Bioluminescenza

È un fenomeno assolutamente naturale ma magico per mezzo del quale alcune specie viventi, denominati fotofori, emettono luce visibile come risultato di naturali reazioni chimiche che avvengono al loro interno, oppure da rapporti di simbiosi con i batteri. 

Basti pensare alle lucciole che punteggiano, ormai sempre più di rado, le calde notti estive nei campi e nei boschi.

Tra gli organismi terrestri sono fotofori alcuni vermi tra cui alcuni millepiedi, alcuni funghi, alcune mosche, una chiocciola luminescente.

Pensavo che questa miracolosa attitudine fosse prerogativa di un ristrettissimo numero di esseri viventi.

Invece ho scoperto che così non è. 

Infatti, fauna e flora luminescenti sono così tanti che si fa prima a nominare quelli che non lo sono (al momento): le angiosperme e i vertebrati terrestri tra cui gli uccelli, i mammiferi e gli anfibi.

Soprattutto nel mare si manifesta la maggiore presenza di organismi che posseggono questo dono: batteri, piccole alghe, krill, meduse, seppie, polpi, un calamaro, alcuni squali, piccoli crostacei, coralli, anemoni, pesci dei piani batiali e abissali, come il pesce lanterna.

Come funziona la bioluminescenza?

La luce visibile emessa dagli organismi viventi, quella che ci fa sognare quando osserviamo le lucciole in estate, è in poche parole uno dei prodotti risultanti dall’azione di due composti chimici, da una parte le luciferine e dall’altra parte un enzima catalizzatore detto luciferasi. Nella maggior parte dei casi il fenomeno è appunto dovuto alla luciferina, che in presenza di ATP (adenosintrifosfato), magnesio e dell’enzima luciferasi, cede elettroni, i quali, passando ad un livello minore di energia, liberano energia sotto forma di luce, le lunghezze d’onda della luce emessa in ambiente marino restituiscono colori per lo più tendenti al blu e al verde.

La bioluminescenza è presente in tantissimi luoghi della terra e del mare: i laghi del parco costiero Gippsland Lakes in Australia, le spiagge di numerose località tra cui Mosquito Bay in California, Ton Sai in Thailandia e perfino Aberavon Beach in Galles. 

Nell’arcipelago delle Maldive troviamo la presenza di molti batteri, la cui particolarità è quella di iniziare a emettere luce solo quando raggiungono elevate concentrazioni in un determinato spazio e, quando lo fanno, emettono una luce continua in grado di dare vita a spettacolari fenomeni marini come i milky seas, i “mari di latte”, con enormi superfici luminose rilevabili addirittura dallo spazio.

Tutto ciò mi affascina e davanti a spettacoli simili non posso non rimanere stupefatto davanti alla straordinarietà e varietà espressiva del creato e a come queste manifestazioni mi conducano a collegarmi alla Fonte Primaria creatrice di tutto questo. 

Per me sono manifestazioni della grandiosità, della inaudita potenza e sacralità dell’Ente Creatore che arriva a manifestarsi su questi regni così materiali con questa sublime perfezione.

Come se la mano di Dio Infinito Benedetto sfiorasse l’acqua del mare e improvvisamente, grazie alla purissima e intensissima energia, tutto il mare risplendesse di una magica luce azzurra, riflesso del Divino, grazie alla purezza degli organismi che si rendono veicolo di questo miracolo. 

Come il risplendere di una stella cometa che infiamma con la sua scia una porzione dell’Universo correndo a velocità stratosferica verso la sua fine.

Allora mi sono chiesto: noi che siamo riflesso di Dio, che portiamo la Sua scintilla divina dentro di noi, siamo in grado di riflettere questa luce all’esterno di noi come Sua manifestazione?

Il ricordo è andato subitaneamente alle immagini sacre in cui i Santi, gli Angeli e i Beati vengono raffigurati con l’aureola che circonda il loro capo o tutto il loro corpo.

La luce radiante che emana da questi personaggi viene intesa come simbolo di Luce e Grazia in virtù della loro vicinanza alla Fonte.

È vero, sono raffigurazioni pittoriche che potrebbero non avere rispondenza nella realtà terrena, ma questo solo perché non siamo in grado di poter percepire quella luce con i nostri sensi terreni.

Ed è anche vero però che noi siamo in grado di poter percepire una energia pulita, brillante, vibrante e magnetica attraverso gli occhi, che non a caso sono lo specchio della nostra anima.

Allora la strada è quella di pulire i nostri Veicoli Inferiori così tanto che inizi a trasparire un barlume di quella luce divina che altri esseri riescono a diffondere. 

Per fare questo è necessario riconnettersi allo Spirito attraverso la pregheria, la meditazione, il lavoro incessante su di sé per diventare trasparenti come specchi.

Allora quando la mano di Dio ci sfiorerà saremo anche noi in grado di risplendere di Dioluminescenza.

Il Centro e la periferia

Alcuni giorni addietro una sorella/compagna viaggiatrice ha ricevuto in regalo un’intuizione proveniente dalle Regioni Superiori.

Le è comparsa l’immagine del Sole dal quale partivano raggi di luce e ha aggiunto che aveva visto ogni essere umano legato a esso da un raggio. La percezione le diceva che Il compito di ciascun essere umano è di ascendere, attraverso questo raggio, al Sole stesso.

Era rimasta colpita della rivelazione, non conoscendo ancora il sapere relativo, e chiedeva alla nostra Guida se quello che aveva immaginato potesse avere un collegamento con una verità spirituale.

Questo mi ha ancora una volta confermato in esperienza come la Conoscenza possa essere accessibile da chiunque sia aperto ed in contatto con le Regioni Superiori.

L’analogia che mi ha raggiunto immediatamente è con il simbolo riprodotto.

Nel macrocosmo al culmine di ognuno di quei raggi c’è un essere umano, nel microcosmo di ogni persona vivente al culmine di ogni raggio c’è una espressione o manifestazione delle personalità che ci abitano. Salendo di prospettiva ogni raggio è un’incarnazione della nostra Anima.

Il simbolo descrive il Viaggio che ognuno di noi incarnato compie per manifestare sé stesso sulla terra, ma nel contempo narra anche del Viaggio che tutti noi dovremmo intraprendere per risalire verso il Centro, verso lo Spirito.

Che cosa vuol dire?

In primo luogo il Viaggio che tutti compiremo quando abbandoneremo i Veicoli Inferiori, ma anche e soprattutto la connessione che ci è richiesto di tenere viva ogni volta che andiamo in periferia.

Il vivere quotidiano è strutturato in modo che ciascuno di noi è continuamente costretto a prendere contatto con la periferia. 

Le attività che ci attirano nella periferia sono innumerevoli: dalla mia casa esco per andare al lavoro, per uscire con gli amici, per passeggiare, per andare in vacanza, per studiare, per procurarmi cibo, per seguire i miei figli. 

Tenere dietro a tutte le attività create dalla nostra natura terrestre e/o dalla nostra società, dalle responsabilità/doveri creati per gestire i rapporti tra le persone in una stessa egregora (famiglia, società, nazione, gruppi di appartenenza), ci costringono a rimanere sempre di più tempo in periferia.

Così tanto che perdiamo il contatto con il nostro Centro che è il Sé profondo. 

Alcuni di noi credono addirittura che esso non esista e rimangono nella periferia per tutta la vita.

Non capiscono, come non avevo capito io, che rimanere lì ci condanna ad essere tutti separati, espressioni dei nostri Io centrici, attraversati solo da rabbia, paura, tristezza, apatia, invidia, vergogna, senso di colpa, superbia, lussuria, avidità. 

Intossicati da queste emanazioni, confusi e deboli, sempre più deboli e pronti ad eseguire ordini che ci rendono schiavi.

Quando invece tutto ciò che Dio Infinito Benedetto ha creato può essere rappresentato da un cerchio, un centro e una periferia.

Il nostro sistema solare con il Sole al centro; la cellula che ha un nucleo centrale, una periferia chiamata citoplasma e una membrana protettiva e contenitiva; l’uovo con il rosso centrale, il bianco periferico ed il guscio; la maggior parte dei frutti che hanno il nocciolo o i semi, la polpa e la buccia.

Sul piano spirituale il centro rappresenta lo Spirito, lo spazio tra il centro e la periferia l’Anima.

Lo Spirito è raffigurato con un puntino in realtà è immateriale e non ha dimensioni, ma vibra così intensamente che è onnipresente e distribuisce la sua energia in ogni luogo. L’Anima è materiale ma di una materia così rarefatta che la sua espressione è pura luce. 

Collegarsi all’Anima e allo Spirito ci costringe a spogliare i panni delle nostre personalità, andare oltre le chiacchere della mente di superficie per abitare i territori dove IO non esiste più e dove esiste UNO.

Ma sempre più spesso ho la sensazione di essere legato ad un elastico e, quando inizio a salire verso le altitudini celesti, vengo riportato a terra.

Più salgo e più potentemente vengo tirato giù.

Ogni volta che salgo l’elastico lentamente perde la sua caratteristica e quando riparto di nuovo non lo faccio dallo stesso punto di partenza. Quando un giorno l’elastico non sarà più elastico sarò allora libero di andare e tornare consapevolmente.

Se dimentichiamo di tornare al Centro per ricevere le potenti e luminose energie dallo Spirito, andiamo alla deriva completamente persi nella periferia e ci lasciamo indebolire dalle esalazioni venefiche delle nostre emozioni disfunzionali, fatte per nutrire solo entità affamate.

Tutto ciò che esiste è legato al centro e può sopravvivere solo se questo legame viene alimentato, ogni giorno che Dio ha fatto e ad ogni suo inizio.

Come?

Meditando, pregando, cantando ogni giorno e ad ogni suo inizio, come fanno i religiosi che iniziano la loro giornata cantando le Lodi e pregando.

Il primo pensiero, una volta aperti gli occhi al risveglio, dovrebbe essere per lo Spirito a nutrire la nostra Anima per essere guidati in periferia.

Il silenzio

Molti di noi, pensando al silenzio, fuggono a gambe levate, altri di noi lo cercano.

Questa dicotomia si ritrova anche nella relazione che un individuo ha con una massa di persone nello stesso momento, come può essere un viaggio stradale in periodi di esodo oppure un posto al sole in riva al mare.

Molto tempo fa, in estate, la mia compagna, io ed il nostro cane decidemmo di andare a passare una giornata di festa in riva ad un lago nei pressi di Roma.

Partimmo molto presto di mattina e arrivammo nel luogo prescelto che non c’era ancora nessuno sulla spiaggia. 

Scegliemmo accuratamente sotto l’ombra di quale albero avremmo potuto metterci.

Più tardi, mentre la spiaggia era ancora deserta, arrivò una coppia di persone che si posizionarono, vicino a noi, sotto l’ombra dello stesso albero nonostante avessero tutti gli altri alberi della spiaggia liberi. 

Rimasi colpito da questo comportamento che, molto tempo dopo, mi fu spiegato rientrare tra quelli che vivono il rapporto delle masse con l’atteggiamento del gregge, sicuri e protetti quando si trovano vicino a tutti gli altri che seguono se essi si spostano, al contrario del comportamento da leone che preferisce essere solitario, libero di muoversi e controllare il luogo.

Ho sempre sofferto i luoghi molto affollati come, per rimanere in tema, una spiaggia della riviera adriatica con una distesa di ombrelloni a perdita d’occhio e la stretta vicinanza di una moltitudine umana vociante, cantante e chiassosa.

Molte volte mi sono chiesto, in presenza di persone che monopolizzano l’attenzione con una valanga di parole: cosa vuol coprire il continuo parlare?

C’è un detto che, trovo, calza a pennello: i barili vuoti sono quelli che fanno più rumore!

La parola è l’inizio di un malinteso perché spesso sotto il controllo del pensiero generato dalla Personalità automatica e viene usata per risvegliare certe reazioni o certi sentimenti negli altri solo per proprio tornaconto.

Nella maggior parte degli esseri umani naturali chi prende la parola vuole dirigere, dominare, sopraffare, affermare (principio Yang), mentre invece il silenzio è la qualità della ricettività, del principio Yin.

Ho sempre prediletto il silenzio, ma ora è diventata per me una necessità.

Perché?

Perché il silenzio ispira, mette in contatto con altre sfere psichiche della mente. 

Il rumore trattiene l’uomo nelle regioni psichiche inferiori espressione di vita materiale.

Il silenzio ci conduce al collegamento col centro di noi stessi.

Il rumore ci risucchia alla nostra periferia dove si vive il contatto con la moltitudine di esseri umani che corrono senza tregua in preda alla paura e alla rabbia, scappando come animali in fuga, per poi fermarsi annegati in un sonno ipnotico, completamente incuranti di quello che li circonda, con la mente e gli occhi incollati su uno schermo. 

Il silenzio ci ricarica di energia che proviene direttamente dalla Sorgente, ma presuppone l’immobilità e la rilassatezza del corpo fisico, come quella a cui esso è costretto in postura di meditazione.

Il silenzio nei suoi aspetti più materiali è relativamente facile da ottenere, molto più difficile il silenzio della mente. 

La parola è la canna del fucile mentre il pensiero è la polvere da sparo. La canna dà la direzione, la polvere la potenza. 

Ma chi è che prende la mira?

Nella maggioranza degli esseri umani è la Personalità che agisce automaticamente con gli esiti che tutti noi abbiamo avuto modo di sperimentare.

Il silenzio ci permette di scoprire il nostro terzo orecchio che si trova nella gola a livello della ghiandola tiroidea che, parimenti al terzo occhio, ci permette di entrare in comunicazione con i Mondi Superiori.

Ci consente di udire la voce del silenzio con la quale Dio ed i suoi Ministri ci parlano delicatamente, ma senza sosta.

La voce di Dio non fa rumore, è dolce, tenera; bisbiglia.

Per udirla dobbiamo far cessare tutte le altre che dentro di noi urlano, strillano, reclamano attenzione, litigano tra di loro, ci spingono e ci trattengono.

Ma come distinguere questa voce tra le tante altre?

Dal sentimento che produce dentro di noi ascoltandola.

Quando vedo chiaro dentro di me come se si fosse accesa una luce, quando il mio respiro si fa ampio e profondo, quando provo un calore, un amore che fa nascere nel mio cuore un sentimento di libertà interiore e di giustezza, questi sono i segni che la voce di Dio mi ha raggiunto.

Per questo bisogna costruire dentro di noi una Entità Interiore Superiore che agisca da Signore del nostro Essere, un’entità che deliberatamente noi creiamo e contrapponiamo alla nostra Personalità alla quale essa, prima o poi, dovrà sottomettersi.

I mezzi che io conosco attraverso cui costruire il Re Interiore sono la meditazione, la preghiera, la contemplazione, il canto.

Così in Cielo come in Terra

Questa affermazione di Verità è contenuta nella preghiera più famosa e “sconosciuta” del Cristianesimo: il Padre Nostro.

Ho trascorso gran parte della mia vita recitando queste parole sacre non avendone compreso minimamente il potentissimo messaggio contenuto che ho iniziato a scoprire grazie al Maestro Aivanhov.

Con queste poche parole siamo invitati a costruire in terra il Regno di Dio con la sua organizzazione e Gerarchia Celeste.

Perché anche nel Mondo Celeste esiste una struttura, che comprende i Serafini, i Cherubini, i Troni fino agli Angeli, gli Arcangeli, i Principati, così come sulla terra esistono gli stati, le regioni, le province, la famiglia, la chiesa, la scuola… 

Ci viene chiesto di far la Terra riflesso del Cielo.

Ma osservando quello che oggi avviene sul nostro pianeta (guerre, violenza fisica e mentale, fame per una moltitudine di esseri umani, opulenza per una minima parte di essi, sfruttamento incontrollato di risorse della terra) sembra un’impresa impossibile.  

La direzione non è certo quella in cui stiamo andando!!! 

Dentro di me e dentro una buona parte di esseri umani c’è un desiderio impellente di un cambiamento, una rabbia crescente in coloro che si sentono vessati, sfruttati, calpestati e, d’altra parte, una serpeggiante insoddisfazione, in coloro che hanno a disposizione tutto il desiderabile, che lascia una sensazione di vuoto anche nella più sfavillante ricchezza.

Questo cambiamento dovrà essere radicale e dovrà coinvolgere tutto: le nostre società, la conduzione degli stati, la famiglia, la scuola, la chiesa.

Osservando l’evoluzione della religione che ci riguarda, da cui discende il Cristianesimo, siamo passati da un Dio terribile e temibile, di cui avere paura, che doveva essere celebrato con dei sacrifici animali, quale era quello dell’Antico Testamento, alla venuta del Cristo che ha introdotto l’Amore.

L’uomo può amare Dio che è nostro Padre e anche Dio ama noi come suoi figli. 

Ma in questo rapporto tra Padre e figli si è materializzata una terza entità, la Chiesa, che si è imposta come interlocutore tra il Padre ed i suoi figli. 

Per parlare con Dio si deve passare attraverso un ministro della Chiesa che ha il potere di tradurre le conversazioni tra le due parti. A lui devi confessare tutti i tuoi peccati ed è lui che ti dice cosa devi fare per avere l’indulgenza. 

Quindi in realtà molti di noi, tra cui anche io, avevano scelto di non preoccuparsi troppo di seguire le parole del Cristo nella vita quotidiana, perché troppo complicato e faticoso, bastava andare a Messa, confessarsi e fare un atto di pentimento per avere lavati tutti i peccati. 

Chi, come me, ha frequentato gli istituti scolastici religiosi ha avuto modo di poter percepire spesso lo stridore, l’attrito e la confusione generata tra le parole del Cristo e il comportamento di alcuni suoi ministri.

Ora è arrivato il tempo di un cambiamento profondo. 

Questo sistema di comunicazione a tre non funziona più. 

Ora siamo chiamati personalmente ad avere una comunicazione diretta con Dio. 

Ma come?

Se Dio è un’entità diversa da me e si trova nelle Altitudini Celesti come posso comunicare con Lui?

Dobbiamo ricordare che Dio non è esterno a noi tenendo nella mente le parole sacre: “Mio Padre ed io siamo una cosa sola”. Avendoci creato a Sua immagine e somiglianza, dentro ognuno di noi c’è una parte infinitesimale di Lui della quale pochi di noi si ricordano. 

Questa parte si chiama Anima. 

Noi siamo Esseri Spirituali che stanno facendo una esperienza umana e non Esseri Umani che possono fare una esperienza spirituale. 

Noi non siamo “terra e alla terra ritorneremo” noi siamo Fuoco, Fuoco come lo Spirito Santo, Fuoco come il Sole.

Ma la comunicazione diretta con Dio richiede impegno, dedizione, disciplina: richiede uno sforzo. 

Lo sforzo di cambiare prospettiva. Lo sforzo di anteporre, a tutta la moltitudine di impegni della nostra vita terrena (la famiglia, il lavoro, la casa, il denaro…), la comunicazione con le Gerarchie Celesti.  

Come possiamo comunicare con Esse?

Attraverso la preghiera, il ringraziamento, la meditazione, la contemplazione, il silenzio interiore.

Percorrendo quotidianamente questo sentiero esso lentamente diventerà una strada di grande scorrimento e parlare con Dio sarà come parlare con un Amico Presente.

Con il nostro cambiamento interiore, per legge di risonanza, anche l’esterno a noi vibrerà della nostra stessa frequenza e allora potremo riflettere il Regno di Dio su questa terra. 

Comunicare con la realtà che ci circonda

La comunicazione tra l’esterno a noi ed il nostro interno avviene tramite l’utilizzo dei 5 sensi: la vista, l’udito, il gusto, l’olfatto, il tatto.

Essi percepiscono e contribuiscono a creare un’interpretazione della percezione che diviene la nostra realtà.

Quindi non esiste una realtà esterna e oggettiva, ma tante realtà create a partire dalle percezioni quanti sono gli individui che percepiscono.  

Naturalmente non mi sto riferendo ai termini convenzionali con cui nel nostro mondo ci si riferisce a una casa, un albero, il colore giallo….. 

Il Viaggiatore Spirituale, con il suo costante progredire e raffinare la sua natura, riesce a ricevere altre comunicazioni attraverso intuizioni, rivelazioni, illuminazioni che non arrivano dai 5 sensi, ma arrivano da Piani Superiori, dalla nostra Natura Superiore.

In effetti anche tra i 5 sensi, che tutti conosciamo, ce ne sono alcuni che nutrono la nostra Natura Superiore e altri che nutrono la nostra Natura Inferiore.

Per comprendere quali essi siano è sufficiente riandare con la memoria a quello che succede dopo l’abbandono del corpo fisico e l’inizio del viaggio nell’aldilà.

C’è un particolare momento in cui colui che ha appena lasciato i propri veicoli terreni tenta di comunicare con i propri cari rimasti sulla terra, sperimentando, per esempio, l’incapacità di poter toccare un proprio caro, di potergli parlare e al contrario una più sviluppata capacità di “ascoltare”, non solo ciò che viene detto, ma anche ciò che viene pensato insieme ad una capacità visiva aumentata in nitidezza e vividezza di colori.

Ecco quindi che sarebbe utile, per raffinare le percezioni, cercare di nutrire i sensi a partire dalla nostra Natura Superiore per poi passare a quelli che ineriscono più direttamente la materialità.

Questi ultimi ci mettono in contatto diretto e non mediato con i nostri desideri e avversioni rendendo molto più difficile la capacità di discernimento e conducendoci direttamente dentro le passioni. 

Intendiamoci tutti i nostri sensi possono servire la parte inferiore o la parte superiore: se sto guardando delle scene di sesso esplicito tra più persone anche la mia vista sta nutrendo la mia Natura Inferiore.

Vorrei osservare tutto questo dalla prospettiva di una mia passata grande dipendenza: il cibo.

Una parte delle mie origini sono popolari e nella famiglia di mio padre c’è sempre stato il gusto per la tradizione culinaria romanesca. 

Sono cresciuto con grandi abbuffate di bucatini all’amatriciana, abbacchio a scottadito, trippa, carciofi fritti e vino a volontà. 

Le tavolate a casa dei miei nonni erano sempre imbandite con questo che era ritenuto espressione di benessere. 

Colmavo il vuoto emozionale dentro di me con un desiderio spasmodico di cibo così pesante che mi dava una sazietà che non però durava mai molto a lungo. 

Trangugiavo cibo quasi senza masticare e, avendo la tendenza ad ingrassare come tutto questo ramo della mia famiglia, ero poi costretto a sottopormi a delle stressanti ore di attività fisica per cercare di non farlo troppo. 

Per anni ho nutrito solo la mia Natura Inferiore mangiando tutta la settimana come se fosse un giorno di festa per soddisfare un desiderio che muoveva da una ferita emozionale.

Ho iniziato ad avere un’idea sul perché ci nutriamo e a che cosa veramente serva il cibo grazie ad un esercizio che la mia Guida mi fece fare durante un ritiro. 

Ad occhi chiusi, seduto a tavola, mangiai senza aver potuto utilizzare prima la vista per etichettare quello che stavo introducendo in bocca. 

Dovendo capire cosa stavo mangiando ho dovuto necessariamente concentrare la mia attenzione sulla sapidità, la consistenza, il sapore, il calore, il profumo, l’amaro, il dolce, il piccante. 

Il cibo, rimasto a lungo nella bocca, si è rivelato in maniera così potente, così intensa e così prolungata che ha avuto la possibilità di sprigionare tutta la sua energia, grossolana e sottile, che è andata a nutrire tutte le parti del mio Essere. 

Ed è questa la maniera in cui dobbiamo tornare a nutrirci, come si nutrivano i nostri avi. 

In tempi in cui il cibo non aveva la varietà e numerosità di oggi essi erano costretti, dalla scarsità e dalla povertà, a dover rinunciare ai cibi migliori che venivano lasciati per il giorno della festa e del ringraziamento. 

Questa mancanza acuisce i sensi e la preghiera prima del pasto permette di salire di vibrazione per ringraziare e invitare Chi abita quelle regioni a stare in nostra compagnia, rendendo intimo e sacro quel momento. 

Non si possono nutrire i nostri sensi come se ogni giorno si fosse ad un banchetto di nozze!!

Tutti i contenuti che passano freneticamente sui nostri telefonini, tutta la musica che incessantemente ascoltiamo, tutta la logorrea di parole che vomitiamo sugli altri, molto spesso contemporaneamente alla guida della nostra auto, mentre mangiamo, mentre siamo in “compagnia” di qualcuno, crea un frastuono dentro di noi che ci impedisce di percepire e di percepirci. 

Dobbiamo rinunciare a tutto questo “rumore”. 

La rinuncia crea il vuoto e lascia lo spazio a che qualcos’altro arrivi. 

Ma il non sapere quello che arriverà atterrisce e quindi è meglio fuggire nel “rumore”.

Afterlife 3

Quali sono gli stati d’animo che si manifestano dopo l’abbandono del corpo fisico?

La maggior parte di noi esseri umani ha un’identificazione col proprio corpo fisico quasi totale e per molti pensare che ci possa essere un’esistenza senza di esso è inconcepibile.

Quindi trovarsi ad osservare il proprio corpo fisico senza più vita genera una notevole quantità di confusione con una domanda che si affaccia: che cosa mi sta accadendo?

A seguire alcuni sperimentano una profonda paura, il panico seguito da un disperato tentativo di rientrare nel corpo fisico senza peraltro riuscirvi.

Alcuni ascoltano la notizia della propria morte da coloro che sono vicino al loro corpo e c’è il tentativo di rassicurarli che non si è morti e che ci si trova proprio lì vicino, un tentativo vano vista l’impossibilità di parlare o toccare o abbracciare.

Alcuni altri sperimentano una profonda sofferenza nel vedere lo stato in cui è ridotto il corpo fisico, appena abbandonato, soprattutto coloro che hanno subito incidenti mortali a causa di cadute o incidenti stradali.

Altri non riconoscono il corpo che hanno appena abbandonato come se credessero che avesse un aspetto diverso.

Altri ancora provano emozioni positive come un senso di pace e di quiete nell’averlo abbandonato.

Ma molto spesso si affaccia la preoccupazione del non sapere dove andare e cosa fare!!!

Si realizza che si è morti e molti aspettano.

L’intento motore che mi spinge a scrivere queste pagine è proprio quello di fornire, a coloro che vorranno leggere, una mappa di quello che avverrà dopo la propria morte fisica per evitare di vagare inconsapevoli per chissà quanto tempo.

Pensate infatti a coloro che credono che la cessazione delle proprie funzioni vitali terrestri sia la fine di tutto e che dopo non ci sia nulla!!!! 

Oppure a coloro che attendono il Giudizio Universale!!!

Quanto tempo dovrà passare prima che si ricredano? 

Quando si presenteranno loro degli esseri, mandati apposta per aiutarli a trovare la strada, potrebbero rifiutare di seguirli, credendo che non esistano e che non esista un posto dove andare!!!

Ci sono poi degli esseri che non vogliono lasciare questa terra per vari motivi.

Vuoi per non abbandonare tutto quello che hanno accumulato nella materia.

Vuoi per non lasciare luoghi ai quali sono particolarmente legati da emozioni positive o negative. 

O vuoi anche perché non vogliono abbandonare qualcuno che è rimasto sulla terra a cui sono legati da forti sentimenti.

Quando questo succede si parla di presenze o fantasmi.

Un uomo anziano, ipovedente a causa di una malattia degenerativa, mi ha riferito di essersi svegliato di notte per andare al bagno e di aver visto delle persone che, attraversando un muro, erano entrate nel salotto di casa sua. Gli ho chiesto se conosceva queste persone e mi ha risposto che non le conosceva. Impaurito ha gridato: andate via da casa mia!!! Esse sono uscite come erano entrate. Infatti l’uomo ha controllato se la porta di casa fosse aperta e ci fossero dei segni di effrazione, ma tutto era in ordine.

Una persona a me molto vicina mi ha riferito che per anni ha visto nel corridoio della sua casa una bambina piccola con i capelli biondi ed un vestitino bianco che correva. La cosa le è stata confermata anche da un sensitivo ospite che, invitato nella sua casa, le ha chiesto chi fosse quella bambina che vedeva correre in casa.

Altre volte sono perfino coloro che rimangono che con le loro preghiere e con i forti sentimenti che provano per quelli che sono andati solo temporaneamente, non li lasciano liberi di andare e li tengono ancorati in prossimità della terra. 

Per questo motivo, anche per chi rimane, sapere cosa succederà ai loro cari e conoscere il luogo dove andranno a stare può far sentire sì la mancanza ma può contribuire a sviluppare un sentimento di sollievo confortante.

Sant’Agostino meglio di chiunque altro riesce ad esprimere questo.

“La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come se fossi nascosto nella stanza accanto.

Io sono sempre io e tu sei sempre tu.

Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.

Chiamami col nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.

Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.

Prega, sorridi, pensami!!

Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia di ombra o tristezza.

La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.

Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente solo perché sono fuori dalla tua vita?

Non sono lontano, sono dall’altra parte proprio dietro l’angolo.

Rassicurati va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.

Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami il tuo sorriso è la mia pace.”