Togliere

Nella vita di ogni essere umano, chi più chi meno, si viene a contatto con altre persone vuoi per relazioni di lavoro, vuoi per relazioni familiari, vuoi per relazioni di intimità.

Più passa il tempo e più pongo a me stesso questa domanda: che cosa definisce l’essere con cui mi sto relazionando?

In ognuno dei tre ambiti che ho menzionato sembra che la risposta più comune, il metro usato per definire, sia: che cosa fai, cosa possiedi piuttosto di chi sei.

IO SONO un medico, IO SONO un avvocato, IO POSSIEDO 10 case, IO HO 2.000.000 di euro di patrimonio, IO PARLO sette lingue, IO HO 5 lauree……….

Siamo tutti alacremente coinvolti in questa competizione sociale fin da bambini.

Il risultato di questa perenne gara si estrinseca in pareti addobbate di diplomi, titoli, onorificenze professionali; in sfoggio di abiti di lusso, di auto di lusso, di case di lusso, di vacanze di lusso, in dimostrazioni tangibili di potere su altri esseri umani.

Questa corsa del topo dentro una gabbia girevole dura tutta una vita.

Siamo così dipendenti da questo meccanismo che quando si è costretti ad uscire dalla ruota girevole per raggiunti limiti di età lavorativa, a causa di una malattia invalidante o peggio ancora per un tracollo economico finanziario rimaniamo attoniti, confusi.

Spesso ci si chiede: e ora che faccio?

Si perde il significato di chi sono io. Domanda a cui non si sa più rispondere a causa dell’identificazione con quello che facciamo.

Spesso affiora depressione, apatia, accidia oppure una ricerca trafelata di correre a ritrovare una identità di riconoscimento sociale perduta, come se ci si dicesse: Eccomi sono qua di nuovo.

Alcuni non riescono a smettere di ricercare l’identificazione sociale del “Che fai?” per tutta la loro esistenza nel vano tentativo di sentirsi parte integrante del gruppo sociale. Continuano così a lavorare per sempre, a praticare lo stesso sport per sempre, incuranti del decadimento fisico.

Ci hanno così bene addestrato a ricercare e costruire maschere identitarie, a costruire personalità, ad aggiungere titoli, riconoscimenti sociali, obiettivi di denaro e di potere, conoscenza, lauree, specializzazioni!!!

Tutto questo l’ho vissuto sulla mia pelle.

Sono stato così “fortunato” da perdere una dietro l’altra quasi tutte le identità che avevo cercato faticosamente di costruire.

Ogni volta il custode inquisitore dentro di me mi ha fatto sentire incapace, buono a nulla, inadeguato, perdente, fallito. Mi sono chiesto così tante volte: adesso cosa faccio? Allora chi sono? Partivano allora depressioni, apatia, sconforto, scenari apocalittici del futuro.

So bene cosa vuol dire desiderare di farla finita con questo inferno e capisco perfettamente chi decida di abbandonarsi all’abisso.

Ho imparato però che la strada da seguire va nella direzione esattamente contraria a quella in cui ci impegniamo così tanto per tutta la vita.

Invece di passare il nostro tempo ad accumulare sapere, potere, denaro. Invece di impegnarci a costruire parrucche, abiti, maschere che poi ci impediranno di poter rispondere alla domanda: ma io chi sono? Dobbiamo TOGLIERE.

Togliere tutto ciò che ci impedisce di poter arrivare a sentire chi siamo.

Togliere è un atto coraggioso.

Togliere tutti questi aggregati che ricoprono la nostra vera natura è un atto eroico. Perché usciamo dalla nostra zona di comfort per esplorare un territorio che non conosciamo e che ci incute un sacro terrore.

Togliere vuol dire avere il coraggio di andare a vedere IO CHI SONO VERAMENTE?

Per me è stato utile e salutare rispondere spesso a questa domanda durante la meditazione. Senza cercare una risposta mentale ma lasciando lo spazio e il tempo affinché la strada che conduce alla risposta si presenti spontaneamente.

Non è un percorso spianato perché più ci addentriamo in questo territorio più incontreremo quello che le sovrastrutture avevano creato per non andare lì, perché lì vuol dire soffrire.

Le ferite ancora aperte create in gioventù, tutte le emozioni che abbiamo sentito e creato come risposta ad un evento accaduto, tutte quelle parti di noi che disprezziamo, di cui abbiamo vergogna. Una volta raggiunto questo luogo si sperimenta un senso di incredulità, di sbalordimento e una domanda sorge immediata: possibile che io sono così?

Da qui posso poi rimanere in silenzio e posso cominciare a percepire la luce di quello che sono stato prima che tutto questo fosse stato creato.

Qui inizio a percepire la verità di quello che sono veramente, che passa da quello che mi piaceva fare da bambino. Quello che facevo senza sforzo né costrizione, che avrei fatto ininterrottamente perdendo il senso del tempo e del luogo.

Cantare, giocare, ridere, scherzare, costruire, progettare, disegnare, dipingere, suonare…….

Qui si assapora di nuovo la purezza della nostra anima. Qui si coltiva la mente che non sa, ma che esplora e apprende dall’esperienza.

Da qui inizia l’ascesa verso il Sole.  

Il Plesso Solare

In termine medico-scientifico si parla di plesso solare celiaco.

Fino a non molto tempo addietro per me era una parte del corpo fisico completamente sconosciuta nonostante avessi studiato per grandi linee l’anatomia e la fisiologia del corpo umano.

Che cosa è, perché ha questo nome e fisicamente dove si trova?

Plesso è un intreccio di nervi, solare perché essi si irraggiano a cerchio come i raggi del sole, celiaco viene dal greco Kòilia che vuol dire addome.

Quindi intreccio di nervi disposti a raggiera nella cavità addominale.

Il plesso solare ha un ruolo importantissimo perché regola le funzioni dello stomaco, del fegato, del pancreas e dell’intestino, quindi della maggior parte degli organi presenti nella cavità addominale. Presiede alla respirazione, l’eliminazione, la circolazione, la nutrizione e la crescita.

Avete mai ricevuto un forte colpo in quella zona?

Beh, si rimane senza fiato perché il plesso solare viene stimolato bruscamente, parte una risposta del sistema nervoso autonomo che paralizza momentaneamente il diaframma e il respiro si blocca.

Il plesso si trova fisicamente dietro lo stomaco e appena sotto il diaframma.

Reagisce per primo allo stress emotivo, all’ansia ed alle emozioni.

Infatti si dice “ho un nodo allo stomaco”, oppure “sento un peso nel petto in basso, una tensione sotto lo sterno”.

Non molti anni fa ho scoperto di avere il diaframma bloccato. La mia respirazione era praticamente solo alta come quando si respira in preda alla paura, il mio addome contratto.

Finalmente ho compreso perché.

Il plesso solare non è importante solo dal punto di vista fisiologico ma dal punto di vista spirituale iniziatico.

Ho scoperto essere il portale di accesso all’inconscio, la porta di uscita per la paura, la rabbia, la tristezza, l’apatia, la depressione.

Tutte le emozioni inferiori si collocano all’interno della cavità addominale.

Con l’osservazione ho scoperto che, dentro di me, ognuna ha un posto preciso in cui si manifesta.

Paura: basso ventre, rabbia: colon, tristezza: stomaco, apatia e depressione: vuoto in tutta la cavità.

Per non sentire tutto questo ho chiuso questa porta, il mio diaframma si è bloccato, il respiro non è sceso nel luogo in cui si rilassa e in cui il Divino porta l’oro del Prana a nutrire tutto l’Essere.

La porta sacra del plesso, chiusa alle emozioni, ha fatto indurire il mio Cuore, rivestendolo di una corazza.

Chiusura anche alle intuizioni, alle verità che arrivano dal Superiore perchè il plesso è la sede del sentire a livello superiore, la connessione con l’Universo.

Chiusura anche tra Mente e Cuore: collo bloccato, cefalea muscolo-tensiva, dolori alla testa, rigidità di tutto il settore.

Ero completamente chiuso e le comunicazioni tra il mio inconscio, il Cuore e la Mente non potevano avvenire.

Conosco persone che continuano a vivere in questa chiusura che si è approfondita addirittura nel corpo fisico, con ernie discali nella zona cervicale, spalle e collo perennemente contratti, difficoltà a girare la testa.

Quale è il lavoro da fare allora?

Non chiudere e fermare l’accesso alle emozioni inferiori, se le fermo il controllo di personalità diventa opprimente, se le reprimo divento preda della paura, non mi riconosco più e divento passivo e privo di sensibilità.

Posso lasciare che le emozioni inferiori salgano, posso osservarle senza agirle, le posso accompagnare verso l’uscita.

Così la personalità egoica si ammorbidisce e è possibile salire verso il Cuore.

Il fuoco che sale non brucia più.

L’energia non viene più utilizzata per il controllo di IO, ma può essere utilizzata per esprimere quello che sono e non quello che voglio.

Il Cuore, che vive per il servizio agli altri, ora ha l’energia per esprimerlo attraverso i talenti personali. la Mente organizza il come.

In questo modo anche la paura della morte assume una nuova prospettiva.

Non sono più bloccato nel plesso solare che è il centro della identità personale dove risiedono gli istinti viscerali: l’istinto di conservazione, la paura di perdere controllo, l’ansia di annientamento (fisico, emotivo, simbolico) e quindi paura di morire.

Se mi contraggo ogni contrazione mi riporta alla paura della perdita della identità terrena.

Quando sono nel Cuore non mi identifico più in tutto ciò che finisce.

Nel Cuore vivono le emozioni e i sentimenti superiori: la Gioia, la Compassione, il desiderio di Bene, la Giustizia, la Saggezza.

La paura non finisce ma perde il comando e la morte viene vista come un passaggio non come l’annientamento.

Il Cuore si riscalda, il plesso si rilassa, la Mente si illumina, il respiro si quieta.

Il plesso solare si attraversa così come si attraversa la morte fisica.

I guardiani del destino

I guardiani del destino è un film del 2011 in cui mi sono soffermato scorrendo l’offerta televisiva di ieri. 

Non è stata la mia prima visione di questa pellicola, credo di averlo visto già un paio di volte, ma lo stato interiore che mi ha accompagnato in questa mi ha fatto scoprire nuove rivelazioni e nuove letture. 

Mi trovo ancora in questo stato trasportato da un evento accaduto proprio in casa mia ad un’amica, sorella e compagna di viaggio.  

Seduti insieme a manifestare la felicità di rivederci e poter stare di nuovo tutti insieme, nel tempo di uno schiocco di dita, ella non c’era più, sospesa tra la terra ed il cielo legata solo alla sua corda d’argento, tra il ritornare o passare oltre, in questo limbo dove tuttora si trova.

Nel film, la storia narra le vicende di un uomo ed una donna che il Destino ha deciso che si incontrino o forse si rincontrino in una nuova incarnazione per esprimere e vivere l’Amore che li lega. 

A questo incontro si frappone la vita terrestre che ognuno di loro sta vivendo (lavori molto diversi, differenti legami umani, stessa città ma luoghi sempre lontani tra loro). 

Vita che viene controllata da entità, che vivono nella città dove i due protagonisti vivono, ma su un piano diverso dalla materialità pura dove possono però manifestarsi e interagire con gli umani a livello di pensieri, di emozioni, come architetti di scenari futuri per contrastare ed influenzare l’unica capacità, che l’uomo ha, sulla quale non possono materialmente fare nulla: il libero arbitrio.

La pellicola si svolge come la trama di un thriller, tra incontri fortuiti e cercati tra i due e interventi dei guardiani per far in modo che i due protagonisti non si possano incontrare e continuino a seguire il piano progettato dal Presidente per far vivere loro una vita separati dall’Amore che li lega.

Tutta la vicenda si snoda in un continuo susseguirsi di eventi creati per dividerli, sui quali essi devono esercitare una scelta che può cambiare totalmente la vita che stanno seguendo, con scenari futuri in cui ciascuno dei due può perdere fama, potere, denaro, sicurezza ed agi.

Alla fine, circondati da una moltitudine di guardiani accorsi per separarli, scelgono di seguire il Cuore, succeda quello che succeda, uniscono le loro labbra in un bacio sugellante Amore. Quando, subito dopo, aprono gli occhi e si guardano attorno i guardiani si sono dissolti, volatilizzati, svaniti e la città è di nuovo inondata dalla luce del sole.

Esistono veramente i guardiani del destino? Sì, esistono veramente.

Dove sono?

Sono dentro ognuno di noi e tramano affinché noi si scelga ciò che è più utile, più sicuro, più al riparo per vivere la nostra vita terrestre, per chiuderci dentro una prigione di “buone ragioni”, di “buoni motivi” per orientare il nostro libero arbitrio. 

Ci instillano paura, rabbia, tristezza, apatia, senso di colpa, senso di indegnità affinché si scelga ciò che serve solo il nostro IO in modo da non farci uscire dal piano disegnato per noi dal Presidente Personalità.

E diventiamo sempre più pesanti, sempre più grigi, sempre più disperati e spesso rassegnati alla credenza che nulla possa cambiare.

Allora questa pesantezza prende forma fisica, si solidifica e si addensa e diventa patrimonio genetico che passa ai nostri figli, ai nostri nipoti.

L’eredità che spesso lasciamo loro è pesante e difficile da sciogliere. 

Quale è il messaggio?

Bisogna usare libero arbitrio per scegliere di amare al di là di tutto e oltre tutto, abbandonando le preoccupazioni ossessive che ci abitano, di cosa ci succederà in futuro, di che cosa è stato il nostro passato.

Scegliere di irradiare, non di pretendere, amore, calore e luce oltre i nostri pensieri, oltre le nostre emozioni reattive, oltre gli ostacoli che si frappongono nelle nostre vite, per sentire di essere vivi, per sentirsi uniti a tutti gli altri.

Perché l’Amore purifica, l’Amore guarisce, anche quello che già si è solidificato nel nostro corpo.

Come il grumo di sangue che albergava nel mio ventricolo sinistro dopo l’infarto e che avrebbe potuto farmi lasciare questa esistenza per l’ennesima volta.

Come la nostra amica che si sta purificando dalla bomba di sangue che aveva nel suo cervello, forse da quando è nata, e che finalmente è esplosa. 

Perché Amore è purificazione e, se scegliamo di amare, i guardiani del destino spariscono, la gabbia si apre e torna a splendere Il Sole.  

Pandemia

Gli avvenimenti, che stanno accadendo nella nostra società civile mondiale da circa 1 anno a questa parte, stanno mettendo la gran parte di noi esseri umani forzatamente di fronte a tutto ciò che proprio la gran parte di noi cerca di fuggire accuratamente per tutta la vita: il contatto con la malattia e con la morte.

Il mondo in cui viviamo è ormai ipertecnologico e l’accesso all’informazione è semplice e a disposizione di quasi tutti, anche nei più remoti angoli della nostra terra.

Quindi è sufficiente accendere una TV, navigare sul web o leggere un giornale per sapere cosa ci potrebbe succedere se entrassimo in contatto con questo virus. 

Sulla base di quanto è accaduto e sta accadendo e per evitare la possibilità di essere contagiati è stato ritenuto indispensabile limitarci negli spostamenti, rimanere chiusi dentro le nostre case e uscire solo con il nostro viso coperto e ad una certa distanza gli uni dagli altri.

La nostra vita precedente era una vita di relazione, piena di tanti incontri, divertimenti, viaggi, spettacoli, tanto lavoro frenetico, tanti spostamenti, fare contemporaneamente due o tre cose insieme, come guidare e mandare un messaggio con il cellulare, generando voracemente molteplici desideri in un vortice senza fine, cercando l’appagamento e provando la sofferenza del non poterlo avere, oppure la sazietà nell’averlo avuto sentendo subito dopo rinascere quello stimolo a cercare qualcos’altro. 

Da un certo momento in poi abbiamo potuto sperimentare cosa vuol dire la reclusione

Non per una scelta volontaria come gli asceti, gli eremiti, alcuni sacerdoti ma per costrizione come detenuti.

La detenzione nel passato remoto era però accompagnata anche da pesanti lavori fisici, chiamati appunto lavori forzati, attraverso cui il detenuto avrebbe così raggiunto una correzione ai suoi comportamenti non aderenti alle Tavole della Legge Civile. 

La percezione dello scorrere del tempo tra la mia vita precedente e la mia vita da recluso è drasticamente cambiata ed è come se il tempo si fosse rallentato. 

Rallentando e non potendo io fuggire è come se le acque di un mare in tempesta, a causa della frenetica attività, a poco a poco si placassero e lentamente si facessero più chiare permettendo di vedere il fondo. 

Vedere il fondo di se stessi può essere terribile tanto da chiedersi: possibile che dentro di me c’è tutta questa sofferenza, tutto questo desiderio, tutta questa avversione, rabbia, gelosia, paura, depressione, apatia? Lo è stato sicuramente per me. Ho realizzato che avevo la possibilità di scegliere se stare con quell’orrore che si presentava a me o scappare tuffandomi nel passato, rimanendo ancorato alla soddisfazione dei miei desideri o alla disperazione nel non averli raggiunti sperando di poter tornare a vivere la vita che vivevo prima, finita la reclusione.

E’ la stessa possibilità, con altra intensità, che è stata data a Nelson Mandela.

E’ la stessa possibilità che è data ad ognuno di noi. 

Sta a noi scegliere quale strada percorrere. 

Fortunatamente, essendomi stati trasmessi degli strumenti utili con i quali lavorare con ciò che si presenta dentro di me, ho scelto di lavorare con quello che c’è qui ed ora e li considero quindi i miei lavori forzati attraverso i quali l’Entità Superiore, da cui proveniamo, mi sta suggerendo la via da percorrere per raggiungerla.

Da questo punto di osservazione, guardando oltre, riesco a sentire la giustezza di quanto sta avvenendo dentro di me e la certezza che tutto questo è per il Bene, non solo mio ma di tutti gli esseri viventi. Lo considero un invito che le Potenze Superiori ci stanno facendo per prendere consapevolezza di quello che si agita dentro di noi e cercare di liberare, per salire di un gradino nella scala della evoluzione dello Spirito.

Lavorando con pazienza e con coraggio dentro le mie mura, quando poi mi è concesso di uscire fuori per ”l’ora d’aria”, trovo i miei sensi attentissimi a percepire per non perdere nulla di quello che ho davanti perché so che non potrà durare a lungo e dovrò rientrare nella reclusione.

Udire il rumore della risacca che si frange sulla riva, annusare il profumo del mare, sentire il bruciore della mia pelle al sole, sentire la sabbia bagnata che scricchiola sotto le piante dei miei piedi e il vento che accarezza il mio viso è motivo di sorpresa, di gioia e di gratitudine. 

Una semplice gita e la vista, che ho scelto come accompagnamento a queste parole, è allora Celebrazione di qualcosa di Sacro, qualcosa che rimane scolpito nella mia memoria a cui potrò accedere quando il mare dentro di me si farà agitato. 

Perché fuggiamo dentro di noi il contatto con la morte?

Credo che il fuggire dal contatto con la morte sia, per lo più, una risposta generata dalla Paura.

La paura della fine dell’esistenza umana, percepita dai nostri sensi, genera una risposta istintiva della parte più profonda del nostro cervello, il più antico, il cervello rettiliano.

Questo cervello è la sede degli istinti primari, il regolatore delle funzioni autonome del nostro corpo come la pressione sanguigna, la temperatura corporea ed il funzionamento di tutti gli apparati del nostro organismo (sistema cardiovascolare, sistema digestivo ecc.). E’ la parte del cervello incaricata di farci sopravvivere e risponde agli eventi esterni, giudicati pericolosi o stressanti per la nostra sopravvivenza, attivando una risposta di attacco o di fuga.

Questa risposta del cervello rettiliano è sollecitata da un’emozione sovrastante generata dal cervello mammaliano o mammifero o limbico. Questo è il cervello delle emozioni (rabbia, gioia, tristezza, paura….) ma è anche il cervello della nutrizione, del cibo (scarsezza, abbondanza) e del prendersi cura, come i mammiferi fanno, della prole.

Sopra questi due cervelli c’è la Neocorteccia che è il cervello della Scienza, della Musica, della Poesia, della creatività, della matematica; il cervello di Bach, di Mozart, di Einstein.

Il primo cervello lavora per lo più automaticamente ossia in assenza della consapevolezza, il secondo ad un livello intermedio, il terzo ad un livello massimo di coscienza. 

Il contatto con la morte viene interpretato e gestito, nella maggior parte degli esseri umani, solo dai primi due cervelli, a livello, quindi, quasi esclusivamente istintivo. Essi generano un’emozione di paura che viene risolta quasi sempre con la fuga, una fuga mentale piuttosto che materiale, adottando una strategia concatenata di pensieri, emozioni, azioni atte a distogliere e dirigere l’attenzione altrove.

Questo è quello che è accaduto nella mia personale esperienza negli anni precedenti al cammino interiore intrapreso. La paura mi ha costretto sempre a fuggire dall’idea della morte e anche solo della malattia pur avendola sperimentata spesso. Il non voler vedere questo imprescindibile aspetto della nostra natura umana ha generato in me una quantità impressionante di sofferenza emotiva.