Il senso profondo del termine cura lo si trova nella sua etimologia.
Dal latino coera, usato in una relazione di amore e di amicizia, per esprimere il sentimento di attenzione, di sollecitudine e di delicatezza verso qualcuno o qualcosa.
La cura sorge quando l’esistenza di qualcuno ha importanza per me.
Come diceva il grande poeta Orazio “la cura è compagna permanente dell’uomo”, come lo è la necessità di amare.
Per questo vorrei parlare ora del prendersi cura di se stessi.
Esaminando la mia esperienza di vita passata, le domande fondamentali che sorgono dentro di me sono: mi sono preso cura di me stesso finora? La cura che ho espresso verso i miei veicoli inferiori era mossa da Amore?
La risposta alla prima domanda è stata: sì, mi sono preso cura solo del mio veicolo fisico, ma non del veicolo mentale né del veicolo astrale (che si esprime attraverso le emozioni ed i sentimenti)
Che cosa mi spingeva a sottopormi ad ore ed ore di sport, allenamenti, gare, attenzione al cibo?
Era Amore quello che mi muoveva? No, era paura.
Il fisico in perfetta forma, allenato, più o meno in linea mi permetteva di fuggire dalla paura della malattia, della morte, dalla paura di ingrassare e di non essere accettato perché fisicamente diverso dagli altri, non corrispondente all’immagine dell’uomo che la società ci ha dato come stereotipo di successo. Inoltre mi consentiva di dare uno sfogo all’energia accumulata e repressa dentro di me.
Lo vedo ripetersi spesso, sempre più spesso nelle vite delle persone che avvicino.
Questo ha generato dentro di me una quantità industriale di sofferenza.
Ho costretto il mio corpo fisico ad uno stress notevolissimo dimenticando completamente di avere altri due veicoli dei quali non mi prendevo cura.
Qualche giorno fa ci siamo trovati nello studio di una cardiologa per una periodica visita di controllo per la mia compagna. Durante la seduta è stato usato un ecografo.
Come per magia si è diffuso nella stanza il suono ritmico del battito del suo cuore.
Spesso ho avuto apprensione e paura nell’ascoltare battere il mio.
Questa volta, non essendo direttamente coinvolto, mi sono lasciato trasportare da questa musica. Si sono presentati alla mia attenzione un grande stupore per la potenza e la forza che questo organo esprimeva.
Mi sono chiesto con meraviglia: come è possibile che il mio cuore abbia battuto e batta da 64 anni, di giorno e di notte, sottoposto ad infinite sollecitazioni fisiche ed emotive?
L’ho trovato incredibile ma reale. E subito dopo è sorta un’immensa gratitudine e riconoscenza per la sua infaticabilità ed instancabilità, ed è salito un grazie pieno di amore per il cuore della mia compagna e per il mio nello scandire e dare la Vita.
Poi mi sono domandato: quante volte ci si ferma nel silenzio e nella calma per entrare in contatto con il nostro cuore? Poche volte, per me quasi mai.
Ma è anche e soprattutto questo prendersi cura di noi, del nostro Essere portando amore e gratitudine verso i nostri organi.
Ma come è possibile, nel ritmo frenetico della giornata trovare il tempo per questa semplice manovra?
Quanto conta portare amore e gratitudine nella mia vita e nella vita di ognuno di noi, quanto è importante? E dove andare per portare tutto questo?
La risposta l’ho trovata in questa immagine di Harold Witter Bynner: ogni uragano ha un vuoto nel suo centro dentro cui un gabbiano può volare in silenzio.
Quando l’uragano della quotidianità gira vorticosamente il segreto è ritornare al centro dove nel silenzio possiamo volare dentro noi stessi e verso l’Infinito.
