Vecchiaia

Che sapore ha la vecchiaia?

L’esperienza delle persone che assisto mi fa dire: ha un sapore amaro, di solitudine, di emarginazione, di rifiuto.

Mi ricorda quando, da bambino, si facevano le squadre per la partitella di pallone e rimanevo tra gli ultimi scelti a causa del mio aspetto grassottello. Spesso mi costringevo a fare il portiere, per poter partecipare, solo tra i pali a guardare gli altri giocare se non addirittura in panchina.

Ecco la vecchiaia la percepisco come essere in disparte a guardare tutti gli altri giocare.

È un fatto della nostra società che l’ultima parte della nostra vita, la più importante, dove si raccoglie il sale di tutte le esperienze essiccate al sole, venga trascorsa nell’indifferenza di chi ti passa accanto di fretta, correndo la corsa di un topo dentro una ruota; non visto, non ascoltato, come se te ne fossi già andato e restasse solo il fantasma di te, che vaga alla periferia dell’esistenza degli altri.

E questo è orribile e crudele, ma succede purtroppo anche dentro gli ospedali, luoghi destinati alla cura ed al benessere di chi vi si reca.

Anziani abbandonati a sé stessi su lettighe in mezzo a corridoi dove passa frettolosamente e continuamente personale di “assistenza specializzato” che non si preoccupa di chi sta soffrendo lì accanto, così vicino che basterebbe una parola di incoraggiamento, di compassione offerta in una frazione del proprio tempo così importante.

Alcuni di questi anziani passano oltre nella totale noncuranza di chi li circonda, abbandonati come scarpe vecchie.

Siamo tutti troppo focalizzati su noi stessi, iocentrici alla ricerca della soddisfazione nella materia, di rimanere a galla in questa eterna competizione, nel tentativo estenuante di tirare su la testa dalla moltitudine di altre teste per poter essere visti, di vedere da quanti zeri è composta la somma delle mie sostanze, di potermi travestire da potente per calpestare le spalle degli altri che sono dove io ero prima.

Quale posto può trovare chi è fuori da questa giostra perché è stato stabilito che non può più girarvi?

Se sono il proprietario della giostra, il padrone di tutto il Luna Park, una personalità riconosciuta per quello che è stato (attore, politico, grande uomo di sport, ecc.), non avrò nessun tipo di problema; il denaro, la fama, il potere saranno le mie scialuppe di salvataggio.

Ma tutti gli altri?

Dimenticati, non pervenuti, inesistenti anche e soprattutto per gli stessi familiari, trattati con un senso di fastidio, di sopportazione, talvolta malcelata, che spesso può sfociare nel maltrattamento.

Che cosa possono dare a questa comunità personaggi del genere?

Una volta, tanto tempo fa ci si rivolgeva loro per conoscere la loro esperienza, i loro errori, i loro tentativi di attraversamento dei guadi pericolosi della vita che avevano passato prima degli altri. Diamanti di saggezza forgiati nel corso del tempo dell’esistenza.

Ora tutto quello che c’è da sapere si può istantaneamente conoscere da uno smartphone, un tablet, un computer, ancora meglio, oggi si può avere il succo della esperienza di milioni di esseri umani attraverso una Intelligenza Artificiale che darà un responso da oracolo su qualsiasi aspetto della vita.

La vita ora corre e cambia troppo velocemente per potersi servire della esperienza vissuta da qualcuno che l’ha fatta decine di anni prima.

Tutto questo sembra funzionare quando rimaniamo circoscritti alla materia, al vissuto nel mondo terrestre.

Ma siamo solo questo?

L’Essere umano è solo questo?

La mia risposta è no. Sembra che la gran parte di questo nostro mondo attuale abbia dimenticato, o meglio dire, non vuole sentire parlare di emozioni, sentimenti, mondo dell’Anima, di tutto ciò che non riguarda la Scienza.

Un Mondo intero in cui la gran parte di noi ignora la conoscenza e i meccanismi che lo regolano, ma che, se studiati e osservati in azione, ci mettono di fronte alla sconcertante e meravigliosa verità che siamo tutti simili, tutti fratelli e sorelle.

Basta guardare cosa succede ai nostri giovani in preda alla confusione emotiva più totale, incapaci di comprendere il senso e la gravità di quello che compiono, distaccati e avulsi da qualsiasi contatto con le proprie emozioni, in preda a demoni che prendono possesso di loro facendogli compiere azioni bestiali e lasciandoli increduli di quello che hanno fatto quando li abbandonano.

Gli anziani devono riappropriarsi di questa conoscenza dei valori più alti che dovrebbero essere espressione di tutte le genti: la fratellanza, il rispetto dell’altro, la condivisione di sentimenti superiori, la bontà, la pace, la tenerezza, l’amore verso tutti, il desiderio di bene per me e per tutti gli altri, il desiderio di fare agli altri quello che dagli altri io vorrei ricevere.

Tutto quello che apre i nostri Cuori.

Perché dai nostri Cuori aperti passi finalmente la Luce.

Il Cuore di un vecchio saggio sarà il faro che indicherà con la sua Luce al mondo intero quale direzione sarà meglio navigare per non annegare nel mare delle nostre tempeste.

La veglia funebre

In questo tempo in cui ci sentiamo spinti a correre sempre più veloce e sempre più a lungo nel tentativo infruttuoso di assolvere i nostri compiti quotidiani di vita, molto spesso autogenerati, in cui si preferisce incontrarsi parlando attraverso uno schermo di un computer o di uno smartphone, ha ancora senso parlare di una veglia funebre?

Quale è il senso profondo oggi di una veglia funebre?

Questa è una ottima domanda a cui proverò a dare risposta.

La veglia ha origini antichissime che risalgono al tempo della comparsa delle prime civiltà umane. 

Era un rituale sacro che si univa ad altri rituali funebri sacri, come ad esempio la imbalsamazione presso gli egizi. 

Questa pratica sacra si svolgeva all’interno delle abitazioni della persona deceduta e aveva per questo dei motivi specifici.

In alcune regioni come la Calabria e la Sardegna i parenti vegliavano il defunto solo di giorno ma, con l’arrivo della notte, il loro posto era ceduto agli uomini.

Alcune veglie possono durare solo poche ore, altre per giorni, altre ancora per settimane intere.

Ora la veglia si svolge sempre più spesso nelle camere ardenti degli ospedali, degli Hospice e delle Case di cura la cui organizzazione è delegata alle agenzie funebri.

Una celebrazione sacra che si svolge in luoghi sconosciuti alla presenza di sconosciuti.

Ma la veglia funebre è per me importante e deve continuare ad esistere e tornare a ricevere il ruolo che ha.  

È una forma di rispetto, uno spazio di raccoglimento intorno al defunto, un distacco dalla vita quotidiana di ciascuno dei partecipanti per entrare in un tempo sacro scandito dal ritmo del ricordo e della riflessione sul tempo trascorso insieme, sull’eredità che ci è stata lasciata da questo passaggio, un saluto ad una anima che si libera da questi abiti pesanti e ritorna nel luogo senza tempo e senza spazio, una celebrazione di questo sacro passaggio. 

La veglia segna anche il tempo del lutto che va vissuto e non allontanato, vissuto insieme al conforto della famiglia tutta e di tutti coloro che ci conoscono e dalla guarigione che ne conseguirà. 

Un prendersi cura dei familiari stretti rimanendo con loro e assistendoli nelle necessità quotidiane, per non lasciarsi soli, nel dolore della perdita, a dover pensare alle necessità fondamentali della vita di tutti i giorni. 

Un rimanere, nel silenzio della propria interiorità, per commemorare i momenti vissuti insieme e per ricordare le emozioni e i sentimenti che il passaggio di questo essere, che ci ha appena lasciato, ha generato in noi, per ringraziarlo dal profondo per essere stato insieme a noi a condividere un brandello della nostra vita. 

Come mi immagino la mia veglia funebre?

In primo luogo nella casa in cui ho condiviso gli ultimi anni della mia vita.

Nella stanza che considero sacra, dove ho meditato ogni giorno, scritto ciò che osservavo su di me, letto testi, circondato dalle immagini dei Maestri e Protettori Illuminati, con l’odore dell’incenso che ha accompagnato sempre le mie meditazioni.

L’Amore di più Vite accanto, i suoi figli che sono diventati anche i miei, mio figlio che è diventato anche il suo, i nostri nipoti, mio fratello e la sua famiglia, la nostra Guida Spirituale, i fratelli e le sorelle di Cammino e tutti quelli che mi hanno conosciuto.

Fragranze di fiori che si diffondono nell’aria, lanterne cinesi che illuminano il cielo notturno, musiche cha innalzino le vibrazioni, musiche di festa, di allegria, musiche che hanno scandito la mia vita e le hanno fatto da colonna sonora. Gente che balla, che ride felice per la mia anima e dove sta andando, felice perché di lì a qualche tempo ci rincontreremo nel Mondo della Luce, felice perché mi sono liberato di questi abiti così pesanti e così ingombranti, felice perché ritorno da mio padre e da mia madre, dal mio adorato cane Tao.

Che restino tutto il tempo che vorranno, tutti insieme a cantare e ballare la Musica del Cuore insieme a me.

La morte condivisa

Dio è Amore. 

Alcuni di noi esseri umani ricevono in dono dal Padre la meravigliosa e straordinaria opportunità di poter accompagnare un proprio caro morente oltre i confini del regno fisico. 

Sono regali divini elargiti grazie alla relazione di profondo amore che esiste tra gli esseri che la sperimentano.

Poter accompagnare oltre un padre, una madre, una compagna, i fratelli, le sorelle credo sia una indimenticabile esperienza di amore che trascende i confini terreni.

Ne abbiamo conoscenza grazie al lavoro di raccolta di testimonianze riportate dal dottor Raymond Moody nel suo libro “Schegge di Eternità”.

Il dottor Moody è stato il pioniere che ha anche raccolto interviste a persone che hanno avuto episodi di pre-morte, ossia sono morti per un certo tempo e poi tornati indietro.

I racconti di chi ha accompagnato un morente hanno degli elementi comuni che coincidono con quelli di chi ha vissuto un episodio di pre-morte. 

Essi sono 7 ed accomunano la maggior parte delle testimonianze raccolte dal dottor Moody:

  1. Cambiamento della geometria degli spazi – difficile da descrivere perché le forme possono essere molto diverse: “come se la stanza crollasse e si espandesse allo stesso tempo”, “sentii la stanza cambiare forma, quasi come se si fosse riempita d’aria e gonfiata”, “i mobili, le pareti e tutto ciò che era nella stanza appariva distorto, come se lo stessimo osservando attraverso una goccia d’acqua” questo cambiamento di forma, come una sorta di sportello, sembra dare accesso ad una dimensione diversa;
  2. la luce mistica – sembra mostrare una consistenza liquida, cristallina, che emette purezza, pace e amore, pulsante di questi elementi che producono una trasformazione spirituale in una persona, “una luce che sembrava un vapore sopra il suo viso, mai avevo provato tanta pace” la luce mistica provoca una trasformazione anche in chi ha condiviso la morte di un altro;
  3. la musica e le melodie – spesso si sente il suono di una melodia, “era la musica più bella e complessa che avessi mai sentito, ogni nota era uno scintillio, stavo letteralmente vedendo la musica”, “dolci e selvagge note di un’arpa eolica”, “una musica splendida, diversa da qualunque altra avessi mai udito, come una musica da ballo, ma assolutamente unica nel senso che anche dopo non ascoltai mai più nulla di simile” ma anche come un motore di un jet che sale di giri;
  4. esperienza extracorporea – all’inizio della esperienza di morte condivisa spesso ci si sente trasportati in un luogo da cui si osserva la scena sottostante, generalmente il soffitto o un angolo del soffitto della stanza dove si è con il morente, ma anche volteggiare sopra la propria città o in altri luoghi dove si può incontrare le persone amate che sono fisicamente distanti da colui che sta passando oltre, “ero gravemente malato in punto di morte a causa di problemi cardiaci proprio mentre mia sorella stava morendo per coma diabetico in un altro reparto nello stesso ospedale, lascii il mio corpo e salii in un angolo della stanza da dove osservai i medici che si affannavano su di me in basso, all’improvviso mi trovai a parlare con mia sorella che era in alto con me, facemmo una bellissima conversazione riguardo a ciò che stava succedendo lì sotto, poi si separò da me e mi disse che non sarei potuto andare con lei, si allontanò attraverso il tunnel e io rimasi da solo”;
  5. la co-revisione della vita del defunto – consiste nel ripercorrere la propria esistenza terrena condensata, può essere una veduta panoramica dell’intera vita dell’individuo o solo dei frammenti delle stessa ma significativi “ho visto ogni singolo evento importante accaduto nella mia vita, dal mio primo compleanno al mio primo bacio agli scontri con i miei genitori, ho capito quanto fossi egoista e che avrei dato qualunque cosa per poter tornare indietro e cambiare”, “quando mio figlio quindicenne morì era nella stanza con lui, invece della stanza apparve una visione di tutto ciò che mio figlio aveva fatto nella sua breve vita, lui era lì al centro e sorrideva gioioso, vidi molte cose di cui mi ero da tempo dimenticata e anche molte cose che non conoscevo per nulla, lo vidi da solo nella sua stanza, ad esempio, mentre giocava con il suo modellino di Fort apache, si può dire che le scene della sua vita erano come dei lampi o quasi come scariche elettriche assolutamente indescrivibili, parti della vita di mio figlio e della nostra interazione erano sfuocate come quando in televisione si cerca di nascondere il viso di una persona”;
  6. l’incontro con regni spirituali o “ultraterreni” – uno degli elementi più comuni; vengono usate parole come paradiso, puro, sereno, celestiale per descrivere i luoghi visitati, “giunsi sulla collina dove il paesaggio era perfetto e le montagne ondulate e morbide, in lontananza potevo vedere solamente il cielo blu, verdi colline e grandi alberi, c’erano piante perfette e colori indescrivibili, verdi, rossi, blu, tutti i colori che ci circondano ogni giorno, ma quelli erano così perfetti che i colori che vedo adesso mi sembrano opachi, in nessun altro luogo ebbi una sensazione come quella che provai in quel momento”“stavo salendo una collina ed ero circondata dalla luce, non una luce comune, perché ogni cosa intorno a me (le piante, il terreno, persino il cielo) risplendeva di luce propria, era incredibilmente bello, sono certa che quel luogo fosse il paradiso o qualcosa di analogo poiché la sensazione era magnifica”;
  7. La nebbia che scaturisce dal morente – si tratta di una leggera nebbia emanata dal corpo dei moribondi, assomiglia a un fumo bianco e rarefatta come vapore, sembra a volte prendere la forma del corpo da cui si diparte e svanisce rapidamente, si forma intorno al petto o alla testa.

Continuerò ad approfondire questo tema nel prossimo articolo.

L’ abbandono del corpo

La fase finale della metamorfosi non si presterebbe ad una pianificazione dettagliata di quanto avverrà. Infatti l’abbandono del corpo fisico sfugge ad essere contenuto e previsto nel tempo. 

Il processo di decadimento e del collasso fisiologico segue dei ritmi naturali di distacco graduale dagli elementi che lo compongono. 

Per molte tradizioni, nello Zohar ebraico e nella tradizione del buddismo bon tibetano per esempio, l’essere umano è composto da 4 elementi naturali primordiali che stanno alla base di tutto ciò che è creato: terra, acqua, fuoco, aria. 

A questi la tradizione bon aggiunge lo spazio come 5 elemento.

Per il buddismo tibetano iI numero 5 ricorre anche nelle appendici che si estendono dal tronco umano: 2 gambe, 2 braccia, 1 testa.

Ognuna di queste appendici ha altre 5 appendici: 5 dita per ciascuna gamba e ciascun braccio e 5 sensi per la testa (vista, udito, tatto, gusto, olfatto).

La Terra si manifesta nel corpo dell’uomo come carne.

L’Acqua si manifesta come sangue e fluidi corporei.

Il Fuoco come metabolismo interno, la caldaia dell’organismo regolato dalla temperatura, il fuoco della vita.

L’Aria come respiro, ossigeno, i gas, il moto.

Lo Spazio, tutto nasce dallo spazio, esiste nello spazio, si dissolve nello spazio. Lo spazio è l’elemento sacro che accoglie gli altri 4 elementi ed è Consapevolezza.

Quando veniamo in questo mondo passiamo dalla Consapevolezza all’Aria, al Fuoco che sono i due elementi superiori poi all’Acqua e alla Terra che sono i due elementi inferiori. Dal sottile al denso.

Quando lasciamo questo mondo facciamo il viaggio a ritroso dalla Terra all’Acqua, dall’Aria al Fuoco e infine nello Spazio.

I segni sono visibili esteriormente. 

Quando sta lasciando l’elemento Terra il corpo diventa più rigido, quasi immobile, con le estremità che si intorpidiscono.

Dalla Terra all’Acqua si sperimenta l’incapacità di deglutire, incapacità di trattenere i propri materiali di scarto, il sangue rallenta il suo flusso.

Dall’Acqua al Fuoco la temperatura interna perde la costanza, si manifesta febbre e la pelle diventa fredda e umida.

Dal Fuoco all’Aria si sperimenta il cambiamento della respirazione con pause tra una respirazione e l’altra di tempo variabile, respiro lento e respiro veloce, lunghe pause. 

Col primo respiro Aria incontra suo fratello il Fuoco e regolerà per tutta la vita il nostro calore interno in equilibrio perfetto. 

L’Aria si nutre del Fuoco e lo sostiene, i due fratelli si combinano e traggono vita a vicenda.

L’ultimo sospiro spegne il Fuoco.

Colui che assiste all’abbandono dei veicoli può utilizzare questi segnali per capire e informare dello stadio che il morente sta sperimentando per guidare con fluidità il processo.

Esso può durare dai due ai quattro giorni, ma si può anche protrarre per dieci giorni.

In questo lasso di tempo può essere utile usare la tecnica di meditazione guidata, anche se la persona morente fosse incosciente. 

Le meditazioni guidate possono aiutare il distacco facendo sperimentare tutto ciò che avverrà dopo, contribuire ad alleviare il dolore fisico, diminuire l’ansia e la paura.

Tempo fa ho assistito ad una gara di tuffi dalle grandi altezze. 

Ci sono esseri umani che riescono a lanciarsi da 25 o 30 metri di altezza facendo una serie di figure acrobatiche nel vuoto per poi entrare come un missile dentro l’acqua senza conseguenza alcuna. 

E’ una disciplina che richiede una preparazione accuratissima con tante ore di allenamento. 

Mi colpì uno di questi migliori tuffatori, un rumeno di nome Catalin Preda. Non si allenava tanto quanto gli altri, in realtà faceva pochi tuffi preparatori. Essendo un praticante zen egli si tuffava quasi solo ripetendo i movimenti nella sua mente in meditazione profonda e questo era sufficiente per farlo arrivare tra i primi. 

La meditazione sull’aldilà, guidata da colui che assiste, può essere utile per alleviare la paura e preparare il viaggio: lo spazio vuoto in cui ci si ritrova dopo il distacco, la musica che ti raggiunge, il tunnel buio, un buio caldo e accogliente, la luce multicolore in fondo al tunnel così bella e così intensa, la velocità con cui lo si attraversa, gli amici, i parenti e gli animali che sono lì ad aspettarti ed accoglierti, il senso di pace e di profondo amore che pervade ognidove. 

Accogli tutto

E’ un altro invito con cui lavorare fuori e dentro di noi. 

Il popolo americano usa la locuzione you wellcome in risposta ad un ringraziamento, locuzione che dà perfettamente il senso di questa accoglienza. 

Essere accogliente vuol dire allora dare il benvenuto a qualsiasi cosa entri nella nostra realtà personale.

Accogliere tutto non discrimina tra mi piace e non mi piace, tra lo voglio e non lo voglio e quindi lo fuggo perché è prima di tutto questo processo mentale.

Invita a prendere distanza dal piacere e dall’avversione osservandoli con equanimità, prima che la mente aggiunga delle etichette creando la successiva sofferenza causata dalla frustrazione che le cose non siano andate come esattamente erano state programmate.

Il sommo poeta Rumi descrive tutto questo: ogni mattino un nuovo arrivo: gioia, scoraggiamento, malignità. Un attimo di consapevolezza giunge, ospite inatteso. Dài il benvenuto a tutto e a tutto estendi la tua premura. La condizione umana è una locanda. Tratta ogni ospite con il dovuto rispetto. 

C’è un elemento naturale primordiale che esprime in maniera sublime questo senso di imparzialità nell’accogliere: l’Acqua. 

Essa si apre ad accogliere e sostenere fluidamente qualsiasi cosa entri in contatto con lei e si ferma in qualsiasi cosa la trattenga. 

Può essere agitata da venti di superficie e correnti ma nel suo profondo c’è calma, tranquillità, serenità. 

L’invito è a scendere al di sotto dei moti ondosi, a volte impetuosi, e dalle correnti create dalla mente per ritrovare la tranquillità, là dove cessa anche il bisogno di respirare.

Una delle prime volte in Hospice passai di fronte ad una stanza dove, nel suo letto, c’era una persona agonizzante. 

Rimasi meravigliato del perché non ci fosse nessuno lì con lui. Nessun medico, nessuna infermiera, credo abbastanza comprensibilmente vista ormai l’inutilità di una terapia farmacologica, ma inaspettatamente anche nessuno di noi volontari. 

Il primo moto che sorse dentro di me fu di passare oltre per andare ad assistere qualcuno con cui parlare, scambiare emozioni. Mi sorpresi a pensare: tanto cosa posso fare qui? E questo credo che avessero pensato anche tutti gli altri. 

Ma rimasi fermo ad ascoltarlo ansimare faticosamente ma fiocamente, ad osservare la sua pelle color giallo/grigio aderente ormai disperatamente alle ossa, simile a quella di una mummia egizia. Avevo paura ad avvicinarlo ma è come se stesse chiedendo il mio aiuto. Entrai e bisbigliò qualcosa in una lingua sconosciuta e allora lo accarezzai sulla quella fronte dicendogli all’orecchio: non avere paura, lasciati andare e andrà tutto bene. 

Rimasi con lui a dispetto della mia paura e della repulsione iniziale. Rimasi perché, dopo la paura e la repulsione, il mio cuore si aprì per accoglierlo e sostenerlo così come era e così come ero, anche se per un tempo limitato.   

Agli inizi del secolo scorso gli operai addetti alla costruzione della linea telefonica dovevano infiggere dei pesanti pali di legno, alti circa 12 metri, nel terreno. C’è un momento particolare in cui il palo appena infisso nel terreno può oscillare e cadere rovinosamente. Un operaio di lungo corso chiese ad uno appena assunto cosa avrebbe fatto in quel caso e questo rispose che sarebbe fuggito a gambe levate. L’altro rispose: avvicinati e metti le mani sul palo, quello è l’unico posto sicuro.

Rimanere ad accogliere il disagio e la sofferenza è qualcosa che va addestrato, ma ho scoperto che andare lì, nei miei posti bui solo con la luce di una piccola lanterna mi aiuta a trovare ciò che mi guarisce. 

Durante una recente seduta di meditazione sull’osservazione di un nostro disagio/dolore fisico ho potuto sperimentare ancora una volta la magia dell’accoglienza.

Dovete sapere che ormai da bambino soffro di una rinite vasomotoria allergica che, durante la stagione primaverile, produce, insieme ad altri sintomi, anche un fastidiosissimo prurito alle narici che non riesco a sopportare e mi costringe a grattarmi molto spesso.

Come se lo avessi invitato, appena sedutomi in postura, ho iniziato a percepire un solletico all’interno della narice sinistra che, successivamente, si è trasformato in un prurito sempre più acuto e migrante, come se qualcuno con un filo d’erba stesse solleticandomi la parete nasale. 

L’immobilità assoluta e il focus meditativo mi impedivano di muovermi. 

Il prurito ben presto si è trasformato in un dolore pungente e sottile in un punto preciso della narice, acre, così acre che ha portato con sé delle lacrime che hanno iniziato a rigare il mio volto. Ma ho pianto solo dall’occhio sinistro, mentre un formicolio e un calore si diffondevano solo nella parte sinistra della mia testa. Poi ho percepito distintamente queste parole: lasciami esprimere, lascia esprimere quello che sono così come sono, senza costrizioni. 

Ho realizzato subito quale parte di me stava parlandomi!!!!

You wellcome è un atto di Amore. 

Vivere appieno le esperienze di vita

E’ un invito rivolto a tutti noi a portare in ogni esperienza la totalità del nostro Essere. 

E’ un passo fondamentale nello sviluppo dell’attitudine all’accompagnamento. 

Pochi giorni orsono ho avuto modo di vedere alcune riprese televisive effettuate da una telecamera montata sul casco di coloro che praticano il terrain flight, ossia volare sfiorando il terreno.

In poche parole esseri umani si gettano nel vuoto con una tuta alare o con un parapendio acrobatico e, durante la loro discesa, entrano in spaccature profonde nella montagna, dentro archi naturali, sfiorando rocce, alberi e distese d’acqua a velocità impressionanti. 

Anche queste sono esperienze, credo, totalizzanti ma che, dal mio punto di vista, possono andare a nutrire un’irrefrenabile paura e desiderio di vincere la morte e un successivo e gratificante senso di onnipotenza. 

L’invito che invece viene rivolto qui è quello di portare tutto di noi nelle semplici esperienze quotidiane di vita e soprattutto in quelle di servizio per gli altri.

Solo quando riesco a portare tutto di me dentro un’esperienza di accompagnamento sono certo di aver servito e di non aver semplicemente aiutato o curato.

Quando riesco ad essere completamente immerso in ogni aspetto del mio vivere, qualsiasi cosa faccio diventa sacrificio, inteso nel senso di Sacro Ufficio. 

Partendo da lì il camminare nella natura osservandone lo spettacolo stupefacente degli alberi in fiore, ascoltare il lamento di un malato, accarezzare un volto, fare la spesa portano un senso di leggerezza, di calore, di fasatura ed un sapore di sacralità. 

Non è sempre così perché, in molte altre occasioni, lo svolgere le stesse attività mi lascia insoddisfatto, impaziente, superficiale, con un senso di mancanza, con la pesantezza del dovere e il desiderio di avere altre cose più importanti e più interessanti da fare. 

Quando manca la presenza dell’Osservatore o è offuscata dalla presenza di qualcosa di altro che dentro di me ha preso la scena io sento questo e tanto altro. 

Questa dicotomia è evidentissima quando servo gli altri e quando sono chiamato a servire la mia compagna di vita ed è un aspetto sul quale sto portando la mia consapevolezza da anni. 

Tra le mura di casa sono stato visitato da rabbia, senso di dover fare cose che non vorrei fare, risentimento anche nello svolgere le mansioni più semplici come pulire la nostra casa, soprattutto se la mia compagna si è trovata costretta a letto a causa di un malanno.

Con il passare degli anni e con gli strumenti che mi sono stati messi a disposizione ho scoperto che la mia essenza ferita non accettava di dover dare attenzione, conforto e servire la persona che, invece, avrebbe dovuto essere lei a dare attenzione, conforto ed amore al “povero essere indifeso”. 

Da qui il passo successivo mi ha portato a scoprire che anche il mio “servire” gli altri era sottoposto alla curiosa condizione di dover ricevere lodi, considerazione, attestazioni di stima e quindi, anche qui, ad essere amato.

Tutto questo ha generato una grande quantità di sofferenza a cui mi sono sottoposto e a cui ho costretto a sottoporsi anche chi mi sta vicino con amore.

Questa ferita sento che lentamente si sta rimarginando ma, quando mi ritrovo in compagnia di queste emozioni e del chiacchericcio che generano, mi aiuta pormi questa domanda: sto dando Amore o sto chiedendo Amore? Lo sto facendo per soddisfare un mio interesse personale o a beneficio, utilità e servizio della Vita?

E subito dopo penso alla Passione di Gesù il Cristo Benedetto. 

L’atto di Amore più alto verso tutti gli esseri umani. 

Un Essere di Luce Benedetta che accetta di vestire questi veicoli terreni per indicare a tutti quale è la strada che porta al cospetto del Padre, sapendo in anticipo di dover andare incontro al tradimento, alla derisione, alle indicibili torture del suo corpo fisico, al dolore e alla sofferenza fisica ed emotiva cui è stato sottoposto.

Cingere una corona di spine conficcata nella testa, portare una pesante croce di legno per un lungo tragitto dopo essere stato frustato a sangue, essere inchiodato per le mani ed i piedi e con essi reggere il corpo che vorrebbe per gravità cadere in terra, sentire le tue braccia staccarsi dal dolore, sentire la punta di una lancia che penetra nelle tue costole….

Nondimeno Egli ha pronunciato le seguenti parole: però non ciò che voglio io ma ciò che vuoi tu, Padre.

Avvicinandomi a sentire la grandezza e la purezza di questo Amore il mio Cuore si riempie e tutto il resto svanisce. 

Che sia una Pasqua di Resurrezione per tutti.

Pandemia

Gli avvenimenti, che stanno accadendo nella nostra società civile mondiale da circa 1 anno a questa parte, stanno mettendo la gran parte di noi esseri umani forzatamente di fronte a tutto ciò che proprio la gran parte di noi cerca di fuggire accuratamente per tutta la vita: il contatto con la malattia e con la morte.

Il mondo in cui viviamo è ormai ipertecnologico e l’accesso all’informazione è semplice e a disposizione di quasi tutti, anche nei più remoti angoli della nostra terra.

Quindi è sufficiente accendere una TV, navigare sul web o leggere un giornale per sapere cosa ci potrebbe succedere se entrassimo in contatto con questo virus. 

Sulla base di quanto è accaduto e sta accadendo e per evitare la possibilità di essere contagiati è stato ritenuto indispensabile limitarci negli spostamenti, rimanere chiusi dentro le nostre case e uscire solo con il nostro viso coperto e ad una certa distanza gli uni dagli altri.

La nostra vita precedente era una vita di relazione, piena di tanti incontri, divertimenti, viaggi, spettacoli, tanto lavoro frenetico, tanti spostamenti, fare contemporaneamente due o tre cose insieme, come guidare e mandare un messaggio con il cellulare, generando voracemente molteplici desideri in un vortice senza fine, cercando l’appagamento e provando la sofferenza del non poterlo avere, oppure la sazietà nell’averlo avuto sentendo subito dopo rinascere quello stimolo a cercare qualcos’altro. 

Da un certo momento in poi abbiamo potuto sperimentare cosa vuol dire la reclusione

Non per una scelta volontaria come gli asceti, gli eremiti, alcuni sacerdoti ma per costrizione come detenuti.

La detenzione nel passato remoto era però accompagnata anche da pesanti lavori fisici, chiamati appunto lavori forzati, attraverso cui il detenuto avrebbe così raggiunto una correzione ai suoi comportamenti non aderenti alle Tavole della Legge Civile. 

La percezione dello scorrere del tempo tra la mia vita precedente e la mia vita da recluso è drasticamente cambiata ed è come se il tempo si fosse rallentato. 

Rallentando e non potendo io fuggire è come se le acque di un mare in tempesta, a causa della frenetica attività, a poco a poco si placassero e lentamente si facessero più chiare permettendo di vedere il fondo. 

Vedere il fondo di se stessi può essere terribile tanto da chiedersi: possibile che dentro di me c’è tutta questa sofferenza, tutto questo desiderio, tutta questa avversione, rabbia, gelosia, paura, depressione, apatia? Lo è stato sicuramente per me. Ho realizzato che avevo la possibilità di scegliere se stare con quell’orrore che si presentava a me o scappare tuffandomi nel passato, rimanendo ancorato alla soddisfazione dei miei desideri o alla disperazione nel non averli raggiunti sperando di poter tornare a vivere la vita che vivevo prima, finita la reclusione.

E’ la stessa possibilità, con altra intensità, che è stata data a Nelson Mandela.

E’ la stessa possibilità che è data ad ognuno di noi. 

Sta a noi scegliere quale strada percorrere. 

Fortunatamente, essendomi stati trasmessi degli strumenti utili con i quali lavorare con ciò che si presenta dentro di me, ho scelto di lavorare con quello che c’è qui ed ora e li considero quindi i miei lavori forzati attraverso i quali l’Entità Superiore, da cui proveniamo, mi sta suggerendo la via da percorrere per raggiungerla.

Da questo punto di osservazione, guardando oltre, riesco a sentire la giustezza di quanto sta avvenendo dentro di me e la certezza che tutto questo è per il Bene, non solo mio ma di tutti gli esseri viventi. Lo considero un invito che le Potenze Superiori ci stanno facendo per prendere consapevolezza di quello che si agita dentro di noi e cercare di liberare, per salire di un gradino nella scala della evoluzione dello Spirito.

Lavorando con pazienza e con coraggio dentro le mie mura, quando poi mi è concesso di uscire fuori per ”l’ora d’aria”, trovo i miei sensi attentissimi a percepire per non perdere nulla di quello che ho davanti perché so che non potrà durare a lungo e dovrò rientrare nella reclusione.

Udire il rumore della risacca che si frange sulla riva, annusare il profumo del mare, sentire il bruciore della mia pelle al sole, sentire la sabbia bagnata che scricchiola sotto le piante dei miei piedi e il vento che accarezza il mio viso è motivo di sorpresa, di gioia e di gratitudine. 

Una semplice gita e la vista, che ho scelto come accompagnamento a queste parole, è allora Celebrazione di qualcosa di Sacro, qualcosa che rimane scolpito nella mia memoria a cui potrò accedere quando il mare dentro di me si farà agitato. 

La mente che non sa

La mente che non sa è un Koan del buddismo Zen, in poche parole un’affermazione paradossale che diventa oggetto di meditazione.

La mente che non sa, per Frank Ostaseski, il pioniere dell’accompagnamento alle persone morenti, è un’attitudine che è fondamentale per chi vuole accompagnare e con la quale sto imparando a fare amicizia. 

Siamo abituati ad avere esperienza della mente che sa

La mente che sa è la mente che gestisce, controlla, organizza, cataloga quasi tutte relazioni che noi abbiamo con l’esterno. Crea ruoli, gestisce la risposta ad eventi, crea un senso di noi che poggia sul lavoro che svolgiamo, la posizione e le relazioni all’interno della nostra famiglia e delle comunità che frequentiamo e della società, un’immagine di noi stessi a partire dalle nostre emozioni passate e presenti e immagini delle persone che conosciamo in seno alla nostra famiglia e alla cerchia delle persone che hanno delle relazioni con noi. 

L’immagine del dipinto, che è stata gentilmente concessa dall’autore Rivale.0 per accompagnare queste parole, esprime istantaneamente tutto questo. Una serie di cassetti, di boxes, che occupano asfitticamente quasi tutto lo spazio, dietro cui si intravede un Essere che sta cercando di respirare e di esprimersi!!

La mente che sa ci costringe a vivere nel passato o nel futuro creando immagini delle persone che incontriamo derivate e costruite sulla base delle impressioni, emozioni, sentimenti generati in passato dalle interazioni con le stesse o desunte per analogia attraverso un lavorio puramente mentale. 

E’ la creatrice e la percettrice di maschere, di ruoli, di divise, di etichette e questo lavoro prende inizio in tutti noi a partire più o meno dai 6/7 anni.

Ma spesso la mente che sa ci impedisce di tornare indietro a scoprire chi siamo veramente.

Una recente esperienza avuta da una persona a me cara, un’amata sorella viaggiatrice, mi ha costretto ad entrare in contatto necessariamente con la mente che non sa.  

A causa di una caduta ella ha violentemente battuto la testa, ha subito un’operazione piuttosto complicata e, dopo essere rimasta in uno stato di incoscienza indotta per molti mesi, si è risvegliata lentamente dal sonno farmacologico. 

Dalla sua grande lavagna nera gran parte di tutto quello che era stato scritto nel passato prossimo è stato cancellato e ha dovuto fare e sta ancora facendo un lavoro immane per reinserire tessere di un puzzle che è stato disfatto. 

Le interazioni, avute con lei dopo il suo risveglio, mi hanno messo di fronte ad una persona che non è quella che avevo conosciuto, non ancora, non ci sono più le sue maschere, i suoi ruoli, i suoi atteggiamenti, quello che la sua mente che sa aveva costruito.  

La mia mente che sa non era pronta e si aspettava di trovare, più o meno, la persona con la quale aveva condiviso tanti e tanti momenti insieme, tutto quello, a lei inerente, racchiuso nel cassetto della mia mente. 

Ma non è stato così e ho sperimentato confusione, desiderio che “guarisse” e tornasse ad essere quella che avevo conosciuto, un senso acuto come di perdita. 

Questa “nuova” amica mi ha costretto a fare un movimento per non stagnare in quelle emozioni a bassa vibrazione. 

Mi ha portato a ricordare della mente che non sa

L’ho già coltivata con le persone che si avviano a lasciare i veicoli inferiori che naturalmente, dato il processo, si stanno liberando di tutte le sovrastrutture costruite nella loro vita per tornare alla Casa del Padre.

Mi sono aperto a stare con quello che c’è nel momento presente, qui ed ora, abbandonando il ritratto che la mente che sa aveva costruito. 

Ella, per me, è la Maestra del presente che mi insegna ad essere aperto, ricettivo, ad usare i miei sensi e le percezioni…. e basta.

E stando lì succede un miracolo!!

Davanti a me trovo un’Essenza magnificamente pura, risplendente, semplice, diretta, libera che, per risonanza, fa vibrare la mia Essenza di Amore Puro per la gioia di essere lì e ridere delle piccole cose. 

La mente che non sa è la mente del bambino curioso, totalmente attento, immerso nel presente, libero, leggero, giocoso e gioioso.

La mente che non sa ha le chiavi per scoprire quello che noi siamo veramente.

La mente che non sa risiede nel cuore. 

Per arrivarci bisogna spogliarsi e indietreggiare.

Nella rugiada delle cose da poco il Cuore conosce la freschezza del proprio mattino (Khalil Gibran)

Cosa vuol dire accompagnare?

Accompagnare nel senso comune vuole dire andare con una persona per farle compagnia o proteggerla.

Per me accompagnare una persona, che si sta avviando all’ultimo periodo della sua esistenza terrena, è la massima espressione del servire. 

Nel mondo comune il servizio è considerato spesso come una forma di impiego delle proprie risorse di secondo piano, basti pensare ai ruoli del cameriere, della persona che pulisce il luogo dove si abita o si lavora. 

Anche io sono caduto in questo grossolano errore di valutazione guardandolo dalla prospettiva della Personalità.

Ma essendomi stato affidato questo compito in questa esistenza ho avuto la possibilità ed il privilegio di poter scegliere di cambiare la prospettiva da cui osservare il Servizio. 

Pensare che è proprio grazie alla mia Personalità se ho scelto di intraprendere questa strada!! 

Avere qualcuno che costantemente ti ricorda che non sei capace di fare nulla, sei un fallito, uno che nella vita non è riuscito a raggiungere nessun traguardo sia nel lavoro che nella vita affettiva, qualcuno a cui davo ascolto e credito mi ha indirizzato verso un’attività considerata di ripiego anche perché rivolta alle persone che la società “civile” etichetta come dei relitti alla deriva, una parte della popolazione che sopravvive nella società senza farne veramente parte. 

Ma avviandomi lungo questo sentiero sto scoprendo molte cose, la più importante delle quali è la differenza tra servire e aiutare

L’aiutare ci proietta nel futuro: aiuto qualcuno che, prima di tutto, ritengo sia più debole di me e desidero risolvere il suo problema per riportarlo ad essere come era prima. 

Questo, quando si lavora nel campo medico, equivale a dire curare per guarire.

Quanto spesso ho visto medici, infermieri e operatori sanitari aiutare e curare per guarire. Soprattutto ora che la medicina è divenuta supersettoriale si guarda a risolvere lo specifico problema relativo al nostro corpo fisico con un distacco emotivo, una noncuranza, una freddezza quando non si tramuta, e devo dire spesso, in una rabbia e in una fretta, dimenticandosi completamente che ci si trova davanti a un essere umano non un fegato, un polmone, un cancro alla mammella, non il 235, non lo scompensato, non l’infarto del miocardio.

La “pandemia” ha esasperato questi comportamenti rendendo palese tutto quello che si nasconde dietro ai ruoli. 

Accompagnando la mia compagna sulla soglia di un noto ospedale della capitale e non essendomi, purtroppo, permesso di proseguire all’interno, ella ha potuto sperimentare di persona tutto questo. Per recarsi alle casse, per pagare una visita specialistica, è caduta da una bassa pedana sul pavimento immediatamente sottostante e ha battuto un ginocchio con una recente frattura e il volto. 

4 medici, che stavano passando, si sono avvicinati e le hanno detto “signora si alzi” senza che nessuno di loro facesse il minimo accenno ad aiutarla a sedersi e a starle accanto da vicino, visto che evidentemente non riusciva ad alzarsi da sola. In questo caso si è perduta anche la spinta ad aiutare da parte di persone che hanno fatto un giuramento in tal senso!

L’aiutare e il guarire sono atteggiamenti che spesso hanno la loro radice nella Personalità, sono atti unilaterali, in cui non si vuole uno scambio e, per questo, prosciugano le nostre energie.

Il Servire è opera dell’Anima, è apertura di Cuore, è uno scambio. Attraverso di esso le nostre energie si rinnovano e si arricchiscono. Posso dirlo perché ho sperimentato come mi sento dopo che ho servito. Non mi sento stanco e dentro di me c’è un sentimento di quieta serenità, di giustezza, un sentimento di delicata gioia e una pace che deriva dal sentirsi sulla strada giusta, in Cammino. 

E’ uno scambio che mi dà il privilegio di ascoltare storie di vita intrise di ricordi e di sentimenti, mi porta dei doni e degli insegnamenti, inaspettati e preziosi per il mio Cammino, anche solo osservando, mentre inumidisco delle labbra arse dalla sete, asciugo una fronte imperlata di sudore, tengo una mano stretta nella mia. Per questo sempre più spesso porto attenzione e mi chiedo: sto aiutando o sto servendo? 

Questa domanda mi aiuta a percepire cosa c’è dietro l’impulso a compiere determinate azioni. Sto imparando a riconoscere quando cado nel desiderio di aiutare per veder finire la sofferenza che si trova davanti a me, desiderio spesso originato dalla paura della mia sofferenza di fronte alla sofferenza dell’altro. Sento la contrazione della paura e l’urgenza di scappare nel futuro o dal luogo in cui mi trovo e allora so che non sto servendo. 

Il Servizio riposa nel centro, nella calma, nel silenzio, nel vuoto, nel non desiderio, nello stare, nell’ascolto. 

Esprimermi partendo da lì e tentando di rimanere lì sarà il mio compito ora. 

Lo stare

Lo “stare” credo sia attitudine fondamentale in coloro che scelgono di accompagnare.

Rimanere fermi e aperti accanto a qualcuno che sta soffrendo e sta lasciando questa terra senza generare pensieri e azioni che semplicemente ci portino via verso la strada del desiderio di curare, di aiutare o verso la porta di uscita da quel luogo è lavoro di tutta una vita e coinvolge anche tutte le nostre relazioni, soprattutto quelle con coloro che amiamo.

Le vicende della vita non mi hanno consentito di poter stare accanto a mio padre che lasciò i suoi veicoli inferiori quando ero molto giovane né accanto a mia madre alla quale non sono riuscito a stare vicino come avrei voluto perché ancora non ero pronto a farlo.

La clausura forzata a cui siamo sottoposti mi ha dato la possibilità e il privilegio di poter sperimentare cosa vuol dire stare accanto all’animale domestico che convive con me.

Al mio cane, oramai anziano, circa 2 anni orsono, è stato diagnosticato un tumore all’ipofisi con un’aspettativa di vita di circa 4 anni. Il progredire della malattia ha portato delle conseguenze sul piano fisico che in questo particolare momento si stanno manifestando con un’irrequietezza continua dovuta al desiderio di cibo, con continua ricerca di esso anche subito dopo un pasto, e contemporaneamente un’incapacità di assorbirlo attraverso l’intestino con un dimagrimento continuo.

Finora le cure mediche a cui è stato sottoposto non hanno dato esito positivo.

Il legame affettivo che si crea con un essere che vive con te giorno e notte per una buona parte della vita si avvicina molto a quello che lega ai propri figli. 

Dopo una delle tante sveglie alla 4 di mattina, a causa del suo incessante camminare avanti e indietro alla ricerca di cibo o a defecare e urinare, decido di rimanere fermo nel letto, al buio sentendo i suoi passi nella stanza, il suo sbattere sui vetri e sui mobili, a causa della sua sordità e quasi cecità, disorientato e confuso sentendolo piangere sommessamente per la fame inesauribile. E lì fermo nel letto si è manifestata forte, insieme alla paura della sua sofferenza e il desiderio che finisse, la paura di soffrire nel vederlo soffrire, la voglia di fuggire da quell’amore per non sentire la mia paura e la mia sofferenza, la consapevolezza di essere sempre fuggito dall’amore per non sentire, la disperazione nel non sapere come aiutarlo e proteggerlo.

Ma diversamente da sempre sono rimasto lì, fermo nel buio. Non un pensiero, non un’azione di fuga, di distrazione, come un recluso dentro la sua cella. 

Ho iniziato ad essere risucchiato dentro un gorgo di disperazione, impotenza, rabbia, freddo, uscendo ed entrando in un labirinto di stanze senza finestre con un senso di asfissia. Il gorgo mi ha trascinato sempre più giù arrendendomi, senza aspettative a cui aggrapparmi, con la sola convinzione di voler andare fino in fondo, in un posto dove non ero mai arrivato, per vedere cosa succedeva. Lasciandomi andare giù in fondo il gorgo si assottiglia e lì dopo quell’orrore ero libero di andare, risalire. Un calore, una luce, un senso di pace e di libertà è salito lungo la mia spina e sono riuscito a percepire la bellezza collaterale che vive subito dopo e accanto all’orrore che ho sperimentato. Ho pianto di gioia e di gratitudine per la morte e la liberazione, per la vita attraverso la morte.

E ho cominciato a percepire i bagliori del Cuore Sacro.

La misura del Tempo

Il Tempo scandisce la nostra esistenza terrena. 

Questa scansione determina un prima (passato), un adesso (presente), un dopo (futuro).

Viviamo la nostra vita immersi in questo flusso temporale. Ma questo flusso, nella mia personale esperienza, non è costante e ritmico ma suscettibile di variazioni percettive influenzate dalle mie emozioni e sentimenti.

Ricordo nitidamente giornate scolastiche seduto al mio banco con la netta percezione che il tempo non passasse mai e non arrivasse il suono della campana. Oppure seduto alla scrivania della mia stanza con il libro di studio aperto e lo sguardo fisso a osservare la pioggia cadere con il desiderio di non essere lì.

E ricordo altrettanto bene interi pomeriggi passati a giocare in strada con i miei amici e sentire la voce di mia madre richiamarmi in casa per la cena e constatare con sorpresa e stupore quanto veloce fosse trascorso quel pomeriggio. Come anche essere immerso nella lettura di un libro appassionante e non rendersi conto di aver trascorso ore in questo modo.

Ho avuto diversi incidenti stradali, alcuni piuttosto rischiosi per la mia salute, e la percezione dello scorrere del tempo in quei momenti prima dello schianto è cambiata totalmente. I miei sensi si sono acuiti in maniera consistente e vedevo e vivevo tutto come in un film al rallentatore. 

L’esistenza terrena è scandita dal tempo, Anima, nella sua più alta frequenza vibratoria, riposa nell’eternità.

La transizione tra i due mondi avviene con la nascita e con la morte. 

La nascita ci porta lentamente dentro i nostri veicoli inferiori e dentro il Tempo, la morte ci porta fuori dai nostri veicoli inferiori e fuori dal Tempo. 

L’immersione graduale e persistente nella scuola, nella società e nel lavoro, soprattutto, mi ha fatto sperimentare come si possa vivere la propria vita costantemente proiettati nel futuro o risucchiati nel passato. Ricordo intere giornate trascorse a correre freneticamente da un appuntamento di lavoro ad un altro con l’attenzione costantemente rivolta all’orologio e la mente immersa nella verifica se sarei stato in grado di rispettare l’incontro successivo, attraversato da ansia, rabbia, paura.

Quanti esseri umani oggi vivono così? 

Mi sembra sempre di più. Basta entrare dentro la propria auto e immergersi nel traffico per trovarsi circondati da esseri umani sempre più di corsa, sempre più trafelati, sempre più rabbiosi.

Ma c’è un luogo della nostra vita terrena dove è possibile assaporare il momentaneo affievolirsi dello scorrere del tempo.

Questo luogo è il Centro, il Presente, l’Adesso dove ci avviciniamo alla nostra Essenza, al nostro Sé Superiore.

Più ci allontaniamo dal nostro centro più il tempo scorre veloce, più rimaniamo centrati più il tempo rallenta e ci permette di vedere quello che altrimenti sarebbe invisibile.

Lo strumento che permette di ritornare al presente per me è la meditazione. Più medito più riesco a rimanere aderente al presente anche quando ritorno nella mia vita ordinaria.

Rimanere nel presente per me che ho scelto di accompagnare alla fine della vita è imprescindibile.

E’ l’unica possibilità che ho di rimanere accanto a qualcuno che sta lasciando i propri veicoli inferiori.

Infatti più ci si avvicina alla fine più la percezione del tempo cambia. Più volte ho sentito alcuni di loro chiedermi: ma che giorno è oggi? E’ mattina o sera? Anche se la finestra della loro stanza era aperta ed entrava la luce.

Se voglio star loro accanto e servirli devo anche io uscire dal tempo ordinario ed essere capace di entrare nella stessa percezione temporale ed essere lì in presenza.

Ma se arrivo trafelato dall’ufficio, con in mente quello che ho tralasciato di fare o quello che dovrò fare quando uscirò da quella stanza, come potrò partecipare a ciò che sta avvenendo? 

Accompagnare per me vuol dire uscire dal mondo ordinario ed Essere lì. 

Prendersi cura

Il senso profondo del termine cura lo si trova nella sua etimologia.

Dal latino coera, usato in una relazione di amore e di amicizia, per esprimere il sentimento di attenzione, di sollecitudine e di delicatezza verso qualcuno o qualcosa.

La cura sorge quando l’esistenza di qualcuno ha importanza per me. 

Come diceva il grande poeta Orazio “la cura è compagna permanente dell’uomo”, come lo è la necessità di amare.

Per questo vorrei parlare ora del prendersi cura di se stessi.

Esaminando la mia esperienza di vita passata, le domande fondamentali che sorgono dentro di me sono: mi sono preso cura di me stesso finora? La cura che ho espresso verso i miei veicoli inferiori era mossa da Amore?

La risposta alla prima domanda è stata: sì, mi sono preso cura solo del mio veicolo fisico, ma non del veicolo mentale né del veicolo astrale (che si esprime attraverso le emozioni ed i sentimenti)

Che cosa mi spingeva a sottopormi ad ore ed ore di sport, allenamenti, gare, attenzione al cibo?

Era Amore quello che mi muoveva? No, era paura.

Il fisico in perfetta forma, allenato, più o meno in linea mi permetteva di fuggire dalla paura della malattia, della morte, dalla paura di ingrassare e di non essere accettato perché fisicamente diverso dagli altri, non corrispondente all’immagine dell’uomo che la società ci ha dato come stereotipo di successo. Inoltre mi consentiva di dare uno sfogo all’energia accumulata e repressa dentro di me.

Lo vedo ripetersi spesso, sempre più spesso nelle vite delle persone che avvicino.

Questo ha generato dentro di me una quantità industriale di sofferenza. 

Ho costretto il mio corpo fisico ad uno stress notevolissimo dimenticando completamente di avere altri due veicoli dei quali non mi prendevo cura.

Qualche giorno fa ci siamo trovati nello studio di una cardiologa per una periodica visita di controllo per la mia compagna. Durante la seduta è stato usato un ecografo.

Come per magia si è diffuso nella stanza il suono ritmico del battito del suo cuore.

Spesso ho avuto apprensione e paura nell’ascoltare battere il mio.

Questa volta, non essendo direttamente coinvolto, mi sono lasciato trasportare da questa musica. Si sono presentati alla mia attenzione un grande stupore per la potenza e la forza che questo organo esprimeva.

Mi sono chiesto con meraviglia: come è possibile che il mio cuore abbia battuto e batta da 64 anni, di giorno e di notte, sottoposto ad infinite sollecitazioni fisiche ed emotive?

L’ho trovato incredibile ma reale. E subito dopo è sorta un’immensa gratitudine e riconoscenza per la sua infaticabilità ed instancabilità, ed è salito un grazie pieno di amore per il cuore della mia compagna e per il mio nello scandire e dare la Vita. 

Poi mi sono domandato: quante volte ci si ferma nel silenzio e nella calma per entrare in contatto con il nostro cuore? Poche volte, per me quasi mai. 

Ma è anche e soprattutto questo prendersi cura di noi, del nostro Essere portando amore e gratitudine verso i nostri organi.

Ma come è possibile, nel ritmo frenetico della giornata trovare il tempo per questa semplice manovra?

Quanto conta portare amore e gratitudine nella mia vita e nella vita di ognuno di noi, quanto è importante? E dove andare per portare tutto questo?

La risposta l’ho trovata in questa immagine di Harold Witter Bynner: ogni uragano ha un vuoto nel suo centro dentro cui un gabbiano può volare in silenzio.

Quando l’uragano della quotidianità gira vorticosamente il segreto è ritornare al centro dove nel silenzio possiamo volare dentro noi stessi e verso l’Infinito.

Perché parlare della morte?

La morte è uno dei due eventi certi della nostra vita terrena. Per venire su questa Terra dobbiamo nascere, per lasciarla dobbiamo morire.

La gestazione è il tempo necessario affinché la Coscienza possa comprimersi per riuscire ad indossare una struttura fisica, una struttura emozionale, una struttura mentale denominate veicoli inferiori.

L’agonia è il tempo necessario affinché la Coscienza possa espandersi di nuovo e lasciare questi veicoli inferiori.

Intorno a questi due eventi certi di tutta la nostra vita su questa terra sembra che aleggi un alone di grande mistero. Forse perché non si può fare una “esperienza” della nascita e della morte. Con esperienza intendo una conoscenza diretta acquisita attraverso i sensi, l’osservazione, l’uso e la pratica ripetuta di una determinata sfera della realtà.

La nascita e la morte si conoscono, sì, direttamente ma non ci è data la possibilità di farne pratica. Di fatto sono due eventi irripetibili nell’arco di una sola esistenza.

Anche se esiste una eccezione a questa regola!

Esistono infatti degli esseri umani che muoiono temporaneamente e successivamente ritornano in vita. Questi casi vengono in genere definiti “esperienze” di pre-morte. Esistono testimonianze, di parecchi di coloro che sono tornati in vita, che hanno potuto descrivere cosa è successo loro quando sono morti e non solo……..

Li considero dei pionieri mandati in avanscoperta su un territorio sconosciuto e ritenuto ostile che tracciano per tutti noi una mappa piuttosto dettagliata di questo territorio. I racconti e le rilevazioni ottenute da ciascuno di loro si ripetono e aderiscono con una precisione e un dettaglio sorprendenti.

Questa mappa, e non solo, desidero condividere nella speranza che produca anche in voi le stesse sensazioni e gli stessi sentimenti che ha suscitato in me.