Una favola di Natale

C’era una volta una piccola bambina che viveva con suo padre e con sua madre.

La coppia aveva deciso di non avere più figli a causa di una grave perdita che li aveva colpiti in precedenza.

Quando la madre si accorse di aspettare un altro figlio fu travolta dalla paura, paura di infrangere il patto che la coppia aveva contratto, paura della rabbia del marito. Non gli disse mai nulla e mascherò in ogni modo possibile la gravidanza di questo figlio non atteso tanto che partorì senza che nessuno se ne accorgesse.

Ma era impossibile prolungare la menzogna in nessun altro modo. Il marito scoprì la bambina e fu catturato da una rabbia e una profonda gelosia perché riteneva che in realtà lui non fosse veramente il genitore. Dopo un violento litigio tra i due fuggì dalla bambina e da sua madre.

La madre fu costretta a lavorare per sostentare la sua famiglia e non poteva occuparsi della bambina. Per questo motivo pensò di portarla a vivere in montagna dalla nonna in una grande casa ai margini del bosco. Una tristezza profonda si impossessò di questo povero essere. Ella cercò di reagire, provò ad essere felice, ma lì giù in fondo sentiva un vuoto senza fine dentro al quale era sola e triste.

Avrebbe voluto emanare luce e calore per attirare a sé altri bambini e bambine, ma questa profonda solitudine non glielo permetteva.

La notte dell’8 dicembre sognò la madre che le disse: “tu sei come uno specchio che riflette al di fuori quello che hai dentro, così non puoi mentire né a te stessa né agli altri. Ma come quello che hai dentro è fuori così quello che è fuori puoi avere dentro. Se vuoi trovare la luce che ti riscalda e ti illumina devi guardare in alto verso il sole e così egli scenderà dentro di te. Costruisci un simbolo esteriore che ti ricordi questo sempre. Per arrivare al sole bisogna salire come si sale su una montagna”.

Si svegliò e iniziò a cercare questo simbolo dovunque, ma non lo trovava.

Per scaricare la sua frustrazione e disperazione andò a camminare nel bosco, un bosco di abeti.

Passeggiando nella neve candida guardò attentamente un abete, la sua forma e rimase fulminata.

Ecco il simbolo! La montagna, il triangolo, l’abete. Esso è Vita, Vita che sale verso il Cielo e verso il Sole. Per risplendere come il Sole costruì delle palline dorate che attaccò all’albero.

Se vuoi chiamare il Sole devi riflettere la sua Luce.

Il Sole se ne accorse e una notte, la notte di Natale venne dentro di lei e circondò tutte le cellule del suo corpo col fuoco della Luce Divina dello Spirito.

Quando la bimba si svegliò era diventata come l’abete che aveva addobbato: piena di Luce e di Calore.

Il vuoto e la solitudine erano scomparsi e la gioia e l’Amore la facevano risplendere come una stella.

Non si sentì mai più sola perché tutti, bambini e adulti, venivano accanto a lei attratti dalla sua Luce e dal Calore del suo Amore.

Era diventata come il Sole che dava tutto ciò che aveva senza chiedere nulla in cambio.

Questo fu il più bel regalo che ricevette nella sua vita.

Quando prepariamo l’albero di Natale pensiamo a chiamare la Luce dello Spirito dentro di noi ad illuminare i nostri veicoli in modo da poter donare quella luce meravigliosa a coloro che sono intorno a noi.

Questo è il regalo più bello che potremo mai ricevere: donare.

Buon Natale a tutti noi.

La grande illusione

La grande illusione è la conclusione cui sono giunto fino ad una certa età della mia vita.

Più trascorreva il tempo della mia età biologica più avvertivo un conflitto interiore.

Da una parte i testi sacri e la religione mi parlavano di un modello di essere umano che veniva su questa terra per aderire ed esprimere gli insegnamenti monumentali che Gesù il Cristo Benedetto e tutti i Santi avevano trasmesso. 

Insieme ai dogmi religiosi, crescendo, si erano aggiunti anche gli insegnamenti sui comportamenti più consoni per il benessere e la comunione da tenere nei confronti di membri della famiglia, della scuola, della società.

Ma tutto questo poi nella mia realtà di allora non trovava riscontro. 

Sentire mio padre e mia madre che mi redarguivano perché sarei dovuto andare alla Messa della Domenica e constatare che proprio loro per primi non andavano. 

Ascoltare il sacerdote insegnante di religione che ci parlava delle virtù cristiane e vedere i suoi occhi pieni di rabbia mentre tirava un orecchio di un bambino portandolo in giro per tutta la scuola. 

Più tardi quando decisi di condurre l’azienda di mio padre, che ci aveva lasciato, questo divario divenne sempre più profondo.

Non solo i colleghi/concorrenti riuscivano ad esprimere il peggio che un essere umano potesse, con un miscuglio venefico di egoismo, di sotterfugi, di accordi presi e disconosciuti; ma anche le stesse maestranze riuscivano a comportarsi seguendo il comando: Io, solo per me. 

Ero smarrito, confuso, fuori e dentro di me. 

Il mio sentire interiore mi portava dolcemente verso quei luoghi che mi erano stati descritti nelle Sacre Scritture, ma la realtà che ero costretto a vivere era distante, molto distante. 

Così distante da farmi arrivare alla conclusione che quello che sentivo fosse un’illusione, una favola, una meravigliosa favola, impossibile da vivere nel luogo in cui mi trovavo. 

Non rimaneva che vivere la vita che vivevano tutti quelli intorno a me!! 

Ora so quanto mi sbagliavo.

Il simbolo della Croce ci segna la strada. 

Una linea verticale che collega il Cielo con la Terra, una linea orizzontale che collega il maschile con il femminile. 

Al centro c’è IO che splende come Sole. 

Vivere la vita su questa terra deve essere un mezzo non un fine. 

Il mezzo per poter salire a sentire il Cielo ed Essere Sole. 

Il mezzo per poter esprimere la nostra parte maschile e la nostra parte femminile.

Ci invita a vivere la vita come un sogno, un sogno personale, diverso per ognuno di noi. 

Quando arriviamo lì non ha più importanza quello che facciamo ma come lo facciamo.

Non lo facciamo più per noi stessi, ma a beneficio, utilità e servizio di tutti gli esseri viventi.

Il video che condivido insieme a questo scritto parla proprio di questo. 

Seduto su una delle stelle della costellazione di Andromeda mi apro e sono senza più confini, immenso al cospetto dei Giganti dell’Universo di cui sono parte.

Sento di appartenervi, di essere tutt’uno: aperto, sconfinato e leggero. A Casa.

Questo è riuscito a regalarmi l’opera di questo essere umano.

Siamo venuti qui per provare questo e molto altro.

Quando si avvicina il periodo che porta al distacco dal nostro corpo fisico naturalmente si va verso questi territori sempre più frequentemente. 

E’ Anima che si sta preparando al grande ritorno. 

Purtroppo spesso accompagno persone fortemente calate nella loro materialità con la quale hanno vissuto per tutta una vita e che non vogliono lasciare per paura di perdere la loro identità.

Ma parlando con loro mi viene riferita una grande fatica ad occuparsi delle incombenze amministrative, burocratiche riguardanti i loro beni terreni. 

Come se fosse un pesante fardello da portarsi dietro. 

La realtà infatti è che tutto ciò che è materia è pesante e rimarrà insieme al nostro corpo fisico. 

Ma a dispetto di questa palese evidenza è molto difficile far cambiare loro prospettiva.

Anche se lo Spirito chiede proprio questo.

La mente che non sa

La mente che non sa è un Koan del buddismo Zen, in poche parole un’affermazione paradossale che diventa oggetto di meditazione.

La mente che non sa, per Frank Ostaseski, il pioniere dell’accompagnamento alle persone morenti, è un’attitudine che è fondamentale per chi vuole accompagnare e con la quale sto imparando a fare amicizia. 

Siamo abituati ad avere esperienza della mente che sa

La mente che sa è la mente che gestisce, controlla, organizza, cataloga quasi tutte relazioni che noi abbiamo con l’esterno. Crea ruoli, gestisce la risposta ad eventi, crea un senso di noi che poggia sul lavoro che svolgiamo, la posizione e le relazioni all’interno della nostra famiglia e delle comunità che frequentiamo e della società, un’immagine di noi stessi a partire dalle nostre emozioni passate e presenti e immagini delle persone che conosciamo in seno alla nostra famiglia e alla cerchia delle persone che hanno delle relazioni con noi. 

L’immagine del dipinto, che è stata gentilmente concessa dall’autore Rivale.0 per accompagnare queste parole, esprime istantaneamente tutto questo. Una serie di cassetti, di boxes, che occupano asfitticamente quasi tutto lo spazio, dietro cui si intravede un Essere che sta cercando di respirare e di esprimersi!!

La mente che sa ci costringe a vivere nel passato o nel futuro creando immagini delle persone che incontriamo derivate e costruite sulla base delle impressioni, emozioni, sentimenti generati in passato dalle interazioni con le stesse o desunte per analogia attraverso un lavorio puramente mentale. 

E’ la creatrice e la percettrice di maschere, di ruoli, di divise, di etichette e questo lavoro prende inizio in tutti noi a partire più o meno dai 6/7 anni.

Ma spesso la mente che sa ci impedisce di tornare indietro a scoprire chi siamo veramente.

Una recente esperienza avuta da una persona a me cara, un’amata sorella viaggiatrice, mi ha costretto ad entrare in contatto necessariamente con la mente che non sa.  

A causa di una caduta ella ha violentemente battuto la testa, ha subito un’operazione piuttosto complicata e, dopo essere rimasta in uno stato di incoscienza indotta per molti mesi, si è risvegliata lentamente dal sonno farmacologico. 

Dalla sua grande lavagna nera gran parte di tutto quello che era stato scritto nel passato prossimo è stato cancellato e ha dovuto fare e sta ancora facendo un lavoro immane per reinserire tessere di un puzzle che è stato disfatto. 

Le interazioni, avute con lei dopo il suo risveglio, mi hanno messo di fronte ad una persona che non è quella che avevo conosciuto, non ancora, non ci sono più le sue maschere, i suoi ruoli, i suoi atteggiamenti, quello che la sua mente che sa aveva costruito.  

La mia mente che sa non era pronta e si aspettava di trovare, più o meno, la persona con la quale aveva condiviso tanti e tanti momenti insieme, tutto quello, a lei inerente, racchiuso nel cassetto della mia mente. 

Ma non è stato così e ho sperimentato confusione, desiderio che “guarisse” e tornasse ad essere quella che avevo conosciuto, un senso acuto come di perdita. 

Questa “nuova” amica mi ha costretto a fare un movimento per non stagnare in quelle emozioni a bassa vibrazione. 

Mi ha portato a ricordare della mente che non sa

L’ho già coltivata con le persone che si avviano a lasciare i veicoli inferiori che naturalmente, dato il processo, si stanno liberando di tutte le sovrastrutture costruite nella loro vita per tornare alla Casa del Padre.

Mi sono aperto a stare con quello che c’è nel momento presente, qui ed ora, abbandonando il ritratto che la mente che sa aveva costruito. 

Ella, per me, è la Maestra del presente che mi insegna ad essere aperto, ricettivo, ad usare i miei sensi e le percezioni…. e basta.

E stando lì succede un miracolo!!

Davanti a me trovo un’Essenza magnificamente pura, risplendente, semplice, diretta, libera che, per risonanza, fa vibrare la mia Essenza di Amore Puro per la gioia di essere lì e ridere delle piccole cose. 

La mente che non sa è la mente del bambino curioso, totalmente attento, immerso nel presente, libero, leggero, giocoso e gioioso.

La mente che non sa ha le chiavi per scoprire quello che noi siamo veramente.

La mente che non sa risiede nel cuore. 

Per arrivarci bisogna spogliarsi e indietreggiare.

Nella rugiada delle cose da poco il Cuore conosce la freschezza del proprio mattino (Khalil Gibran)