Il senso del Sacro nella vita quotidiana

Se sacro significa esperienza di una realtà diversa da quella in cui siamo immersi e ci muoviamo quotidianamente sulla terra.

Se sacro significa il ritorno all’Origine Celeste da cui poi discende tutto ciò che sperimentiamo nella nostra esistenza quotidiana, rimango perplesso e allibito anche solo uscendo da casa.

Come posso trovare sacralità camminando in un fiume di persone che corrono trafelate come se stessero fuggendo da una calamità naturale, che urlano e inveiscono contro un loro vicino per un motivo inesistente, che passano indifferenti di fronte a qualcuno che è a terra a causa di un malore, che girano come automi con gli occhi incollati sullo schermo del loro dispositivo elettronico incuranti di tutto quello che succede “realmente” intorno a loro?

Mi sembra evidente che il sacro non è presente in tutto questo.

Allora dove sta oggi la sacralità?

La trovo nelle istituzioni, nel governo del paese dove delle persone chiamate “onorevoli” si danno ad una guerra senza esclusioni di colpi, per la prevalenza della fazione che rappresentano, vomitando insulti e architettando faide di palazzo, “dimenticandosi” il motivo, anzi la missione, per cui si trovano dove si trovano?

La trovo nella Sanità che dovrebbe assistere e curare coloro che si trovano in malattia e non crearla in laboratorio per poi diffonderla su tutto il genere umano a vantaggio di poche, potentissime persone, distribuendo l’antidoto che dovrebbe salvarle e che invece le rende ancora più deboli e schiave?

La trovo nelle religioni che diffondono la Parola a cui non si fanno seguire le azioni dei propri Ministri che si macchiano invece di violenze morali e materiali su dei piccoli esseri indifesi e su donne trattate come schiave solo perché non si vestono come hanno richiesto?

La trovo negli Stati in guerra ancora oggi tra di loro per avere il controllo di un territorio e delle sue risorse per un interesse privato, depredando la Terra di queste risorse senza nessun rispetto e nessun amore, solo per la vittoria di IO a dispetto dell’altro?

Allora cosa posso fare di fronte a tutto questo?

Posso ricordarmi di Gesù il Cristo, del motivo per cui è venuto su questa Terra, di quello che ha accettato di sperimentare venendo qui, che è qualcosa che non ha niente a vedere con tutto questo. 

Posso ricordarmi di quello che ha detto: fai agli altri ciò che vorresti gli altri facessero a te. 

Questo mi fa salire all’Origine.

Basterebbe cercare di mettere in pratica queste poche parole meravigliose per vedere dissolvere tutta questa bruttezza e malvagità.

Questo ci fa salire in un luogo dove non esiste la separazione, la dualità del nostro mondo, dove cominciamo a percepire che siamo tutti Uno.

Certo non è facile, siamo tenuti tutti troppo occupati dai nostri problemi e dai nostri desideri quotidiani. 

C’è qualcuno che non vuole che ci si volti a guardare il punto da cui arriva la Luce. 

Vengono creati sempre più problemi, più difficoltà. 

Ecco allora la recessione, la crisi, il Covid, la guerra, l’inflazione, la possibile perdita del lavoro, la mancanza di denaro per poter andare avanti. 

C’è da comprare una nuova casa, una nuova auto, da raggiungere un lavoro con un guadagno superiore e il miraggio di una migliore vita.

E continuiamo ad essere topolini che girano nella ruota sempre più veloce.

Fai agli altri ciò che vorresti gli altri facessero a te. 

Come vi sentite quando lo pronunciate, quando lo immaginate? 

Io sento che il mio Cuore si apre, il mio respiro scende e si fa più profondo.

Sento una forza dentro di me che prima non c’era, una sicurezza, un calore.

Questa forza, questa sicurezza, questo calore mi spingono a cercare di portare il sacro in quello che faccio. 

Ed è sacro perché non è io solo per me. 

E’ per tutti, per tutti quelli che sentono crescere in loro il desiderio di cambiare e di provare quello che provo quando cerco di esprimerlo su questa Terra. 

Il senso del Sacro

Stiamo attraversando un tempo di caduta di valori, di grandi rivoluzioni e di un profondo smarrimento.

Sento di essere invitato, come tutta l’umanità, a riscoprire il senso del Sacro nell’esperienza di vita. 

Cosa vuol dire Sacro?

Sacro, dal latino sacer, è ciò che è connesso all’esperienza di una realtà totalmente diversa da quella in cui siamo immersi e ci muoviamo quotidianamente sulla terra.

Questa esperienza di una realtà diversa significa il ritorno nelle Regioni Celesti, ritorno all’Origine per portarla in tutto ciò che sperimentiamo nella nostra esistenza quotidiana.

Coinvolge quindi la nascita, come esseri umani, il lavoro, la famiglia, il vivere comune, l’ordinamento che lo gestisce, fino al decadimento e all’abbandono dei veicoli fisici con la morte.

Portare il Sacro, ossia la connessione con il nostro Divino, rappresenta per me una missione, nel vero senso del termine.

Cosa vuol dire missione?

Il mandare o l’essere mandato a esercitare un ufficio o incarico particolare.

Mi sento quindi un missionario. E tutti noi lo siamo.

Quindi realizzare di essere stati mandati su questa terra per esprimere la scintilla divina, che è in tutti noi, diventa un ufficio, un sacro ufficio.

Sacro ufficio vuol dire sacrificio, vuol dire ricordarsi quanto più è possibile per quale motivo ci si trova qui in questo momento e celebrarlo nella nostra vita. 

Cominciamo dalla fine o meglio dall’inizio ossia la morte. 

Tanto tanto tempo fa c’erano riti, anche molto complessi, che accompagnavano colui che stava lasciando il corpo fisico, riti che celebravano il ritorno verso il Mondo Superiore delle Anime. 

Questi riti consentivano a tutti, anche coloro che rimanevano, di poter entrare nella dimensione di sacralità che avrebbe favorito questo viaggio e aiutato chi sarebbe rimasto.

Basti pensare a quelli complessi degli antichi egizi.

Il Dio Osiride, padrone dell’oltretomba, la pesa dell’anima, la mummificazione, le pareti istoriate con scene della vita del defunto, fino ad arrivare alla grandiosità della tomba: la Piramide.

Addirittura la posizione delle piramidi di Giza, riproducenti esattamente la posizione delle 3 stelle della Cintura di Orione (Alnitak, Almilan, Mintaka) che migliaia di anni dopo diventano i 3 Re Magi (Gaspare, Baldassare, Melchiorre) a salutare la venuta del Cristo con i 3 doni-simbolo dell’oro, incenso e mirra.

Ma ancora oggi nell’isola di Sulawesi il popolo Toraja celebra i propri morti con un rito dove il sacro entra addirittura nelle loro case.

Quel popolo celebra l’abbandono del corpo fisico come l’inizio di un viaggio verso il Mondo delle Anime e l’essere che lo sperimenta è come sospeso tra due mondi e tale rimane finchè tutti i familiari abbiano elaborato il lutto e siano pronti a lasciarlo andare.

Per questo il defunto viene mummificato con formalina e portato nella casa familiare per tutto il periodo necessario a che tutta la famiglia abbia completamente elaborato la perdita (mesi o addirittura anni), periodo in cui la mummia viene tenuta in casa come se fosse ancora in vita. E’ vestita, le si offrono cibo, sigarette e quando ci si alza da tavola le si chiede il permesso. 

Solo dopo che tutti i familiari siano d’accordo a separarsi dal defunto si può procedere a celebrare il rituale che gli consentirà l’accesso al Regno delle Anime.  

Che differenza rispetto a come viene vissuta la morte oggi nel mondo “civilizzato”!!! 

Abbiamo perso il contatto con i segni ed i simboli che annunciano l’abbandono del corpo fisico di una persona cara. 

Abbiamo affidato questi segnali a macchine che ci avvertono con freddo suono acuto e prolungato che il cuore ha cessato di battere.

Spesso si muore in una stanza di un ospedale o di un Hospice con una televisione accesa, da soli, una televisione che vomita musica, gente che litiga invece del silenzio solenne e sacro che dovrebbe accompagnare questo viaggio.

Quando anche non siano i litigi, gli schiamazzi o i discorsi insulsi di persone di famiglia senza alcun ritegno, rispetto per colui che sta lasciando.

Sono stato purtroppo testimone di un momento di questi quando ho assistito alla scena di alcuni familiari di un morente che, nell’agonia precedente la sua morte, stavano già portando via i suoi abiti ed effetti personali dalla stanza in cui si trovava.

Abbiamo sostituito alle figure sacre idoli e feticci tecnologici, smartphone, computer e ormai ora anche robot dotati di intelligenza artificiale così sofisticata che possono lavorare al posto nostro senza più fatica, senza più pensieri, senza sentimenti. Stiamo andando sempre più verso un mondo dove regna Mente. 

Ma ancora oggi più o meno inconsciamente utilizziamo rituali che ci aiutino a vivere il lutto e la separazione.

Nella mia personale esperienza c’è un particolare odore che mi ricorda mio padre quando rientrava in casa dal lavoro. E’ un misto tra l’odore della carta, quello che si sente entrando in una biblioteca, e quello dell’inchiostro usato per la stampa, nella fattispecie nella tipografia della nostra famiglia, talmente penetrante che impregnava i suoi abiti. Quell’odore, subito dopo la perdita di mio padre, è lo stesso che sentivo quando scendevo nella sala macchine e mi dava un senso di sicurezza come se lui fosse ancora accanto a me. Ancora oggi quando mi capita di entrare in una stamperia vivo con grande tenerezza e rispetto questo contatto.

Come conosco persone che anche dopo anni dal distacco dalla loro moglie o dalla loro mamma conservano negli armadi delle abitazioni interi guardaroba appartenuti a colei o colui che ha lasciato.

Sono tutti segnali che il Cuore ha bisogno di esprimere e non possiamo reprimere.

La strada di Casa passa attraverso un ponte che collega Mente e Cuore.

Cosa sono venuto a fare su questa terra?

Non ci soffermiamo spesso a porci questa domanda. 

Personalmente ho iniziato a chiedermelo solo da qualche anno.

Mi piace molto camminare a lungo e nella natura.

Vedo ora la Vita come un Cammino.

Tutti noi siamo in Cammino e tutti noi, come i camminatori, abbiamo uno zaino sulle nostre spalle. 

All’inizio della mia esistenza terrena questo zaino era vuoto.

Col passare degli anni si è riempito di tante cose piacevoli e meno piacevoli (emozioni, sentimenti, regole, strutture come la famiglia, la scuola, la società, il lavoro, il matrimonio, la casa, i figli, oneri, impegni, relazioni).

Quando trovavo un attimo di tempo provavo a chiedermi: possibile che la vita sia solo questo?

Non trovando la risposta, guardavo intorno per vedere cosa facevano gli altri, dove stavano andando, seguendoli come una pecora in un gregge. 

Seguendo il gregge passavo tutto il mio tempo alla ricerca del miglior filo d’erba da assaporare e, mangiatolo, subito di nuovo alla ricerca di un altro filo d’erba. 

Ma più passava il tempo più il mio zaino si faceva pesante. 

Più andavo avanti e più sprofondavo nella materia, alla ricerca di cose sempre più pesanti che mi dessero un momentaneo senso di sazietà.

Anche quello dei miei vicini lo era diventato e potevo vedere chiaramente di cosa era riempito, tanto che potevo avvertirli e consigliarli. 

Vedevo e vedo ancora vite vissute nella ricchezza materiale, nella fama, nella notorietà, nel potere incapaci di dare soddisfazione a chi le sta vivendo. 

Più di una volta mi sono sorpreso a pensare: come fate ad essere infelici pur avendo così tanto?

Se potessi avere quello che avete voi, allora sì che sarei felice!!!

Che cosa è che state cercando? 

Che cosa sto cercando anche io?

La mia era ricerca della felicità, il senso di stare bene e di essere soddisfatto di come sono, di dove sono e con chi sono senza sentire sempre quella voce che mi dice: sì ma se avessi quello, sì ma se stessi in quel posto, sì ma se fossi con quella persona, sì ma se il mio fisico fosse così.

E credo che la ricerca di essere felici sia quello che cerchiamo un po’ noi tutti.

Cerchiamo qualcosa che possa alleggerire il nostro zaino.

Ma ci illudiamo di trovare sollievo percorrendo la strada sbagliata.

Non è andando a trovare un altro filo d’erba che ci sentiremo appagati.

Ora comprendo le parole del Maestro Gesù: la Verità vi renderà liberi. 

Se voglio la liberazione da questa sofferenza devo trovare il coraggio di prendere il mio zaino, aprirlo e andare a vedere cosa c’è dentro. Scendervi per stare insieme a quello che c’è e portare in superficie. Devo liberare lo spazio da tutte le emozioni rinchiuse lì dentro perché so che quando lascerò il mio corpo fisico lo zaino rimarrà qui, ma tutto quello che è contenuto, privato dell’àncora della materia, viaggerà con impeto nella dimensione immediatamente superiore e lo vivrò con intensità decuplicata.

Devo liberare lo spazio perché lì in fondo c’è la Verità di me stesso, la Verità che c’era fin dall’inizio di questo Cammino, c’è lo scopo ed il senso di quello che sono venuto a sperimentare in questa esistenza, la mia Missione. 

Questo ci rende liberi e leggeri. Leggeri e sensibili a percepire altre emozioni superiori, prima sovrastate dalle emozioni più pesanti. Amore Superiore, gratitudine, fede, compassione.

Lì si comincia a percepire il profumo della felicità. 

La felicità è come il profumo di una peonia. 

Sottile, tenue, quasi impercettibile ma persistente. 

Entra nelle narici e quasi non te ne accorgi, ma sale, sale lungo il naso e all’improvviso percepisci qualcosa di sottile e delicato alla radice, nella nostra parte più profonda inaccessibile ad altri odori, e lì rimane a lungo. Non è un profumo intenso che irrompe veemente ad avvolgere tutto. 

Per percepire il profumo di una peonia bisogna acquietare i sensi per farli diventare acuti, come dopo un periodo di digiuno per percepire ogni sfumatura, ogni piega, ogni dettaglio di quello che si sta assaporando. 

Essere pienamente nel presente. 

Bisogna togliere non aggiungere. 

Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno.

La vita non è sopravvivere nella tempesta, ma danzare nella pioggia.

Kahlil Gibran