assoluta e il focus meditativo mi impedivano di muovermi. 

Il prurito ben presto si è trasformato in un dolore pungente e sottile in un punto preciso della narice, acre, così acre che ha portato con sé delle lacrime che hanno iniziato a rigare il mio volto. Ma ho pianto solo dall’occhio sinistro, mentre un formicolio e un calore si diffondevano solo nella parte sinistra della mia testa. Poi ho percepito distintamente queste parole: lasciami esprimere, lascia esprimere quello che sono così come sono, senza costrizioni. 

Ho realizzato subito quale parte di me stava parlandomi!!!!

You wellcome è un atto di Amore.