Chi ha mai avuto il coraggio di porsi questa domanda fondamentale?
Nella mia esperienza di vita passata non l’ho mai avuto.
Probabilmente anche la maggior parte degli esseri umani naturali evita di farlo.
E’ più facile, incontrando e conversando con delle persone appena conosciute, che ci possa venir chiesto: Cosa fai per vivere? Quale è il tuo lavoro?
Questo è molto più rassicurante! Perché permette di incasellare e catalogare chi ci sta di fronte in una delle molteplici caselle dello scacchiere sociale.
Gli si può dare un ruolo sul quale la nostra personalità può costruirci attorno un’immagine, un personaggio.
E per molti, se non per tutti, la conversazione può andare avanti e diventare un’intervista, che mira esclusivamente a raffinare e mettere a fuoco meglio il personaggio: in quale quartiere vivi, quali sports pratichi, dove vai in vacanza, quali sono i paesi che hai visitato e così via.
Alcuni non hanno bisogno nemmeno di un’intervista perché iniziano a raccontarti tutto senza necessità che tu chieda loro nulla, sono autoritratti costruiti a partire dal personaggio che è stato creato e che viene continuamente confermato.
Tuti vogliono essere vincenti nella grande scalinata della società e quasi tutti dedicano tutte le loro energie e quasi tutta, se non tutta, la vita, nel salire un gradino alla volta o, se si è molto fortunati o molto spregiudicati, un intero piano, identificandosi sempre nel personaggio costruito.
In alcuni di noi, me compreso, alle volte si affaccia un interrogativo: possibile che la vita sia ridotta solo a questo?
Si sente la mancanza di qualcosa, una sensazione, un sapore.
Nella mia età adulta, non più giovanissimo, sono stato testimone della morte di una donna straniera che era diventata moglie di un mio amico fraterno.
Avevo costruito attorno a questa donna un personaggio: una straniera, con un italiano di accento singolare, molto attiva e allegra, sicura di sé, anche troppo, secondo il giudizio che avevo emesso.
Lasciò il suo corpo fisico in seguito ad un incidente in motorino in una età in cui siamo stati “condizionati” a pensare che non sia giusto.
Durante la funzione religiosa di commiato sentii di voler dare voce al mio dispiacere e dolore per lei e per il mio amico fraterno.
Parlai davanti a tutti, nonostante la mia timidezza, e dissi che provavo un profondo dispiacere e rammarico perché non mi ero mai preso l’impegno di conoscerla veramente, profondamente. Ora lei era andata via da questa terra e avevo perso questa meravigliosa occasione.
Ammiro molto i veri, grandi attori. Coloro che hanno la capacità di interpretare dei personaggi così profondamente che quando li vedi stenti a riconoscerli: si sono trasformati quasi completamente.
Solo i pochissimi che sanno spogliarsi delle strutture costruite dalla loro personalità riescono a farlo e dà loro l’inestimabile opportunità di vedere chi sono.
Ma questa è la strada di tutti noi esseri umani.
Dovremmo togliere i cerotti a tenuta stagna che la nostra personalità ha messo sulle nostre ferite per tentare di non farle vedere.
Essi aderiscono così tanto a noi che staccarsene fa male, molto male.
Ricordo che da piccolino avevo così tanta paura che mi si togliessero, paura del dolore che avrei provato.
Ma anche paura di quello che avrei trovato sotto.
Perché queste ferite, col tempo, sono diventate purulente.
Sono ferite che vanno delicatamente ripulite, anche se fanno male, tanto male.
Il dolore è necessario per togliere tutta la parte malata.
Devono essere portate alla luce e all’aria perché solo la luce e l’aria e l’attenzione amorevole possono farle cicatrizzare.
Rimane il segno, ma se il dito pigia il dolore non c’è più.
Chiedersi: “chi sono io veramente?” senza dare una risposta ci porta in quella direzione.
L’avverbio ci esorta a chiedere verità, la verità di quello che siamo.
In quell’attimo di attesa della mente, intenta a cercare una risposta, possiamo lentamente staccarci da quella ferita.
E più ripetiamo la domanda e più ci stacchiamo finchè ad un certo istante il cerotto viene via.
Allora possiamo guardare da una certa distanza la nostra ferita.
Non sarà piacevole da guardare, potrebbe sembrare spaventosa.
Ma ormai non siamo così vicini e avere il coraggio di rimanere per pulirla delicatamente vuol dire guarigione.
