L’uomo nella folla

Liberamente tratto dal racconto “L’uomo della folla” di EDGAR ALLAN POE

Era sul morire di una sera di dicembre.

Ero seduto al tavolo di un bar davanti ad una finestra che affacciava su una strada piena di negozi e di traffico umano.

Avevo trascorso lì la gran parte del giorno, nella convalescenza di una malattia appena terminata, scorrendo le pagine di un libro, con il brusio delle voci del locale nelle orecchie, col viavai della gente di fuori che innescava il viavai dei pensieri nella mia mente.

Il tran tran delle voci e dei pensieri lentamente acquietò la mente e sopraggiunse un interesse calmo e sereno, una curiosità tranquilla per tutto ciò che accadeva nella strada.

Per tutto il giorno era stata percorsa da una moltitudine indistinta di persone, ma ora, col calar della sera e le luci dei lampioni accesi, grappoli di esse fluivano in correnti opposte.

Osservavo dapprima genericamente queste ondate di marea umana, ma poi iniziai a soffermarmi con intensa curiosità sui particolari che ognuna di esse mi rimandava.

Due piedi frenetici, una figura anoressica, un naso prorompente dal viso, una chioma lucente, un gesticolio logorroico delle mani, uno sguardo furtivo, un camminare sonnambolico con gli occhi su un cellulare, un cappello rovesciato su una mano implorante un aiuto……

Man mano che il buio avanzava, rischiarato solo dalla luce artificiale, ero costretto ad aguzzare la vista ed esercitare maggiore attenzione, la fronte appoggiata al vetro della finestra.

Tutt’a un tratto in quel campo di teste ondeggianti ecco la fisionomia di un vecchio uomo che attirò magneticamente la mia attenzione per la sua espressione così particolare.

Per un momento, solo per un momento, volse lo sguardo verso di me.

Il suo viso era contratto in una smorfia grottesca attraverso cui leggevo una intelligenza sopraffina, una circospezione maniacale, una sete sanguinaria accanto ad una avidità inimmaginabile, ma i suoi occhi…… I suoi occhi trasmettevano paura.

Una paura folle, non solo, una disperazione senza fine, ma anche un non so che di familiare, di conosciuto anche se indefinito.

Ne fui così magnetizzato ed incuriosito che immediatamente uscii dal locale in cui ero stato quasi tutto il giorno e mi gettai sui suoi passi. 

Lo avevo davanti a me immerso nella marea umana.

Era piccolo di statura, magrissimo e gracile apparentemente.

Gli abiti sembravano laceri ma alcuni particolari me li fecero apprezzare per la loro qualità, anche se vetusta: il colletto della camicia, un soprabito tutto sporco e con uno strappo, ma di Burberry, sotto il quale balenò il luccichio del calcio di quella che sembrava un’arma. 

Per mezz’ora circa il vecchio sconosciuto si fece strada tra la folla accalcata tanto che fui costretto a stargli quasi dietro col pericolo che, se si fosse voltato, mi avrebbe visto. 

Poi girò in una stradina laterale anche questa ingombra di gente ma non così quanto la strada da cui provenivamo. Qui rallentò indeciso su dove andare. Attraversò e riattraversò la via come se non sapesse dove andare. 

Prese poi una strada lunga e stretta e, voltando, ci trovammo in una grande piazza illuminata e piena di vita e di gente per un concerto che si stava tenendo lì all’aperto.

Cambiò atteggiamento abbassò il mento sul petto, aggrottò ancora di più le sopracciglia e i suoi occhi brillarono. Fece il giro di tutta la piazza, facendosi strada tra la calca in piedi. Ritornato che fu al punto di partenza continuò facendo un nuovo giro che ripetè più volte per circa un’ora. 

Abbandonammo la piazza per addentrarci in una lunga via oscura e quasi deserta. Qui iniziò a camminare con una tale lena e agilità, a dispetto della sua età, che a stento riuscii a seguirlo.

D’improvviso ci trovammo di fronte ad un grande mercato natalizio pieno di bancarelle illuminate con musiche, festoni, colori, rumori di compratori e venditori. 

Due ore circa gli tenni dietro tra la folla vociante e allegra girando insieme come su una giostra rutilante. 

FINE DELLA PRIMA PARTE