Amore e Verità

Due parole di grande e profondo significato: Amore e Verità.

Riguardando la mia vita fin qui trascorsa, con la consapevolezza che ora ho sviluppato, posso dire che non sapevo cosa fosse l’amore, tantomeno cosa fosse la verità.

Non ero assolutamente preparato.

Nessuno mi hai mai spiegato cosa fosse il primo, in quanti modi esso potesse essere declinato, come si muovesse all’interno di noi tutti.

Della seconda, inconsapevolmente, ne sono stato alla larga fin da bambino quando ho barattato l’espressione della verità di quello che sono e dei miei sogni in cambio dell’attenzione e dell’amore dei miei genitori. 

Da lì sono andato avanti a costruire tutta la mia vita, menzogna su menzogna, creando una quantità inimmaginabile di sofferenza per me e per chi mi era accanto. 

Dire la verità non mi era permesso, dire quello che volevo essere tantomeno ed era proprio qualcuno dentro di me che lo aveva stabilito.

Osservavo le persone che avevo intorno, leggevo libri, guardavo film, ma la mia attenzione era catturata da altri argomenti più risuonanti con le emozioni che mi abitavano, paura e rabbia. 

La paura di non essere amato sovrastava ogni mio sentire e la verità di me stesso sprofondava nei sotterranei del mio inconscio giacendo lì, segregata in un antro buio, umido e freddo, raggomitolata su sé stessa, piangendo lacrime di solitudine e di abbandono, aspettando che qualcuno venisse a salvarla. 

Qualcos’altro cresceva e si esprimeva dentro e fuori di me. 

Dentro di me un giudice spietato esaminava ogni mia azione ed emozione emettendo assoluzioni o condanne. 

Fuori di me qualcuno si lasciava trasportare dalla corrente, alla deriva su un tronco d’albero, perdendo via via il desiderio, la forza di agire qualcosa che dentro non produceva eco. 

Ero come un sonnambulo che cammina e agisce ma in sostanza è incosciente, oppure immobile in un lago nero e profondo di apatia e di insensibilità. 

Più scorreva la mia vita più la deriva mi portava lontano. 

Le menzogne si accatastavano una sopra l’altra in un castello dalle mura impenetrabili. 

Pensare di cambiare rotta voleva dire buttare a mare parti di me costruite in anni/decenni. 

Il sonnambulo continuava a camminare, nella sua più totale incoscienza, ignaro di tutto quello che accadeva dentro e fuori di lui.

Ma un giorno la sofferenza dentro di me è arrivata ad un punto tale che io, sonnambulo, mi sono svegliato e ho realizzato che non potevo più andare avanti così, non volevo più vivere la vita che fin ad allora avevo vissuto, volevo cambiare ad ogni costo.

In quel momento la verità ferita di me stesso ha smesso di piangere e ha smesso di aspettare che arrivasse qualcuno nella caverna buia.

Si è alzata e, con le poche forze a disposizione, si è pian pianino messa alla guida del tronco d’albero per ritornare a terra.

Nel momento cruciale della virata ecco che il castello si è rivelato un castello di carte che non avrebbe, prima o dopo, potuto resistere alla nuova direzione che il vento stava prendendo.

Il ritorno non è stato facile, ma sono stato guidato dalla luce di un faro per mantenere la rotta e da uno specchio per guardare dentro di me un poco alla volta. 

Dapprima un piccolo specchietto da borsa, quello che le donne usano per rifarsi il trucco. 

Meglio uno specchio piccolo perché quello che riflette non è piacevole e vederlo è doloroso.

Man mano che mi avvicinavo alla terra la luce del faro diventava più forte e più ampia e lo specchio anche si ingrandiva e lasciava vedere sempre più parti di me, coperte da armature e sotto ciascuna armatura una ferita ancora viva e bruciante.

Quando sarò arrivato a terra e il faro mi illuminerà totalmente so che mi troverò davanti ad uno specchio per vedere la mia intera figura. 

Quello che vedrò non mi piacerà, vedrò le mie ferite nascoste, vedrò le mie cicatrici. 

Quella sarà la mia Verità e, dopo averla vista, tornerò bambino capace di esprimere Amore. Quell’amore che non va insegnato, che non va pensato, che sgorga puro e semplice, pronto per essere donato.

Questo è il Viaggio che sono venuto a fare sulla Terra, l’unico che conta, l’unico che è utile per progredire in Anima. 

Questo è il senso della Vita per me.

Tutto il resto è andare alla deriva.

Amore Sacro e amore profano

La declinazione di Amore nella relazione tra due persone, che si sentono attratte sia fisicamente che sentimentalmente, ha risvegliato la mia curiosità in un dato momento della mia vita.

D’altro canto ha creato dentro di me una grande confusione ed incertezza.

Ho scoperto, molto in là nella mia età biologica, che anche questa è una manifestazione della dualità del mondo terrestre in cui siamo immersi. 

Sono le due facce di una stessa medaglia.

Come il Sole e Luna, il Bene ed il Male, il maschile ed il femminile, il giorno e la notte, l’attrazione e la repulsione, il desiderio e la rinuncia, il freddo ed il caldo e via discorrendo.

Cosa vuol dire profano? 

Profano nella sua etimologia è composto da latino pro ossia davanti e fanum tempio, luogo sacro e quindi propriamente che sta fuori dal sacro recinto, che non ha carattere sacro o ne è estraneo.

Allora quale è la strada da prendere?

Spesso, soprattutto nei primi innamoramenti di ragazzo, la bellezza e la delicatezza dei lineamenti di una ragazza come in Silvia di Leopardi, mi hanno rapito e trasportato in alto a dissetarmi con l’acqua vaporosa delle nuvole e altrettanto spesso, nello stesso lasso di tempo biologico, un impulso beluino irrefrenabile mi ha trascinato giù a bere acqua fangosa intrisa di terra e a rotolarmi nella soddisfazione dei piaceri della carne. 

In questo mondo terreno anche l’elemento primordiale dell’acqua può salire verso il sole o scendere a mischiarsi con la Terra.

Il desiderio mi ha portato spesso ad abbeverarmi nel fango cercando di soddisfare questa arsura inestinguibile pensando che, una volta soddisfatta questa sete, sarei riuscito finalmente a liberarmene per poter ascendere verso i luoghi sacri.

In realtà non ho fatto altro che alimentare il lato animale inferiore rimanendo invischiato nel fango.

Dentro tutti noi esiste una forza che sonnecchia alla base della colonna vertebrale nel primo chakram e si chiama Kundalini.

Viene raffigurata come un serpente che sale dal primo chakram verso l’alto. La colonna vertebrale è a forma di S ed il suo simbolismo è stato accomunato col serpente. 

È la Forza forte di tutte le forze di cui parla Ermete Trismegisto.

Questa forza può dirigersi verso il basso come verso l’alto. 

Non è difficile risvegliarla, è difficile dirigerla perché non dipende dalla volontà dell’uomo ma dalla sua elevazione spirituale.

Una volta risvegliata si dirige dove trova nutrimento. 

Se lo trova nell’aspetto inferiore e lì che si dirigerà e farà diventare schiavo di sfrenate passioni sessuali colui che sperimenterà la sua diabolica potenza spingendolo in un baratro.

Attraverso un lavoro profondo sulla purificazione e sulla umiltà l’individuo può dirigere questa forza immane verso l’aspetto superiore che lo potrà condurre al contatto con il Divino.

Capisco ora quale sarebbe stato il lavoro da fare, ma non avevo nessuno a cui chiedere e da cui ricevere insegnamento e soprattutto la salita era molto lunga e ripida. 

Lavorare per eliminare le ferite, l’opacità, la polarità, la separazione, le emozioni negative ecco la strada da seguire.

Prendere contatto con il Sé Superiore al di là di tutte queste barriere.

Nutrirsi di bellezza, di purezza, di delicatezza, di tenerezza non solo negli atti ma nei sentimenti, nelle parole, nei pensieri.

A volte mi sono trovato trascinato da amici ad apostrofare una ragazza usando parole rozze, volgari. 

Pensieri lascivi volti solo al particolare anatomico di una donna e a quello che avrei voluto farle sessualmente come fosse una bambola solo per soddisfare questo insaziabile brama.

Queste pulsioni esistono dentro di me, corrispondono alla mia parte animale, terrestre ma posso scegliere di non seguirle, di dirigere il mio pensiero verso qualcosa di più alto, più bello, più nutriente.

Posso scegliere di ammirare la bellezza e la perfezione di un corpo vivente come se ammirassi un’opera d’arte, come anche nutrirmi della soavità e della tenerezza di una carezza appena sfiorata.

Posso scegliere di pensare e sentire che non posseggo una cosa, un oggetto che mi appartiene perché è legato a me da un cerchio d’oro, ma un essere umano in cammino con i propri pensieri, i propri desideri, i propri sentimenti, le proprie emozioni che merita attenzione, rispetto, cura, tenerezza tanto quanto io ne desidero. 

Vuol dire ricordarsi che non esiste più “solo io solo per me stesso” ma siamo uniti a danzare insieme il ballo della Vita e in questa danza mi spoglio di tutti gli abiti costruiti. La compenetrazione del maschile e del femminile quando si è spogli di tutte le sovrastrutture che abbiamo costruito è compenetrazione di Essenze e fusione totale. In quegli istanti si diventa Uno e si sale verso la Verità.

Amore è sacro quando ci porta verso la libertà di Essere ognuno veramente noi ma uniti nel divino.

Chi sono io veramente?

Chi ha mai avuto il coraggio di porsi questa domanda fondamentale?

Nella mia esperienza di vita passata non l’ho mai avuto.

Probabilmente anche la maggior parte degli esseri umani naturali evita di farlo.

E’ più facile, incontrando e conversando con delle persone appena conosciute, che ci possa venir chiesto: Cosa fai per vivere? Quale è il tuo lavoro? 

Questo è molto più rassicurante! Perché permette di incasellare e catalogare chi ci sta di fronte in una delle molteplici caselle dello scacchiere sociale.

Gli si può dare un ruolo sul quale la nostra personalità può costruirci attorno un’immagine, un personaggio.

E per molti, se non per tutti, la conversazione può andare avanti e diventare un’intervista, che mira esclusivamente a raffinare e mettere a fuoco meglio il personaggio: in quale quartiere vivi, quali sports pratichi, dove vai in vacanza, quali sono i paesi che hai visitato e così via.

Alcuni non hanno bisogno nemmeno di un’intervista perché iniziano a raccontarti tutto senza necessità che tu chieda loro nulla, sono autoritratti costruiti a partire dal personaggio che è stato creato e che viene continuamente confermato.

Tuti vogliono essere vincenti nella grande scalinata della società e quasi tutti dedicano tutte le loro energie e quasi tutta, se non tutta, la vita, nel salire un gradino alla volta o, se si è molto fortunati o molto spregiudicati, un intero piano, identificandosi sempre nel personaggio costruito.

In alcuni di noi, me compreso, alle volte si affaccia un interrogativo: possibile che la vita sia ridotta solo a questo?

Si sente la mancanza di qualcosa, una sensazione, un sapore.

Nella mia età adulta, non più giovanissimo, sono stato testimone della morte di una donna straniera che era diventata moglie di un mio amico fraterno. 

Avevo costruito attorno a questa donna un personaggio: una straniera, con un italiano di accento singolare, molto attiva e allegra, sicura di sé, anche troppo, secondo il giudizio che avevo emesso. 

Lasciò il suo corpo fisico in seguito ad un incidente in motorino in una età in cui siamo stati “condizionati” a pensare che non sia giusto. 

Durante la funzione religiosa di commiato sentii di voler dare voce al mio dispiacere e dolore per lei e per il mio amico fraterno. 

Parlai davanti a tutti, nonostante la mia timidezza, e dissi che provavo un profondo dispiacere e rammarico perché non mi ero mai preso l’impegno di conoscerla veramente, profondamente. Ora lei era andata via da questa terra e avevo perso questa meravigliosa occasione.

Ammiro molto i veri, grandi attori. Coloro che hanno la capacità di interpretare dei personaggi così profondamente che quando li vedi stenti a riconoscerli: si sono trasformati quasi completamente. 

Solo i pochissimi che sanno spogliarsi delle strutture costruite dalla loro personalità riescono a farlo e dà loro l’inestimabile opportunità di vedere chi sono.

Ma questa è la strada di tutti noi esseri umani. 

Dovremmo togliere i cerotti a tenuta stagna che la nostra personalità ha messo sulle nostre ferite per tentare di non farle vedere. 

Essi aderiscono così tanto a noi che staccarsene fa male, molto male. 

Ricordo che da piccolino avevo così tanta paura che mi si togliessero, paura del dolore che avrei provato.

Ma anche paura di quello che avrei trovato sotto.

Perché queste ferite, col tempo, sono diventate purulente. 

Sono ferite che vanno delicatamente ripulite, anche se fanno male, tanto male.

Il dolore è necessario per togliere tutta la parte malata.

Devono essere portate alla luce e all’aria perché solo la luce e l’aria e l’attenzione amorevole possono farle cicatrizzare. 

Rimane il segno, ma se il dito pigia il dolore non c’è più.

Chiedersi: “chi sono io veramente?” senza dare una risposta ci porta in quella direzione.

L’avverbio ci esorta a chiedere verità, la verità di quello che siamo.

In quell’attimo di attesa della mente, intenta a cercare una risposta, possiamo lentamente staccarci da quella ferita. 

E più ripetiamo la domanda e più ci stacchiamo finchè ad un certo istante il cerotto viene via.

Allora possiamo guardare da una certa distanza la nostra ferita. 

Non sarà piacevole da guardare, potrebbe sembrare spaventosa. 

Ma ormai non siamo così vicini e avere il coraggio di rimanere per pulirla delicatamente vuol dire guarigione.

Cosa sono venuto a fare su questa terra?

Non ci soffermiamo spesso a porci questa domanda. 

Personalmente ho iniziato a chiedermelo solo da qualche anno.

Mi piace molto camminare a lungo e nella natura.

Vedo ora la Vita come un Cammino.

Tutti noi siamo in Cammino e tutti noi, come i camminatori, abbiamo uno zaino sulle nostre spalle. 

All’inizio della mia esistenza terrena questo zaino era vuoto.

Col passare degli anni si è riempito di tante cose piacevoli e meno piacevoli (emozioni, sentimenti, regole, strutture come la famiglia, la scuola, la società, il lavoro, il matrimonio, la casa, i figli, oneri, impegni, relazioni).

Quando trovavo un attimo di tempo provavo a chiedermi: possibile che la vita sia solo questo?

Non trovando la risposta, guardavo intorno per vedere cosa facevano gli altri, dove stavano andando, seguendoli come una pecora in un gregge. 

Seguendo il gregge passavo tutto il mio tempo alla ricerca del miglior filo d’erba da assaporare e, mangiatolo, subito di nuovo alla ricerca di un altro filo d’erba. 

Ma più passava il tempo più il mio zaino si faceva pesante. 

Più andavo avanti e più sprofondavo nella materia, alla ricerca di cose sempre più pesanti che mi dessero un momentaneo senso di sazietà.

Anche quello dei miei vicini lo era diventato e potevo vedere chiaramente di cosa era riempito, tanto che potevo avvertirli e consigliarli. 

Vedevo e vedo ancora vite vissute nella ricchezza materiale, nella fama, nella notorietà, nel potere incapaci di dare soddisfazione a chi le sta vivendo. 

Più di una volta mi sono sorpreso a pensare: come fate ad essere infelici pur avendo così tanto?

Se potessi avere quello che avete voi, allora sì che sarei felice!!!

Che cosa è che state cercando? 

Che cosa sto cercando anche io?

La mia era ricerca della felicità, il senso di stare bene e di essere soddisfatto di come sono, di dove sono e con chi sono senza sentire sempre quella voce che mi dice: sì ma se avessi quello, sì ma se stessi in quel posto, sì ma se fossi con quella persona, sì ma se il mio fisico fosse così.

E credo che la ricerca di essere felici sia quello che cerchiamo un po’ noi tutti.

Cerchiamo qualcosa che possa alleggerire il nostro zaino.

Ma ci illudiamo di trovare sollievo percorrendo la strada sbagliata.

Non è andando a trovare un altro filo d’erba che ci sentiremo appagati.

Ora comprendo le parole del Maestro Gesù: la Verità vi renderà liberi. 

Se voglio la liberazione da questa sofferenza devo trovare il coraggio di prendere il mio zaino, aprirlo e andare a vedere cosa c’è dentro. Scendervi per stare insieme a quello che c’è e portare in superficie. Devo liberare lo spazio da tutte le emozioni rinchiuse lì dentro perché so che quando lascerò il mio corpo fisico lo zaino rimarrà qui, ma tutto quello che è contenuto, privato dell’àncora della materia, viaggerà con impeto nella dimensione immediatamente superiore e lo vivrò con intensità decuplicata.

Devo liberare lo spazio perché lì in fondo c’è la Verità di me stesso, la Verità che c’era fin dall’inizio di questo Cammino, c’è lo scopo ed il senso di quello che sono venuto a sperimentare in questa esistenza, la mia Missione. 

Questo ci rende liberi e leggeri. Leggeri e sensibili a percepire altre emozioni superiori, prima sovrastate dalle emozioni più pesanti. Amore Superiore, gratitudine, fede, compassione.

Lì si comincia a percepire il profumo della felicità. 

La felicità è come il profumo di una peonia. 

Sottile, tenue, quasi impercettibile ma persistente. 

Entra nelle narici e quasi non te ne accorgi, ma sale, sale lungo il naso e all’improvviso percepisci qualcosa di sottile e delicato alla radice, nella nostra parte più profonda inaccessibile ad altri odori, e lì rimane a lungo. Non è un profumo intenso che irrompe veemente ad avvolgere tutto. 

Per percepire il profumo di una peonia bisogna acquietare i sensi per farli diventare acuti, come dopo un periodo di digiuno per percepire ogni sfumatura, ogni piega, ogni dettaglio di quello che si sta assaporando. 

Essere pienamente nel presente. 

Bisogna togliere non aggiungere. 

Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno.

La vita non è sopravvivere nella tempesta, ma danzare nella pioggia.

Kahlil Gibran