Storia di un pesce saltafango

C’era una volta un piccolo pesciolino.

La sua famiglia era nata in una pozza d’acqua.

Era un pesciolino saltafango che, come i suoi fratelli, aveva due piccole zampe anteriori con le quali potersi muovere nell’acqua ma soprattutto sulla terra, o meglio dire in mezzo al fango.

Crebbe insieme ai suoi fratelli che, quando diventarono più grandi, tutti insieme seguendo la loro natura di esseri intraprendenti e curiosi, saltarono nel fango fino al fiume che scorreva là accanto.

Ognuno di essi si lasciò trasportare dalla corrente a scoprire nuovi territori e provare nuove avventure, di fatto separandosi gli uni dagli altri.

Ma il piccolo pesciolino aveva una rana sua amica che era prodiga di consigli verso di lui.

Gli diceva: “Attento a non uscire fuori dalla pozzanghera perché potresti trovare qualche predatore in cerca di cibo, rimani qui che sei al sicuro; non ti manca nulla, hai un posto sicuro qui dove nessun pesce può arrivare, ci sono io che ti proteggerò e ti dirò cosa devi fare; ti insegnerò tutto quello che devi sapere e potrai lavorare qui di un lavoro sicuro e di aiuto per tutti gli altri piccoli insetti e animali. Attraverso questo lavoro per la comunità potrai avere cibo a sufficienza e una casa sicura al riparo dagli elementi pericolosi: la corrente del fiume, gli altri pesci che in esso si trovano, non avere più una casa, non avere più nessuna sicurezza”.

Il piccolo pesciolino pauroso si disse che là fuori era troppo pericoloso per lui, sarebbe rimasto al sicuro nella pozzanghera dove era nato e dove sapeva quello che sarebbe successo, quale sarebbe stato il suo futuro. Un futuro tranquillo, una vita calma, un piacevole trantran molto rassicurante.

Così la sua vita prese a scorrere, una giornata uguale all’altra, in perfetta sicurezza. La paura lentamente sparì e una grande tranquillità prese il suo posto.

Col passare degli anni però sentì che qualcosa dentro di lui si affacciava: una sottile insoddisfazione, una mancanza di stimoli, un’infelicità appena sussurrata, una mancanza di sapore nelle cose che faceva.

L’istinto della sua specie tornava sempre più spesso ad affacciarsi alla sua coscienza.

L’intraprendenza e la curiosità, che aveva cancellato per molti anni, ora stavano tornando a galla.

Si sentiva insoddisfatto, inappagato anche se materialmente non gli mancava nulla.

Il tempo passò e né i consigli della rana, né gli agi della sua vita riuscivano più a placare quest’ansia e questo desiderio che provenivano dalla sua Natura più profonda, quella Natura che unisce tutti i pesci saltafango di tutto il mondo: il richiamo del Grande Saltafango.

Ma la paura tornò ad affacciarsi e preferì rincorrere una più grande sicurezza economica e con essa, dietro suggerimento della rana, si dedicò alla scalata politica per diventare sindaco della pozzanghera. Così, pensò, quando avrò raggiunto questi traguardi, potrò finalmente essere felice.

Ma dopo lungo tempo e dopo aver centrato anche questi obiettivi questo sapore ancora non c’era nella sua bocca, la smania cresceva, le sue zampe non riuscivano più a stare ferme.

Spesso di notte si presentava nel sogno il Grande Saltafango che lo chiamava: “È ora che tu cerchi la tua strada, vieni!!!”

Sognava anche qualcuno dei suoi fratelli che, anche essi, lo chiamavano: “Vieni, vieni!!”

Il tempo passava e con esso anche l’età del piccolo pesciolino.

Le malattie si affacciavano adesso, i dolori anche, le forze scemavano e lo facevano sentire stanco, ma le voci lo chiamavano ancora, sempre più spesso.

La rana gli consigliava: “Non andare, ormai sei vecchio, non potrai resistere alla corrente del fiume. Dove andrai senza casa? Chi ti darà da mangiare? Perderai il tuo lavoro, le tue amicizie, tutta la gente che tu aiuti come sindaco, resterai solo e povero”.

Ma la spinta del Grande Saltafango era troppo potente.

Non fece più nessun ragionamento, ignorò la paura, si affidò completamente nelle mani del Grande Saltafango.

Uscì lentamente dalla pozzanghera e si incamminò verso il fiume.

Scoprì che non c’era una grande corrente e che il fiume scorreva placido e tranquillo. Si tuffò e scoprì un mondo nuovo, diverso da come lo aveva sempre immaginato e come la rana glielo aveva dipinto. Il fiume era pieno di vita e l’acqua in prossimità della riva era quasi ferma. Tanto che non trovava nessuna difficoltà a fermarsi e sbarcare sul fango adiacente la riva dove poteva riposarsi e trovare cibo a sufficienza.

Capì tante cose, ma soprattutto che aveva dato ascolto alla rana, alla sua mente, alle sue paure quando avrebbe dovuto da tempo dare più ascolto al suo Cuore.

Accogli tutto

E’ un altro invito con cui lavorare fuori e dentro di noi. 

Il popolo americano usa la locuzione you wellcome in risposta ad un ringraziamento, locuzione che dà perfettamente il senso di questa accoglienza. 

Essere accogliente vuol dire allora dare il benvenuto a qualsiasi cosa entri nella nostra realtà personale.

Accogliere tutto non discrimina tra mi piace e non mi piace, tra lo voglio e non lo voglio e quindi lo fuggo perché è prima di tutto questo processo mentale.

Invita a prendere distanza dal piacere e dall’avversione osservandoli con equanimità, prima che la mente aggiunga delle etichette creando la successiva sofferenza causata dalla frustrazione che le cose non siano andate come esattamente erano state programmate.

Il sommo poeta Rumi descrive tutto questo: ogni mattino un nuovo arrivo: gioia, scoraggiamento, malignità. Un attimo di consapevolezza giunge, ospite inatteso. Dài il benvenuto a tutto e a tutto estendi la tua premura. La condizione umana è una locanda. Tratta ogni ospite con il dovuto rispetto. 

C’è un elemento naturale primordiale che esprime in maniera sublime questo senso di imparzialità nell’accogliere: l’Acqua. 

Essa si apre ad accogliere e sostenere fluidamente qualsiasi cosa entri in contatto con lei e si ferma in qualsiasi cosa la trattenga. 

Può essere agitata da venti di superficie e correnti ma nel suo profondo c’è calma, tranquillità, serenità. 

L’invito è a scendere al di sotto dei moti ondosi, a volte impetuosi, e dalle correnti create dalla mente per ritrovare la tranquillità, là dove cessa anche il bisogno di respirare.

Una delle prime volte in Hospice passai di fronte ad una stanza dove, nel suo letto, c’era una persona agonizzante. 

Rimasi meravigliato del perché non ci fosse nessuno lì con lui. Nessun medico, nessuna infermiera, credo abbastanza comprensibilmente vista ormai l’inutilità di una terapia farmacologica, ma inaspettatamente anche nessuno di noi volontari. 

Il primo moto che sorse dentro di me fu di passare oltre per andare ad assistere qualcuno con cui parlare, scambiare emozioni. Mi sorpresi a pensare: tanto cosa posso fare qui? E questo credo che avessero pensato anche tutti gli altri. 

Ma rimasi fermo ad ascoltarlo ansimare faticosamente ma fiocamente, ad osservare la sua pelle color giallo/grigio aderente ormai disperatamente alle ossa, simile a quella di una mummia egizia. Avevo paura ad avvicinarlo ma è come se stesse chiedendo il mio aiuto. Entrai e bisbigliò qualcosa in una lingua sconosciuta e allora lo accarezzai sulla quella fronte dicendogli all’orecchio: non avere paura, lasciati andare e andrà tutto bene. 

Rimasi con lui a dispetto della mia paura e della repulsione iniziale. Rimasi perché, dopo la paura e la repulsione, il mio cuore si aprì per accoglierlo e sostenerlo così come era e così come ero, anche se per un tempo limitato.   

Agli inizi del secolo scorso gli operai addetti alla costruzione della linea telefonica dovevano infiggere dei pesanti pali di legno, alti circa 12 metri, nel terreno. C’è un momento particolare in cui il palo appena infisso nel terreno può oscillare e cadere rovinosamente. Un operaio di lungo corso chiese ad uno appena assunto cosa avrebbe fatto in quel caso e questo rispose che sarebbe fuggito a gambe levate. L’altro rispose: avvicinati e metti le mani sul palo, quello è l’unico posto sicuro.

Rimanere ad accogliere il disagio e la sofferenza è qualcosa che va addestrato, ma ho scoperto che andare lì, nei miei posti bui solo con la luce di una piccola lanterna mi aiuta a trovare ciò che mi guarisce. 

Durante una recente seduta di meditazione sull’osservazione di un nostro disagio/dolore fisico ho potuto sperimentare ancora una volta la magia dell’accoglienza.

Dovete sapere che ormai da bambino soffro di una rinite vasomotoria allergica che, durante la stagione primaverile, produce, insieme ad altri sintomi, anche un fastidiosissimo prurito alle narici che non riesco a sopportare e mi costringe a grattarmi molto spesso.

Come se lo avessi invitato, appena sedutomi in postura, ho iniziato a percepire un solletico all’interno della narice sinistra che, successivamente, si è trasformato in un prurito sempre più acuto e migrante, come se qualcuno con un filo d’erba stesse solleticandomi la parete nasale. 

L’immobilità assoluta e il focus meditativo mi impedivano di muovermi. 

Il prurito ben presto si è trasformato in un dolore pungente e sottile in un punto preciso della narice, acre, così acre che ha portato con sé delle lacrime che hanno iniziato a rigare il mio volto. Ma ho pianto solo dall’occhio sinistro, mentre un formicolio e un calore si diffondevano solo nella parte sinistra della mia testa. Poi ho percepito distintamente queste parole: lasciami esprimere, lascia esprimere quello che sono così come sono, senza costrizioni. 

Ho realizzato subito quale parte di me stava parlandomi!!!!

You wellcome è un atto di Amore.