Il Supremo foggiò l’uomo con l’argilla e lo mise in piedi, ma cadeva.
Ritentò di nuovo, ma cadeva.
Per sostenerlo gli andò dentro.
Sta sempre dentro di noi.
E’ il Testimone, l’Osservatore.
Per raggiungerlo dobbiamo indietreggiare.
Il Supremo foggiò l’uomo con l’argilla e lo mise in piedi, ma cadeva.
Ritentò di nuovo, ma cadeva.
Per sostenerlo gli andò dentro.
Sta sempre dentro di noi.
E’ il Testimone, l’Osservatore.
Per raggiungerlo dobbiamo indietreggiare.
E’ un invito rivolto a tutti noi a portare in ogni esperienza la totalità del nostro Essere.
E’ un passo fondamentale nello sviluppo dell’attitudine all’accompagnamento.
Pochi giorni orsono ho avuto modo di vedere alcune riprese televisive effettuate da una telecamera montata sul casco di coloro che praticano il terrain flight, ossia volare sfiorando il terreno.
In poche parole esseri umani si gettano nel vuoto con una tuta alare o con un parapendio acrobatico e, durante la loro discesa, entrano in spaccature profonde nella montagna, dentro archi naturali, sfiorando rocce, alberi e distese d’acqua a velocità impressionanti.
Anche queste sono esperienze, credo, totalizzanti ma che, dal mio punto di vista, possono andare a nutrire un’irrefrenabile paura e desiderio di vincere la morte e un successivo e gratificante senso di onnipotenza.
L’invito che invece viene rivolto qui è quello di portare tutto di noi nelle semplici esperienze quotidiane di vita e soprattutto in quelle di servizio per gli altri.
Solo quando riesco a portare tutto di me dentro un’esperienza di accompagnamento sono certo di aver servito e di non aver semplicemente aiutato o curato.
Quando riesco ad essere completamente immerso in ogni aspetto del mio vivere, qualsiasi cosa faccio diventa sacrificio, inteso nel senso di Sacro Ufficio.
Partendo da lì il camminare nella natura osservandone lo spettacolo stupefacente degli alberi in fiore, ascoltare il lamento di un malato, accarezzare un volto, fare la spesa portano un senso di leggerezza, di calore, di fasatura ed un sapore di sacralità.
Non è sempre così perché, in molte altre occasioni, lo svolgere le stesse attività mi lascia insoddisfatto, impaziente, superficiale, con un senso di mancanza, con la pesantezza del dovere e il desiderio di avere altre cose più importanti e più interessanti da fare.
Quando manca la presenza dell’Osservatore o è offuscata dalla presenza di qualcosa di altro che dentro di me ha preso la scena io sento questo e tanto altro.
Questa dicotomia è evidentissima quando servo gli altri e quando sono chiamato a servire la mia compagna di vita ed è un aspetto sul quale sto portando la mia consapevolezza da anni.
Tra le mura di casa sono stato visitato da rabbia, senso di dover fare cose che non vorrei fare, risentimento anche nello svolgere le mansioni più semplici come pulire la nostra casa, soprattutto se la mia compagna si è trovata costretta a letto a causa di un malanno.
Con il passare degli anni e con gli strumenti che mi sono stati messi a disposizione ho scoperto che la mia essenza ferita non accettava di dover dare attenzione, conforto e servire la persona che, invece, avrebbe dovuto essere lei a dare attenzione, conforto ed amore al “povero essere indifeso”.
Da qui il passo successivo mi ha portato a scoprire che anche il mio “servire” gli altri era sottoposto alla curiosa condizione di dover ricevere lodi, considerazione, attestazioni di stima e quindi, anche qui, ad essere amato.
Tutto questo ha generato una grande quantità di sofferenza a cui mi sono sottoposto e a cui ho costretto a sottoporsi anche chi mi sta vicino con amore.
Questa ferita sento che lentamente si sta rimarginando ma, quando mi ritrovo in compagnia di queste emozioni e del chiacchericcio che generano, mi aiuta pormi questa domanda: sto dando Amore o sto chiedendo Amore? Lo sto facendo per soddisfare un mio interesse personale o a beneficio, utilità e servizio della Vita?
E subito dopo penso alla Passione di Gesù il Cristo Benedetto.
L’atto di Amore più alto verso tutti gli esseri umani.
Un Essere di Luce Benedetta che accetta di vestire questi veicoli terreni per indicare a tutti quale è la strada che porta al cospetto del Padre, sapendo in anticipo di dover andare incontro al tradimento, alla derisione, alle indicibili torture del suo corpo fisico, al dolore e alla sofferenza fisica ed emotiva cui è stato sottoposto.
Cingere una corona di spine conficcata nella testa, portare una pesante croce di legno per un lungo tragitto dopo essere stato frustato a sangue, essere inchiodato per le mani ed i piedi e con essi reggere il corpo che vorrebbe per gravità cadere in terra, sentire le tue braccia staccarsi dal dolore, sentire la punta di una lancia che penetra nelle tue costole….
Nondimeno Egli ha pronunciato le seguenti parole: però non ciò che voglio io ma ciò che vuoi tu, Padre.
Avvicinandomi a sentire la grandezza e la purezza di questo Amore il mio Cuore si riempie e tutto il resto svanisce.
Che sia una Pasqua di Resurrezione per tutti.