La tragica ironia della morte

La mia attenzione va a tutti i grandi studiosi e ricercatori nelle varie specializzazioni nel campo della medicina.

Alcuni di essi hanno raggiunto grande fama e notorietà proprio per il contributo nella loro area di studio o ricerca che ha permesso di arrivare a scoperte che hanno aiutato migliaia di persone a guarire dalle loro malattie.

Questa dedizione per la ricerca e per il servizio alla comunità scientifica e umana non ha potuto però impedire ad alcuni di loro di morire a causa delle stesse malattie che hanno lungamente studiato e curato.

Eccone alcuni casi

Giovanni Maria Lancisi (1654-1720)
Un medico italiano di grande fama, che fu il medico di corte del Papa Clemente XI, noto per i suoi studi sulle malattie infettive, in particolare sulla malaria, e per le sue ricerche sulle malattie epidemiche. Si ritiene che Lancisi sia morto proprio di malaria.

René Théophile Hyacinthe Laennec (1781-1826)
Laennec è celebre per aver inventato lo stetoscopio, ma purtroppo morì a soli 45 anni di tubercolosi, una malattia polmonare infettiva che lui stesso aveva studiato e trattato.

George Papanicolaou (1883-1962)
Papanicolaou è noto per aver sviluppato il famoso “Pap test” per la rilevazione del cancro cervicale. Sebbene non fosse lui stesso un oncologo, lavorava intensamente con i pazienti che soffrivano di questa malattia. Papanicolaou morì a causa di un cancro al pancreas, uno dei tumori che tanto aveva cercato di studiare e prevenire.

Albert Calmette (1863-1933)
Medico e ricercatore francese, Calmette è noto per il suo lavoro sul vaccino contro la tubercolosi (BCG). Tuttavia, egli morì proprio di tubercolosi.

Christian Barnard

Il famoso cardiochirurgo sudafricano noto per aver eseguito il primo trapianto di cuore umano riuscito nel 1967, morì nel 2001 a causa di infarto miocardico, ovvero un attacco cardiaco. Barnard aveva sviluppato problemi cardiaci in precedenza.

Anna Maria Vaccari

Storica psichiatra italiana è morta nel 1991 a soli 47 anni a causa di un tumore al cervello. Vaccari era una figura di grande rilievo nel suo campo e aveva dedicato la sua vita alla cura delle malattie mentali, in particolare lavorando con pazienti affetti da disturbi psicotici e con problematiche complesse.

Anna Maria Vaccari

Nutrizionista italiana nota per il suo lavoro nel campo della nutrizione e per il suo approccio professionale nella cura e prevenzione di malattie legate all’alimentazione. È tristemente venuta a mancare il 16 gennaio 2021 per un tumore pancreatico, che l’aveva colpita da tempo e con cui ha combattuto per un lungo periodo.

Eva Proudman

È una tricologa clinica e fondatrice di un programma per donne dopo chemioterapia. Ha sofferto di telogen effluvium dopo un intervento bariatrico, perdendo metà dei capelli.

Sembra un paradosso morire per una malattia che si è studiata per tutta la vita, ma dalla prospettiva spirituale non è così strano.

Il nostro organismo è una macchina perfetta, un universo di miliardi di cellule e apparati che lavorano in sinergia perfetta tra di loro, a somiglianza dell’Universo che ci sovrasta e ci circonda, sottoposto alle stesse leggi.

Come sopra così sotto.

La malattia di un organo o di un apparato è un messaggio che il nostro corpo sta mandando per avvertirci che qualcosa nelle nostre cellule sta cambiando e ci suggerisce di porvi rimedio al nostro interno.

Porvi rimedio significa andare a rimuovere e trasformare le cause emozionali e mentali che stanno creando quello squilibrio che si sta manifestando nella materia del nostro corpo fisico.

Il ricercatore dello Spirito conosce bene questa legge. Il ricercatore nel campo della Medicina, se ignora tutto questo, può essere condotto a ricevere suggerimenti, provenienti dalla sua interiorità, di occuparsi di una determinata malattia proprio perché quella malattia lo riguarda.

Può sembrare una tragica ironia ma non lo è.

Allora una serie di domande si affacciano alla mia considerazione.

Chi muore della stessa malattia che sta studiando sugli altri può essere considerato un luminare e per luminare intendo una mente folgorata dalla Luce della Conoscenza?

Chi si preoccupa di curare sé stesso con l’intento di dare poi agli altri può essere considerato un egoista senza cuore?

E più in generale avere lo slancio verso gli altri, quindi verso l’esterno, è preferibile rispetto a pensare a ripulirsi prima dentro per non trasferire agli altri i propri problemi?

 

 

Cercasi Amore per la fine del mondo

Che cosa fareste se veniste a sapere di una prossima fine del mondo a causa dell’impatto di un gigantesco asteroide sulla terra?

Questo interrogativo, come spesso succede, è sorto alla mia attenzione dopo la visione di un film il cui titolo è il titolo di questo articolo.

Una buona gamma di risposte si trovano osservando il comportamento dei personaggi, soprattutto quelli di contorno.

Si vede gente urlante nelle strade mettere a ferro e fuoco tutto ciò che incontra in preda ad una rabbia incontenibile.

Altri svaligiare supermercati e negozi di generi alimentari per accaparrarsi cibo e bevande a sufficienza per resistere nell’attesa.

Altri ancora alla ricerca incessante di alcolici e droghe per poter bere, ubriacarsi e sballarsi fino a dimenticare l’orrenda realtà che li sta aspettando.

Altri, coscienti della caduta di tutte le leggi ed i divieti, dediti al furto di tutto quanto possa soddisfare il loro desiderio di possedere cose.

La moglie del protagonista, sentendosi libera ormai da qualsiasi tipo di convenzione sociale costretta ormai in una relazione che non ha più senso per ambedue le parti, abbandona il marito senza dire una parola fuggendo dall’auto ferma ad un semaforo.

La cameriera della coppia che cerca la rassicurazione ed il conforto che tutto nel suo mondo rimarrà come sempre e quindi continuerà a venire da loro ogni giovedì per pulire e rassettare.

La giovane coprotagonista che cerca un qualsiasi modo per raggiungere i suoi genitori a Londra.

Il protagonista che desidera rincontrare il suo amore giovanile ancora un’ultima volta.

Questi due, sconosciuti l’uno all’altra, si troveranno uniti nel tentativo di far raggiungere all’altro il proprio obiettivo scoprendo che in realtà quello che tutti e due cercavano era a pochissimi passi di distanza, nascosto alle loro viste concentrate su tutt’altro.

Ma che cosa farei io immerso nella certezza di un’imminente fine di questa mia esistenza terrena?

So per mia personale esperienza che di fronte alla morte fisica non posso far parlare solo la mente con tutta la gamma delle sue possibilità perché entra fatalmente in gioco anche la parte istintuale, quella che gestisce la sopravvivenza attraverso emozioni e azioni forti e beluine, che, dopo il mio infarto, hanno bypassato la mente con le sue costruzioni e sono venute prepotentemente alla superficie sotto forma di paura incontenibile e irrefrenabile.

Certo non mi chiuderei in un rifugio antiatomico sotterraneo, in una gabbia metallica sottoterra dove trascorrere i miei giorni postatomici senza possibilità di vedere il sole, sentire la carezza del vento e sapere di essere rimasto solo sulla faccia della terra bruciata, deserta e inanimata. Chiuso in una reclusione autoinflitta solo per poter dire di essere ancora vivo!

È questa la più grande differenza: esseri umani pilotati e diretti dalla loro Natura Terrestre che esprime rabbia, paura, disprezzo, egocentrismo imperante a dispetto e a danno di chiunque altro si trovi sulla loro strada ed esseri umani che hanno scelto Natura Solare a cui bisogna dare voce e credito. Sì, perché c’è anche lei che vuole esprimersi ed è solo attraverso la sua espressione che possiamo trovare la nostra comune salvezza.

Ma va lasciata libera di cercare strade che sono diverse dai percorsi neuronali che crea la nostra mente di superficie e che crediamo sia quello che realmente cerchiamo.

Sono più profondi e a noi spesso sconosciuti. Sono strade che trascendono la barriera del corpo fisico e la sua espressione, strade che parlano alla nostra Anima.

Sono strade che dobbiamo imparare a costruire, giorno dopo giorno, con pazienza, dedizione e fede. Fede che esiste qualcosa di diverso dalla materia che possiamo toccare, qualcosa di diverso dalla paura, dalla rabbia, dalla disperazione che ci pervade, qualcosa di diverso da me, da questo corpo che ora c’è ma domani non ci sarà più, qualcosa che vivrà per sempre dentro di me, dentro di te, dentro ognuno di noi, qualcosa che è più grande, più importante, più vitale, qualcosa che si chiama Amore.

Questo deve dispiegarsi dentro di noi, ma per farlo non dobbiamo creare l’attrito di quello che voglio IO, dobbiamo scorrere nella corrente calda, accogliente, rinfrancante di questo fiume lasciandosi trasportare, essendo nulla.

Allora potremo sdraiarci nel letto, come i protagonisti, sereni, tranquilli, guardandoci negli occhi e stringendoci le mani incuranti della fine del mondo.

La veglia funebre

In questo tempo in cui ci sentiamo spinti a correre sempre più veloce e sempre più a lungo nel tentativo infruttuoso di assolvere i nostri compiti quotidiani di vita, molto spesso autogenerati, in cui si preferisce incontrarsi parlando attraverso uno schermo di un computer o di uno smartphone, ha ancora senso parlare di una veglia funebre?

Quale è il senso profondo oggi di una veglia funebre?

Questa è una ottima domanda a cui proverò a dare risposta.

La veglia ha origini antichissime che risalgono al tempo della comparsa delle prime civiltà umane. 

Era un rituale sacro che si univa ad altri rituali funebri sacri, come ad esempio la imbalsamazione presso gli egizi. 

Questa pratica sacra si svolgeva all’interno delle abitazioni della persona deceduta e aveva per questo dei motivi specifici.

In alcune regioni come la Calabria e la Sardegna i parenti vegliavano il defunto solo di giorno ma, con l’arrivo della notte, il loro posto era ceduto agli uomini.

Alcune veglie possono durare solo poche ore, altre per giorni, altre ancora per settimane intere.

Ora la veglia si svolge sempre più spesso nelle camere ardenti degli ospedali, degli Hospice e delle Case di cura la cui organizzazione è delegata alle agenzie funebri.

Una celebrazione sacra che si svolge in luoghi sconosciuti alla presenza di sconosciuti.

Ma la veglia funebre è per me importante e deve continuare ad esistere e tornare a ricevere il ruolo che ha.  

È una forma di rispetto, uno spazio di raccoglimento intorno al defunto, un distacco dalla vita quotidiana di ciascuno dei partecipanti per entrare in un tempo sacro scandito dal ritmo del ricordo e della riflessione sul tempo trascorso insieme, sull’eredità che ci è stata lasciata da questo passaggio, un saluto ad una anima che si libera da questi abiti pesanti e ritorna nel luogo senza tempo e senza spazio, una celebrazione di questo sacro passaggio. 

La veglia segna anche il tempo del lutto che va vissuto e non allontanato, vissuto insieme al conforto della famiglia tutta e di tutti coloro che ci conoscono e dalla guarigione che ne conseguirà. 

Un prendersi cura dei familiari stretti rimanendo con loro e assistendoli nelle necessità quotidiane, per non lasciarsi soli, nel dolore della perdita, a dover pensare alle necessità fondamentali della vita di tutti i giorni. 

Un rimanere, nel silenzio della propria interiorità, per commemorare i momenti vissuti insieme e per ricordare le emozioni e i sentimenti che il passaggio di questo essere, che ci ha appena lasciato, ha generato in noi, per ringraziarlo dal profondo per essere stato insieme a noi a condividere un brandello della nostra vita. 

Come mi immagino la mia veglia funebre?

In primo luogo nella casa in cui ho condiviso gli ultimi anni della mia vita.

Nella stanza che considero sacra, dove ho meditato ogni giorno, scritto ciò che osservavo su di me, letto testi, circondato dalle immagini dei Maestri e Protettori Illuminati, con l’odore dell’incenso che ha accompagnato sempre le mie meditazioni.

L’Amore di più Vite accanto, i suoi figli che sono diventati anche i miei, mio figlio che è diventato anche il suo, i nostri nipoti, mio fratello e la sua famiglia, la nostra Guida Spirituale, i fratelli e le sorelle di Cammino e tutti quelli che mi hanno conosciuto.

Fragranze di fiori che si diffondono nell’aria, lanterne cinesi che illuminano il cielo notturno, musiche cha innalzino le vibrazioni, musiche di festa, di allegria, musiche che hanno scandito la mia vita e le hanno fatto da colonna sonora. Gente che balla, che ride felice per la mia anima e dove sta andando, felice perché di lì a qualche tempo ci rincontreremo nel Mondo della Luce, felice perché mi sono liberato di questi abiti così pesanti e così ingombranti, felice perché ritorno da mio padre e da mia madre, dal mio adorato cane Tao.

Che restino tutto il tempo che vorranno, tutti insieme a cantare e ballare la Musica del Cuore insieme a me.

La morte condivisa 2

Per avere una idea più precisa di quello che accade riporterò alcune testimonianze tratte dal libro di Moody.

Mio marito passò attraverso il mio corpo. Come una scossa elettrica, come quando si mettono le dita nella presa, ma più delicata. Tutta la nostra vita ci comparve davanti all’improvviso e sembrò inghiottire la stanza dell’ospedale con ciò che conteneva. Tutto intorno c’era solo luce bianca brillante. Tutto ciò che avevamo fatto nella vita era avvolto dalla luce. Vidi altre cose di mio marito prima che fossimo sposati. Non erano imbarazzanti o private, non c’era nessun bisogno di riservatezza. Vidi me stessa abbracciata al suo corpo ormai esanime, ma la cosa non mi fece stare male, perché mio marito nello stesso momento era vivo e accanto a me e osservavamo la scena insieme. Tutto accadde in un lampo accanto a letto dove mio marito stava morendo. Un altro aspetto strano di questa visione della nostra vita fu che in alcune parti vi erano dei pannelli o dei divisori che ci impedivano di vedere la totalità della scena, non ci permettevano di vedere alcune parti della nostra vita.”

Una madre moribonda che fino a quel momento giaceva quasi inerme nel suo letto si mise a sedere sul letto stesso e abbracciò suo figlio. Aveva occhi come perle di luce chiara ed era perfettamente padrona di sé al contrario degli ultimi giorni. Un globo di luce brillante si formò intorno a noi, racchiudeva interamente mia madre e me e notare che i mobili, le pareti e tutto ciò che era nella stanza appariva distorto, come se lo stessimo osservando attraverso una goccia d’acqua. Immagini tridimensionali iniziarono a cadere sul globo. Erano scene della mia infanzia. Mia madre iniziò ad allontanarsi, era come se si trovasse in fondo al tunnel ma allo stesso tempo fosse anche con me. Mentre accadeva tutto questo vidi scene della mia vita, inclusa la mia nascita. Vidi episodi della sua vita, eventi che la tormentavano durante la mia infanzia di cui non ero a conoscenza. Potevo percepire i suoi pensieri. Cristo era con noi nel globo, ma non vedevo la sua figura umana. Quando morì sentii che il suo corpo si abbandonava e l’energia usciva da lei. Il globo svanì e mi ritrovai da solo.”

Sognai che stavo camminando in una foresta con mio marito Herb lungo un sentiero buio e ombroso. Era un sentiero interamente circondato dagli alberi racchiuso da una fitta coltre di rami che si estendevano sopra la nostra testa. Il percorso era leggermente inclinato e sulla cresta di una collina vidi il cielo, simile a una luce in fondo al tunnel. “Herb e io eravamo immersi in una conversazione, non ricordo a riguardo di che cosa, ma credo stessimo ricordando i momenti fondamentali del nostro rapporto.”

“Mio fratello ed io siamo gemelli identici e ci siamo sempre sentiti legati, durante il weekend mio fratello si recò in un altro Stato per una partita scolastica di football mentre io rimasi a casa, ci andò in auto con alcuni amici e il giorno in cui stava ritornando ero sdraiato sul divano a guardare lo sport in televisione, quando all’improvviso ebbe la sensazione di lasciare il mio corpo e muovermi verso una luce brillante, mentre ciò accadeva vidi dei flashback di eventi che erano successi a me e a mio fratello, rivissi diversi avvenimenti della nostra infanzia fra cui alcune cose così insignificanti che avevo dimenticate, erano così vividi che mi parve di riviverli“.

Ho avuto la fortuna e l’onore di poter ricevere questa testimonianza di morte condivisa da parte di una cara compagna, viaggiatrice di lungo corso, la persona in questione lavora nel campo medico. Mi descrisse che si trovava seduta nel suo ufficio in ospedale, intenta a redigere degli atti, quando si è sentita trasportare via, ha visto una strada bianca in salita verso la sommità della quale sua madre stava camminando tenendo per mano una bimba; si è sentita pervasa da una gioia ed una pace indescrivibile e avrebbe voluto seguire sua madre in quel luogo meraviglioso ma una voce le disse chiaramente che non era ancora arrivato il suo momento e sarebbe dovuta ritornare indietro.

La mia cara compagna, quando mi raccontò tutto questo, non era minimamente a conoscenza della morte condivisa e, dopo aver letto il libro, capì che aveva partecipato alla morte della madre. 

La morte condivisa è una esperienza trascendentale che è inspiegabile dalla scienza attuale, ma sulla quale la scienza non può controbattere.

Dal punto di vista scientifico negli episodi di pre-morte si sente spesso affermare dagli scienziati che potrebbero essere frutto di malfunzionamenti cerebrali causati dalla mancanza di ossigeno o da impulsi elettromagnetici anomali. 

In questo caso la confutazione scientifica non regge perché chi accompagna il morente e partecipa con lui al distacco dai veicoli inferiori e al progredire oltre, sperimentando una morte condivisa, non sta morendo ma partecipa delle stesse sensazioni di chi sta passando pur essendo vivo.

La morte condivisa

Dio è Amore. 

Alcuni di noi esseri umani ricevono in dono dal Padre la meravigliosa e straordinaria opportunità di poter accompagnare un proprio caro morente oltre i confini del regno fisico. 

Sono regali divini elargiti grazie alla relazione di profondo amore che esiste tra gli esseri che la sperimentano.

Poter accompagnare oltre un padre, una madre, una compagna, i fratelli, le sorelle credo sia una indimenticabile esperienza di amore che trascende i confini terreni.

Ne abbiamo conoscenza grazie al lavoro di raccolta di testimonianze riportate dal dottor Raymond Moody nel suo libro “Schegge di Eternità”.

Il dottor Moody è stato il pioniere che ha anche raccolto interviste a persone che hanno avuto episodi di pre-morte, ossia sono morti per un certo tempo e poi tornati indietro.

I racconti di chi ha accompagnato un morente hanno degli elementi comuni che coincidono con quelli di chi ha vissuto un episodio di pre-morte. 

Essi sono 7 ed accomunano la maggior parte delle testimonianze raccolte dal dottor Moody:

  1. Cambiamento della geometria degli spazi – difficile da descrivere perché le forme possono essere molto diverse: “come se la stanza crollasse e si espandesse allo stesso tempo”, “sentii la stanza cambiare forma, quasi come se si fosse riempita d’aria e gonfiata”, “i mobili, le pareti e tutto ciò che era nella stanza appariva distorto, come se lo stessimo osservando attraverso una goccia d’acqua” questo cambiamento di forma, come una sorta di sportello, sembra dare accesso ad una dimensione diversa;
  2. la luce mistica – sembra mostrare una consistenza liquida, cristallina, che emette purezza, pace e amore, pulsante di questi elementi che producono una trasformazione spirituale in una persona, “una luce che sembrava un vapore sopra il suo viso, mai avevo provato tanta pace” la luce mistica provoca una trasformazione anche in chi ha condiviso la morte di un altro;
  3. la musica e le melodie – spesso si sente il suono di una melodia, “era la musica più bella e complessa che avessi mai sentito, ogni nota era uno scintillio, stavo letteralmente vedendo la musica”, “dolci e selvagge note di un’arpa eolica”, “una musica splendida, diversa da qualunque altra avessi mai udito, come una musica da ballo, ma assolutamente unica nel senso che anche dopo non ascoltai mai più nulla di simile” ma anche come un motore di un jet che sale di giri;
  4. esperienza extracorporea – all’inizio della esperienza di morte condivisa spesso ci si sente trasportati in un luogo da cui si osserva la scena sottostante, generalmente il soffitto o un angolo del soffitto della stanza dove si è con il morente, ma anche volteggiare sopra la propria città o in altri luoghi dove si può incontrare le persone amate che sono fisicamente distanti da colui che sta passando oltre, “ero gravemente malato in punto di morte a causa di problemi cardiaci proprio mentre mia sorella stava morendo per coma diabetico in un altro reparto nello stesso ospedale, lascii il mio corpo e salii in un angolo della stanza da dove osservai i medici che si affannavano su di me in basso, all’improvviso mi trovai a parlare con mia sorella che era in alto con me, facemmo una bellissima conversazione riguardo a ciò che stava succedendo lì sotto, poi si separò da me e mi disse che non sarei potuto andare con lei, si allontanò attraverso il tunnel e io rimasi da solo”;
  5. la co-revisione della vita del defunto – consiste nel ripercorrere la propria esistenza terrena condensata, può essere una veduta panoramica dell’intera vita dell’individuo o solo dei frammenti delle stessa ma significativi “ho visto ogni singolo evento importante accaduto nella mia vita, dal mio primo compleanno al mio primo bacio agli scontri con i miei genitori, ho capito quanto fossi egoista e che avrei dato qualunque cosa per poter tornare indietro e cambiare”, “quando mio figlio quindicenne morì era nella stanza con lui, invece della stanza apparve una visione di tutto ciò che mio figlio aveva fatto nella sua breve vita, lui era lì al centro e sorrideva gioioso, vidi molte cose di cui mi ero da tempo dimenticata e anche molte cose che non conoscevo per nulla, lo vidi da solo nella sua stanza, ad esempio, mentre giocava con il suo modellino di Fort apache, si può dire che le scene della sua vita erano come dei lampi o quasi come scariche elettriche assolutamente indescrivibili, parti della vita di mio figlio e della nostra interazione erano sfuocate come quando in televisione si cerca di nascondere il viso di una persona”;
  6. l’incontro con regni spirituali o “ultraterreni” – uno degli elementi più comuni; vengono usate parole come paradiso, puro, sereno, celestiale per descrivere i luoghi visitati, “giunsi sulla collina dove il paesaggio era perfetto e le montagne ondulate e morbide, in lontananza potevo vedere solamente il cielo blu, verdi colline e grandi alberi, c’erano piante perfette e colori indescrivibili, verdi, rossi, blu, tutti i colori che ci circondano ogni giorno, ma quelli erano così perfetti che i colori che vedo adesso mi sembrano opachi, in nessun altro luogo ebbi una sensazione come quella che provai in quel momento”“stavo salendo una collina ed ero circondata dalla luce, non una luce comune, perché ogni cosa intorno a me (le piante, il terreno, persino il cielo) risplendeva di luce propria, era incredibilmente bello, sono certa che quel luogo fosse il paradiso o qualcosa di analogo poiché la sensazione era magnifica”;
  7. La nebbia che scaturisce dal morente – si tratta di una leggera nebbia emanata dal corpo dei moribondi, assomiglia a un fumo bianco e rarefatta come vapore, sembra a volte prendere la forma del corpo da cui si diparte e svanisce rapidamente, si forma intorno al petto o alla testa.

Continuerò ad approfondire questo tema nel prossimo articolo.

Essere Samurai

Dieci anni fa, all’inizio del mio percorso nella Scienza Iniziatica, il mio Maestro mi suggerì di acquistare e di leggere il libro segreto dei Samurai. Brevi aforismi che racchiudevano l’antica saggezza di questa nobile figura di guerrieri. 

Lo lessi, ma a quel tempo, non riuscii a comprendere con la necessaria profondità quello che veramente gli aforismi avrebbero dovuto stimolare nella mia interiorità.

Avevo una immagine della figura dei Samurai come di implacabili guerrieri, capaci di combattere fino alla morte per coloro che avevano il compito di proteggere, e soprattutto capaci di uccidersi per non aver rispettato questo compito. 

La profonda paura che albergava dentro di me mi rimandava un’immagine di fanatici guerrieri feroci e assetati di sangue dalla quale ero distante anni luce. Sinceramente non li capivo!!!

Più tardi, durante l’addestramento iniziatico, tutti noi fummo chiamati a scegliere un simbolo sacro che avremmo dovuto portare ed indossare durante le nostre pratiche. 

Scelsi il simbolo che vedete riportato nella foto soprastante. Mi era stato detto che era il simbolo dei samurai, ma non comprendevo bene cosa fosse e soprattutto cosa significasse. 

L’ho indossato e lo indosso sempre, ogni volta che mi accingo a fare le pratiche.

Ora, dopo dieci anni di pratica ininterrotta, inizio a sentire il sapore e a capire più profondamente il loro mondo!!

Intanto il simbolo. 

Vi sono raffigurati tre gru giapponesi dalla corona rossa, chiamate Tancho.

Questi animali sono protagonisti di molte leggende giapponesi, a loro vengono attribuite delle proprietà spirituali.

La fedeltà in quanto sono animali monogami, si uniscono e rimangono insieme per sempre, e suggellano la loro unione in una meravigliosa danza di corteggiamento chiamata danza dell’amore.

La fortuna di cui sono simbolo, conosciuti in tutto il Giappone anche come “uccelli della felicità”.

La longevità infatti la realizzazione di un orizuru, (ori – “piegato” e tsuru – “gru”) la forma più classica di tutti gli origami giapponesi, è di solito legata all’intima richiesta di veder accolti i propri desideri. Parliamo per lo più di desideri di guarigione da malattie e in generale collegati alla salute. Si narra infatti che il sogno di vivere a lungo e in salute possa essere esaudito piegando mille gru di carta.

Anche per i Samurai fedeltà, fortuna e longevità sono tre capisaldi della loro filosofia di vita, ma il simbolo sacro, nella sua triplice immagine interconnessa, vuole rappresentare anche l’Uomo che si pone come collegamento tra Terra e Cielo.

Ma quello che ho compreso è che un Samurai è sempre un Samurai dello Spirito, perché la Via del Samurai è la Via che conduce al costante contatto con lo Spirito, inteso come Essenza profonda del Sé. 

Un grande Maestro di questa arte affermava: “io non conosco il modo di sconfiggere gli altri, ma la Via per sconfiggere me stesso”.

Il Samurai avanza giorno dopo giorno: oggi diventa più abile di ieri, domani più abile di oggi. 

Con la dedizione, la persistenza e la disciplina applicata nell’osservazione incessante di sé nel momento presente.

Inizio a percepire il sapore dell’attenzione e della consapevolezza nel qui ed ora che mi permette di mettere più vita, mi permette di chiamare ad essere insieme a me quella parte di me più bella, luminosa, calorosa attraverso cui il ricordo di ciò che sto vivendo rimane impresso a fuoco. 

Nello spettacolo della natura in cui sono immerso e nella sua osservazione profonda la mia personalità sparisce perché non mi cattura più nel passato né mi spedisce nel futuro.

Sono qui presente, ma l‘attenzione e la consapevolezza richiedono tanta applicazione, tanta dedizione, tanta cura. Il sapore che se ne ricava è più profondo, più persistente, più acuto.

Ed è questo sapore ed intensità di vita che permetteva ai samurai di scegliere di morire. 

L’essenza del Bushido è prepararsi alla morte, mattina e sera, ogni momento della giornata.

Come anche per noi tutti, nella nostra essenza, dobbiamo prepararci alla morte fin da subito per vivere più intensamente la vita.

Questa scena Finale del film l’Ultimo Samurai, che ogni volta che la vedo mi fa sgorgare lacrime di commozione, di rispetto e di sacralità, mi dà il coraggio di dire: sì voglio essere un Samurai dello Spirito.

I Guardiani del Passaggio

Nel grande libro della natura esistono esseri viventi che, più di altri, restituiscono il riflesso a noi esseri umani. 

Sono esseri che, spesso, rimangono sulla terra per un lunghissimo tempo, come vecchi saggi.

Questi meravigliosi esseri sono gli alberi.

La loro sistematica distruzione, per far maggior spazio alle esigenze dell’uomo, dovrebbe essere un monito per la possibile futura nostra scomparsa da questo pianeta.

Essi ci ricordano e ci riflettono l’immagine fisica del nostro collegamento tra Terra e Cielo. 

Come esseri umani siamo ancorati a terra dalla gravità, che ci rende pesanti, e sviluppiamo il nostro Essere in altezza verso il cielo. 

Contemporaneamente allarghiamo le nostre braccia nella dimensione della larghezza ad abbracciare e a comunicare con gli altri esseri umani.

Così come gli alberi sono ancorati alla Terra dalle proprie radici e estendono il tronco verso il Cielo. Una volta scesi nelle profondità e cresciuti in altezza, possono dispiegare i propri rami in larghezza in un abbraccio di comunione con i fratelli vicini.

La strada per noi è scendere nelle profondità del sentimento, elevare in altezza il nostro pensiero per poi estendere l’attività con le nostre braccia.

Ma non solo. 

Nell’albero la corrente ascendente trasporta la linfa grezza che passa dai rami fino alle foglie, qui viene elaborata per mezzo della luce del Sole e questa linfa elaborata viene trasportata dalla corrente discendente a nutrire tutto l’albero.

Nel nostro corpo fisico esiste la circolazione sanguigna: il sistema arterioso trasporta il sangue puro mentre il sistema venoso riporta ai polmoni il sangue che va depurato.

Sia l’albero che l’uomo si trovano sul passaggio di queste correnti cosmiche che circolano dall’alto in basso e dal basso in alto.

Le radici dell’albero corrispondono agli organi che si trovano sotto il nostro diaframma. 

Le radici dell’uomo crescono grazie allo stomaco, che permette di nutrirsi, e agli organi sessuali con i quali ci riproduciamo. 

La parte immediatamente superiore al nostro diaframma, guarda caso, è chiamata tronco perché, come il tronco dell’albero, contiene i polmoni ed il cuore che, attraverso la circolazione arteriosa e venosa, forniscono il nutrimento di qualità superiore.

Le foglie, i fiori ed i frutti sono i doni che vengono regalati a beneficio, utilità e servizio di tutti: così dovrebbe essere anche per noi umani.

Esistono tra gli alberi alcune specie anomale rispetto al loro comune modo di vivere. 

La Socratea Exorrhiza è una palma esotica che ha radici che non affondano nel terreno ma crescono le une vicino alle altre, permettendo alla pianta di spostarsi per cercare nuovi terreni sacrificando le vecchie radici che muoiono. 

Ma anche nel nostro territorio c’è un genere di albero diverso dai suoi fratelli, nel dialetto romano si chiama albero pizzuto.

Non li ho mai particolarmente amati, così chiusi e tristi, e mi sono sempre chiesto perché il cipresso si trovasse sempre dentro i cimiteri.

C’è una spiegazione fisica che racconta come il cipresso ha radici che non si allargano dentro il terreno, come fanno gli altri alberi, ma affonda dritte nella profondità le sue. 

Per questo viene preferito dentro i luoghi di sepoltura. 

Infatti non provoca danni alle tombe circostanti come farebbe ad esempio un pino.

Qualche settimana addietro sono andato in ritiro in un posto meraviglioso immerso nel silenzio e nella preghiera.

Accanto ad esso c’è un cimitero. 

Mi sono trovato a riposare tra una pratica e l’altra accanto a questo luogo circondato di cipressi. 

Ho realizzato che essi hanno ricevuto il compito di accompagnare coloro che stanno andando oltre.

Sono i Guardiani del Passaggio.

Hanno rinunciato a vivere la vita come i loro fratelli per fare servizio per le anime confuse ed ancora disorientate sul cammino da prendere. 

Hanno rinunciato alla ampiezza, all’accoglienza, alla comunicazione affondando le loro radici dritte nella Terra per poter innalzare tutto il loro essere verso il Cielo, indicando la strada da seguire: verso il Sole, verso la Luce. 

Hanno rinunciato a comunicare tra di loro chiudendo i loro rami stretti, tanto stretti al tronco da sembrare delle dita che indicano la direzione. 

Hanno rinunciato a donare le foglie, i fiori ed i frutti per essere le colonne della cattedrale della natura che sostengono il nostro viaggio verso le regioni celesti.

Con profondo rispetto e con amore ritrovato io dico loro: grazie, che Dio vi benedica. 

Pesach

In ebraico vuol dire “passare oltre” o “tralasciare” e vuole celebrare la liberazione degli antichi ebrei dall’Egitto; questa è l’etimologia della parola Pasqua.

Con l’arrivo di Gesù ha assunto il significato di Rinascita.

Rinascita attraverso il sacrificio del suo corpo fisico, dell’espressione tangibile della sua presenza terrena: la propria carne.

Il sacrificio è presente ed è fulcro del rito anche nella Pasqua ebraica. 

Nell’Antico Testamento Dio, vendicatore, inviò sulla Terra d’Egitto 10 piaghe la cui ultima sarebbe consistita nello sterminio di tutti i primogeniti maschi da parte dell’Angelo della Morte. 

Per salvarsi ogni famiglia ebraica avrebbe dovuto sacrificare un agnello con il cui sangue avrebbe dovuto essere dipinto un simbolo sulle porte delle proprie case in modo tale che l’Angelo, vedendolo, sarebbe passato oltre.

Credo che per questo Gesù sia soprannominato Agnello di Dio.

Egli sacrifica la sua carne per portare alla Luce il Sangue, una manifestazione di Essenza dello Spirito, perché sia visibile da tutti sia sulla Terra che dalle Gerarchie Celesti.

Egli non aveva necessità di venire ad incarnarsi, poteva rimanere tranquillamente e serenamente lì nel luogo che gli era stato assegnato, alla destra del Padre.

Ma ha scelto.

Ha scelto di ritornare per manifestare Amore. 

Ha scelto consapevolmente di sottoporsi al sacrificio estremo della sua manifestazione terrena, attraverso così tanto dolore, così tanta indicibile sofferenza per bruciare il Karma di tutte le umanità e mostrarci come si fa a rinascere.

Avete mai provato ad immaginare quale possa essere stato il dolore fisico durante una flagellazione con la carne che si lacera e la ferita brucia sapendo che subito dopo ne arriverà un’altra?

Cosa si prova a portare sulle spalle una croce di legno che poteva pesare circa 70 kg con una corona di spine che ti trafigge la testa mentre vieni fustigato a sangue durante il tragitto?

Quando immagino tutto questo non posso fare a meno di sentire lacrime di commozione e di compassione affacciarsi sul mio viso.

Jim Caviezel è l’attore che ha interpretato Gesù nel film di Mel Gibson “The Passion”.

In un’intervista ha cercato di raccontare cosa ha significato per lui interpretare quel ruolo e quello che gli è successo.

“Sentivo dentro di me che volevo interpretare Gesù, ma per trasferire e far capire la Sua figura non avrei potuto recitare contenuto ma avrei dovuto dare il massimo nell’immedesimazione.

Meditavo e pregavo continuamente.

Io ero diventato Lui.

Sono dimagrito dal mio peso attuale (95 kg) fino a 76 kg. 

Durante le riprese ho avuto una polmonite, stavo male e non riuscivo a mangiare, vomitavo in continuazione, ma d’accordo con il regista ho scelto di continuare le riprese.

Durante la flagellazione per errore sono stato colpito da uno dei bastoni usati che mi ha provocato una ferita di 35 cm sulla mia carne.

Portando la croce mi sono slogato una spalla.

Quando ero sulla croce il mio corpo era viola, stava arrivando un temporale, le nubi erano così basse e i tuoni erano così forti che facevano tremare la terra dove eravamo, il vento forte faceva oscillare la croce e ad ogni oscillazione la mia spalla slogata usciva di nuovo. 

Due persone dello staff, proprio davanti a me, hanno cominciato a piangere di commozione vedendomi.

Mi sentivo come nell’occhio di un ciclone, subito dopo sono stato colpito da un fulmine e, per un attimo, ero fuori di me e mi sono visto sulla croce. 

La terra ha tremato di nuovo e questa è stata l’ultima scena del film.

Subito dopo la sua fine ho dovuto subire un’operazione al cuore.

E’ stato un viaggio interiore, qualcosa che ha cambiato totalmente la mia vita precedente. 

Questo è il significato della rinascita. Come l’arrivo della primavera nella Natura.

Tutto si risveglia e rinasce: gli alberi, le gemme, le nuove foglie, gli animali che si risvegliano dal letargo, il ghiaccio che si scioglie e ridiventa acqua che scorre, l’uovo che si rompe e prorompe la nuova vita, il bruco che muore per far nascere la farfalla variopinta.

Ci si chiede il sacrificio di una nostra parte affinchè un’altra parte di noi venga finalmente alla Luce.

La luce del Cero Pasquale che accende la candela del vicino e quella del vicino che accende la candela accanto e così di seguito fino a quando il Fuoco dello Spirito non unirà tutte le nostre candele.

Il sacrificio del nostro IO solo per me per far nascere il nostro IO che diventa Sé, Sé Superiore, Principio Universale che unisce tutte le anime, quello che i Nativi Americani chiamavamo Gitche Manito, il Grande Spirito.

Non c’è bisogno di mangiare agnello, non c’è bisogno di rompere uova di cioccolata, non c’è necessità di gustare colombe dolci.

Torniamo ai simboli perché i simboli ci guidino verso il significato vero della festa, perché ci riportino verso il Sacro.

La resurrezione

Questo evento ha da sempre catturato la mia attenzione e scatenato una serie di interrogativi ai quali nessuno è riuscito a dare risposta.

Mi facevo queste domande perché, da credente in Cristo, le risposte che mi venivano date, anche dalla Chiesa Cattolica, lasciavano dentro di me delle grosse incognite.

Le domande che si affacciavano alla mia attenzione erano: con la morte del corpo fisico cosa succede dopo? Dove andiamo quando lasciamo questa terra?

Il cattolicesimo, religione predominante dove sono nato, mi spiega che tutti coloro che hanno lasciato questa terra rimangono in attesa della Resurrezione dei Morti e del Giudizio Universale nel quale Dio deciderà quale posto ci verrà assegnato nel Mondo Celeste.

Dentro di me questa notizia produceva una sensazione di cupezza, di paura del giudizio che si intrecciava all’ansia del dovere attendere chissà quanto tempo prima che questo succedesse.

Il Maestro Aivanhov, in alcuni suoi testi, arriva a chiedersi: possibile che una moltitudine di miliardi di miliardi di morti, quali si sono succeduti nelle epoche, attendano da tempo immemore tutto questo? 

Se il pensiero costruisce la nostra realtà, immaginate tutti coloro che stanno credendo e aspettando tutto questo quanto possano vagare e attendere ciechi a tutto l’altro che si manifesta!!!

E ancora: possibile che una Entità Suprema, che ha creato tutti gli universi e tutto quello che noi sperimentiamo, in perfezione assoluta di continuo cambiamento e movimento, nei livelli più infinitesimali come nella vastità sconfinata, abbia potuto concepire un tempo inimmaginabile di attesa nel nulla per un numero impensabile di Esseri?

Se è vero come è vero che Dio Infinito Benedetto ci ama, come interpretare la Resurrezione dei Morti e il Giudizio Universale?

I Maestri ci avvertono che le Scritture Sacre vanno interpretate con consapevolezza e attenzione.

Non si sta parlando di eventi che sono lontani, tanto lontani da essere la fine. 

Essi vanno interpretati nella realtà di continuo cambiamento e movimento, dalle più piccole nostre particelle alle galassie e agli universi, nella perdurante successione di accadimenti in cui viviamo.

Ogni istante risorgiamo e ogni istante siamo sottoposti al giudizio, inteso solo come constatazione reale di quello che ci accade nel nostro universo interiore.

Nelle frequenze che regolano il nostro mondo non esiste l’immobilità, la stabilità, il “per sempre”.

Sperimentiamo la trasformazione continua ed incessante di tutto l’esterno circostante e, nello stesso tempo, di tutto l’interno a noi inerente, in un gioco continuo di nascita e di morte e di rinascita.

Espressione della continua dualità in cui siamo immersi. 

Guardiamo il nostro corpo, guardiamo la natura intorno a noi.

Pensiamo alle meravigliose capacità rigenerative del nostro organismo in cui migliaia di cellule ogni giorno muoiono per essere sostituite da altre, alle ferite inflitte nella nostra pelle che, dopo qualche tempo, spariscono sostituite da altra pelle rinata, pensiamo ad un albero che si addormenta ogni inverno spogliandosi delle proprie foglie per rinascere a primavera con altre nuove o al seme che, per poter dare origine alla vita della pianta, si spacca e muore. 

Questa è resurrezione. Resurrezione della vita.

La vita che si trasforma e viene sostituita da altra vita.

Questo è l’orrore e la bellezza del mondo in cui viviamo, questo è ciò che ci rende realmente vivi.

Sapere che non siamo solo ciò che muore e ciò che rinasce in questo mondo ma che una parte di noi, ai più sconosciuta, non fa parte di questo mondo ma è immortale.

Il viaggio che ognuno di noi è venuto a compiere è quello di scoperta, continua, incessante, instancabile di unirsi a questa parte ed esprimerla a beneficio, utilità e servizio di tutti.

Questo viaggio è Gioia, Pienezza, Felicità.

Ogni volta che scegliamo consapevolmente di abbandonare un comportamento nocivo, una emozione paralizzante noi moriamo a noi stessi per risorgere e rinascere ad un altro noi, diverso, più vicino a quello che siamo veramente.

E quando sorge una malattia, un dolore fisico, una sofferenza interiore quello è il giudizio/consiglio che il Cielo ci manda per metterci sull’avviso che ci stiamo allontanando dal nostro progredire. 

Come se avessimo smarrito la strada per tornare a Casa e trovassimo segnali per deviare dal nostro Cammino.

E quando lasciamo questo attuale corpo fisico risorgiamo alla nostra Natura Divina e raggiungiamo la nostra dimora dove resteremo per poi ritornare di nuovo, o sulla Terra o in altro pianeta.

Il ritorno sarà un giudizio/consiglio sulla nostra esistenza precedente, che ci permetterà di vivere sperimentando nuove resurrezioni e via via successive reincarnazioni per progredire verso la Luce fintanto che non avremo più bisogno di tornare ma di rimanere dove siamo.

Quello sarà il Giudizio Finale.

L’ abbandono del corpo

La fase finale della metamorfosi non si presterebbe ad una pianificazione dettagliata di quanto avverrà. Infatti l’abbandono del corpo fisico sfugge ad essere contenuto e previsto nel tempo. 

Il processo di decadimento e del collasso fisiologico segue dei ritmi naturali di distacco graduale dagli elementi che lo compongono. 

Per molte tradizioni, nello Zohar ebraico e nella tradizione del buddismo bon tibetano per esempio, l’essere umano è composto da 4 elementi naturali primordiali che stanno alla base di tutto ciò che è creato: terra, acqua, fuoco, aria. 

A questi la tradizione bon aggiunge lo spazio come 5 elemento.

Per il buddismo tibetano iI numero 5 ricorre anche nelle appendici che si estendono dal tronco umano: 2 gambe, 2 braccia, 1 testa.

Ognuna di queste appendici ha altre 5 appendici: 5 dita per ciascuna gamba e ciascun braccio e 5 sensi per la testa (vista, udito, tatto, gusto, olfatto).

La Terra si manifesta nel corpo dell’uomo come carne.

L’Acqua si manifesta come sangue e fluidi corporei.

Il Fuoco come metabolismo interno, la caldaia dell’organismo regolato dalla temperatura, il fuoco della vita.

L’Aria come respiro, ossigeno, i gas, il moto.

Lo Spazio, tutto nasce dallo spazio, esiste nello spazio, si dissolve nello spazio. Lo spazio è l’elemento sacro che accoglie gli altri 4 elementi ed è Consapevolezza.

Quando veniamo in questo mondo passiamo dalla Consapevolezza all’Aria, al Fuoco che sono i due elementi superiori poi all’Acqua e alla Terra che sono i due elementi inferiori. Dal sottile al denso.

Quando lasciamo questo mondo facciamo il viaggio a ritroso dalla Terra all’Acqua, dall’Aria al Fuoco e infine nello Spazio.

I segni sono visibili esteriormente. 

Quando sta lasciando l’elemento Terra il corpo diventa più rigido, quasi immobile, con le estremità che si intorpidiscono.

Dalla Terra all’Acqua si sperimenta l’incapacità di deglutire, incapacità di trattenere i propri materiali di scarto, il sangue rallenta il suo flusso.

Dall’Acqua al Fuoco la temperatura interna perde la costanza, si manifesta febbre e la pelle diventa fredda e umida.

Dal Fuoco all’Aria si sperimenta il cambiamento della respirazione con pause tra una respirazione e l’altra di tempo variabile, respiro lento e respiro veloce, lunghe pause. 

Col primo respiro Aria incontra suo fratello il Fuoco e regolerà per tutta la vita il nostro calore interno in equilibrio perfetto. 

L’Aria si nutre del Fuoco e lo sostiene, i due fratelli si combinano e traggono vita a vicenda.

L’ultimo sospiro spegne il Fuoco.

Colui che assiste all’abbandono dei veicoli può utilizzare questi segnali per capire e informare dello stadio che il morente sta sperimentando per guidare con fluidità il processo.

Esso può durare dai due ai quattro giorni, ma si può anche protrarre per dieci giorni.

In questo lasso di tempo può essere utile usare la tecnica di meditazione guidata, anche se la persona morente fosse incosciente. 

Le meditazioni guidate possono aiutare il distacco facendo sperimentare tutto ciò che avverrà dopo, contribuire ad alleviare il dolore fisico, diminuire l’ansia e la paura.

Tempo fa ho assistito ad una gara di tuffi dalle grandi altezze. 

Ci sono esseri umani che riescono a lanciarsi da 25 o 30 metri di altezza facendo una serie di figure acrobatiche nel vuoto per poi entrare come un missile dentro l’acqua senza conseguenza alcuna. 

E’ una disciplina che richiede una preparazione accuratissima con tante ore di allenamento. 

Mi colpì uno di questi migliori tuffatori, un rumeno di nome Catalin Preda. Non si allenava tanto quanto gli altri, in realtà faceva pochi tuffi preparatori. Essendo un praticante zen egli si tuffava quasi solo ripetendo i movimenti nella sua mente in meditazione profonda e questo era sufficiente per farlo arrivare tra i primi. 

La meditazione sull’aldilà, guidata da colui che assiste, può essere utile per alleviare la paura e preparare il viaggio: lo spazio vuoto in cui ci si ritrova dopo il distacco, la musica che ti raggiunge, il tunnel buio, un buio caldo e accogliente, la luce multicolore in fondo al tunnel così bella e così intensa, la velocità con cui lo si attraversa, gli amici, i parenti e gli animali che sono lì ad aspettarti ed accoglierti, il senso di pace e di profondo amore che pervade ognidove. 

L’ambiente

Il luogo e lo spazio dove avverrà il distacco dai veicoli inferiori è importante.

Spesso mi domando dove vorrei che il mio avvenisse, la risposta è in casa mia. 

Credo che per molti di noi esseri umani lo sarebbe.

Ma non sempre è possibile, questo dipende dal grado di assistenza medica richiesto dalla malattia.

Spesso questo passaggio avviene in ospedale, dove certo non viene posta attenzione al benessere psico-emotivo di chi sta lasciando. Troppo spesso in quel luogo, quando i segni fisici del malato manifestano la fine vicina, si viene abbandonati anche dal punto di vista medico, pochi farmaci, poche visite di controllo, gli infermieri che passano frettolosamente davanti a quella stanza.

Durante la “pandemia” si è proibito l’accesso ai familiari e troppe anime sono state costrette a lasciare il corpo da sole, abbandonate a sé stesse, senza nessuna altra compagnia di una televisione accesa. 

Nell’hospice di cure palliative, l’ambiente rispetta un po’ di più le esigenze dell’ospite. Si possono portare oggetti della propria casa e perfino i propri animali di compagnia.

Ma ci si ferma lì, non è possibile fare altro.

Invece la stanza della persona morente dovrebbe trasmettergli quante più sensazioni positive possibili.

Essa può essere arredata secondo i gusti di chi la abiterà nei suoi ultimi tempi terrestri; chi ama gli spazi minimalisti tipo zen, chi ama riempirli di quante più cose possibili.

Se possibile tutto quello che riguarda questo ambiente dovrebbe essere concordato con chi lo occuperà.

La posizione del letto dovrà consentire, per esempio, che si possa vedere il cielo, il sole dalla finestra di fronte o una parete della stanza che contenga oggetti (quadri, fotografie, dipinti, disegni, monili, oggetti sacri, disegni dei propri nipoti, opere d’arte, pupazzi di peluche) che abbiano un significato profondo per chi li guarda.

Se la persona vorrà sentire vicino i suoi familiari, figli, amici potrebbe essere necessario spostare il letto al centro della stanza così da consentire al maggior numero di loro di potergli stare vicino, circondandolo letteralmente di amore.

Tutte le attrezzature mediche e farmaci non indispensabili dovrebbero essere fuori della visuale di colui che si trova a letto.  

Secondo le credenze, anche religiose, del morente il letto potrebbe essere orientato verso sud, come verso nord, verso la Mecca per i musulmani, verso il luogo di nascita.

Questo serve a creare un senso di sacralità nella stanza.

Sarebbe opportuno mettere una sedia all’entrata di essa con l’invito a sedersi per qualche minuto e prepararsi ad entrare nello spazio sacro lasciandone al di fuori la routine quotidiana da cui si proviene con tutto il carico di emozioni negative che ci genera, facendo il gesto materiale di togliersi le scarpe. La mente di chi entra deve essere sgombra per immergersi nella sacralità del momento presente.

L’invito per chi entra è quello di coltivare il silenzio e l’attenzione alle parole che si proferiscono e con quale intensità e volume si pronunciano.

Molte volte il morente non è sempre cosciente, in quanto impegnato a prendere contatto con il mondo che lo ospiterà, ma il suo udito è in grado di sentire e capire quello che viene detto nelle vicinanze in cui si trova il suo corpo fisico. Evitare di parlare della quotidianità con i propri problemi per rimanere nel qui ed ora con condivisioni importanti e inerenti.

Portare in quel luogo la propria rabbia, paura, tristezza significa avvelenare l’energia presente.

Anche luci e odori sono importanti e dovrebbero essere suggeriti da colui che sta lasciando. Soprattutto i profumi riescono ad influire sulle sensazioni. Incenso, profumo di fiori, per me il profumo del pane che cuoce è un odore ancestrale che mi riporta a casa e mi piacerebbe che si diffondesse nella mia stanza.

Infine il suono, l’ultima porta dei nostri sensi che ci lascia, che tipo di suono vorrei sentire?

Musica certamente, ma anche bambini che cantano sottovoce, una ninna nanna, canti sacri come i canti gregoriani, il rumore delle foglie agitate dal vento, la risacca lenta e dolce del mare, la pioggia che cade su un tappeto d’erba, il vento che suona un’arpa eolica. 

Il lascito

E’ l’impronta che si lascia sulla terra a testimonianza del proprio passaggio, come i graffiti sui ruderi di una parete di roccia, come frammenti di monili rinvenuti in uno scavo archeologico.

Non è tanto l’oggetto in sé che conta, ma come esso si inserisce nella storia di un popolo, quale significato assume che ci permetta di ricostruire il suo stile di vita. 

Non si sta parlando di quanto di materiale si lascia con un testamento, non si tratta di denaro, di ville, di auto…..

Facendo parte di una famiglia, crescendo dei figli, coltivando una cerchia di amici, di colleghi di lavoro, assumendo un ruolo nella comunità sociale, è questa l’impronta di cui si vuole parlare.

Tutti sono chiamati a partecipare, in armonia con la volontà della persona che è il soggetto: figli, marito, moglie, parenti, amici, compagni di lavoro.

Il ricordare è il comune denominatore che lega tutti, come lega anche la ricerca del significato della propria esistenza (che abbiamo chiamato ricapitolazione) a cui il lascito è strettamente legata.

Ma, mentre la ricerca del significato della propria vita è un lavoro intimo, introspettivo e più complesso, il lavoro sul lascito, essendo di carattere più corale, è più facile da individuare e portare a termine.

I lasciti possono assumere varie forme: un album, una pergamena, un oggetto realizzato in legno o ceramica, una coperta di lana fatta a mano, un video, un quaderno con delle frasi scritte da tutti i conoscenti, ma anche un sentiero nei boschi.

L’oggetto che fa parte del lascito è legato strettamente alla quantità di tempo che rimane a colui che dovrà realizzarlo. Ma è anche possibile per chi rimane, dopo la morte del proprio caro, sentirsi spinto a realizzare un lascito come strumento di elaborazione del lutto e come ricordo della persona che ha lasciato.

La pergamena in particolare affonda le radici nell’antica tradizione religiosa ebraica tedesca.

Dopo la nascita del figlio la madre cuciva le fasce del neonato per farne una striscia con la quale veniva avvolta la Torah, i primi 5 libri della Bibbia (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio) che costituisce la base dell’insegnamento religioso, per tenerla arrotolata. 

Su queste fasce venivano ricamate o dipinte scene da racconti biblici o da eventi della comunità nonché scene di augurio per un futuro matrimonio e riassumeva l’identità, il passato e gli auspici per il futuro del possessore.

La pergamena si presta mirabilmente ad essere utilizzata per testimoniare gli aspetti importanti della vita di una persona per mezzo di foto, collage e parole.

Il fatto che nel passato venisse usata per un neonato e ora possa venire utilizzata per un morente restituisce un senso di continuità allo strumento, utile per colui che viene al mondo e colui che lo sta lasciando.

Lo srolotarsi di questo lungo foglio di carta assume simbolicamente il fluire di un fiume, il fiume della vita della persona di cui si parla che sta raggiungendo il ricongiungimento con il mare.

Ricordo come, agli inizi del mio Servizio, venni chiamato da una persona con una malattia incurabile nel suo stadio finale. Mi ricevette nell’ampio salone della sua casa e mi fece vedere una imponente boiserie con vetrine che occupava tutta una parete del salone. 

Dentro si vedevano in bella mostra delle armi antiche, fucili, pistole, pallettoni, pugnali che erano appartenuti al suo defunto marito. 

Mi chiese di aiutarla a riconvertire questo manufatto in una libreria, quale era stata in precedenza, per poter esporre la copiosa quantità di libri, che la avevano accompagnata per tutta la sua vita, nonché oggetti che riguardavano i molti viaggi fatti. Mi disse che faceva tutto questo per lasciare un ricordo ai propri figli. 

La creazione e realizzazione di un lascito ha dei benefici immediati per la persona morente. Le dà uno scopo riempiendo questo tempo di pensieri e di azioni positive, pensando al bene per gli altri e distogliendosi dal dolore, dall’ansia e dalla possibile depressione.

E’ come rimanere sull’onda della propria vita per farne un dono per le persone che si amano.

La ricapitolazione

L’impulso a riflettere sulla propria esistenza terrena credo sia un bisogno innato degli esseri umani.

Più si avvicina l’ultimo stadio della propria vita, o quello che si sente essere come tale, più questo bisogno diventa impellente.

Quindi esso può manifestarsi anche in un essere umano di età biologica relativamente giovane, per esempio in un ventenne o trentenne.

Questo bisogno, che assume proprio le sembianze di un istinto, va assecondato, secondo il mio particolare modo di sentire, in quanto ci prepara alla ricapitolazione o esame della propria vita appena trascorsa, cui saremo tutti sottoposti quando saranno venuti meno i nostri veicoli inferiori.

Non si tratterà di un processo e non seguirà nessun giudizio e nessuna condanna ma solo l’intento che noi si capisca profondamente quali sono state le conseguenze dei pensieri e delle azioni generate a seguire fatti e accadimenti ben precisi lungo il corso della nostra esistenza terrena.

Avete mai fatto una ricapitolazione?

Avete mai stilato un bilancio della vostra esistenza?

Si è mai affacciato nella vostra mente l’interrogativo: la mia vita ha avuto un significato? O la mia vita è stata degna di essere vissuta?

Sono momenti intensi quando succedono e per me c’è stato, subito dopo, un desiderio irrefrenabile di fuggire via da tutto questo facendomi risucchiare nel samsara del tran tran della vita quotidiana.

Per rispondere a questi interrogativi bisogna indagare con tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione: l’introspezione, lo scendere nel nostro abisso inconscio, il tenere un diario, la reminiscenza e soprattutto una esplorazione profonda fatta con l’aiuto di una persona che possa guidarci a condurre un’analisi seria e strutturata anche attraverso un dialogo aperto e veritiero con familiari e amici.

Per questo è necessario che ci sia stata prima l’informazione sulle reali condizioni in cui si trova il morente.

Rispondere agli interrogativi precedentemente espressi porterà ad osservare i successi e gli insuccessi, gli insegnamenti ricevuti da essi, le idee a cui non è stato possibile dare realizzazione e le questioni rimaste in sospeso. 

Da tutto questo si potrà generare un senso di comprensione della trama della propria vita o un senso di rimpianto, amarezza fino ad arrivare alla disperazione.

La presenza e la vicinanza di una persona preparata, a cui affidare queste emozioni e sentimenti profondi affinchè vengano liberati e producano comprensione ed accettazione, è fondamentale per evitare che tutto l’evento possa essere manipolato ed usato per una trionfale celebrazione di successi dell’Ego o una distruzione terminale dell’Io a causa degli insuccessi.

Portare Luce sulle questioni rimaste in sospeso consentirà di produrre azioni concrete per porvi rimedio, se possibile, o per poter manifestare espressamente, alle persone coinvolte dalle nostre azioni passate, il sincero dispiacere per aver creato dolore e sofferenza.

L’evento che ha colpito il mio corpo fisico e che mi ha catapultato nell’osservazione sulla ricapitolazione mi ha fatto capire quanto sia importante non attendere che si sia sul punto di lasciare i propri veicoli, ma considerare di praticarla periodicamente per avere la possibilità di comprensione e per poter porre rimedio, fin tanto che se ne hanno possibilità e strumenti.

Questo significa dare un senso alla propria esistenza, dare vita alla propria vita.

La notizia

I riti che compongono la liturgia della metamorfosi (Ricapitolazione, Lascito, Ambiente, Oggetti intorno a me, Persone intorno a me, Rito di abbandono del corpo, Vestizione, Veglia) poggiano e trovano la loro possibile esistenza sul fatto che chi sta per lasciare i veicoli inferiori ne sia a conoscenza, in poche parole che abbia ricevuto la notizia che sta per morire.

Questo, per il mio modo di sentire e per la mia esperienza, rappresenta il più grande ostacolo esistente nella nostra tradizione popolare e nella cultura cattolica.

Le tradizioni della nostra terra, da nord a sud, erano intrise di superstizione, di magia, di sortilegi, di maledizioni, di fattucchiere e la morte ha rappresentato, nell’immaginario popolare, il primo oggetto verso cui indirizzare questi riti. Ancora oggi le reminiscenze di queste pratiche sopravvivono dentro i nostri animi.

La morte va scacciata con tutte le armi magiche possibili e, prima fra tutte, il silenzio e l’incuranza.

Tempo fa assistevo una persona malata in una clinica. Mentre ella stava dormendo nel suo letto ero in poltrona nello spazio antistante intento a leggere un testo che riguardava l’assistenza ai malati terminali, pur se la persona nella fattispecie non lo era. Vedo entrare una famigliare, che conoscevo, la quale, constatando che la sua parente stava dormendo, mi domanda cosa stessi leggendo e si avvicina per leggere il titolo del testo, in cui si faceva espressamente riferimento alla morte. Subito dopo, sbigottito, la vedo allontanarsi con una espressione mista di paura e disgusto facendo le corna con tutte e due le mani nella mia direzione e pronunciando le seguenti parole: tiè, tiè, tiè….

Il suo retroterra culturale non proveniva dalla campagna ma era una colta cittadina appartenente all’alta borghesia romana….

Durante il volontariato, prestato in un Hospice di cure palliative nella capitale, ho potuto constatare come ci sia una fortissima reticenza sia da parte dei familiari sia da parte del personale di assistenza nel riferire lo stato terminale in cui versa chi viene assistito, come d’altra parte ci sia spesso una pervicace resistenza dei malati a comprendere dove si è e cosa si è venuti a fare in quel luogo.

Ho avuto modo di assistere ad una conversazione, avvenuta tra due malati terminali, in cui ognuno descriveva con convinzione all’altro tutto quello che avrebbe fatto una volta lasciato quel luogo per ritornare a casa.

Naturalmente non c’è nulla di anormale in tutto questo, è una reazione istintuale e animale di fuga innescata dall’istinto di sopravvivenza con il quale si tenta di venire a patti.

Ho avuto modo di poter sperimentare quanto sia forte e animalesco questo istinto durante e dopo l’infarto miocardico che mi ha colpito. Una reazione di paura e di fuga mi prendeva, a dispetto di tutta l’osservazione consapevole sviluppata in anni di pratica spirituale, e mi sorprendeva anche nel sonno, anche mesi dopo l’evento, costringendomi a svegliarmi di soprassalto con il cuore in gola incapace di riaddormentarmi per lungo tempo.

Elisabeth Kubler Ross, pioniera nell’assistenza ai malati terminali, ha esaminato profondamente le dinamiche mentali più comuni delle persone a cui è stata diagnosticata una malattia terminale e ne ha tracciato un modello.

E’ un modello a fasi che possono succedersi nell’ordine o in altro ordine e con diverse intensità.

1. Negazione o rifiuto: meccanismo di difesa per proteggersi dall’eccessiva ansia della morte e prendersi il tempo di organizzarsi mentalmente. “Ma è sicuro che le analisi siano esatte?”, “Non è possibile vi state sbagliando!!”.

2. Fase della rabbia: rabbia e paura esplodono e investono in tutte le direzioni (familiari, personale ospedaliero, Dio). “Perché proprio a me?”. In questa fase critica può verificarsi la massima richiesta di aiuto come anche la chiusura, il rifiuto e il ritiro in sé stessi. 

3. Contrattazione o patteggiamento: si inizia a verificare cosa si può fare e verso dove si può dirigere la speranza. Comincia una specie di negoziato tra parenti o amici o personale di supporto anche religioso. “Se prendo questi farmaci crede che potrò….?” Si riprende il controllo della propria vita e si cerca di riparare il riparabile.

4. Depressione: si manifesta quando la malattia avanza e la sofferenza aumenta. C’è una fase reattiva in cui si prende coscienza della perdita di aspetti della propria identità, immagine corporea, potere decisionale e relazioni sociali e una fase preparatoria alle ulteriori perdite che seguiranno: la coscienza delle condizioni di salute, della impossibilità di ribellarsi e di un senso di sconfitta.

5. Accettazione: della propria condizione e consapevolezza di quanto sta per accadere. Ci si raccoglie nel silenzio e si gettano le maschere, e si instaura una profonda comunicazione con chi sta accanto.

La liturgia della metamorfosi

L’abbandono di ciò che ci tiene legati alla Terra e il passaggio nell’Aldilà è letteralmente una metamorfosi ossia un cambiamento profondo di stato.

Questo passaggio di stato, secondo il mio sentire, dovrebbe essere accompagnato da una liturgia. 

Liturgia deriva dal greco e vuol dire servizio pubblico, nobile servizio reso; passando attraverso il carattere pubblico dei voti sacerdotali, ha poi acquisito i colori del sacro.

A cosa serve una liturgia?

Serve, a chi sta vivendo l’esperienza e a coloro che assistono, a renderla sacra attraverso una serie di riti e a portare un’attenzione focalizzata a ciò che si sta vivendo per collegarsi alle Potenze Superiori.

Nella tradizione cristiana la liturgia è il complesso di cerimonie di culto. 

Anche in altre tradizioni abbiamo una liturgia che accompagna la metamorfosi come ne abbiamo anche per altri atti del vivere quotidiano. 

Liturgia, per me ad esempio, è preparare il caffè la mattina appena sveglio, stappare il contenitore e annusarne il profumo, riempire di acqua fino alla valvola il serbatoio, asciugare attentamente il cestello che conterrà la polvere e riempirlo con attenzione senza farne cadere troppa e lasciando una giusta compattezza per permettere all’acqua di salire, avvitare la parte superiore e accendere la fiamma al minimo attendendo, con l’orecchio teso, per sentire il gorgoglio del caffè che sta uscendo, per poi gustarne l’aroma. 

Liturgia è entrare nella stanza dove medito, chiudere la porta, stendere il tappetino, appoggiarvi sopra il cuscino da meditazione, avendo cura che sia ben gonfio, accendere una candela recitando un’invocazione per la fiamma che prende vita, accendere un bastoncino di incenso rivolgendone la fiamma alle effigi dei Maestri che sono appese nella stanza, recitare delle invocazioni e sedermi sul cuscino per la mia pratica. 

Per ogni cosa che facciamo possiamo istituire una liturgia.

La Chiesa Cattolica ha una liturgia con una serie di riti per coloro che sono già defunti. 

Ma per chi si sta avviando a lasciare i veicoli inferiori ma non li ha ancora lasciati cosa si può fare?

C’è la preghiera, per chi ci crede e si ricorda, ma molto spesso nulla. 

Soprattutto negli ultimi due anni molti esseri umani sono passati oltre in un letto di ospedale, o peggio in una barella buttati in un corridoio, da soli, nella malattia e nella solitudine più profonda e molti di coloro che sono rimasti non hanno potuto nemmeno dare loro l’ultimo saluto.  

Cosa possiamo fare affinchè chi sta lasciando possa trovare conforto e amore?

Alcuni Compagni di Viaggio di altri paesi hanno tracciato una strada che porta in questi territori e questa strada vorrei seguire anche io nella mia terra.

Si tratta di aiutare chi sta lasciando e coloro che gli sono vicini a costruire una liturgia della propria metamorfosi che lo rispetti e lo ricordi agli occhi di tutti coloro che rimangono.

E’ un compito molto delicato e difficile perché in primo luogo bisogna smontare la mitologia della morte.

Che cosa è la mitologia della morte?

E’ il mito che ognuno di noi ha costruito su di essa. Un mito molto spesso orribile, tremendo alla base del quale c’è una paura primordiale profonda e animale. Per dirla come Woody Allen: non è che ho paura di morire, è solo che non voglio esserci quando accadrà.

Tutti noi fuggiamo via lontano da questo tema, come da quello della malattia che lo introduce.

Spesso tutta la nostra vita terrena viene condizionata e mossa da questa paura.

La paura della morte ma anche la paura del dolore che potrò provare prima di morire, la paura di non sapere cosa ci sarà dopo. 

Bisogna partire da qui.

Sfatare il mito della morte ci permette così di poter osservare tutto il resto con un certo distacco, necessario per affrontare i riti che compongono la liturgia della metamorfosi:

Ricapitolazione

Lascito

Ambiente

Oggetti intorno a me

Persone intorno a me 

Rito di abbandono del corpo

Vestizione

La veglia

Tutto questo insieme alla propria famiglia e a colui che si mette al Servizio per coordinare e aiutare.

Nei prossimi articoli esamineremo più da vicino questi aspetti.

Il senso del Sacro

Stiamo attraversando un tempo di caduta di valori, di grandi rivoluzioni e di un profondo smarrimento.

Sento di essere invitato, come tutta l’umanità, a riscoprire il senso del Sacro nell’esperienza di vita. 

Cosa vuol dire Sacro?

Sacro, dal latino sacer, è ciò che è connesso all’esperienza di una realtà totalmente diversa da quella in cui siamo immersi e ci muoviamo quotidianamente sulla terra.

Questa esperienza di una realtà diversa significa il ritorno nelle Regioni Celesti, ritorno all’Origine per portarla in tutto ciò che sperimentiamo nella nostra esistenza quotidiana.

Coinvolge quindi la nascita, come esseri umani, il lavoro, la famiglia, il vivere comune, l’ordinamento che lo gestisce, fino al decadimento e all’abbandono dei veicoli fisici con la morte.

Portare il Sacro, ossia la connessione con il nostro Divino, rappresenta per me una missione, nel vero senso del termine.

Cosa vuol dire missione?

Il mandare o l’essere mandato a esercitare un ufficio o incarico particolare.

Mi sento quindi un missionario. E tutti noi lo siamo.

Quindi realizzare di essere stati mandati su questa terra per esprimere la scintilla divina, che è in tutti noi, diventa un ufficio, un sacro ufficio.

Sacro ufficio vuol dire sacrificio, vuol dire ricordarsi quanto più è possibile per quale motivo ci si trova qui in questo momento e celebrarlo nella nostra vita. 

Cominciamo dalla fine o meglio dall’inizio ossia la morte. 

Tanto tanto tempo fa c’erano riti, anche molto complessi, che accompagnavano colui che stava lasciando il corpo fisico, riti che celebravano il ritorno verso il Mondo Superiore delle Anime. 

Questi riti consentivano a tutti, anche coloro che rimanevano, di poter entrare nella dimensione di sacralità che avrebbe favorito questo viaggio e aiutato chi sarebbe rimasto.

Basti pensare a quelli complessi degli antichi egizi.

Il Dio Osiride, padrone dell’oltretomba, la pesa dell’anima, la mummificazione, le pareti istoriate con scene della vita del defunto, fino ad arrivare alla grandiosità della tomba: la Piramide.

Addirittura la posizione delle piramidi di Giza, riproducenti esattamente la posizione delle 3 stelle della Cintura di Orione (Alnitak, Almilan, Mintaka) che migliaia di anni dopo diventano i 3 Re Magi (Gaspare, Baldassare, Melchiorre) a salutare la venuta del Cristo con i 3 doni-simbolo dell’oro, incenso e mirra.

Ma ancora oggi nell’isola di Sulawesi il popolo Toraja celebra i propri morti con un rito dove il sacro entra addirittura nelle loro case.

Quel popolo celebra l’abbandono del corpo fisico come l’inizio di un viaggio verso il Mondo delle Anime e l’essere che lo sperimenta è come sospeso tra due mondi e tale rimane finchè tutti i familiari abbiano elaborato il lutto e siano pronti a lasciarlo andare.

Per questo il defunto viene mummificato con formalina e portato nella casa familiare per tutto il periodo necessario a che tutta la famiglia abbia completamente elaborato la perdita (mesi o addirittura anni), periodo in cui la mummia viene tenuta in casa come se fosse ancora in vita. E’ vestita, le si offrono cibo, sigarette e quando ci si alza da tavola le si chiede il permesso. 

Solo dopo che tutti i familiari siano d’accordo a separarsi dal defunto si può procedere a celebrare il rituale che gli consentirà l’accesso al Regno delle Anime.  

Che differenza rispetto a come viene vissuta la morte oggi nel mondo “civilizzato”!!! 

Abbiamo perso il contatto con i segni ed i simboli che annunciano l’abbandono del corpo fisico di una persona cara. 

Abbiamo affidato questi segnali a macchine che ci avvertono con freddo suono acuto e prolungato che il cuore ha cessato di battere.

Spesso si muore in una stanza di un ospedale o di un Hospice con una televisione accesa, da soli, una televisione che vomita musica, gente che litiga invece del silenzio solenne e sacro che dovrebbe accompagnare questo viaggio.

Quando anche non siano i litigi, gli schiamazzi o i discorsi insulsi di persone di famiglia senza alcun ritegno, rispetto per colui che sta lasciando.

Sono stato purtroppo testimone di un momento di questi quando ho assistito alla scena di alcuni familiari di un morente che, nell’agonia precedente la sua morte, stavano già portando via i suoi abiti ed effetti personali dalla stanza in cui si trovava.

Abbiamo sostituito alle figure sacre idoli e feticci tecnologici, smartphone, computer e ormai ora anche robot dotati di intelligenza artificiale così sofisticata che possono lavorare al posto nostro senza più fatica, senza più pensieri, senza sentimenti. Stiamo andando sempre più verso un mondo dove regna Mente. 

Ma ancora oggi più o meno inconsciamente utilizziamo rituali che ci aiutino a vivere il lutto e la separazione.

Nella mia personale esperienza c’è un particolare odore che mi ricorda mio padre quando rientrava in casa dal lavoro. E’ un misto tra l’odore della carta, quello che si sente entrando in una biblioteca, e quello dell’inchiostro usato per la stampa, nella fattispecie nella tipografia della nostra famiglia, talmente penetrante che impregnava i suoi abiti. Quell’odore, subito dopo la perdita di mio padre, è lo stesso che sentivo quando scendevo nella sala macchine e mi dava un senso di sicurezza come se lui fosse ancora accanto a me. Ancora oggi quando mi capita di entrare in una stamperia vivo con grande tenerezza e rispetto questo contatto.

Come conosco persone che anche dopo anni dal distacco dalla loro moglie o dalla loro mamma conservano negli armadi delle abitazioni interi guardaroba appartenuti a colei o colui che ha lasciato.

Sono tutti segnali che il Cuore ha bisogno di esprimere e non possiamo reprimere.

La strada di Casa passa attraverso un ponte che collega Mente e Cuore.

Afterlife 7

La gran parte di coloro che hanno vissuto un’esperienza di premorte hanno descritto un confine, un limite che non avrebbero potuto superare e sarebbero dovuti tornare indietro. 

Può essere una distesa d’acqua, una porta, un muro, una nebbia grigia e densa, una siepe che attraversava un campo o semplicemente una linea. 

Ecco alcuni esempi tratti da testimonianze di chi li ha vissuti.

  • Morii di infarto e mentre morivo mi trovai in un campo. Era bello e tutto era di un verde intenso, introvabile sulla terra. Guardavo davanti a me e nel campo vidi una siepe. Mi avvicinai ad essa e vidi un uomo dall’altro lato di essa che si avvicinava a me. Volevo avvicinarmi ma mi sentii trascinare indietro irresistibilmente e nello stesso istante vidi l’uomo voltarsi e tornare indietro.
  • Persi conoscenza e senti un rumore fastidioso, come un ronzio. Mi trovavo su una nave o una piccola imbarcazione in viaggio verso la riva opposta di una grande distesa d’acqua. Sull’altra sponda vedevo tutti i miei cari defunti: mia madre, mio padre, mia sorella e altri. Mi facevano cenno di raggiungerli e io dicevo: no, no non sono ancora pronta a raggiungervi. Non voglio morire.

Alcuni altri ricevono la notizia che devono tornare indietro dalla persona che è venuta a prenderli e ad accompagnarli attraverso lo spazio buio. 

I loro sentimenti, nei momenti immediatamente successivi alla morte, sono un disperato desiderio di tornare nel corpo e un profondo rimpianto per la propria morte.

Ma quando il morente si è inoltrato nell’esperienza non vuole tornare più indietro e a volte cerca di non rientrare nel corpo fisico. Soprattutto dopo che si è incontrato l’Essere di Luce.

Solo chi ha lasciato compiti importanti da portare a termine si sente lieto e a proprio agio nel tornare.

Alcune volte si ritorna, indipendentemente dai desideri personali, a causa dell’amore e delle preghiere di coloro che sono rimasti in vita.

Ero con mia zia durante la sua recente malattia. Più di una volta le si arrestò il respiro, ma la salvarono sempre. Infine un giorno mi guardò e mi disse: Joan, sono stata là, nell’aldilà, ed è bello. Voglio restarvi ma non posso finchè voi continuate a pregare perché io rimanga sulla terra. Le vostre preghiere mi trattengono qui. Per piacere, smettete di pregare.

Dopo il ritorno alla vita, i sentimenti e le sensazioni associate all’esperienza avuta permangono per qualche tempo.

Chi le ha provate non ha alcun dubbio quanto alla realtà e all’importanza della cosa, ma tutti si rendono conto che la nostra società non è l’ambiente ideale per ricevere questo tipo di testimonianze.

La paura è che, raccontandola, si possa essere etichettati come visionari o malati di mente.

Alcuni hanno tentato di parlarne ma non vennero presi sul serio.

Un altro motivo che spiega la reticenza dei più è la sensazione che l’esperienza in se stessa è tanto indescrivibile e quindi lontana dalle possibilità dell’umano linguaggio, della percezione e dell’esistenza umana che è inutile anche solo tentare di esprimerla.

La conseguenza principe dell’esperienza di premorte vissuta è la perdita della paura della morte che attanaglia ogni essere umano che non la abbia provata.

Ma anche la sensazione che la vita di chi è tornato è stata ampliata, approfondita, che si è più inclini alla riflessione, più interessati ai problemi filosofici riguardanti la morte o il fine dell’uomo.

Da allora ho continuato a pensare a quello che ho fatto della mia vita e a quello che ne farò. Sulla mia vita passata non ho recriminazioni. Ma dalla mia morte, di colpo, ho cominciato a chiedermi se avevo fatto quel che avevo fatto perché era un bene o perché era un bene per me. Prima agivo seguendo l’impulso mentre adesso penso bene alle cose, con calma e a lungo. Cerco di fare cose che abbiano un maggior significato e per questo la mia mente e la mia anima si sentono meglio. Cerco di non essere prevenuto e non giudicare nessuno. Voglio fare cose che siano buone in loro stesse e non soltanto per me.

Molti sembrano d’accordo sulle lezioni avute dagli incontri con la morte. Il desiderio di coltivare l’amore per gli altri, un amore di un genere unico e profondo. Molti sentono che il loro scopo sulla terra è cercare di imparare ad amare così. 

Conoscenza e Amore sono i pilastri che sorreggono la nostra vita terrena permettendo di salire verso lo Spirito. 

Afterlife 6

Il Viaggio dell’Anima dopo il distacco dal corpo fisico prosegue con l’incontro che, a parere della maggior parte di coloro che sono tornati indietro e ricordano l’esperienza, ha un effetto profondo su di essi.

L’Essere che li accoglie viene definito un Essere di Luce con una personalità ben definita e percepibile.

La luce che emana è vividissima ma non abbaglia e non impedisce di vedere tutto quello che c’è intorno, ma soprattutto è l’amore e il calore che emana che, dicono, è inesprimibile e ci si sente completamente circondati, sereni e accettati alla sua Presenza, nonché magneticamente attratti da Essa.

A seconda delle credenze religiose avute in vita può essere identificato come Cristo o come un angelo.

La comunicazione con questo Essere avviene tramite la trasmissione di pensiero senza limiti né ostacoli con una chiarezza che esclude qualsiasi possibilità di errata comprensione o di poter mentire.

L’Essere di Luce pone le seguenti domande: “Sei preparato alla morte?”; “Sei pronto a morire?”; “Che cosa hai fatto nella tua vita che tu possa mostrarmi?”; “Che cosa hai fatto nella vita che ti sembra sufficiente?”.

Le domande non sono espresse per condannare, minacciare o accusare, ma per far riflettere sulla propria vita e potersi avviare alla comprensione della verità profonda del vissuto. 

Ecco una descrizione dell’Essere di Luce:

Sapevo che stavo morendo e che non potevo farci nulla perché nessuno poteva sentirmi…. Ero fuori dal corpo, su questo non ho dubbi, perché potevo vedere il mio corpo sul tavolo operatorio. La mia anima ne era fuori! Dapprima mi sentii male per questo, ma poi venne quella luce chiarissima. Dapprima sembrava pallida, ma poi divenne un raggio potente. Una enorme quantità di luce, non come una forte luce elettrica, era troppa luce. E da quella luce emanava calore; sentivo un senso di calore. Era di un giallo biancastro luminoso – no, quasi bianco. Luminosissima; ma non posso descriverla. Sembrava invadere tutto, eppure non mi impediva di vedere le cose intorno a me: la sala operatoria, i dottori e le infermiere, tutto. Vedevo chiaramente e la luce non mi accecava. Dapprima, quando venne la luce, non capivo bene che cosa stesse accadendo, ma poi la luce mi chiese, fu come se mi chiedesse, se ero pronto a morire. Era come parlare con una persona, ma nella luce non c’era una persona. Era la luce che mi parlava, ma con una voce… L’amore che veniva dalla luce è inimmaginabile, indescrivibile. Era una persona con cui era divertente stare! E aveva senso dell’umorismo – sì, lo aveva!

Tutto questo è il preludio a un evento di primaria importanza e profondità nel quale l’Essere di Luce presenta a colui che sta morendo una panoramica della sua vita. Lo scopo fondamentale è quello di provocare in lui una profonda riflessione su di essa. 

Il tutto avviene rapidissimamente con una sincronia quasi istantanea per assimilare tutta l’esperienza in un tempo terreno brevissimo.

A dispetto della velocità con cui avviene tutto il processo l’intensità è invece molto alta. Si percepiscono colori vibranti, tre dimensioni e il movimento. A queste immagini sono anche associate le emozioni, i sentimenti che le hanno accompagnate in vita. 

Lo scopo fondamentale di questa ricapitolazione è quello di far comprendere, a coloro che stanno passando oltre, la loro vita alla luce di due cose fondamentali per lo Spirito: imparare ad amare gli altri e acquisire la conoscenza. Nel regno ultraterreno questi sono i valori più importanti che regolano la vita delle anime. 

Il miglior paragone per descrivere questa esperienza l’ho ascoltato dalle parole con cui Padre Mariano Ballester, un gesuita che ha spaziato con la sua conoscenza e saggezza nel campo dello Spirito, lo ha descritto. Padre Ballester è stato anche lui protagonista di un episodio di pre-morte e al suo ritorno disse che era stato in compagnia di questo Essere di Luce che gli aveva mostrato tutti gli episodi della sua vita come una serie di diapositive che si succedevano su un immaginario schermo circolare che lo attorniava e commentava con l’Essere tutte le diapositive, sentendo tutta la carica emozionale e sentimentale che aveva provato in occasione di ogni evento. Poi è arrivato ad una serie di diapositive scure in cui non c’era nulla. Domandò all’Essere come mai erano scure ed egli gli disse che non potevano essere che così visto che sarebbe dovuto tornare indietro per vivere e riempire di immagini quello che mancava e che il suo compito, una volta tornato indietro, sarebbe stato quello di riferire quello che aveva vissuto durante la sua pre- morte.

Spero che il monologo finale del film American Beauty vi possa dare un’idea di quanto descritto.  

Afterlife5

Sono state descritte finora tutte le fasi immediatamente successive al distacco dal corpo fisico e la constatazione di avere un corpo di altra natura con delle prerogative sensoriali diverse dal proprio corpo fisico.

Si è stati pressochè nelle vicinanze della materia da cui ci si è distaccati, ma ora ci si addentra sempre di più nell’esperienza e ci si muove verso altri luoghi.

Molti di coloro che sono tornati da un’esperienza iniziale di morte riferiscono di aver avuto delle sensazioni uditive.

A volte spiacevoli definite come un ronzio persistente, un ticchettio, un clangore metallico, un suono sibilante simile al vento.

A volte piacevoli come un suono di campanelle, un suono di campanellini eolici, un’arpa eolica (strumento a corde dentro cui passa del vento che le fa vibrare) se non quando una musica maestosa, celestiale.

Insieme a questa sensazione sonora ci si trova a percorrere rapidamente e forzatamente uno spazio buio. 

Questo spazio buio viene descritto come una galleria, una cantina, un pozzo, un canale, un recinto, una gola, un vuoto, un cilindro, una valle.

In alcuni individui con un’educazione religiosa ci si ricollega alla Valle dell’ombra della morte descritta nella Bibbia salmi 23:4 “quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza”.

C’è una simmetria perfetta tra il modo di venire alla luce del mondo terreno e quello da cui ci si diparte attraversando uno spazio buio che assume la forma di un canale, una galleria.

Pur essendo in uno spazio buio non si prova alcuna paura ma una sensazione di pace e di quiete.

Molti hanno detto di non essere soli ma di avvertire la presenza, a volte da subito a volte più in là nell’esperienza, di Esseri venuti per aiutarli e accompagnarli nel viaggio di ritorno al Padre, a volte per comunicare loro che non era ancora giunto il tempo della morte e che sarebbero dovuti tornare indietro. 

Molto spesso questi Esseri sono delle persone alle quali il viaggiatore era legato da vincoli di parentela, di amicizia, ma comunque persone con cui si era legati da una speciale vibrazione di risonanza animica.

Nella testimonianza che ricevetti dalla persona che incontrai in un letto di ospedale ella mi disse di aver visto nel buio la figura di suo zio amatissimo che le veniva incontro, ma non era l’immagine dello zio come lei lo ricordava alla sua morte, bensì molto più giovane che esprimeva piena salute ed era vestito con un vestito bianco. La prese per mano e percorsero insieme lo spazio buio dove si trovavano in direzione di una luce vivissima. 

Arrivati lì lo zio le disse che non poteva proseguire e che sarebbe dovuta ritornare nel proprio corpo fisico perché aveva un compito da terminare nella materia.

Spesso infatti coloro che sono ritornati descrivono un confine, un limite oltre il quale la loro esperienza di pre-morte deve cessare e debbono tornare. 

Questo confine viene descritto come una distesa d’acqua, un campo, un muro, una linea, una siepe.

Ecco una descrizione di una paziente intervistata dal dr. Moody:

“L’esperienza ebbe luogo durante la nascita del mio primo figlio. All’ottavo mese di gravidanza mi venne quello che il dottore chiamò uno stato tossico consigliandomi di entrare in ospedale dove avrebbe provocato il parto. Subito dopo la nascita del bambino ebbi una violenta emorragia e il dottore faticò molto a fermarla. Ero consapevole di quello che stava accadendo perché, essendo io stessa infermiera, capivo che pericolo corressi. Poi persi conoscenza e sentii un rumore fastidioso, come un ronzio. Mi parve di trovarmi su una nave o un piccolo vascello in viaggio verso la riva opposta di una vasta distesa d’acqua. Sull’altra sponda vedevo tutti i miei cari defunti; mia madre, mio padre, mia sorella e altri ancora. Li vedevo, vedevo i loro volti com’erano quando erano sulla terra. Sembrava mi facessero cenno di raggiungerli e io dicevo: no, no non sono ancora pronta a raggiungervi. Non voglio morire. Non sono pronta ad andarmene. Infine la barca raggiunse quasi la spiaggia opposta, ma proprio prima di toccarla si volse e tornò indietro”.

Afterlife 4

Che cosa si diventa una volta abbandonato il proprio corpo fisico?

Coloro che lo hanno abbandonato, nelle testimonianze avute dal dott. Moody, riferiscono che ci si sente in un altro corpo le cui descrizioni sono, tra loro, sorprendentemente simili.

In contrapposizione al corpo materiale, appena perso, esso può essere definito spirituale.

L’idea, che sottende alle più svariate descrizioni che ne sono state fatte, vuole esprimere qualcosa che ha la consistenza di una nube, a volte di vari colori, o volute di fumo, o vapore trasparente, o concentrazione di energia.

Ha una sagoma, spesso uguale al corpo fisico, una forma tondeggiante con delle parti simili a proiezioni della testa, braccia e gambe e, quindi, esistono delle estremità una in alto ed una in basso.

Alcuni hanno parlato a questo proposito di una somiglianza tra il loro corpo fisico ed il nuovo corpo:

“Sentivo di avere sempre una forma corporea completa, gambe, braccia, tutto, pur essendo senza peso”.

Si fa esperienza, dapprima, delle limitazioni di questo nuovo corpo.

L’assenza di peso e quindi della gravità è la prima, ci si sente galleggiare sul soffitto del luogo in cui il corpo fisico è stato abbandonato, di essere trascinato via come dalla corrente.

Poi l’assenza di tutte quelle percezioni che permettono al nostro corpo fisico di percepire in quale punto dello spazio ed in quale posizione si trovi, se siamo fermi oppure in movimento. Il senso dell’equilibrio e la sensazione del movimento che proviene dal nostro senso cinetico ossia dalla tensione nei muscoli, nei tendini e nelle giunture. Normalmente non ci accorgiamo del senso cinetico perché viene costantemente usato. 

Ci si accorge di non essere visibili, si vedono medici, infermieri o altri presenti che guardano in direzione del corpo spirituale senza dar segno di averlo visto. 

Si perde il senso del tatto per cui se si cerca di afferrare cose o persone presenti è come se le mani passassero attraverso senza possibilità di fare alcuna pressione sulla materia fisica.

Per esempio se si cerca di aprire una porta la maniglia sembra attraversare la mano quando si cerca di prenderla, ma non è necessario aprire nessuna porta in quanto la consistenza del nuovo corpo permette di attraversarla.

Quest’assenza di limitazione permette quindi di spostarsi in maniera estremamente rapida, quasi istantanea. 

Il tempo, come sperimentato nella terra, non fa parte della nuova esperienza del corpo spirituale.

Come è libero il movimento in questo nuovo stato così è libero il pensiero.

La mente è chiarissima, lucidissima e “tutto quello che provavo giungeva infine ad avere un significato”.

I sensi corrispondenti alla vista e all’udito sembrano essere molto più potenti.

Riguardo alla vista si riesce a vedere molto più lontano e nitidamente. 

Ecco quello che riferisce una donna che lasciò il proprio corpo fisico in seguito ad un incidente: “c’era molta gente che correva intorno all’ambulanza. Ogni volta che guardavo una persona, chiedendomi  cosa stesse pensando, come per uno zoom improvviso mi trovavo là. Quando volevo vedere qualcuno molto distante, una parte di me, come un razzo tracciante, si recava da quella persona.”

Quanto all’udito non lo si può chiamare propriamente così nel corpo spirituale. 

La maggior parte afferma di non aver sentito voci o suoni, ma piuttosto di aver percepito i pensieri dei presenti.

“Potevo vedere la gente e capire quello che diceva. Non la sentivo, come adesso sento lei. Era piuttosto come sapessi quello che stavano pensando, esattamente quello che stavano pensando, ma solo nella mia mente. Capivo un momento prima che aprissero bocca per parlare”.

Infine nessuna lesione presente nel corpo fisico si trasmetterà al corpo spirituale, quindi la mancanza di un arto o la sua deformazione non si replicheranno nel nuovo corpo. 

Molti di coloro che hanno sperimentato una pre-morte riferiscono di un profondo senso di solitudine. In effetti ogni comunicazione con gli esseri umani si interrompe e il fatto di non poter comunicare quanto di straordinario si sta sperimentando molto spesso è disperante. 

Tuttavia questa solitudine è destinata a svanire appena si penetra più a fondo nel grande passaggio quando alcuni Esseri saranno incaricati di guidarci ed assisterci.

Afterlife 3

Quali sono gli stati d’animo che si manifestano dopo l’abbandono del corpo fisico?

La maggior parte di noi esseri umani ha un’identificazione col proprio corpo fisico quasi totale e per molti pensare che ci possa essere un’esistenza senza di esso è inconcepibile.

Quindi trovarsi ad osservare il proprio corpo fisico senza più vita genera una notevole quantità di confusione con una domanda che si affaccia: che cosa mi sta accadendo?

A seguire alcuni sperimentano una profonda paura, il panico seguito da un disperato tentativo di rientrare nel corpo fisico senza peraltro riuscirvi.

Alcuni ascoltano la notizia della propria morte da coloro che sono vicino al loro corpo e c’è il tentativo di rassicurarli che non si è morti e che ci si trova proprio lì vicino, un tentativo vano vista l’impossibilità di parlare o toccare o abbracciare.

Alcuni altri sperimentano una profonda sofferenza nel vedere lo stato in cui è ridotto il corpo fisico, appena abbandonato, soprattutto coloro che hanno subito incidenti mortali a causa di cadute o incidenti stradali.

Altri non riconoscono il corpo che hanno appena abbandonato come se credessero che avesse un aspetto diverso.

Altri ancora provano emozioni positive come un senso di pace e di quiete nell’averlo abbandonato.

Ma molto spesso si affaccia la preoccupazione del non sapere dove andare e cosa fare!!!

Si realizza che si è morti e molti aspettano.

L’intento motore che mi spinge a scrivere queste pagine è proprio quello di fornire, a coloro che vorranno leggere, una mappa di quello che avverrà dopo la propria morte fisica per evitare di vagare inconsapevoli per chissà quanto tempo.

Pensate infatti a coloro che credono che la cessazione delle proprie funzioni vitali terrestri sia la fine di tutto e che dopo non ci sia nulla!!!! 

Oppure a coloro che attendono il Giudizio Universale!!!

Quanto tempo dovrà passare prima che si ricredano? 

Quando si presenteranno loro degli esseri, mandati apposta per aiutarli a trovare la strada, potrebbero rifiutare di seguirli, credendo che non esistano e che non esista un posto dove andare!!!

Ci sono poi degli esseri che non vogliono lasciare questa terra per vari motivi.

Vuoi per non abbandonare tutto quello che hanno accumulato nella materia.

Vuoi per non lasciare luoghi ai quali sono particolarmente legati da emozioni positive o negative. 

O vuoi anche perché non vogliono abbandonare qualcuno che è rimasto sulla terra a cui sono legati da forti sentimenti.

Quando questo succede si parla di presenze o fantasmi.

Un uomo anziano, ipovedente a causa di una malattia degenerativa, mi ha riferito di essersi svegliato di notte per andare al bagno e di aver visto delle persone che, attraversando un muro, erano entrate nel salotto di casa sua. Gli ho chiesto se conosceva queste persone e mi ha risposto che non le conosceva. Impaurito ha gridato: andate via da casa mia!!! Esse sono uscite come erano entrate. Infatti l’uomo ha controllato se la porta di casa fosse aperta e ci fossero dei segni di effrazione, ma tutto era in ordine.

Una persona a me molto vicina mi ha riferito che per anni ha visto nel corridoio della sua casa una bambina piccola con i capelli biondi ed un vestitino bianco che correva. La cosa le è stata confermata anche da un sensitivo ospite che, invitato nella sua casa, le ha chiesto chi fosse quella bambina che vedeva correre in casa.

Altre volte sono perfino coloro che rimangono che con le loro preghiere e con i forti sentimenti che provano per quelli che sono andati solo temporaneamente, non li lasciano liberi di andare e li tengono ancorati in prossimità della terra. 

Per questo motivo, anche per chi rimane, sapere cosa succederà ai loro cari e conoscere il luogo dove andranno a stare può far sentire sì la mancanza ma può contribuire a sviluppare un sentimento di sollievo confortante.

Sant’Agostino meglio di chiunque altro riesce ad esprimere questo.

“La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come se fossi nascosto nella stanza accanto.

Io sono sempre io e tu sei sempre tu.

Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.

Chiamami col nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.

Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.

Prega, sorridi, pensami!!

Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia di ombra o tristezza.

La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.

Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente solo perché sono fuori dalla tua vita?

Non sono lontano, sono dall’altra parte proprio dietro l’angolo.

Rassicurati va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.

Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami il tuo sorriso è la mia pace.”

Afterlife 2

Il Viaggio di ritorno al Padre inizia con la morte del corpo fisico.

Quello che di noi si stacca dal corpo fisico possiede ancora un corpo, ma di altra natura e caratteristiche che più in là esamineremo.

Questo corpo all’inizio rimane in prossimità del corpo fisico dal quale si è staccato.

Generalmente nello stesso ambiente in cui esso si trova. 

E’ in grado di percepire, anche se le esperienze di percezione sono sostanzialmente diverse da quelle che ineriscono la natura terrestre dei veicoli inferiori che sono comuni a tutti gli esseri umani.

Per questo motivo coloro che sono tornati indietro non trovano i mezzi di comunicazione adatti per esprimere quello che hanno vissuto. Non esistono parole per esprimere quanto hanno sperimentato, non ci sono aggettivi o superlativi in grado di riferire e spiegare.

Questo perché siamo immersi in un mondo terrestre a tre dimensioni, ma appena questo viene abbandonato le dimensioni aumentano e per questo è difficile parlarne.

Anita Moorjani, che è tornata indietro da questo viaggio per lei miracoloso, descrive piuttosto bene ciò che si prova:

Immagina un enorme e buio deposito.

Tu vivi lì e per vedere hai a disposizione solo una torcia.

Tutto quello che sai sul suo contenuto è ciò che vedi attraverso il fascio di luce della tua piccola torcia. Riesci a vedere solo ciò su cui si sofferma la tua torcia, e identifichi ciò che già conosci.

La vita terrena è proprio così. 

Siamo consapevoli solo di quello su cui focalizziamo i nostri sensi in ogni istante, e riusciamo a comprendere soltanto ciò che ci è già familiare.

Ora, immagina che un giorno qualcuno accenda un interruttore. 

Per la prima volta, in una subitanea esplosione di luce, suoni e colori, vedi l’intero deposito e scopri che non ha nulla a che fare con quello che avevi immaginato. 

Le luci lampeggiano, dardeggiano, risplendono e lanciano scintille rosse, gialle, blu e verdi.

Vedi colori che non conosci, altri che non avevi mai visto prima……

Luci al neon pulsano e ondeggiano in un arcobaleno color amaranto, giallo limone, vermiglione, uva, lavanda e oro. Trenini elettrici corrono lungo i binari su, giù e attorno agli scaffali stipati di scatole, pacchi, fogli, matite, vernici, inchiostri dai colori indescrivibili, scatolette di cibo, confezioni di caramelle multicolori, bottiglie di soda effervescente, cioccolato di tutti i tipi, champagne e vini provenienti da ogni angolo del mondo. 

All’improvviso fuochi d’artificio esplodono nell’aria diffondendo fiori scintillanti, cascate di fuoco freddo, braci sibilanti e giochi di luce.

Capisci che quella che un tempo consideravi la tua realtà in effetti non è che un minuscolo granello nella meravigliosa vastità che ti circonda…..

In questa aumentata sensibilità percettiva molti descrivono delle sensazioni estremamente piacevoli. 

Un senso di pace, benessere, agio. Un senso di solitudine e di quiete della mente. La fine delle preoccupazioni.

Anche chi si è momentaneamente distaccato dal corpo fisico a seguito di un evento traumatico parla di mancanza di dolore e un senso di sollievo e profonda rilassatezza. 

Molto spesso chi lascia il corpo fisico alla presenza di medici o familiari ascolta la notizia della propria morte da essi. 

Questo provoca una profonda paura e smarrimento. 

Alcuni tentano disperatamente di comunicare con i presenti senza riuscirci avendo perso i propri veicoli fisici.

Altri narrano di aver realizzato di poter non solo ascoltarli parlare, ma addirittura di entrare in contatto con i loro pensieri.

Come volontario ospedaliero ho avuto modo di ricevere la condivisione di una malata ricoverata in una struttura ospedaliera della capitale che mi ha riferito di aver avuto, anni prima, un episodio di cosiddetta pre-morte.

Tra gli aspetti del suo racconto, che sorprendentemente collimano con quelli descritti dal dottor Moody, mi disse che, mentre stava ritornando indietro dal luogo in cui era andata dopo il distacco dal suo corpo fisico, ha ascoltato una voce che diceva “scuotetela, scuotetela”….

E’ facile comprendere quanta attenzione e delicatezza dovrebbe essere riposta da medici e infermieri a quello che viene detto durante le operazioni chirurgiche. Accanto alla perizia tecnica dovrebbe essere coltivato anche il rispetto per l’individuo che si sta operando evitando di tenere conversazioni da bar.

Come è altrettanto facile comprendere da questi racconti che un individuo dichiarato deceduto e pronto per l’espianto dei suoi organi in realtà potrebbe non essere effettivamente ancora morto, oppure lo potrebbe essere momentaneamente per poi tornare. 

Il Libro dell’Amore

Che cosa hai fatto nella tua vita terrena che tu possa mostrarmi?

Che cosa hai fatto nella tua esistenza che ti sembri sufficiente?

Questo ci verrà chiesto dalle nostre Guide e dalle Gerarchie Superiori quando saremo aldilà.

Ripercorrendo la nostra vita appena terminata non avrà valore quale professione avremo fatto, quanto danaro avremo guadagnato, quante cose possederemo, se saremo stati eminenti uomini di scienza, di spettacolo, di politica, se avremo raggiunto notorietà, fama e potere nei confronti degli altri esseri umani. Certo tutto questo non sarà da rinnegare ma da utilizzare per raggiungere l’unica cosa che conterà.

L’unica cosa che conterà sarà se saremo stati in grado di aprire il Libro dell’Amore e scriverci sopra la nostra storia.

Pochi giorni orsono ho avuto modo di riascoltare un brano di un noto musicista e viaggiatore.

Il brano è the Book of Love ed il suo autore è Peter Gabriel. Il brano è presente nella colonna sonora del film Shall we dance in cui accompagna e celebra uno dei più bei passi della pellicola.

Il testo ha assunto un nuovo significato per me ora: è il dialogo tra un essere umano e la propria Essenza Solare.

Il libro dell’Amore è lungo e noioso

Nessuno riesce a sollevare questa dannata cosa

E’ pieno di diagrammi, di avvenimenti, di immagini e di istruzioni per danzare

Ma io amo quando me lo leggi 

E mi puoi leggere qualsiasi cosa

Il Libro dell’Amore contiene della musica

Infatti è da lì che viene la musica

Qualcuna è trascendentale

Qualche altra davvero stupida

Ma amo quando me la canti 

E mi puoi cantare qualsiasi cosa

Il libro dell’Amore è lungo e noioso

E scritto moltissimo tempo fa

E’ pieno di fiori e scatole a forma di cuore 

E cose che siamo troppo giovani per conoscere 

Ma amo quando mi dai qualcosa 

Dovresti darmi degli anelli nuziali.

L’invito è quello di tentare di aprire il Libro dell’Amore per scrivere la nostra storia di Amore.

L’invito è a non lasciare questa terra senza aver suonato la propria musica, danzato la propria danza, cantato la propria canzone.

Perché c’è una canzone per ogni cosa dell’Universo.

E quando ci apriamo a cantare la nostra canzone siamo allora in grado di poter ascoltare le canzoni di tutte le altre creature.

E quando siamo in grado di poter ascoltare le canzoni degli altri esseri cominciamo a percepire i fili d’oro e d’argento che ci collegano gli uni agli altri. 

E non ci sono io e ci sei tu, ma siamo tutti insieme a formare un tessuto impalpabile, luminoso, indistruttibile e magico come il bisso.

L’invito, soprattutto in questo momento storico, è ad uscire dalla rete della paura, dell’odio, della rabbia, della noia, dell’insoddisfazione e della ricerca insaziabile di nutrire Io, solo per me, per aprirsi ad atti di Amore senza condizioni nei confronti di coloro che stanno facendo questo viaggio insieme a noi.

Amore incondizionato vuol dire che dò senza aspettarmi nulla in cambio.

Amore Superiore che non è diretto verso un solo essere e non va a nutrire i suoi risvolti terrestri anche se estremamente appaganti.

E’ Amore che si irradia come Sole verso tutti e verso tutto e per risonanza porta tutto quello che sta intorno ad adeguarsi alla sua vibrazione.

Ma per farlo bisogna prendersi cura della nostra Essenza ferita, avere il coraggio di starle accanto e di farle esprimere, osservando, tutto il dolore, la sofferenza, le emozioni reattive che genera nelle interazioni con gli altri esseri senza farsi dominare dalla paura e dalla voglia di scappare per poterle così liberare. 

Vedere come si è fatti veramente, al di là di ciò che la nostra mente costruisce, è uno shock che lascia senza fiato e inebetiti per un po’ di tempo.

E’ un atto di fede, un salto nel vuoto per andare a vedere cosa c’è oltre quello che ho costruito con la mente e che ha regolato la mia vita fino ad ora, per uscire fuori dai confini del mio orto.

A partire d’allora avviene la magia dello stare insieme quando tutti i legacci che trascinano verso le emozioni più basse si allentano e si inizia a percepire il tessuto di fili d’oro e d’argento che ci uniscono.

Allora si inizia ad assaporare la pace, la gioia, la calma e il volere il bene dell’altro.

Quando saremo al cospetto delle Potenze Superiori ci verrà chiesto cosa avremo scritto nel Libro dell’Amore.

La Trasfigurazione

Trasfigurazione vuol dire cambiamento, metamorfosi. 

Quando lasciamo questa dimensione terrestre sperimentiamo una metamorfosi del nostro essere.

Da crisalide ci trasformiamo in farfalla.

Ci liberiamo dai veicoli che ci consentono di comunicare con questo mondo per amplificare quelli che ineriscono la nostra natura spirituale.

Ma la nostra Essenza viaggia anche durante tutta la nostra vita terrena in particolari momenti e condizioni.

Basti pensare al sonno ristoratore necessario per il nostro essere.

Cosa succede quando ci addormentiamo? Dove andiamo? 

Una parte del nostro essere, durante il sonno, viaggia. Abbandona il corpo fisico, al quale è legata per mezzo della corda d’argento, e viaggia in astrale. I sogni sono memorie tradotte di questi viaggi. 

Della corda d’argento, che sarebbe il filo di collegamento tra i veicoli inferiori e quelli superiori, se ne trova traccia nell’Ecclesiaste 12.1-8: ….. prima che si spezzi la corda d’argento e la lampada d’oro si infranga, si frantumi l’idria sulla cisterna e cada la carrucola nel pozzo; prima che la polvere faccia ritorno alla terra, d’onde è venuta, e lo spirito torni a Dio che glielo diede.

Esperienze di uscita dal corpo fisico possono essere vissute anche in condizioni diverse dal sonno incosciente. 

Ho avuto personalmente esperienza di questo quando ero poco più che ventenne. 

Allora praticavo la meditazione trascendentale. Essa consiste nella ripetizione di un mantra personale durante la seduta di meditazione. 

Mi trovavo in un luogo di vacanza invernale e, nella mia stanza d’albergo, ad un certo momento, mi sono visto seduto sulla sedia intento alla pratica meditativa. La posizione dalla quale stavo osservando la scena era vicina al soffitto della stanza, sulla sinistra e dietro rispetto alla parte di me seduta sulla sedia. 

Non avendo mai avuto, fino ad allora, conoscenza del fenomeno, mi sono immediatamente spaventato ritornando così velocemente nel mio corpo fisico.

La trasformazione che avviene con la morte è il distacco di questa corda d’argento.

Alcuni segni di questa trasformazione cominciano ad essere percepibili quando ancora siamo su questa terra.

La degenerazione del nostro corpo fisico e il ritrarsi progressivo della nostra energia dai nostri veicoli inferiori sono visibili e seguono un percorso ben definito.

Il nostro corpo è fatto di Terra, Acqua, Fuoco e Aria che insieme allo Spazio sono i cinque elementi sacri.

Quando si sta per lasciare i veicoli inferiori essi vengono meno seguendo questa sequenza sacra per tornare alla propria Essenza.

Quando si sta per morire l’elemento Terra svanisce per primo e le gambe ed i piedi si intorpidiscono ed il corpo diventa più rigido.

Svanita la Terra, l’Acqua ci lascia e si sperimenta il ristagno dei fluidi, l’incapacità di bere, l’incontinenza urinaria o intestinale, il rallentamento della circolazione del sangue.

Dissolta l’Acqua, il Fuoco ci lascia con delle vistose variazioni della temperatura corporea, la febbre può salire e scendere piuttosto rapidamente, il metabolismo rallenta ed alcune parti del corpo possono essere fredde ed umide come le mani ed i piedi mentre il centro del corpo può essere molto caldo.

Quando l’Aria viene meno si notano grandi cambiamenti nella respirazione. Respiri veloci e poi più lenti che non hanno più un ritmo definito. Lunghe pause tra una respirazione ed un’altra.

Fintanto che non c’è l’ultimo respiro. 

La corda d’argento si spezza e l’Anima è libera di iniziare il suo viaggio di ritorno al Padre. 

Ma da quale parte del corpo fisico prende il via il viaggio di ritorno?

La direzione dalla quale uscirà l’Anima dipenderà strettamente da come abbiamo vissuto questa nostra esistenza.

Se la nostra attuale esistenza sarà stata scandita dalla ricerca e dalla soddisfazione della materia e dei beni materiali, vivendo un inferno interiore, l’Anima uscirà dal 3° Chakra.

Se invece avremo vissuto privilegiando il Cuore e quindi avremo già fatto un certo lavoro spirituale in questo senso usciremo dal 4° Chakra.

I grandi Maestri di saggezza escono direttamente dal 7° Chakra.

Quindi il modo in cui viviamo questa vita influenzerà da subito quello che vivrà la nostra Anima quando lascerà il corpo fisico.

In questo modo inizia il Viaggio di Ritorno al Padre.

Afterlife

Cosa c’è dopo la morte?

E’ una domanda da cui la maggior parte degli esseri umani naturali, me compreso e per una buona parte della mia esistenza, si tiene a debita distanza dal chiedersi. 

Alcuni preferiscono negare l’esistenza di qualsiasi esperienza che non sia verificabile con i normali sensi e descrivibile secondo metodi scientifici.

Personalmente e fin da bambino ho sempre avuto certezza che ci sia qualcosa dopo questa avventura terrena, qualcosa che fa parte della nostra natura ed è naturale come respirare, come essere certi che dopo la notte viene il giorno, che dopo la luna spunterà il sole, un ritmo che fa seguire alla vita la fine della vita perché tutto cambi e si rigeneri. 

Cosa c’è dopo la morte è una domanda della quale nessuno può riferire la propria esperienza. 

Anzi, quasi nessuno!! 

Cosa succede quando abbandoniamo il nostro corpo fisico?

Oramai anche numerosi neuroscienziati e studiosi del cervello umano sono concordi nel ritenere che dopo la cessazione delle funzioni vitali di un individuo (cervello, cuore) esiste qualcosa che rimane oltre la vita del corpo fisico. 

Qualcosa di cui non riescono, però, ancora a dare una definizione e una spiegazione scientifica.

Per muoversi in questo spazio, per noi umani ignoto, l’Intelligenza Superiore o Sé Superiore ha mandato degli esploratori i quali si sono addentrati, fin dove loro consentito, in questo grande mistero e sono poi ritornati a vivere la loro vita terrena.

Si è calcolato che il numero di questi esploratori negli ultimi 40 anni assommi a circa il 15% della popolazione mondiale, quindi stiamo parlando di milioni di esseri umani. 

Tra di essi ci sono anche alcuni personaggi noti come Carl Gustav Jung, Elisabeth Taylor, Sharon Stone, Peter Sellers, Larry Hugman, Jane Seymour, Cino Tortorella….

Grazie all’opera della dottoressa Elisabeth Kübler Ross e del dott. Raymond A. Moody Jr. sono state raccolte migliaia di testimonianze di questi viaggi e ritorni in vita.

La vastità del numero delle persone coinvolte ha permesso di spaziare tra racconti fatti da uomini e donne, di diverse aree geografiche e di differenti credo religiosi.

Quasi tutti le testimonianze raccolte si dipanano seguendo un filo rosso in cui elementi comuni si ripetono nella maggior parte di coloro che hanno vissuto l’esperienza.

Nella sintassi comune vengono definite esperienze di pre-morte o NDE acronimo inglese che sta per Near Death Experience.

Alcuni di questi elementi comuni sono:

Ineffabilità o inesprimibilità dell’esperienza

L’ascolto della notizia della propria morte

Il senso di pace e di quiete

Il suono

Lo spazio buio

L’abbandono del corpo

L’incontro con altri

L’Essere di Luce

L’esame della propria vita

Il confine

Il ritorno

Mentre invece la particolarità è che: nessun racconto descrive tutti gli elementi comuni trovati; non tutti gli elementi comuni si sono succeduti nello stesso ordine temporale; chi ha avuto una esperienza di pre-morte più lunga nel tempo ha descritto un numero maggiore di elementi; alcuni sono tornati dalla esperienza di pre-morte senza ricordare nulla. 

Narrerò anche di un resoconto del tutto inaspettato, che ho personalmente raccolto da un malato ricoverato in una struttura ospedaliera nella quale facevo il volontario, che mi ha dato conferma, se mai per me ce ne fosse stato bisogno, della bontà e della veridicità di quanto riportato.

Scenderemo quindi dentro ognuno di questi elementi nei prossimi articoli per esplorarli da vicino insieme.

Buon viaggio

Cosa succede quando si muore?

NO. Non è vero perché la morte è con noi sempre e proprio perché non sappiamo quando questo passaggio sarà non ha senso passare la gran parte della nostra vita cercando di allontanare questa paura per non sentirla.

Impiegare così tanta parte della nostra energia per cercare di stare più lontano possibile da quello che anche solo possa richiamare il ricordo!

NO. Noi non siamo solo il nostro corpo fisico. 

C’è altro che ci abita, molto di più.

Ma molti di noi lo hanno dimenticato e sepolto nella loro parte più profonda alla quale non ci permettiamo di arrivare. 

Abbiamo costruito intorno una corazza per non sentire quella parte, le sue istanze ed il suo bisogno di esprimersi. 

Abbiamo costruito maschere per aderire a quello che la nostra famiglia, la scuola, la società ci hanno chiesto di rappresentare.

Abbiamo chiuso la botola per non sentire il dolore e la sofferenza di quella parte che ci chiede di esprimersi.

L’altro giorno, passeggiando di mattina presto in un parco di Roma, la mia compagna ed io ci siamo fermati ad osservare due scoiattoli che si rincorrevano sugli alberi giocando tra di loro. Siamo rimasti per alcuni minuti affascinati con lo sguardo in su e la bocca aperta, pieni di meraviglia per la straordinaria velocità ed acrobaticità con cui lo facevano, additando con stupore e gratitudine quello che ci veniva regalato.

Ecco, in quei minuti quella parte di me che di solito relego in profondità è salita e si è potuta esprimere portando gioia, innocenza, leggerezza, libertà come quei due scoiattoli stavano esprimendo. Ho risuonato con le loro vibrazioni.

Questa Natura che così si manifesta fa parte del mio Essere e non è il mio corpo fisico. Lo abita, lo indossa semplicemente.

Questa Natura Solare, quando il nostro corpo fisico conosce la malattia e la morte, lo abbandona per ritornare alla sua Sorgente Primaria, il Sole, la Luce. Continua a vivere in un’altra forma, non la forma che assume per venire su questa terra.

Ecco allora che la morte non è la fine di tutto il nostro Essere ma piuttosto un cambiamento di stato.

Da uno stato più denso, pesante ad uno meno solido.

E’ una trasformazione come quella che permette alla crisalide di divenire farfalla.

Ecco allora che morire non è passare un muro di mattoni ma sollevare un velo di garza.

Che cosa c’è dietro questo velo di garza?

C’è vita dopo la morte?

Spesso me lo sono chiesto fuggendo subito dopo per paura di cercare la risposta.

Quello che prima invece non mi ero mai chiesto ma che ora, per me, è la domanda fondamentale è: c’è vita nella mia vita ora?

Da che cosa origina veramente questa paura?

Mi sembra che la paura origini e si manifesti in due correnti distinte.

Da un lato una paura cosciente che scaturisce dal non voler sperimentare dolore fisico, sofferenza emotiva originata dal sentimento di perdere i propri cari, la propria famiglia, i propri affetti, le proprie cose materiali.

Dalla constatazione quotidiana e persistente della perdita irrimediabile e progressiva della autonomia del proprio corpo fisico. Non poter più condurre la propria auto, non riuscire più a salire una rampa di scale, aver difficoltà a camminare, alzarsi dal proprio letto, portare il cibo alla propria bocca, dal senso profondo di solitudine e al tempo stesso di dipendenza dall’aiuto di altri. Il desiderio di mantenere la propria autonomia e la negazione del bisogno di dipendenza può spingere spesso gli individui a voler ostinatamente vivere da soli e rifiutare la convivenza assistenziale esponendosi a eventi traumatici le cui conseguenze accelerano il loro processo di declino.   

Ma questa è solo la punta dell’iceberg!!

Dall’altro lato c’è una paura inconscia, incontrollabile che scaturisce dal profondo. 

La paura dell’ignoto.

Ignoto è ciò che la mente non può conoscere, catalogare, incasellare nei suoi box e controllare.

E’ un paura della quale non si ha consapevolezza a meno che non venga deliberatamente portata attenzione su di essa.

E’ la paura di una forza distruttrice, catastrofica, annientatrice di tutto quello che la mente ha costruito e sulla quale essa non può aver nessun controllo perché non sappiamo quando, come e dove la morte ci raggiungerà. Per essa quindi vuol dire la fine di tutto.

Ma è vero?

E’ vero se pensiamo di essere solo il nostro corpo fisico o che esso ci appartenga. Anche il solo vederlo cambiare ed invecchiare può spaventare.

Ecco allora la corsa a rimanere giovani nel corpo fisico il più possibile. Fitness, corsa, sport, massaggi, trattamenti estetici fino ad arrivare alla modificazione del proprio aspetto fisico per mezzo della chirurgia per non invecchiare.

Ho passato gran parte della mia vita facendo sport di tutti i tipi, preparazione atletica agonistica, diete e attenzione al cibo più o meno continua con una maniacalità ossessiva spinto da questa emozione di paura. 

Ho fuggito la vecchiaia e la morte con pervicacia evitando di entrare in un ospedale anche solo per visitare una persona malata.

Pensavo che la morte mi avrebbe raggiunto quando sarei stato vecchio. Collocavo questo evento lontano da me nel tempo per farlo diventare rassicurante. Non devo pensarci proprio ora, ho una vita davanti!!!

Ma è vero? 

NO

Perché fuggiamo dentro di noi il contatto con la morte?

Credo che il fuggire dal contatto con la morte sia, per lo più, una risposta generata dalla Paura.

La paura della fine dell’esistenza umana, percepita dai nostri sensi, genera una risposta istintiva della parte più profonda del nostro cervello, il più antico, il cervello rettiliano.

Questo cervello è la sede degli istinti primari, il regolatore delle funzioni autonome del nostro corpo come la pressione sanguigna, la temperatura corporea ed il funzionamento di tutti gli apparati del nostro organismo (sistema cardiovascolare, sistema digestivo ecc.). E’ la parte del cervello incaricata di farci sopravvivere e risponde agli eventi esterni, giudicati pericolosi o stressanti per la nostra sopravvivenza, attivando una risposta di attacco o di fuga.

Questa risposta del cervello rettiliano è sollecitata da un’emozione sovrastante generata dal cervello mammaliano o mammifero o limbico. Questo è il cervello delle emozioni (rabbia, gioia, tristezza, paura….) ma è anche il cervello della nutrizione, del cibo (scarsezza, abbondanza) e del prendersi cura, come i mammiferi fanno, della prole.

Sopra questi due cervelli c’è la Neocorteccia che è il cervello della Scienza, della Musica, della Poesia, della creatività, della matematica; il cervello di Bach, di Mozart, di Einstein.

Il primo cervello lavora per lo più automaticamente ossia in assenza della consapevolezza, il secondo ad un livello intermedio, il terzo ad un livello massimo di coscienza. 

Il contatto con la morte viene interpretato e gestito, nella maggior parte degli esseri umani, solo dai primi due cervelli, a livello, quindi, quasi esclusivamente istintivo. Essi generano un’emozione di paura che viene risolta quasi sempre con la fuga, una fuga mentale piuttosto che materiale, adottando una strategia concatenata di pensieri, emozioni, azioni atte a distogliere e dirigere l’attenzione altrove.

Questo è quello che è accaduto nella mia personale esperienza negli anni precedenti al cammino interiore intrapreso. La paura mi ha costretto sempre a fuggire dall’idea della morte e anche solo della malattia pur avendola sperimentata spesso. Il non voler vedere questo imprescindibile aspetto della nostra natura umana ha generato in me una quantità impressionante di sofferenza emotiva.

Perché nessuno vuole parlare della morte?

Sembra che parlare della morte sia un tabù. In altre parole un divieto sacrale anche solo di pronunciare questa parola.

Il Sacro, tra cui la morte, da epoche remote è stato consegnato dagli esseri umani a particolari figure designate a parlarne ed officiarne i riti.

Per Sacro voglio intendere il contatto con il Divino o Entità Superiore. 

Nella cultura della quale io faccio parte i ministri di Dio o clero sono delegati ad occuparsi della gestione sacra di questo rituale di passaggio.

Altro motivo che ci impedisce di parlare della morte è che se ne parliamo, anche solo in generale, inevitabilmente e per la quasi totalità degli esseri umani siamo portati ad affrontare la prospettiva della nostra morte.

Affrontandola inconsciamente ed indirettamente potremmo avvicinarla.

Ecco allora sorgere dentro di noi una moltitudine di certezze: sto invecchiando, il tempo sta passando, il corpo fisico si sta deteriorando.

Ma anche e soprattutto una quantità di domande. Quando succederà? Come accadrà? Dove succederà? Sentirò dolore? Sarò da solo?

Troppa ansia, troppa paura, troppa incertezza!!!! 

Meglio far finta di non vedere, di non sentire. Meglio cercare distrazioni.

Ecco un elenco di quelle che io ho sperimentato: un tuffo nel lavoro, gratificazioni dal cibo, dallo sport, dal denaro, dal sesso, nuova auto, nuova casa, nuovi abiti, cura del proprio corpo, nuovi filoni di letture, viaggi, trasferire il proprio desiderio di sentirsi realizzati nel successo dei propri figli……….

Ognuno di noi ha le proprie modalità di distrarsi, se ne potrebbe scrivere un libro.

Ma è come avere un elefante dentro la propria casa e far finta di non vederlo.

Perché parlare della morte?

La morte è uno dei due eventi certi della nostra vita terrena. Per venire su questa Terra dobbiamo nascere, per lasciarla dobbiamo morire.

La gestazione è il tempo necessario affinché la Coscienza possa comprimersi per riuscire ad indossare una struttura fisica, una struttura emozionale, una struttura mentale denominate veicoli inferiori.

L’agonia è il tempo necessario affinché la Coscienza possa espandersi di nuovo e lasciare questi veicoli inferiori.

Intorno a questi due eventi certi di tutta la nostra vita su questa terra sembra che aleggi un alone di grande mistero. Forse perché non si può fare una “esperienza” della nascita e della morte. Con esperienza intendo una conoscenza diretta acquisita attraverso i sensi, l’osservazione, l’uso e la pratica ripetuta di una determinata sfera della realtà.

La nascita e la morte si conoscono, sì, direttamente ma non ci è data la possibilità di farne pratica. Di fatto sono due eventi irripetibili nell’arco di una sola esistenza.

Anche se esiste una eccezione a questa regola!

Esistono infatti degli esseri umani che muoiono temporaneamente e successivamente ritornano in vita. Questi casi vengono in genere definiti “esperienze” di pre-morte. Esistono testimonianze, di parecchi di coloro che sono tornati in vita, che hanno potuto descrivere cosa è successo loro quando sono morti e non solo……..

Li considero dei pionieri mandati in avanscoperta su un territorio sconosciuto e ritenuto ostile che tracciano per tutti noi una mappa piuttosto dettagliata di questo territorio. I racconti e le rilevazioni ottenute da ciascuno di loro si ripetono e aderiscono con una precisione e un dettaglio sorprendenti.

Questa mappa, e non solo, desidero condividere nella speranza che produca anche in voi le stesse sensazioni e gli stessi sentimenti che ha suscitato in me.