Riposare nel pieno dell’attività

Sembra un koan da meditare in profondità ed effettivamente lo è. 

Tempo fa, quando lessi per la prima volta questa affermazione, stentai parecchio a comprendere cosa significasse veramente. 

Devo dire che, ancora adesso, si genera in me una sorta di vuoto nel tentare di rispondere. 

Ma l’Infinito Benedetto mi ha condotto con i suoi metodi, alcune volte drastici, a prendere in considerazione questo grande sconosciuto che per me è il riposo. 

Pochi mesi fa sono stato colpito da un infarto causato da un’occlusione totale di una coronaria. Questo evento, fortunatamente risolto brillantemente, mi ha catapultato in una prospettiva di vita alla quale non avrei mai pensato di trovarmi solo qualche anno fa. 

Durante la settimana passata nel reparto di terapia intensiva e nel reparto di cardiologia sono dovuto rimanere immobile in un letto con varie apparecchiature attaccate, oggetto di somministrazione di farmaci, indagini diagnostiche e impossibilitato a fare niente altro. 

Altre volte nella mia vita sono passato per situazioni di vita simili, ma, mentre in precedenza la mia attenzione e il mio desiderio era focalizzato nel riuscire a guarire il più velocemente possibile per poter lasciare l’ospedale, ora sono stato visitato da una paura profonda e incontrollabile di morire distaccandomi dai miei veicoli fisici, accompagnata da un’impossibilità a riposare e abbandonarsi ad un sonno ristoratore.

E ho scoperto che la mia natura profonda non è mai riuscita a riposare, in nessun luogo, sempre pronta ad attività frenetiche, esaurite le quali cadevo in uno stato di affaticamento tale che il corpo necessitava il meritato riposo per sfinimento. 

Anche in compagnia dei miei amici o di occasioni conviviali non riuscivo a stare seduto e intrattenermi con gli ospiti, ma mi alzavo in preda alla necessità di fare qualcosa, anche solo di passeggiare. 

Siamo tutti più o meno maestri nei tentativi di fuga, basti ricordarne alcuni: il lavoro tossico, lo sport esagerato, i rapporti amorosi, il desiderio di potere, il desiderio di denaro, le tossicodipendenze da sostanze e quelle emozionali, il multitasking ossia fare due o tre cose contemporaneamente. 

I dispositivi elettronici dei quali siamo circondati e che portiamo sempre con noi sono altrettanti tentativi di fuga. 

Da che cosa scappiamo? O che cosa combattiamo?

Il sistema di lotta o fuggi fa parte del nostro cervello limbico neandertaliano e, almeno per la mia personale esperienza, sento che un trauma del mio passato remoto di bambino ha bloccato questo cervello limbico neandertaliano settandolo sull’ aspetto preponderante della mia natura che è la fuga. Così il mio secondo chakra è costretto a girare ad una velocità impressionante comandato dal mio cervello limbico. 

Ancora oggi, nonostante il mio Cammino Spirituale, esso è ancora attivo. 

Ora è arrivato il momento di stare insieme e parlare a questo bambino impaurito, rassicurandolo: va tutto bene, è tutto a posto; questo è un luogo sicuro e tu gli appartieni. 

Rassicurarlo per portarlo a girare a un ritmo più vicino a quello della Terra.

Il grande Rumi ha detto: ascolta, piccola goccia, arrenditi senza rimpianti e in cambio guadagnerai l’oceano; lasciati andare e nel grande mare sarai al sicuro. 

Bisogna scendere nelle profondità dell’Acqua dove tutto è silenzio e pace e dove scorre il Mare del Qi e lasciare la superficie del mare dove si è in balia dei venti e delle correnti. 

Abbiamo perso la capacità di arrenderci e stare fermi in ascolto di quello che ci circonda, delle energie sottili che ci attraversano. 

Anche quando siamo in mezzo alla natura siamo preoccupati di catturare delle immagini con i nostri strumenti elettronici nel tentativo di fissare dei ricordi da riportare a casa con noi, quando sarebbe infinitamente più utile potersi sedere sotto un albero e ammirare il panorama circostante con l’attenzione di tutti i nostri sensi per far scendere dentro di noi il calore del sole, il rumore dello stormire delle foglie, la carezza del vento sulle nostre gote, gli uccelli che cinguettano e che volano a noi vicino, il profumo che penetra nelle nostre narici. 

Dedicare tutto il nostro essere al momento presente ci collega alla corrente di Energia Universale a partire da cui tutto fluisce con una perfezione meravigliosa come una Danza che ci guida nella nostra Vita.

Om namah Shivaya

E’ un mantra, il più famoso e potente mantra della religione induista. 

Che cosa è un mantra?

E’ la ripetizione continua delle parole sacre che lo compongono, ripetizione che può avvenire verbalmente, mentalmente o con un canto.

E’ composto da due parole della lingua sanscrita: man che vuol dire pensare (da cui manas – mente) e tra, che corrisponde all’aggettivo sanscrito kṛt “che compie”, “che agisce”,  a significare “veicolo o strumento del pensiero o del pensare” ovvero un’“espressione sacra che corrisponde a un verso del Veda, a una formula sacra indirizzata ad un deva, a una formula mistica o magica, a una preghiera, a un canto sacro o a una pratica meditativa e religiosa.

Ma oltre a questo le sillabe Om, Na, Mah, Si, Va sono un richiamo diretto ai cinque elementi Terra, Acqua, Fuoco, Aria e Spazio che rappresentano le fondamenta del pensiero filosofico orientale. 

Attraverso la vibrazione delle parole si invoca il contatto con la divinità a cui viene rivolto. 

Nello specifico questo mantra viene rivolto a Shiva una divinità della Trimurti (insieme a Brahmā il creatore e Vishnu il preservatore).

Shiva rappresenta invece il distruttore.

Che cosa distrugge Shiva? E’ il distruttore del falso, dell’ignoranza, dell’ego, delle cattive tendenze, delle apparenze e delle false credenze.

Il significato delle parole che lo compongono è ben preciso: mi arrendo a te, Dio Shiva.

O anche: sia fatta la tua volontà, con un’eco più cristiana.

In passato ho sperimentato la potenza dei mantra, avendo praticato per un certo periodo la meditazione trascendentale. Un mantra ripetuto ha la capacità di innalzare le tue vibrazioni e spostarti dal luogo in cui sei per farti vedere meglio, come alzarsi in volo con un elicottero.

Sono stato portato a parlarvi di questo mantra perché, camminando per Roma al ritmo della musica che ho sul mio telefono, è “capitato” il brano che troverete in coda all’articolo in un arrangiamento più adatto a noi occidentali. 

Ascoltandolo ho iniziato immediatamente a cantarlo, come sempre faccio con le formule sacre. E qualcosa è accaduto dentro di me che ha sollevato il mio spirito dal luogo in cui mi trovavo. Per questo vi invito ad ascoltarlo e cantarlo, in particolare quando sentite attrito, per sperimentare cosa succede dentro di voi.

Queste parole sacre invocano che una parte di noi (la nostra Personalità, l’Ego, l’Io solo per me) si arrenda ad un’altra parte di noi superiore e chiede l’intervento del distruttore Shiva.

Nel mio viaggio di ritorno verso lo Spirito è arrivato, ad un certo punto, il momento in cui Shiva mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha dato la possibilità di vedere come la mia personalità aveva costruito la mia vita fino ad allora. Questo momento nella vita di un Viaggiatore arriva sempre, è un passaggio obbligato.

Parafrasando Robert Frost l’unico modo per uscirne fuori è andare dentro a vedere come sei per liberare quella zavorra emozionale che ti impedisce di salire. 

Non esiste altra strada!! 

Nei primi momenti di questo processo ineludibile, che mi ha portato ad uscire fuori per vedere quello che avevo costruito, mi sono sentito confuso, disorientato, come se avessi perso la mia identità. 

E’ successo e succede allora, spesso, che la personalità, avvertendo il pericolo incombente per il suo potere, prende il comando. I messaggeri di Shiva, incaricati di portarti sull’elicottero (la tua guida, la persona che ti ama), vengono attaccati ferocemente costruendo, su ciò che sta realmente accadendo, una farsa o una tragedia. Nel mio caso a nulla sono valsi i loro tentativi di farmi comprendere quello che stava realmente succedendo e come mi stavo realmente comportando. La mia personalità aveva creato dei capri espiatori sui quali costruire tutta una storia perfettamente coerente. E si va via fuggendo da tutto questo per un altro giro di giostra. 

Io sono stato fortunato perché il mondo terreno che avevo costruito era andato già in distruzione prima che iniziassi questo mio viaggio. Ma vedo per i miei compagni viaggiatori che hanno costruito espressioni di vita nella materia altamente gratificanti (un bel lavoro, una sicurezza economica, una bella famiglia, una bella casa, un’attenzione al proprio fisico ed alla sua salute) quanto sia difficile essere disposti ad arrendersi al distruttore e riuscire a dire: sia fatta la tua volontà. 

Lo spettacolo che si apre davanti agli occhi, per la mia esperienza, è scioccante tanto da dire: possibile che io sono così, questo è il punto in cui mi trovo dopo tutta una vita?

Ci vuole coraggio a vedere come sei e lasciare a Shiva il compito di distruggere quello che una parte di te ha costruito in tutta una vita per rimanere senza identità e non sapere più chi sei, cosa farai, dove andrai ora. 

Quando succede bisogna coltivare l’umiltà di chiedersi: c’è qualcosa qui che non sto vedendo, c’è qualcosa dentro di me che genera attrito e non sto capendo?

Ma per arrivare a sentire qualcos’altro dentro di noi bisogna arrendersi, indietreggiare rispetto alla nostra identità terrena che è stata costruita.

Om namah Shivaya.