Il Plesso Solare

In termine medico-scientifico si parla di plesso solare celiaco.

Fino a non molto tempo addietro per me era una parte del corpo fisico completamente sconosciuta nonostante avessi studiato per grandi linee l’anatomia e la fisiologia del corpo umano.

Che cosa è, perché ha questo nome e fisicamente dove si trova?

Plesso è un intreccio di nervi, solare perché essi si irraggiano a cerchio come i raggi del sole, celiaco viene dal greco Kòilia che vuol dire addome.

Quindi intreccio di nervi disposti a raggiera nella cavità addominale.

Il plesso solare ha un ruolo importantissimo perché regola le funzioni dello stomaco, del fegato, del pancreas e dell’intestino, quindi della maggior parte degli organi presenti nella cavità addominale. Presiede alla respirazione, l’eliminazione, la circolazione, la nutrizione e la crescita.

Avete mai ricevuto un forte colpo in quella zona?

Beh, si rimane senza fiato perché il plesso solare viene stimolato bruscamente, parte una risposta del sistema nervoso autonomo che paralizza momentaneamente il diaframma e il respiro si blocca.

Il plesso si trova fisicamente dietro lo stomaco e appena sotto il diaframma.

Reagisce per primo allo stress emotivo, all’ansia ed alle emozioni.

Infatti si dice “ho un nodo allo stomaco”, oppure “sento un peso nel petto in basso, una tensione sotto lo sterno”.

Non molti anni fa ho scoperto di avere il diaframma bloccato. La mia respirazione era praticamente solo alta come quando si respira in preda alla paura, il mio addome contratto.

Finalmente ho compreso perché.

Il plesso solare non è importante solo dal punto di vista fisiologico ma dal punto di vista spirituale iniziatico.

Ho scoperto essere il portale di accesso all’inconscio, la porta di uscita per la paura, la rabbia, la tristezza, l’apatia, la depressione.

Tutte le emozioni inferiori si collocano all’interno della cavità addominale.

Con l’osservazione ho scoperto che, dentro di me, ognuna ha un posto preciso in cui si manifesta.

Paura: basso ventre, rabbia: colon, tristezza: stomaco, apatia e depressione: vuoto in tutta la cavità.

Per non sentire tutto questo ho chiuso questa porta, il mio diaframma si è bloccato, il respiro non è sceso nel luogo in cui si rilassa e in cui il Divino porta l’oro del Prana a nutrire tutto l’Essere.

La porta sacra del plesso, chiusa alle emozioni, ha fatto indurire il mio Cuore, rivestendolo di una corazza.

Chiusura anche alle intuizioni, alle verità che arrivano dal Superiore perchè il plesso è la sede del sentire a livello superiore, la connessione con l’Universo.

Chiusura anche tra Mente e Cuore: collo bloccato, cefalea muscolo-tensiva, dolori alla testa, rigidità di tutto il settore.

Ero completamente chiuso e le comunicazioni tra il mio inconscio, il Cuore e la Mente non potevano avvenire.

Conosco persone che continuano a vivere in questa chiusura che si è approfondita addirittura nel corpo fisico, con ernie discali nella zona cervicale, spalle e collo perennemente contratti, difficoltà a girare la testa.

Quale è il lavoro da fare allora?

Non chiudere e fermare l’accesso alle emozioni inferiori, se le fermo il controllo di personalità diventa opprimente, se le reprimo divento preda della paura, non mi riconosco più e divento passivo e privo di sensibilità.

Posso lasciare che le emozioni inferiori salgano, posso osservarle senza agirle, le posso accompagnare verso l’uscita.

Così la personalità egoica si ammorbidisce e è possibile salire verso il Cuore.

Il fuoco che sale non brucia più.

L’energia non viene più utilizzata per il controllo di IO, ma può essere utilizzata per esprimere quello che sono e non quello che voglio.

Il Cuore, che vive per il servizio agli altri, ora ha l’energia per esprimerlo attraverso i talenti personali. la Mente organizza il come.

In questo modo anche la paura della morte assume una nuova prospettiva.

Non sono più bloccato nel plesso solare che è il centro della identità personale dove risiedono gli istinti viscerali: l’istinto di conservazione, la paura di perdere controllo, l’ansia di annientamento (fisico, emotivo, simbolico) e quindi paura di morire.

Se mi contraggo ogni contrazione mi riporta alla paura della perdita della identità terrena.

Quando sono nel Cuore non mi identifico più in tutto ciò che finisce.

Nel Cuore vivono le emozioni e i sentimenti superiori: la Gioia, la Compassione, il desiderio di Bene, la Giustizia, la Saggezza.

La paura non finisce ma perde il comando e la morte viene vista come un passaggio non come l’annientamento.

Il Cuore si riscalda, il plesso si rilassa, la Mente si illumina, il respiro si quieta.

Il plesso solare si attraversa così come si attraversa la morte fisica.

Zombi

È un termine di origine haitiana, legato alla tradizione religiosa vudù.

Zombi in epoca contemporanea indica la figura di un morto vivente, un cadavere ambulante.

Secondo le credenze popolari haitiane, alcuni sacerdoti detti bokor sarebbero in grado di catturare una parte dell’anima e detenerla in una piccola fiasca, sotto forma di piccolo angelo guardiano.

Il rito produrrebbe nella vittima uno stato di letargia ipnotica simile alla morte. Tali bokor sarebbero in grado di resuscitare la vittima, anche dopo diversi anni dalla sepoltura, restituendole una piccola parte dell’anima sottratta, per renderla uno schiavo abulico. 

Nella letteratura occidentale si indica per zombi individui privati di ogni volontà dalla dipendenza da droghe. Gli zombi si aggirano nella notte in cerca di esseri umani di cui cibarsi ed infettare a loro volta facendoli diventare come loro. 

Dalla letteratura occidentale l’industria cinematografica e musicale ha tratto dei capolavori unici nel genere, basti pensare a “La notte dei morti viventi” di George A. Romero o di “Thriller” di Michael Jackson.

Ma esistono veramente gli zombies?

Pensavo di no. 

Ora so che esistono veramente.

Dove sono?

Escono di notte dai luoghi di sepoltura?

No.

Sono in mezzo a noi, in pieno giorno. 

Basta uscire di casa e osservare attentamente le persone che ci circondano.

La maggior parte sono preda del sonno ipnotico con gli occhi fissi sul display del loro smartphone, talmente assorbiti da ciò che stanno vedendo da perdere la cognizione del luogo e del tempo in cui si trovano.

Molti guidano un’auto in questa catalessi, risvegliati da una sinfonia di clacson che li spinge a muoversi.

Altri sono preda del demone della fretta e dell’ansia, li vedi correre a piedi, in auto, scalpitare quando sono costretti a fermarsi per mettersi in coda, come se non avessero abbastanza tempo, desiderosi d’ ingurgitare voracemente cose da fare.  

Se tenti di svegliare i primi vieni guardato come se fossi tu l’essere alieno che li sta disturbando.

Se ti trovi sulla strada dei secondi vieni investito dalla furia aggressiva di un animale feroce che ti vomita contro rabbia, aggressività, sotto forma di parole e, spesso, anche di fatti.

Oggi li guardo stupito ed incredulo di trovarmi immerso in questo girone infernale. 

Ma dura poco perché gli zombies là fuori sono sempre alla ricerca di esseri umani di cui cibarsi.

Come?

Si cibano della loro energia. 

Di fronte alla rabbia e al sonno ipnotico qualcosa dentro di me comincia a vibrare, la sento salire. 

È l’Animale. 

Se ascoltate attentamente il brano di Andrea Cerrato, un cantautore viaggiatore, che troverete alla fine di questo articolo, capirete di cosa parlo.

Sì perché anche io sono stato uno zombi.

Ho passato gran parte della mia vita trascorsa infettato e contagiato dalla fretta di fare tante cose nel più breve tempo possibile, in preda ad ansia e rabbia per non riuscirci, caduto poi in una letargia ipnotico-depressiva dopo aver utilizzato tutta l’energia che avevo a disposizione in quel carosello.

Quando, ancora oggi, sale l’Animale che chiede la mia energia alcune volte non riesco ad essere così presente da rimanere fermo ad osservalo e mettere in atto le necessarie e deliberate contromosse.

Ancora oggi, che cerco di essere sveglio e presente, mi prende e reagisco istantaneamente e solo dopo mi rendo conto. 

Il tempo in cui rimango preda dell’animale è sempre più breve, minuti. In passato erano ore, giorni in cui ero a mollo in una sofferenza costante. 

Il Maestro Aïvanhov ci aiuta ricordando: “se l’uomo non è vigile, se non sa mettere delle protezioni intorno a sé, i suoi figli e i suoi animali domestici, simbolicamente parlando, saranno divorati dalle belve.

Quei figli e quegli animali domestici sono i suoi pensieri, i suoi buoni sentimenti e i suoi buoni slanci, tutto ciò che è sinonimo di ricchezza, abbondanza e prosperità spirituali. Se ci tiene veramente a loro, è necessario che li protegga, altrimenti essi vengono saccheggiati dalle entità tenebrose del mondo astrale, dalle belve che verranno a devastare…..”

Tutti noi siamo zombies, fa parte della nostra natura di esseri umani. Non ha senso cercare lo zombi al di fuori di noi. Quello che vediamo fuori è lo specchio di quello che abbiamo dentro. 

Ma c’è una buona notizia. 

Lavorando su di noi potremo riuscire a tenere la bestia al guinzaglio. 

Il tunnel

Che cosa provate quando sentite pronunciare questa parola? 

Che immagine prende corpo nella vostra mente?

Soffermatevi a sperimentare prima di andare avanti nella lettura!!

Ansia, paura, mancanza d’aria, incertezza su cosa ci sarà all’uscita, paura di rimanere in quel luogo mi accompagnano ogni volta che sono all’entrata di una galleria.

In passato era proprio una fobia scatenata dalla paura del buio, dallo stare in un luogo chiuso e provare la fame d’aria, dalla paura di un disastro che mi costringesse a stare chiuso lì dentro senza possibilità di uscire; tanto che, nel caso di una galleria stradale, se ero io il conducente del veicolo, automaticamente acceleravo per uscire al più presto da quel luogo.  

Ho ricevuto racconti da un gran numero di persone che erano sorprendentemente simili al mio.

Qualcuno di essi aveva una paura così incontrollabile che, all’imbocco di ogni galleria, non riusciva a non gridare al conducente di fermarsi e farlo scendere.

Come mai così tanti di noi reagiscono in questo modo all’evento?

Forse perché i grandi passaggi che mettono in comunicazione i due mondi, il superiore e l’inferiore, il Cielo e la Terra, l’Alto e il Basso, il Mondo dello Spirito e il Mondo della Materia si percorrono attraversando un tunnel.

Nascendo nel mondo della materia, dopo aver indossato i veicoli fisici, è stabilito che si passi nella galleria appositamente creata, nella donna partoriente, dall’utero e da tutte le strutture connesse.

Pensate a quale potere possa avere l’essere umano guidato dalla mano dell’Onnipotente Principio Creatore che riesca a produrre nella materia fisica del proprio corpo uno spostamento di muscoli, tendini, e persino ossa andando a creare un condotto, prima inesistente, che permetta al nascituro di venire alla luce. 

Pensate a quali sensazioni possano nascere dentro un feto che, avendo finora vissuto in un paradiso caldo e nutriente, venga spinto da una forza imperativa attraversando una galleria così stretta per andare verso l’ignoto.

Il riflesso del tipo di esperienza vissuta viene prepotentemente in superficie attraverso un esercizio motivazionale a cui partecipai durante un seminario di camminata sui carboni ardenti.

Tutti i partecipanti, tranne colui che avrebbe fatto l’esercizio, dovevano disporsi in due file speculari, una di fronte all’altra viso a viso, tutti ventre a terra con i gomiti appoggiati sul terreno ad una distanza tale per cui ciascuna mano potesse prendere quella della persona di fronte fino a formare una galleria composta di avambracci al cui vertice le mani si incrociassero insieme.

Colui che avrebbe fatto l’esercizio si doveva mettere prono per terra con le braccia ripiegate sotto il torace e avanzare con l’aiuto dei solo gomiti dentro questa galleria creata dai compagni. 

Essendo in quella occasione più di trenta persone il tunnel aveva una certa lunghezza.

Chi non aveva avuto problemi alla sua nascita usciva fuori con una relativa facilità e senza sforzo apparente, ma chi aveva vissuto il parto con sensazioni di difficoltà, paura, incertezza manifestava seri problemi a transitare e ad uscire.

In maniera del tutto simmetrica anche l’abbandono dei veicoli fisici per passare nel Mondo dello Spirito avviene transitando dentro un tunnel.

Di esso si hanno notizie dalla moltitudine di esseri umani che hanno vissuto un episodio di pre-morte.

In molte delle loro testimonianze viene descritto una galleria buia che viene attraversata, come descrivono, a grande velocità per sfociare in un territorio di luce abbagliante ma non accecante, dove si percepisce un calore ed un amore indescrivibili.

Le transizioni da e per questo mondo terreno passano ambedue per l’attraversamento di una zona oscura che crea una sensazione di angoscia, di paura come paura e angoscia genera essere risucchiati da un gorgo in mare aperto. Un gorgo che ci trascini giù verso gli abissi del non conosciuto, contro i quali si tenta disperatamente di lottare e resistere per rimanere in superficie. 

Ma non è opponendo resistenza che si può cercare di uscirne.

Bisogna avere il coraggio di abbandonarsi e lasciarsi portare giù dal vortice, avere il coraggio di accettare un esito finale per scoprire che più si scende più il gorgo perde la sua forza attrattiva e, vicino alla sua fine, ti lascia andare di lato. Andare per sperimentare la bellezza collaterale che giace accanto e dopo.

La bellezza collaterale di nascere a nuova vita, perché, dopo aver passato un’esperienza così profonda, si è diversi. Come il bruco esce dal suo tunnel-bozzolo così cambiato, così profondamente diverso da come era per spiegare le ali e volare.

E allora, guardando l’universo infinito sopra di me, mi chiedo: cosa ci sarà all’altro capo di un buco nero?

Dove si viene trasportati? A quale nuova vita si rinascerà? 

La misura del Tempo

Il Tempo scandisce la nostra esistenza terrena. 

Questa scansione determina un prima (passato), un adesso (presente), un dopo (futuro).

Viviamo la nostra vita immersi in questo flusso temporale. Ma questo flusso, nella mia personale esperienza, non è costante e ritmico ma suscettibile di variazioni percettive influenzate dalle mie emozioni e sentimenti.

Ricordo nitidamente giornate scolastiche seduto al mio banco con la netta percezione che il tempo non passasse mai e non arrivasse il suono della campana. Oppure seduto alla scrivania della mia stanza con il libro di studio aperto e lo sguardo fisso a osservare la pioggia cadere con il desiderio di non essere lì.

E ricordo altrettanto bene interi pomeriggi passati a giocare in strada con i miei amici e sentire la voce di mia madre richiamarmi in casa per la cena e constatare con sorpresa e stupore quanto veloce fosse trascorso quel pomeriggio. Come anche essere immerso nella lettura di un libro appassionante e non rendersi conto di aver trascorso ore in questo modo.

Ho avuto diversi incidenti stradali, alcuni piuttosto rischiosi per la mia salute, e la percezione dello scorrere del tempo in quei momenti prima dello schianto è cambiata totalmente. I miei sensi si sono acuiti in maniera consistente e vedevo e vivevo tutto come in un film al rallentatore. 

L’esistenza terrena è scandita dal tempo, Anima, nella sua più alta frequenza vibratoria, riposa nell’eternità.

La transizione tra i due mondi avviene con la nascita e con la morte. 

La nascita ci porta lentamente dentro i nostri veicoli inferiori e dentro il Tempo, la morte ci porta fuori dai nostri veicoli inferiori e fuori dal Tempo. 

L’immersione graduale e persistente nella scuola, nella società e nel lavoro, soprattutto, mi ha fatto sperimentare come si possa vivere la propria vita costantemente proiettati nel futuro o risucchiati nel passato. Ricordo intere giornate trascorse a correre freneticamente da un appuntamento di lavoro ad un altro con l’attenzione costantemente rivolta all’orologio e la mente immersa nella verifica se sarei stato in grado di rispettare l’incontro successivo, attraversato da ansia, rabbia, paura.

Quanti esseri umani oggi vivono così? 

Mi sembra sempre di più. Basta entrare dentro la propria auto e immergersi nel traffico per trovarsi circondati da esseri umani sempre più di corsa, sempre più trafelati, sempre più rabbiosi.

Ma c’è un luogo della nostra vita terrena dove è possibile assaporare il momentaneo affievolirsi dello scorrere del tempo.

Questo luogo è il Centro, il Presente, l’Adesso dove ci avviciniamo alla nostra Essenza, al nostro Sé Superiore.

Più ci allontaniamo dal nostro centro più il tempo scorre veloce, più rimaniamo centrati più il tempo rallenta e ci permette di vedere quello che altrimenti sarebbe invisibile.

Lo strumento che permette di ritornare al presente per me è la meditazione. Più medito più riesco a rimanere aderente al presente anche quando ritorno nella mia vita ordinaria.

Rimanere nel presente per me che ho scelto di accompagnare alla fine della vita è imprescindibile.

E’ l’unica possibilità che ho di rimanere accanto a qualcuno che sta lasciando i propri veicoli inferiori.

Infatti più ci si avvicina alla fine più la percezione del tempo cambia. Più volte ho sentito alcuni di loro chiedermi: ma che giorno è oggi? E’ mattina o sera? Anche se la finestra della loro stanza era aperta ed entrava la luce.

Se voglio star loro accanto e servirli devo anche io uscire dal tempo ordinario ed essere capace di entrare nella stessa percezione temporale ed essere lì in presenza.

Ma se arrivo trafelato dall’ufficio, con in mente quello che ho tralasciato di fare o quello che dovrò fare quando uscirò da quella stanza, come potrò partecipare a ciò che sta avvenendo? 

Accompagnare per me vuol dire uscire dal mondo ordinario ed Essere lì. 

Perché nessuno vuole parlare della morte?

Sembra che parlare della morte sia un tabù. In altre parole un divieto sacrale anche solo di pronunciare questa parola.

Il Sacro, tra cui la morte, da epoche remote è stato consegnato dagli esseri umani a particolari figure designate a parlarne ed officiarne i riti.

Per Sacro voglio intendere il contatto con il Divino o Entità Superiore. 

Nella cultura della quale io faccio parte i ministri di Dio o clero sono delegati ad occuparsi della gestione sacra di questo rituale di passaggio.

Altro motivo che ci impedisce di parlare della morte è che se ne parliamo, anche solo in generale, inevitabilmente e per la quasi totalità degli esseri umani siamo portati ad affrontare la prospettiva della nostra morte.

Affrontandola inconsciamente ed indirettamente potremmo avvicinarla.

Ecco allora sorgere dentro di noi una moltitudine di certezze: sto invecchiando, il tempo sta passando, il corpo fisico si sta deteriorando.

Ma anche e soprattutto una quantità di domande. Quando succederà? Come accadrà? Dove succederà? Sentirò dolore? Sarò da solo?

Troppa ansia, troppa paura, troppa incertezza!!!! 

Meglio far finta di non vedere, di non sentire. Meglio cercare distrazioni.

Ecco un elenco di quelle che io ho sperimentato: un tuffo nel lavoro, gratificazioni dal cibo, dallo sport, dal denaro, dal sesso, nuova auto, nuova casa, nuovi abiti, cura del proprio corpo, nuovi filoni di letture, viaggi, trasferire il proprio desiderio di sentirsi realizzati nel successo dei propri figli……….

Ognuno di noi ha le proprie modalità di distrarsi, se ne potrebbe scrivere un libro.

Ma è come avere un elefante dentro la propria casa e far finta di non vederlo.