Armonia

Che cosa è Armonia?

L’etimologia di “armonia” deriva dal greco antico harmonia (Ἁρμονία), che significa “accordo”, “unione” o “connessione”. Questo termine, a sua volta, deriva dal verbo greco armózein (ἁρμόζειν), che significa “connettere” o “collegare,” indicando una giusta relazione e proporzione tra le parti. 

Si ha armonia, per esempio, quando più parti diverse in vibrazioni, tonalità, note si collegano tra di loro contemporaneamente.

Anche tra esseri umani si crea armonia quando essi tutti si collegano tra di loro e si uniscono per esempio per cantare insieme in un coro.

Osservate un coro!

Sono tutti esseri umani che trascendono la loro individualità per cantare in perfetta armonia, ognuno per la parte che gli viene assegnata.

Avete mai provato la sensazione di benessere, di piacevolezza, di pace che si prova ascoltando un insieme di voci accordate intorno ad una melodia?

Ci si sente trasportati in altri territori dove sembra di sentire le voci degli angeli.  

Nel nostro quotidiano circostante troviamo armonia?

C’è questo accordo in cui tutti lavorano insieme per esprimere qualcosa di sublime?

Sembra proprio di no.

Siamo tutti impegnati e trafelati nel raggiungere gli obiettivi materiali che costantemente la nostra Mente ci fa seguire.

Corriamo sparpagliati senza sosta e vogliamo cantare da soli, IO più forte degli altri, si deve sentire solo la mia voce.

Quello che arriva ai nostri orecchi è solo una tremenda, orribile cacofonia.

Le Sfere Superiori inviano incessantemente frequenze sottili.

Noi siamo come una stazione che riceve e può captare solo le frequenze con cui tutto il nostro Essere vibra.

Ma quando il nostro Essere è impegnato a vibrare costantemente su basse frequenze, come rabbia, depressione, paura, insoddisfazione, invidia, frustrazione, che cosa saremo in grado di ricevere?

Da quali Entità saremo guidati?

Se vogliamo ricevere qualcosa di sublime dobbiamo lavorare per pulire i nostri corpi da tutta questa immondizia.

La nostra Mente Inferiore, abituata al controllo, ci costringe a programmare esasperatamente una serie di pensieri, azioni che, fatalmente, produrrà una quantità industriale di spazzatura.

È inutile affannarsi a programmare il nostro presente ed il nostro futuro seguendo un ideale irrealizzabile di perfezione, tutto questo è rumore di sottofondo.

Come ha detto John Lennon la vita è quello che succede mentre sei impegnato a fare altri programmi.

Dobbiamo lasciar parlare il Cuore aprendoci alla corrente gentile, placida, rassicurante della nostra Natura Superiore in modo che la nostra navicella venga trasportata dolcemente verso luoghi dove tutto è Armonia.

Il Cuore parla quando canta, quando prega, quando medita, quando si dimentica di IO, quando la Mente fa silenzio.

Quando c’è silenzio le nostre antenne sono capaci di captare le più sottili frequenze ed agire in accordo.

Quando c’è silenzio possiamo iniziare a percepire la Musica delle Sfere.

La Musica o Armonia delle Sfere, detta anche musica universale, è un antico concetto filosofico che considera l’Universo come un enorme sistema di proporzioni numeriche. I movimenti dei Corpi Celesti (Sole, Luna e pianeti), collocati su sfere ruotanti, producono una sorta di musica, udibile solo dall’orecchio dei veggenti e consistente in formule armonico-matematiche.

Pitagora per primo, capì che l’altezza di una nota è inversamente proporzionale alla lunghezza della corda che la produce, e che gli intervalli fra le frequenze sonore sono semplici rapporti numerici. Secondo Pitagora, il Sole, la Luna e i pianeti del sistema solare, per effetto dei loro movimenti di rotazione e rivoluzione, produrrebbero un suono continuo, impercettibile dall’orecchio umano, formando tutti insieme un’armonia.

Quando arriveremo a quella percezione tutti i pianeti, le galassie, le stelle, gli Angeli, gli Arcangeli, tutte le Creature Celesti e tutto il Creato scenderà verso di noi a cantare, insieme con noi, la gloria del Creatore con una impareggiabile ed ineguagliabile Armonia.

Storia di un pesce saltafango

C’era una volta un piccolo pesciolino.

La sua famiglia era nata in una pozza d’acqua.

Era un pesciolino saltafango che, come i suoi fratelli, aveva due piccole zampe anteriori con le quali potersi muovere nell’acqua ma soprattutto sulla terra, o meglio dire in mezzo al fango.

Crebbe insieme ai suoi fratelli che, quando diventarono più grandi, tutti insieme seguendo la loro natura di esseri intraprendenti e curiosi, saltarono nel fango fino al fiume che scorreva là accanto.

Ognuno di essi si lasciò trasportare dalla corrente a scoprire nuovi territori e provare nuove avventure, di fatto separandosi gli uni dagli altri.

Ma il piccolo pesciolino aveva una rana sua amica che era prodiga di consigli verso di lui.

Gli diceva: “Attento a non uscire fuori dalla pozzanghera perché potresti trovare qualche predatore in cerca di cibo, rimani qui che sei al sicuro; non ti manca nulla, hai un posto sicuro qui dove nessun pesce può arrivare, ci sono io che ti proteggerò e ti dirò cosa devi fare; ti insegnerò tutto quello che devi sapere e potrai lavorare qui di un lavoro sicuro e di aiuto per tutti gli altri piccoli insetti e animali. Attraverso questo lavoro per la comunità potrai avere cibo a sufficienza e una casa sicura al riparo dagli elementi pericolosi: la corrente del fiume, gli altri pesci che in esso si trovano, non avere più una casa, non avere più nessuna sicurezza”.

Il piccolo pesciolino pauroso si disse che là fuori era troppo pericoloso per lui, sarebbe rimasto al sicuro nella pozzanghera dove era nato e dove sapeva quello che sarebbe successo, quale sarebbe stato il suo futuro. Un futuro tranquillo, una vita calma, un piacevole trantran molto rassicurante.

Così la sua vita prese a scorrere, una giornata uguale all’altra, in perfetta sicurezza. La paura lentamente sparì e una grande tranquillità prese il suo posto.

Col passare degli anni però sentì che qualcosa dentro di lui si affacciava: una sottile insoddisfazione, una mancanza di stimoli, un’infelicità appena sussurrata, una mancanza di sapore nelle cose che faceva.

L’istinto della sua specie tornava sempre più spesso ad affacciarsi alla sua coscienza.

L’intraprendenza e la curiosità, che aveva cancellato per molti anni, ora stavano tornando a galla.

Si sentiva insoddisfatto, inappagato anche se materialmente non gli mancava nulla.

Il tempo passò e né i consigli della rana, né gli agi della sua vita riuscivano più a placare quest’ansia e questo desiderio che provenivano dalla sua Natura più profonda, quella Natura che unisce tutti i pesci saltafango di tutto il mondo: il richiamo del Grande Saltafango.

Ma la paura tornò ad affacciarsi e preferì rincorrere una più grande sicurezza economica e con essa, dietro suggerimento della rana, si dedicò alla scalata politica per diventare sindaco della pozzanghera. Così, pensò, quando avrò raggiunto questi traguardi, potrò finalmente essere felice.

Ma dopo lungo tempo e dopo aver centrato anche questi obiettivi questo sapore ancora non c’era nella sua bocca, la smania cresceva, le sue zampe non riuscivano più a stare ferme.

Spesso di notte si presentava nel sogno il Grande Saltafango che lo chiamava: “È ora che tu cerchi la tua strada, vieni!!!”

Sognava anche qualcuno dei suoi fratelli che, anche essi, lo chiamavano: “Vieni, vieni!!”

Il tempo passava e con esso anche l’età del piccolo pesciolino.

Le malattie si affacciavano adesso, i dolori anche, le forze scemavano e lo facevano sentire stanco, ma le voci lo chiamavano ancora, sempre più spesso.

La rana gli consigliava: “Non andare, ormai sei vecchio, non potrai resistere alla corrente del fiume. Dove andrai senza casa? Chi ti darà da mangiare? Perderai il tuo lavoro, le tue amicizie, tutta la gente che tu aiuti come sindaco, resterai solo e povero”.

Ma la spinta del Grande Saltafango era troppo potente.

Non fece più nessun ragionamento, ignorò la paura, si affidò completamente nelle mani del Grande Saltafango.

Uscì lentamente dalla pozzanghera e si incamminò verso il fiume.

Scoprì che non c’era una grande corrente e che il fiume scorreva placido e tranquillo. Si tuffò e scoprì un mondo nuovo, diverso da come lo aveva sempre immaginato e come la rana glielo aveva dipinto. Il fiume era pieno di vita e l’acqua in prossimità della riva era quasi ferma. Tanto che non trovava nessuna difficoltà a fermarsi e sbarcare sul fango adiacente la riva dove poteva riposarsi e trovare cibo a sufficienza.

Capì tante cose, ma soprattutto che aveva dato ascolto alla rana, alla sua mente, alle sue paure quando avrebbe dovuto da tempo dare più ascolto al suo Cuore.

Vecchiaia

Che sapore ha la vecchiaia?

L’esperienza delle persone che assisto mi fa dire: ha un sapore amaro, di solitudine, di emarginazione, di rifiuto.

Mi ricorda quando, da bambino, si facevano le squadre per la partitella di pallone e rimanevo tra gli ultimi scelti a causa del mio aspetto grassottello. Spesso mi costringevo a fare il portiere, per poter partecipare, solo tra i pali a guardare gli altri giocare se non addirittura in panchina.

Ecco la vecchiaia la percepisco come essere in disparte a guardare tutti gli altri giocare.

È un fatto della nostra società che l’ultima parte della nostra vita, la più importante, dove si raccoglie il sale di tutte le esperienze essiccate al sole, venga trascorsa nell’indifferenza di chi ti passa accanto di fretta, correndo la corsa di un topo dentro una ruota; non visto, non ascoltato, come se te ne fossi già andato e restasse solo il fantasma di te, che vaga alla periferia dell’esistenza degli altri.

E questo è orribile e crudele, ma succede purtroppo anche dentro gli ospedali, luoghi destinati alla cura ed al benessere di chi vi si reca.

Anziani abbandonati a sé stessi su lettighe in mezzo a corridoi dove passa frettolosamente e continuamente personale di “assistenza specializzato” che non si preoccupa di chi sta soffrendo lì accanto, così vicino che basterebbe una parola di incoraggiamento, di compassione offerta in una frazione del proprio tempo così importante.

Alcuni di questi anziani passano oltre nella totale noncuranza di chi li circonda, abbandonati come scarpe vecchie.

Siamo tutti troppo focalizzati su noi stessi, iocentrici alla ricerca della soddisfazione nella materia, di rimanere a galla in questa eterna competizione, nel tentativo estenuante di tirare su la testa dalla moltitudine di altre teste per poter essere visti, di vedere da quanti zeri è composta la somma delle mie sostanze, di potermi travestire da potente per calpestare le spalle degli altri che sono dove io ero prima.

Quale posto può trovare chi è fuori da questa giostra perché è stato stabilito che non può più girarvi?

Se sono il proprietario della giostra, il padrone di tutto il Luna Park, una personalità riconosciuta per quello che è stato (attore, politico, grande uomo di sport, ecc.), non avrò nessun tipo di problema; il denaro, la fama, il potere saranno le mie scialuppe di salvataggio.

Ma tutti gli altri?

Dimenticati, non pervenuti, inesistenti anche e soprattutto per gli stessi familiari, trattati con un senso di fastidio, di sopportazione, talvolta malcelata, che spesso può sfociare nel maltrattamento.

Che cosa possono dare a questa comunità personaggi del genere?

Una volta, tanto tempo fa ci si rivolgeva loro per conoscere la loro esperienza, i loro errori, i loro tentativi di attraversamento dei guadi pericolosi della vita che avevano passato prima degli altri. Diamanti di saggezza forgiati nel corso del tempo dell’esistenza.

Ora tutto quello che c’è da sapere si può istantaneamente conoscere da uno smartphone, un tablet, un computer, ancora meglio, oggi si può avere il succo della esperienza di milioni di esseri umani attraverso una Intelligenza Artificiale che darà un responso da oracolo su qualsiasi aspetto della vita.

La vita ora corre e cambia troppo velocemente per potersi servire della esperienza vissuta da qualcuno che l’ha fatta decine di anni prima.

Tutto questo sembra funzionare quando rimaniamo circoscritti alla materia, al vissuto nel mondo terrestre.

Ma siamo solo questo?

L’Essere umano è solo questo?

La mia risposta è no. Sembra che la gran parte di questo nostro mondo attuale abbia dimenticato, o meglio dire, non vuole sentire parlare di emozioni, sentimenti, mondo dell’Anima, di tutto ciò che non riguarda la Scienza.

Un Mondo intero in cui la gran parte di noi ignora la conoscenza e i meccanismi che lo regolano, ma che, se studiati e osservati in azione, ci mettono di fronte alla sconcertante e meravigliosa verità che siamo tutti simili, tutti fratelli e sorelle.

Basta guardare cosa succede ai nostri giovani in preda alla confusione emotiva più totale, incapaci di comprendere il senso e la gravità di quello che compiono, distaccati e avulsi da qualsiasi contatto con le proprie emozioni, in preda a demoni che prendono possesso di loro facendogli compiere azioni bestiali e lasciandoli increduli di quello che hanno fatto quando li abbandonano.

Gli anziani devono riappropriarsi di questa conoscenza dei valori più alti che dovrebbero essere espressione di tutte le genti: la fratellanza, il rispetto dell’altro, la condivisione di sentimenti superiori, la bontà, la pace, la tenerezza, l’amore verso tutti, il desiderio di bene per me e per tutti gli altri, il desiderio di fare agli altri quello che dagli altri io vorrei ricevere.

Tutto quello che apre i nostri Cuori.

Perché dai nostri Cuori aperti passi finalmente la Luce.

Il Cuore di un vecchio saggio sarà il faro che indicherà con la sua Luce al mondo intero quale direzione sarà meglio navigare per non annegare nel mare delle nostre tempeste.

Consolazione

Ho ricevuto il video, che troverete alla fine di questo articolo, in un momento, molto recente, di grande dolore e sofferenza.

La gattina, che aveva scelto di condividere la nostra vita, aveva appena lasciato i suoi veicoli fisici repentinamente, inaspettatamente e brutalmente, investita da un motorino. 

Il pianto e la tristezza per il distacco hanno aperto il mio Cuore e sono ancora fragile per questo.

Ma ho ricevuto, come spesso accade, questo dono.

Vedendolo e ascoltandolo, qualcosa di caldo, di bruciante, di impellente è sorto nel mio petto e le lacrime di dolore si sono trasformate in lacrime di gioia.

Questo brano è stato scritto dall’artista per la sua compagna di allora che aveva appena perso suo padre.

Lights will guide you home

And ignite your bones

And I will try to fix you

Le luci ti porteranno a casa

E infuocheranno le tue ossa

E io cercherò di consolarti

Ecco quello che cerchiamo tutti affannosamente ed instancabilmente: la consolazione.

Ecco quel qualcosa che mancava nella mia vita ordinaria di prima, quel sapore che non riuscivo a trovare tuffandomi nella rincorsa continua alla soddisfazione dei desideri.

Ma quale è il significato di consolazione?

La lingua antica dei nostri padri ci dice che consolazione è formata da cum=insieme e solus=intero ma anche soddisfatto.

Questo cerchiamo voracemente per tutta la vita: essere insieme per sentirci interi e quindi soddisfatti.

Raggiungere finalmente la soddisfazione della nostra gioia di Essere nell’essere uniti.

Guardate il video e ascoltate.

Migliaia di persone unite tutte insieme a cantare un canto di consolazione per quella povera anima sperduta e senza più un padre.

Guardate le lacrime che scendono dai visi di quella gente che finalmente si sente soddisfatta, si sente unita nel canto, oltre la separazione di IO, dimenticando la soddisfazione di solo per me, a compiere un Sacro Ufficio di amore e di cura per un’altra anima.

Sentite la magia e l’armonia di migliaia di voci tra loro sconosciute e fisicamente separate che si trovano unite nel canto a far vibrare insieme le loro anime e richiamare a far vibrare anche le nostre.

E allora io voglio consolare, voglio consolare chiunque avrò vicino perché quella fame venga estinta.

Perché non c’è cibo, oggetti, denaro, potere nella materia che possa saziare questo anelito di stare insieme per Essere interi.

Consolare come solo un padre e una madre possono fare, perché questa è la Verità di noi stessi, questa è la nostra vera Natura Divina.

Dare senza pensare, senza calcolare, senza aspettarsi nulla in cambio, senza paura perché solo così mi Sento….

Al di là di quello che sono e di quello che faccio per vivere, al di là della mia storia personale nella materia.

Voglio aprire le braccia e dire: vieni, vieni qui.

Qui troverai un abbraccio, troverai consolazione, un cuore che batte insieme al tuo.

Qui non sarai più solo, qui non sarò solo nemmeno io.

Qui brillerà la Luce e le nostre ossa si illumineranno, qui c’è consolazione.

Come il grembo di una madre accoglie suo figlio che, accucciandosi tra le sue braccia, trova il conforto (cum fortis ossia insieme diventiamo più forti).

Quella forza che, sola, può scacciare le nostre ombre e annientare la paura.

Quella forza che, sola, può bruciare la nostra rabbia nella battaglia contro di esse e ruggire di fierezza.

Per provare questo bisogna aprire le nostre braccia ed il nostro Cuore ed accogliere, ossia raccogliere tutto insieme, raccoglierci tutti insieme.

Nella concordia (cum=insieme cordis=cuore) diventiamo Uno, i nostri Cuori insieme diventano Uno.

I guardiani del destino

I guardiani del destino è un film del 2011 in cui mi sono soffermato scorrendo l’offerta televisiva di ieri. 

Non è stata la mia prima visione di questa pellicola, credo di averlo visto già un paio di volte, ma lo stato interiore che mi ha accompagnato in questa mi ha fatto scoprire nuove rivelazioni e nuove letture. 

Mi trovo ancora in questo stato trasportato da un evento accaduto proprio in casa mia ad un’amica, sorella e compagna di viaggio.  

Seduti insieme a manifestare la felicità di rivederci e poter stare di nuovo tutti insieme, nel tempo di uno schiocco di dita, ella non c’era più, sospesa tra la terra ed il cielo legata solo alla sua corda d’argento, tra il ritornare o passare oltre, in questo limbo dove tuttora si trova.

Nel film, la storia narra le vicende di un uomo ed una donna che il Destino ha deciso che si incontrino o forse si rincontrino in una nuova incarnazione per esprimere e vivere l’Amore che li lega. 

A questo incontro si frappone la vita terrestre che ognuno di loro sta vivendo (lavori molto diversi, differenti legami umani, stessa città ma luoghi sempre lontani tra loro). 

Vita che viene controllata da entità, che vivono nella città dove i due protagonisti vivono, ma su un piano diverso dalla materialità pura dove possono però manifestarsi e interagire con gli umani a livello di pensieri, di emozioni, come architetti di scenari futuri per contrastare ed influenzare l’unica capacità, che l’uomo ha, sulla quale non possono materialmente fare nulla: il libero arbitrio.

La pellicola si svolge come la trama di un thriller, tra incontri fortuiti e cercati tra i due e interventi dei guardiani per far in modo che i due protagonisti non si possano incontrare e continuino a seguire il piano progettato dal Presidente per far vivere loro una vita separati dall’Amore che li lega.

Tutta la vicenda si snoda in un continuo susseguirsi di eventi creati per dividerli, sui quali essi devono esercitare una scelta che può cambiare totalmente la vita che stanno seguendo, con scenari futuri in cui ciascuno dei due può perdere fama, potere, denaro, sicurezza ed agi.

Alla fine, circondati da una moltitudine di guardiani accorsi per separarli, scelgono di seguire il Cuore, succeda quello che succeda, uniscono le loro labbra in un bacio sugellante Amore. Quando, subito dopo, aprono gli occhi e si guardano attorno i guardiani si sono dissolti, volatilizzati, svaniti e la città è di nuovo inondata dalla luce del sole.

Esistono veramente i guardiani del destino? Sì, esistono veramente.

Dove sono?

Sono dentro ognuno di noi e tramano affinché noi si scelga ciò che è più utile, più sicuro, più al riparo per vivere la nostra vita terrestre, per chiuderci dentro una prigione di “buone ragioni”, di “buoni motivi” per orientare il nostro libero arbitrio. 

Ci instillano paura, rabbia, tristezza, apatia, senso di colpa, senso di indegnità affinché si scelga ciò che serve solo il nostro IO in modo da non farci uscire dal piano disegnato per noi dal Presidente Personalità.

E diventiamo sempre più pesanti, sempre più grigi, sempre più disperati e spesso rassegnati alla credenza che nulla possa cambiare.

Allora questa pesantezza prende forma fisica, si solidifica e si addensa e diventa patrimonio genetico che passa ai nostri figli, ai nostri nipoti.

L’eredità che spesso lasciamo loro è pesante e difficile da sciogliere. 

Quale è il messaggio?

Bisogna usare libero arbitrio per scegliere di amare al di là di tutto e oltre tutto, abbandonando le preoccupazioni ossessive che ci abitano, di cosa ci succederà in futuro, di che cosa è stato il nostro passato.

Scegliere di irradiare, non di pretendere, amore, calore e luce oltre i nostri pensieri, oltre le nostre emozioni reattive, oltre gli ostacoli che si frappongono nelle nostre vite, per sentire di essere vivi, per sentirsi uniti a tutti gli altri.

Perché l’Amore purifica, l’Amore guarisce, anche quello che già si è solidificato nel nostro corpo.

Come il grumo di sangue che albergava nel mio ventricolo sinistro dopo l’infarto e che avrebbe potuto farmi lasciare questa esistenza per l’ennesima volta.

Come la nostra amica che si sta purificando dalla bomba di sangue che aveva nel suo cervello, forse da quando è nata, e che finalmente è esplosa. 

Perché Amore è purificazione e, se scegliamo di amare, i guardiani del destino spariscono, la gabbia si apre e torna a splendere Il Sole.  

Lo Spirito del Babbo Natale

Ora che un altro Natale è passato, dopo aver assistito a come viene celebrato, sono spinto a fare qualche riflessione ad alta voce.

L’impulso è sorto, nella fattispecie, perché la figura di Babbo Natale e la sua funzione riguarda da vicino il mondo dei bambini, dei fanciulli e dei ragazzi.

Come nasce Babbo Natale?

Le sue origini sono confuse e molteplici in quanto è presente in molte tradizioni popolari del mondo.

Nel cristianesimo è San Nicola di Myra, una città dell’antica Turchia, protettore dei bambini poi trasformato in Santa Claus, derivante dalla pronuncia olandese del nome di San Nicola (SinterKlaas).

Prima del cristianesimo nel folclore dei popoli germanici era il dio Wodan, ossia Odino, che, nel solstizio invernale, teneva una grande battuta di caccia con altri dei e guerrieri e i bambini usavano lasciare nei propri stivali delle carote, paglia per sfamare il cavallo del dio, Sleipnir. In cambio Odino lasciava dei regali e dei dolciumi.

La versione moderna della figura è opera dello scrittore americano Clement Clarke Moore il quale nel 1823 scrisse la poesia A Visit from St. Nicholas

Il santo venne raffigurato come un elfo grassottello, con barba bianca, vestiti rossi orlati di pelliccia, alla guida di una slitta trainata da renne e con un sacco pieno di regali. Essi erano addirittura meno importanti dei pacchetti, molto sgargianti e colorati, i quali erano accompagnati da una poesia che riguardava colui che li avrebbe ricevuti.

Nella mia infanzia la venuta di Babbo Natale era attesa con grande trepidazione ed emozione. 

Il giorno di Natale mio fratello ed io ci alzavamo prestissimo per andare a intravedere, attraverso i vetri della porta del salotto, se ci fossero doni sotto l’albero. 

Essi erano pochi, due al massimo tre, e si passava tutta la giornata a giocare con essi.

Negli ultimi anni ho osservato i miei nipoti scartare una montagna di regali, assiepati sotto l’albero, con una frenesia ipnotica. Così tanti che l’eccitazione non permetteva loro di dare loro che appena uno sguardo, per poi passare a scartare un nuovo pacco, contenente regali molto costosi.

Una volta terminata la “mattanza” si tornava a giocare con un vecchio gioco.

Mi sono domandato: si sta così alimentando la loro natura terrestre o la loro natura luminosa?

Quando cresceranno saranno portati a replicare nella vita adulta questo loro comportamento?

E perchè dire che Babbo Natale non esiste per costringere i nostri ragazzi a fare il loro brutale ingresso nel mondo degli adulti?

Per me, soprattutto ora, Babbo Natale esiste veramente. 

Ho realizzato che è uno Spirito, un dio come Odino, un Santo come Nicola, un elfo, un essere incorporeo, abitante dei piani superiori, un principio spirituale.

È un aspetto della Nascita del Cristo. 

È un messaggero del risveglio della Bontà, della Carità e della Compassione nei cuori di tutti, specialmente dei bimbi. 

Nel periodo più buio della storia dell’uomo in cui un essere disumano, per non dare spazio alla Luce del Nuovo, fu capace di pensare e perpetrare “la strage degli innocenti”. La storia si sta ripetendo immutata negli stessi luoghi ancora oggi dopo 2000 anni.

Babbo Natale per me è il portatore della Magia della Fede. 

Nel credere che esiste un mondo, diversi mondi in cui ci sono Esseri che non vedo, non tocco, ma se persisto e coltivo il proposito di salire verso di loro un giorno li incontrerò.

Come vorrei che fosse il Natale?

La mia nipote più grande me lo sta insegnando per lo meno da tre anni. Ogni Natale lei prepara, con le sue mani già sapienti, dei regali per tutti i familiari. Doni che sono unici perché sono intrisi del suo amore, della sua maestria, della sua bellezza. 

Vorrei regalare non oggetti, spesso inutili, acquistati con la fretta ed il fastidio di esserne costretto, ma tempo intriso di sentimenti come bontà, apertura di cuore, solidarietà, con azioni reali non con vuote promesse.

Vorrei donare a chi, in questo momento nella sua vita sperimenta la sofferenza della malattia, del dolore, della fame, della guerra, della solitudine, del grande passaggio, un pensiero, una preghiera, una meditazione, un ringraziamento profondo per quello che ho e dove mi trovo.

Questo vorrei per l’Anno Nuovo.

Auguri a tutti noi per questo Nuovo Mondo.

Il senso del Sacro nella vita quotidiana

Se sacro significa esperienza di una realtà diversa da quella in cui siamo immersi e ci muoviamo quotidianamente sulla terra.

Se sacro significa il ritorno all’Origine Celeste da cui poi discende tutto ciò che sperimentiamo nella nostra esistenza quotidiana, rimango perplesso e allibito anche solo uscendo da casa.

Come posso trovare sacralità camminando in un fiume di persone che corrono trafelate come se stessero fuggendo da una calamità naturale, che urlano e inveiscono contro un loro vicino per un motivo inesistente, che passano indifferenti di fronte a qualcuno che è a terra a causa di un malore, che girano come automi con gli occhi incollati sullo schermo del loro dispositivo elettronico incuranti di tutto quello che succede “realmente” intorno a loro?

Mi sembra evidente che il sacro non è presente in tutto questo.

Allora dove sta oggi la sacralità?

La trovo nelle istituzioni, nel governo del paese dove delle persone chiamate “onorevoli” si danno ad una guerra senza esclusioni di colpi, per la prevalenza della fazione che rappresentano, vomitando insulti e architettando faide di palazzo, “dimenticandosi” il motivo, anzi la missione, per cui si trovano dove si trovano?

La trovo nella Sanità che dovrebbe assistere e curare coloro che si trovano in malattia e non crearla in laboratorio per poi diffonderla su tutto il genere umano a vantaggio di poche, potentissime persone, distribuendo l’antidoto che dovrebbe salvarle e che invece le rende ancora più deboli e schiave?

La trovo nelle religioni che diffondono la Parola a cui non si fanno seguire le azioni dei propri Ministri che si macchiano invece di violenze morali e materiali su dei piccoli esseri indifesi e su donne trattate come schiave solo perché non si vestono come hanno richiesto?

La trovo negli Stati in guerra ancora oggi tra di loro per avere il controllo di un territorio e delle sue risorse per un interesse privato, depredando la Terra di queste risorse senza nessun rispetto e nessun amore, solo per la vittoria di IO a dispetto dell’altro?

Allora cosa posso fare di fronte a tutto questo?

Posso ricordarmi di Gesù il Cristo, del motivo per cui è venuto su questa Terra, di quello che ha accettato di sperimentare venendo qui, che è qualcosa che non ha niente a vedere con tutto questo. 

Posso ricordarmi di quello che ha detto: fai agli altri ciò che vorresti gli altri facessero a te. 

Questo mi fa salire all’Origine.

Basterebbe cercare di mettere in pratica queste poche parole meravigliose per vedere dissolvere tutta questa bruttezza e malvagità.

Questo ci fa salire in un luogo dove non esiste la separazione, la dualità del nostro mondo, dove cominciamo a percepire che siamo tutti Uno.

Certo non è facile, siamo tenuti tutti troppo occupati dai nostri problemi e dai nostri desideri quotidiani. 

C’è qualcuno che non vuole che ci si volti a guardare il punto da cui arriva la Luce. 

Vengono creati sempre più problemi, più difficoltà. 

Ecco allora la recessione, la crisi, il Covid, la guerra, l’inflazione, la possibile perdita del lavoro, la mancanza di denaro per poter andare avanti. 

C’è da comprare una nuova casa, una nuova auto, da raggiungere un lavoro con un guadagno superiore e il miraggio di una migliore vita.

E continuiamo ad essere topolini che girano nella ruota sempre più veloce.

Fai agli altri ciò che vorresti gli altri facessero a te. 

Come vi sentite quando lo pronunciate, quando lo immaginate? 

Io sento che il mio Cuore si apre, il mio respiro scende e si fa più profondo.

Sento una forza dentro di me che prima non c’era, una sicurezza, un calore.

Questa forza, questa sicurezza, questo calore mi spingono a cercare di portare il sacro in quello che faccio. 

Ed è sacro perché non è io solo per me. 

E’ per tutti, per tutti quelli che sentono crescere in loro il desiderio di cambiare e di provare quello che provo quando cerco di esprimerlo su questa Terra. 

Il senso del Sacro

Stiamo attraversando un tempo di caduta di valori, di grandi rivoluzioni e di un profondo smarrimento.

Sento di essere invitato, come tutta l’umanità, a riscoprire il senso del Sacro nell’esperienza di vita. 

Cosa vuol dire Sacro?

Sacro, dal latino sacer, è ciò che è connesso all’esperienza di una realtà totalmente diversa da quella in cui siamo immersi e ci muoviamo quotidianamente sulla terra.

Questa esperienza di una realtà diversa significa il ritorno nelle Regioni Celesti, ritorno all’Origine per portarla in tutto ciò che sperimentiamo nella nostra esistenza quotidiana.

Coinvolge quindi la nascita, come esseri umani, il lavoro, la famiglia, il vivere comune, l’ordinamento che lo gestisce, fino al decadimento e all’abbandono dei veicoli fisici con la morte.

Portare il Sacro, ossia la connessione con il nostro Divino, rappresenta per me una missione, nel vero senso del termine.

Cosa vuol dire missione?

Il mandare o l’essere mandato a esercitare un ufficio o incarico particolare.

Mi sento quindi un missionario. E tutti noi lo siamo.

Quindi realizzare di essere stati mandati su questa terra per esprimere la scintilla divina, che è in tutti noi, diventa un ufficio, un sacro ufficio.

Sacro ufficio vuol dire sacrificio, vuol dire ricordarsi quanto più è possibile per quale motivo ci si trova qui in questo momento e celebrarlo nella nostra vita. 

Cominciamo dalla fine o meglio dall’inizio ossia la morte. 

Tanto tanto tempo fa c’erano riti, anche molto complessi, che accompagnavano colui che stava lasciando il corpo fisico, riti che celebravano il ritorno verso il Mondo Superiore delle Anime. 

Questi riti consentivano a tutti, anche coloro che rimanevano, di poter entrare nella dimensione di sacralità che avrebbe favorito questo viaggio e aiutato chi sarebbe rimasto.

Basti pensare a quelli complessi degli antichi egizi.

Il Dio Osiride, padrone dell’oltretomba, la pesa dell’anima, la mummificazione, le pareti istoriate con scene della vita del defunto, fino ad arrivare alla grandiosità della tomba: la Piramide.

Addirittura la posizione delle piramidi di Giza, riproducenti esattamente la posizione delle 3 stelle della Cintura di Orione (Alnitak, Almilan, Mintaka) che migliaia di anni dopo diventano i 3 Re Magi (Gaspare, Baldassare, Melchiorre) a salutare la venuta del Cristo con i 3 doni-simbolo dell’oro, incenso e mirra.

Ma ancora oggi nell’isola di Sulawesi il popolo Toraja celebra i propri morti con un rito dove il sacro entra addirittura nelle loro case.

Quel popolo celebra l’abbandono del corpo fisico come l’inizio di un viaggio verso il Mondo delle Anime e l’essere che lo sperimenta è come sospeso tra due mondi e tale rimane finchè tutti i familiari abbiano elaborato il lutto e siano pronti a lasciarlo andare.

Per questo il defunto viene mummificato con formalina e portato nella casa familiare per tutto il periodo necessario a che tutta la famiglia abbia completamente elaborato la perdita (mesi o addirittura anni), periodo in cui la mummia viene tenuta in casa come se fosse ancora in vita. E’ vestita, le si offrono cibo, sigarette e quando ci si alza da tavola le si chiede il permesso. 

Solo dopo che tutti i familiari siano d’accordo a separarsi dal defunto si può procedere a celebrare il rituale che gli consentirà l’accesso al Regno delle Anime.  

Che differenza rispetto a come viene vissuta la morte oggi nel mondo “civilizzato”!!! 

Abbiamo perso il contatto con i segni ed i simboli che annunciano l’abbandono del corpo fisico di una persona cara. 

Abbiamo affidato questi segnali a macchine che ci avvertono con freddo suono acuto e prolungato che il cuore ha cessato di battere.

Spesso si muore in una stanza di un ospedale o di un Hospice con una televisione accesa, da soli, una televisione che vomita musica, gente che litiga invece del silenzio solenne e sacro che dovrebbe accompagnare questo viaggio.

Quando anche non siano i litigi, gli schiamazzi o i discorsi insulsi di persone di famiglia senza alcun ritegno, rispetto per colui che sta lasciando.

Sono stato purtroppo testimone di un momento di questi quando ho assistito alla scena di alcuni familiari di un morente che, nell’agonia precedente la sua morte, stavano già portando via i suoi abiti ed effetti personali dalla stanza in cui si trovava.

Abbiamo sostituito alle figure sacre idoli e feticci tecnologici, smartphone, computer e ormai ora anche robot dotati di intelligenza artificiale così sofisticata che possono lavorare al posto nostro senza più fatica, senza più pensieri, senza sentimenti. Stiamo andando sempre più verso un mondo dove regna Mente. 

Ma ancora oggi più o meno inconsciamente utilizziamo rituali che ci aiutino a vivere il lutto e la separazione.

Nella mia personale esperienza c’è un particolare odore che mi ricorda mio padre quando rientrava in casa dal lavoro. E’ un misto tra l’odore della carta, quello che si sente entrando in una biblioteca, e quello dell’inchiostro usato per la stampa, nella fattispecie nella tipografia della nostra famiglia, talmente penetrante che impregnava i suoi abiti. Quell’odore, subito dopo la perdita di mio padre, è lo stesso che sentivo quando scendevo nella sala macchine e mi dava un senso di sicurezza come se lui fosse ancora accanto a me. Ancora oggi quando mi capita di entrare in una stamperia vivo con grande tenerezza e rispetto questo contatto.

Come conosco persone che anche dopo anni dal distacco dalla loro moglie o dalla loro mamma conservano negli armadi delle abitazioni interi guardaroba appartenuti a colei o colui che ha lasciato.

Sono tutti segnali che il Cuore ha bisogno di esprimere e non possiamo reprimere.

La strada di Casa passa attraverso un ponte che collega Mente e Cuore.

La mente che non sa

La mente che non sa è un Koan del buddismo Zen, in poche parole un’affermazione paradossale che diventa oggetto di meditazione.

La mente che non sa, per Frank Ostaseski, il pioniere dell’accompagnamento alle persone morenti, è un’attitudine che è fondamentale per chi vuole accompagnare e con la quale sto imparando a fare amicizia. 

Siamo abituati ad avere esperienza della mente che sa

La mente che sa è la mente che gestisce, controlla, organizza, cataloga quasi tutte relazioni che noi abbiamo con l’esterno. Crea ruoli, gestisce la risposta ad eventi, crea un senso di noi che poggia sul lavoro che svolgiamo, la posizione e le relazioni all’interno della nostra famiglia e delle comunità che frequentiamo e della società, un’immagine di noi stessi a partire dalle nostre emozioni passate e presenti e immagini delle persone che conosciamo in seno alla nostra famiglia e alla cerchia delle persone che hanno delle relazioni con noi. 

L’immagine del dipinto, che è stata gentilmente concessa dall’autore Rivale.0 per accompagnare queste parole, esprime istantaneamente tutto questo. Una serie di cassetti, di boxes, che occupano asfitticamente quasi tutto lo spazio, dietro cui si intravede un Essere che sta cercando di respirare e di esprimersi!!

La mente che sa ci costringe a vivere nel passato o nel futuro creando immagini delle persone che incontriamo derivate e costruite sulla base delle impressioni, emozioni, sentimenti generati in passato dalle interazioni con le stesse o desunte per analogia attraverso un lavorio puramente mentale. 

E’ la creatrice e la percettrice di maschere, di ruoli, di divise, di etichette e questo lavoro prende inizio in tutti noi a partire più o meno dai 6/7 anni.

Ma spesso la mente che sa ci impedisce di tornare indietro a scoprire chi siamo veramente.

Una recente esperienza avuta da una persona a me cara, un’amata sorella viaggiatrice, mi ha costretto ad entrare in contatto necessariamente con la mente che non sa.  

A causa di una caduta ella ha violentemente battuto la testa, ha subito un’operazione piuttosto complicata e, dopo essere rimasta in uno stato di incoscienza indotta per molti mesi, si è risvegliata lentamente dal sonno farmacologico. 

Dalla sua grande lavagna nera gran parte di tutto quello che era stato scritto nel passato prossimo è stato cancellato e ha dovuto fare e sta ancora facendo un lavoro immane per reinserire tessere di un puzzle che è stato disfatto. 

Le interazioni, avute con lei dopo il suo risveglio, mi hanno messo di fronte ad una persona che non è quella che avevo conosciuto, non ancora, non ci sono più le sue maschere, i suoi ruoli, i suoi atteggiamenti, quello che la sua mente che sa aveva costruito.  

La mia mente che sa non era pronta e si aspettava di trovare, più o meno, la persona con la quale aveva condiviso tanti e tanti momenti insieme, tutto quello, a lei inerente, racchiuso nel cassetto della mia mente. 

Ma non è stato così e ho sperimentato confusione, desiderio che “guarisse” e tornasse ad essere quella che avevo conosciuto, un senso acuto come di perdita. 

Questa “nuova” amica mi ha costretto a fare un movimento per non stagnare in quelle emozioni a bassa vibrazione. 

Mi ha portato a ricordare della mente che non sa

L’ho già coltivata con le persone che si avviano a lasciare i veicoli inferiori che naturalmente, dato il processo, si stanno liberando di tutte le sovrastrutture costruite nella loro vita per tornare alla Casa del Padre.

Mi sono aperto a stare con quello che c’è nel momento presente, qui ed ora, abbandonando il ritratto che la mente che sa aveva costruito. 

Ella, per me, è la Maestra del presente che mi insegna ad essere aperto, ricettivo, ad usare i miei sensi e le percezioni…. e basta.

E stando lì succede un miracolo!!

Davanti a me trovo un’Essenza magnificamente pura, risplendente, semplice, diretta, libera che, per risonanza, fa vibrare la mia Essenza di Amore Puro per la gioia di essere lì e ridere delle piccole cose. 

La mente che non sa è la mente del bambino curioso, totalmente attento, immerso nel presente, libero, leggero, giocoso e gioioso.

La mente che non sa ha le chiavi per scoprire quello che noi siamo veramente.

La mente che non sa risiede nel cuore. 

Per arrivarci bisogna spogliarsi e indietreggiare.

Nella rugiada delle cose da poco il Cuore conosce la freschezza del proprio mattino (Khalil Gibran)

Cosa vuol dire accompagnare?

Accompagnare nel senso comune vuole dire andare con una persona per farle compagnia o proteggerla.

Per me accompagnare una persona, che si sta avviando all’ultimo periodo della sua esistenza terrena, è la massima espressione del servire. 

Nel mondo comune il servizio è considerato spesso come una forma di impiego delle proprie risorse di secondo piano, basti pensare ai ruoli del cameriere, della persona che pulisce il luogo dove si abita o si lavora. 

Anche io sono caduto in questo grossolano errore di valutazione guardandolo dalla prospettiva della Personalità.

Ma essendomi stato affidato questo compito in questa esistenza ho avuto la possibilità ed il privilegio di poter scegliere di cambiare la prospettiva da cui osservare il Servizio. 

Pensare che è proprio grazie alla mia Personalità se ho scelto di intraprendere questa strada!! 

Avere qualcuno che costantemente ti ricorda che non sei capace di fare nulla, sei un fallito, uno che nella vita non è riuscito a raggiungere nessun traguardo sia nel lavoro che nella vita affettiva, qualcuno a cui davo ascolto e credito mi ha indirizzato verso un’attività considerata di ripiego anche perché rivolta alle persone che la società “civile” etichetta come dei relitti alla deriva, una parte della popolazione che sopravvive nella società senza farne veramente parte. 

Ma avviandomi lungo questo sentiero sto scoprendo molte cose, la più importante delle quali è la differenza tra servire e aiutare

L’aiutare ci proietta nel futuro: aiuto qualcuno che, prima di tutto, ritengo sia più debole di me e desidero risolvere il suo problema per riportarlo ad essere come era prima. 

Questo, quando si lavora nel campo medico, equivale a dire curare per guarire.

Quanto spesso ho visto medici, infermieri e operatori sanitari aiutare e curare per guarire. Soprattutto ora che la medicina è divenuta supersettoriale si guarda a risolvere lo specifico problema relativo al nostro corpo fisico con un distacco emotivo, una noncuranza, una freddezza quando non si tramuta, e devo dire spesso, in una rabbia e in una fretta, dimenticandosi completamente che ci si trova davanti a un essere umano non un fegato, un polmone, un cancro alla mammella, non il 235, non lo scompensato, non l’infarto del miocardio.

La “pandemia” ha esasperato questi comportamenti rendendo palese tutto quello che si nasconde dietro ai ruoli. 

Accompagnando la mia compagna sulla soglia di un noto ospedale della capitale e non essendomi, purtroppo, permesso di proseguire all’interno, ella ha potuto sperimentare di persona tutto questo. Per recarsi alle casse, per pagare una visita specialistica, è caduta da una bassa pedana sul pavimento immediatamente sottostante e ha battuto un ginocchio con una recente frattura e il volto. 

4 medici, che stavano passando, si sono avvicinati e le hanno detto “signora si alzi” senza che nessuno di loro facesse il minimo accenno ad aiutarla a sedersi e a starle accanto da vicino, visto che evidentemente non riusciva ad alzarsi da sola. In questo caso si è perduta anche la spinta ad aiutare da parte di persone che hanno fatto un giuramento in tal senso!

L’aiutare e il guarire sono atteggiamenti che spesso hanno la loro radice nella Personalità, sono atti unilaterali, in cui non si vuole uno scambio e, per questo, prosciugano le nostre energie.

Il Servire è opera dell’Anima, è apertura di Cuore, è uno scambio. Attraverso di esso le nostre energie si rinnovano e si arricchiscono. Posso dirlo perché ho sperimentato come mi sento dopo che ho servito. Non mi sento stanco e dentro di me c’è un sentimento di quieta serenità, di giustezza, un sentimento di delicata gioia e una pace che deriva dal sentirsi sulla strada giusta, in Cammino. 

E’ uno scambio che mi dà il privilegio di ascoltare storie di vita intrise di ricordi e di sentimenti, mi porta dei doni e degli insegnamenti, inaspettati e preziosi per il mio Cammino, anche solo osservando, mentre inumidisco delle labbra arse dalla sete, asciugo una fronte imperlata di sudore, tengo una mano stretta nella mia. Per questo sempre più spesso porto attenzione e mi chiedo: sto aiutando o sto servendo? 

Questa domanda mi aiuta a percepire cosa c’è dietro l’impulso a compiere determinate azioni. Sto imparando a riconoscere quando cado nel desiderio di aiutare per veder finire la sofferenza che si trova davanti a me, desiderio spesso originato dalla paura della mia sofferenza di fronte alla sofferenza dell’altro. Sento la contrazione della paura e l’urgenza di scappare nel futuro o dal luogo in cui mi trovo e allora so che non sto servendo. 

Il Servizio riposa nel centro, nella calma, nel silenzio, nel vuoto, nel non desiderio, nello stare, nell’ascolto. 

Esprimermi partendo da lì e tentando di rimanere lì sarà il mio compito ora. 

Prendersi cura

Il senso profondo del termine cura lo si trova nella sua etimologia.

Dal latino coera, usato in una relazione di amore e di amicizia, per esprimere il sentimento di attenzione, di sollecitudine e di delicatezza verso qualcuno o qualcosa.

La cura sorge quando l’esistenza di qualcuno ha importanza per me. 

Come diceva il grande poeta Orazio “la cura è compagna permanente dell’uomo”, come lo è la necessità di amare.

Per questo vorrei parlare ora del prendersi cura di se stessi.

Esaminando la mia esperienza di vita passata, le domande fondamentali che sorgono dentro di me sono: mi sono preso cura di me stesso finora? La cura che ho espresso verso i miei veicoli inferiori era mossa da Amore?

La risposta alla prima domanda è stata: sì, mi sono preso cura solo del mio veicolo fisico, ma non del veicolo mentale né del veicolo astrale (che si esprime attraverso le emozioni ed i sentimenti)

Che cosa mi spingeva a sottopormi ad ore ed ore di sport, allenamenti, gare, attenzione al cibo?

Era Amore quello che mi muoveva? No, era paura.

Il fisico in perfetta forma, allenato, più o meno in linea mi permetteva di fuggire dalla paura della malattia, della morte, dalla paura di ingrassare e di non essere accettato perché fisicamente diverso dagli altri, non corrispondente all’immagine dell’uomo che la società ci ha dato come stereotipo di successo. Inoltre mi consentiva di dare uno sfogo all’energia accumulata e repressa dentro di me.

Lo vedo ripetersi spesso, sempre più spesso nelle vite delle persone che avvicino.

Questo ha generato dentro di me una quantità industriale di sofferenza. 

Ho costretto il mio corpo fisico ad uno stress notevolissimo dimenticando completamente di avere altri due veicoli dei quali non mi prendevo cura.

Qualche giorno fa ci siamo trovati nello studio di una cardiologa per una periodica visita di controllo per la mia compagna. Durante la seduta è stato usato un ecografo.

Come per magia si è diffuso nella stanza il suono ritmico del battito del suo cuore.

Spesso ho avuto apprensione e paura nell’ascoltare battere il mio.

Questa volta, non essendo direttamente coinvolto, mi sono lasciato trasportare da questa musica. Si sono presentati alla mia attenzione un grande stupore per la potenza e la forza che questo organo esprimeva.

Mi sono chiesto con meraviglia: come è possibile che il mio cuore abbia battuto e batta da 64 anni, di giorno e di notte, sottoposto ad infinite sollecitazioni fisiche ed emotive?

L’ho trovato incredibile ma reale. E subito dopo è sorta un’immensa gratitudine e riconoscenza per la sua infaticabilità ed instancabilità, ed è salito un grazie pieno di amore per il cuore della mia compagna e per il mio nello scandire e dare la Vita. 

Poi mi sono domandato: quante volte ci si ferma nel silenzio e nella calma per entrare in contatto con il nostro cuore? Poche volte, per me quasi mai. 

Ma è anche e soprattutto questo prendersi cura di noi, del nostro Essere portando amore e gratitudine verso i nostri organi.

Ma come è possibile, nel ritmo frenetico della giornata trovare il tempo per questa semplice manovra?

Quanto conta portare amore e gratitudine nella mia vita e nella vita di ognuno di noi, quanto è importante? E dove andare per portare tutto questo?

La risposta l’ho trovata in questa immagine di Harold Witter Bynner: ogni uragano ha un vuoto nel suo centro dentro cui un gabbiano può volare in silenzio.

Quando l’uragano della quotidianità gira vorticosamente il segreto è ritornare al centro dove nel silenzio possiamo volare dentro noi stessi e verso l’Infinito.

Cosa vuol dire c’è vita nella mia vita ora?

Rispondere a questo suona paradossale, ma intimamente vero per me.

Sono stato condotto a chiedermelo dopo aver trascorso molti anni vivendo la mia vita come, credo, la gran parte di noi vive. 

Lavoro, lavoro, lavoro non desiderato, mangiare, dormire, attività sportive, ricreative, cinema, teatro, vacanze in montagna e al mare, hobbies. Soddisfacendo desideri progressivi: nuovo lavoro, nuova casa, nuova auto, nuovo computer, nuovo Hi-Fi, nuovo sport, nuova relazione amorosa, nuova tecnica spirituale, ora un figlio, guadagnare più denaro……….

Raggiunto un nuovo traguardo e soddisfatto il desiderio, il senso di appagamento e di godimento era poco duraturo, molto poco e a questo sapore mancava sempre qualcosa. Se poi l’obiettivo non era raggiunto l’implacabile giudice interiore emetteva la sentenza: sei incapace, inadeguato e non puoi ricevere amore, assaporando l’amaro della sconfitta e della punizione.

Questa sensazione di mancanza di qualcosa mi spingeva di nuovo verso la ricerca di altri obiettivi.

La spinta propulsiva ad utilizzare la mia energia in questo vortice era tale che prosciugava letteralmente le mie riserve energetiche.

Allora il mio organismo era costretto a staccare la spina con un esaurimento nervoso che mi rendeva incapace di pensare e agire anche le cose più banali della quotidianità.

In questo silenzio del corpo e della mente qualcosa dentro di me sussurrava: ha senso tutto questo? Ha senso vivere in questo modo? Possibile che la vita sia questo?

Purtroppo cercavo le risposte osservando le vite degli altri intorno a me, mi sembravano felici ed ignari che potesse esserci una alternativa.

Il meccanismo comunque doveva continuare a girare: pagare la casa, andare al lavoro, provvedere a sostentarsi e sostentare la propria famiglia, mantenere lo status sociale raggiunto…..

Ho realizzato che avrei potuto trascorrere tutta la mia vita in questo modo diventando un automa senza un briciolo di energia a disposizione per fare altro.

Ma la sofferenza era tale che ho dovuto necessariamente percorrere un altro Cammino. Ho dovuto cercare un’altra strada.

Non fuori di me ma dentro di me. Un sentiero che mi portasse nel luogo dove, nel silenzio di malattia, mi potessi provare ad avvicinare per sentire quella voce che sussurrava: che senso ha vivere così?

Un Cammino reso ancor più difficile dal Guardiano Interiore messo a protezione di questa zona, creato per non permettere di arrivare a sentire questa sofferenza e quello che c’è dietro.

Nella vita ordinaria spesso ci sono eventi che costringono ad uscire dal sonno della routine quotidiana per svegliarci alcune volte in modo deciso, spesso brutale.

Nella mia personale esperienza sono stati i ripetuti e frequenti esaurimenti nervosi, un incidente in moto che ha danneggiato seriamente il mio corpo fisico costringendomi a stare fermo in un letto per diversi mesi, una caduta in montagna con diverse costole rotte, un’uscita di strada con l’auto che viaggia a 120 km orari e da ultimo la recente pandemia che ha costretto tutti noi a stare isolati dentro le nostre case per diversi mesi. 

Si potrebbe pensare che siano state delle disgrazie.

Io li considero come inviti attraverso cui l’Infinito mi ha detto: sveglia!!; guarda bene nella tua vita; accendi la luce per vedere cosa c’è dentro di te, dove stai andando? Sei sicuro che sia la direzione giusta? 

Questo Cammino non è facile, non sempre è piacevole ma è necessario per andare a liberare dal dolore e dalla sofferenza quella parte di noi che è chiusa nella botola, per toglierci la corazza e sentire il nostro cuore che batte, per far cadere le maschere che ci hanno costretto ad indossare per essere amati. 

E prendere la nostra parte bambina, che è la verità di quello che siamo realmente, per portare i suoi sentimenti ed emozioni ad esprimersi nella vita reale ed in mezzo agli altri, per la gioia di Essere chi veramente siamo.

Per sentire lo stupore di fronte alla commovente bellezza di un tramonto, la tenerezza e l’Amore nello stringere la mano di un bambino, la gioia e la gratitudine di abbracciare un amico, la compassione nell’accarezzare il volto di un anziano malato.