Vecchiaia

Che sapore ha la vecchiaia?

L’esperienza delle persone che assisto mi fa dire: ha un sapore amaro, di solitudine, di emarginazione, di rifiuto.

Mi ricorda quando, da bambino, si facevano le squadre per la partitella di pallone e rimanevo tra gli ultimi scelti a causa del mio aspetto grassottello. Spesso mi costringevo a fare il portiere, per poter partecipare, solo tra i pali a guardare gli altri giocare se non addirittura in panchina.

Ecco la vecchiaia la percepisco come essere in disparte a guardare tutti gli altri giocare.

È un fatto della nostra società che l’ultima parte della nostra vita, la più importante, dove si raccoglie il sale di tutte le esperienze essiccate al sole, venga trascorsa nell’indifferenza di chi ti passa accanto di fretta, correndo la corsa di un topo dentro una ruota; non visto, non ascoltato, come se te ne fossi già andato e restasse solo il fantasma di te, che vaga alla periferia dell’esistenza degli altri.

E questo è orribile e crudele, ma succede purtroppo anche dentro gli ospedali, luoghi destinati alla cura ed al benessere di chi vi si reca.

Anziani abbandonati a sé stessi su lettighe in mezzo a corridoi dove passa frettolosamente e continuamente personale di “assistenza specializzato” che non si preoccupa di chi sta soffrendo lì accanto, così vicino che basterebbe una parola di incoraggiamento, di compassione offerta in una frazione del proprio tempo così importante.

Alcuni di questi anziani passano oltre nella totale noncuranza di chi li circonda, abbandonati come scarpe vecchie.

Siamo tutti troppo focalizzati su noi stessi, iocentrici alla ricerca della soddisfazione nella materia, di rimanere a galla in questa eterna competizione, nel tentativo estenuante di tirare su la testa dalla moltitudine di altre teste per poter essere visti, di vedere da quanti zeri è composta la somma delle mie sostanze, di potermi travestire da potente per calpestare le spalle degli altri che sono dove io ero prima.

Quale posto può trovare chi è fuori da questa giostra perché è stato stabilito che non può più girarvi?

Se sono il proprietario della giostra, il padrone di tutto il Luna Park, una personalità riconosciuta per quello che è stato (attore, politico, grande uomo di sport, ecc.), non avrò nessun tipo di problema; il denaro, la fama, il potere saranno le mie scialuppe di salvataggio.

Ma tutti gli altri?

Dimenticati, non pervenuti, inesistenti anche e soprattutto per gli stessi familiari, trattati con un senso di fastidio, di sopportazione, talvolta malcelata, che spesso può sfociare nel maltrattamento.

Che cosa possono dare a questa comunità personaggi del genere?

Una volta, tanto tempo fa ci si rivolgeva loro per conoscere la loro esperienza, i loro errori, i loro tentativi di attraversamento dei guadi pericolosi della vita che avevano passato prima degli altri. Diamanti di saggezza forgiati nel corso del tempo dell’esistenza.

Ora tutto quello che c’è da sapere si può istantaneamente conoscere da uno smartphone, un tablet, un computer, ancora meglio, oggi si può avere il succo della esperienza di milioni di esseri umani attraverso una Intelligenza Artificiale che darà un responso da oracolo su qualsiasi aspetto della vita.

La vita ora corre e cambia troppo velocemente per potersi servire della esperienza vissuta da qualcuno che l’ha fatta decine di anni prima.

Tutto questo sembra funzionare quando rimaniamo circoscritti alla materia, al vissuto nel mondo terrestre.

Ma siamo solo questo?

L’Essere umano è solo questo?

La mia risposta è no. Sembra che la gran parte di questo nostro mondo attuale abbia dimenticato, o meglio dire, non vuole sentire parlare di emozioni, sentimenti, mondo dell’Anima, di tutto ciò che non riguarda la Scienza.

Un Mondo intero in cui la gran parte di noi ignora la conoscenza e i meccanismi che lo regolano, ma che, se studiati e osservati in azione, ci mettono di fronte alla sconcertante e meravigliosa verità che siamo tutti simili, tutti fratelli e sorelle.

Basta guardare cosa succede ai nostri giovani in preda alla confusione emotiva più totale, incapaci di comprendere il senso e la gravità di quello che compiono, distaccati e avulsi da qualsiasi contatto con le proprie emozioni, in preda a demoni che prendono possesso di loro facendogli compiere azioni bestiali e lasciandoli increduli di quello che hanno fatto quando li abbandonano.

Gli anziani devono riappropriarsi di questa conoscenza dei valori più alti che dovrebbero essere espressione di tutte le genti: la fratellanza, il rispetto dell’altro, la condivisione di sentimenti superiori, la bontà, la pace, la tenerezza, l’amore verso tutti, il desiderio di bene per me e per tutti gli altri, il desiderio di fare agli altri quello che dagli altri io vorrei ricevere.

Tutto quello che apre i nostri Cuori.

Perché dai nostri Cuori aperti passi finalmente la Luce.

Il Cuore di un vecchio saggio sarà il faro che indicherà con la sua Luce al mondo intero quale direzione sarà meglio navigare per non annegare nel mare delle nostre tempeste.

Come fuori, così dentro

L’Universo è, da qualche tempo, un mistero che mi affascina e mi rapisce. 

Di più!!! 

C’è qualcosa dentro di me che sento risuonare quando alzo gli occhi per vedere un cielo stellato.

Qualcosa di cui sento di far parte, ma che non conosco e del quale, sinora, non mi sono mai interessato.

Ho passato gran parte della mia esistenza con lo sguardo rivolto in Terra senza mai avere la curiosità di spaziare.

Fondamentalmente avevo paura, paura di qualcosa di sconfinato, di misterioso, di ignoto, di non comprensibile con la mente.

Ora la mia attenzione è stata catturata dal capire come è fatto. 

Tenterò di trasferire quel poco che ho compreso, tratto da letture e da programmi televisivi dedicati, sperando che sia sufficientemente corretto.

Sembra che l’universo si sia formato circa 13 miliardi e 800 milioni di anni fa a seguito di una immensa esplosione (Big Bang). 

Dopo questa esplosione gli elementi che compongono gli atomi, chiamati appunto subatomici, si sono annichilati tra di loro, ossia un elettrone con il suo opposto un positrone e un protone con un antiprotone, scontrandosi, si sono annullati dando origine alla luce sotto la forma di fotoni.

I fotoni, secondo la teoria quantistica, sono un “quanto” di energia fondamentale ed indivisibile classificato come bosone, vettore elementare di massa nulla.

La luce ha iniziato a viaggiare nello spazio andando a formare, insieme a altre particelle cariche, il cosiddetto plasma primordiale o radiazione cosmica di fondo.

Ma non tutti i protoni si sono annichilati; una parte molto ridotta di essi è andata poi a costruire tutta la materia che oggi noi osserviamo nello spazio: stelle, pianeti, galassie e ammassi di galassie.

Essi si sono formati a partire di piccole differenze di densità, che ha portato a una differenza di gravità in quella zona creando una conseguente attrazione. 

Gli scienziati hanno stimato che in tutto l’universo ci siano da 100 a 200 miliardi di galassie.

Le galassie si legano a causa della loro forte gravità e vanno a formare ammassi di galassie.

Ogni galassia ospita miliardi di stelle.

Ogni stella potrebbe avere da 1 a più pianeti orbitanti intorno.

La nostra galassia, la Via Lattea, ospita da 300 a 400 miliardi di stelle.

Questi dati sono il frutto di decenni di osservazione e di studi di una moltitudine di scienziati.

Ebbene quello di cui si è parlato finora rappresenta il 5% dell’universo, questo 5% viene chiamato Materia Ordinaria.

Esiste poi un 25% di Materia Oscura. Intorno ad ogni galassia c’è una grande quantità di materia che non emette luce, ma che influisce sulla velocità di rotazione della galassia stessa, della quale si hanno pochissime informazioni.

Tutto questo rappresenta il 30% dell’Universo.

L’altro 70% è Energia Oscura della quale gli scienziati non sanno nulla, non sanno da cosa è composta e come si comporta, ma che è assimilabile al vuoto fondamentale.

Come fuori, così dentro.

Anche il nostro cervello è conosciuto e usato solo per il 10%, l’altro 90% non sappiamo a cosa serva e non siamo in grado di utilizzarlo.

Anche del nostro organismo conosciamo solo la materia densa: ossa, muscoli, tendini, nervi, organi, cellule. 

Ma esiste anche una materia meno densa: la matrice extracellulare, la linfa, il liquido cefalo rachidiano. Anche essi sono oggetto di studi, ma forse non si conoscono così bene.

C’è poi materia rarefatta come i pensieri sui quali si è approfondita l’indagine moderna ma più che altro sulle conseguenze patologiche e i comportamenti psicotici che ne derivano.

Dopo c’è Energia, oscura non in quanto priva di Luce, ma perché sconosciuta: l’inconscio, le emozioni, i sentimenti, il silenzio, l’Anima, la Coscienza Collettiva, il Vuoto, l’Assoluto.

Ed è singolare come gli sforzi della maggior parte degli esseri umani siano tutti concentrati a usare la Mente per sapere e scoprire sempre più cose su quella piccola percentuale di conosciuto e solo pochissimi si sentano attratti dall’esplorare col Cuore quell’Energia che rappresenta l’ignoto e che ci riconduce all’Origine.

Forse anche loro, come me un tempo, alzando lo sguardo al cielo stellato, vengono assaliti da una paura profonda.

Mente ordinaria e mente profonda

Cosa è la mente? 

Convenzionalmente descriviamo la mente come la capacità di capire, immaginare, discernere e interpretare la realtà nella quale siamo avvolti.

Uno stimolo arriva alla percezione dei nostri sensi e la mente lo etichetta, frugando nei cassetti della memoria, assegnandole un nome e delle caratteristiche associate ad esso. 

Quando osservo un oggetto sferico, di colore giallo/rosso, di consistenza dura, di superficie lucida, da cui parte un altro oggetto cilindrico, ad esso attaccato nella superficie superiore leggermente affossata, di colore marrone scuro e di consistenza più coriacea ma flessibile tutto questo nel mio cervello corrisponde al termine Mela.

Il percorso attraverso cui creiamo la nostra realtà si dipana dalla esperienza alla conoscenza alla memoria al pensiero ed infine all’azione. 

La percezione crea l’esperienza da cui ricavo una conoscenza che viene confrontata con ciò che c’è nel magazzino della memoria da essa giunge un pensiero che si collega ad una emozione e sulla base di questo aggregato agisco creando nuova esperienza. 

Questo processo è così automatico, sofisticato e velocissimo per cui ha senso assimilare la mente ed il cervello ad un computer completo di software ed hardware.

Questo computer riesce ad elaborare una quantità di informazioni e reazioni impressionanti.

Basti pensare alla quantità di cicli mentali che deve fare un pilota di un jet supersonico in una partizione di tempo brevissima.

Oppure un pilota di formula uno.

La maggior parte delle attività ripetitive nel tempo scendono nel nostro livello inconscio per diventare loop automatici.

Quanti di noi hanno avuto modo di salire in auto e guidare, immersi in un ciclo di pensieri dominanti, per accorgersi di seguire un percorso “automatico” che non era quello destinato a raggiungere il luogo dove avremmo dovuto andare.

La mente ordinaria riesce a fare tutto questo utilizzando solo il 10% delle nostre capacità intellettive.

La mente ordinaria non ferma mai la sua attività forsennata e per questo, nella tradizione buddista, viene chiamata la mente scimmia. Come una scimmia salta di ramo in ramo per cercare qualcosa di suo interesse così la mente ordinaria salta da un pensiero/emozione ad un altro senza nessun governo apparente. 

Si può impiegare tutta la vita ad esercitare così la mente ordinaria.

Ma è come fare il giro del mondo sulla tavola da surf.

La mente ordinaria nel suo moto perpetuo chiacchera incessantemente dentro la nostra testa.

Nei miei primi periodi di meditazione, seduto in postura, rimasi sorpreso di sentire una canzone che cantava nella mia testa, questo canto era incessante e generava una forte dose di avversione.

Più tardi, in seguito alle condivisioni di altri meditanti, scoprii che era un modo comune di funzionare della mente.

Seguire la mente ordinaria ha generato e genera in me una grande quantità di sofferenza e ci sono esseri umani che rimangono suoi prigionieri per tutta una vita. 

Perché? 

Perché non sanno che nel rimanente 90% della mente c’è qualcos’altro a cui si può avere accesso a patto di conoscerne il percorso e mettersi su quel cammino: la mente profonda.

C’è una metafora che adoro tra l’onda e l’oceano mare.

Quando il vento soffia sulla superficie del mare si genera un’onda. 

Se io penso di essere un’onda sarò sempre agitato dai venti dei pensieri/emozioni che mi porteranno via con le loro correnti. 

I venti e, di conseguenza, le onde possono essere impetuosi.

Alcune volte questi venti e queste onde si incroceranno e si scontreranno creando una tempesta.

Ma questa è solo la superficie del mare. Questa è solo la mente di superficie.

Quando ero più giovane, ossia il secolo scorso, amavo il mare agitato perché potevo aspettare l’onda tuffandomi sotto di essa prima che potesse travolgermi.

Perché l’oceano mare, sotto l’onda, diventa mano a mano più calmo e se trovo il coraggio di scendere nella sua profondità, dove solo le donne Ama riescono ad andare, lì regna una calma ed un silenzio assoluti. 

Lì regna la mente profonda. 

E lì, anche quando sono in preda al dolore e alla rabbia, alle onde delle agitazioni emotive, la mia mente è sempre calma. 

Lì dove la vita sembra non esserci, come sulle più alte vette montane, perché non c’è il respiro, se riesci a stare, ti accorgi che non c’è più bisogno di respirare e una pace indescrivibile ti viene a trovare. 

In quel breve momento di beatitudine perdi il senso dell’io, del tuo piccolo mondo illusorio e sfoci nel grande oceano della Coscienza Collettiva dove SEI, SEI CONNESSO A TUTTO, SEI TUTTO. 

Allora da lì arrivano intuizioni, realizzazioni. Dal meraviglioso fiore della Conoscenza/Coscienza arriva una stilla di nettare direttamente dentro di te bypassando la esperienza-conoscenza-memoria-emozione/pensiero-azione e tu sai profondamente.

Sai che sei oceano e quando l’onda si frangerà sulla riva ritornerai all’oceano.

Cosa sono venuto a fare su questa terra?

Non ci soffermiamo spesso a porci questa domanda. 

Personalmente ho iniziato a chiedermelo solo da qualche anno.

Mi piace molto camminare a lungo e nella natura.

Vedo ora la Vita come un Cammino.

Tutti noi siamo in Cammino e tutti noi, come i camminatori, abbiamo uno zaino sulle nostre spalle. 

All’inizio della mia esistenza terrena questo zaino era vuoto.

Col passare degli anni si è riempito di tante cose piacevoli e meno piacevoli (emozioni, sentimenti, regole, strutture come la famiglia, la scuola, la società, il lavoro, il matrimonio, la casa, i figli, oneri, impegni, relazioni).

Quando trovavo un attimo di tempo provavo a chiedermi: possibile che la vita sia solo questo?

Non trovando la risposta, guardavo intorno per vedere cosa facevano gli altri, dove stavano andando, seguendoli come una pecora in un gregge. 

Seguendo il gregge passavo tutto il mio tempo alla ricerca del miglior filo d’erba da assaporare e, mangiatolo, subito di nuovo alla ricerca di un altro filo d’erba. 

Ma più passava il tempo più il mio zaino si faceva pesante. 

Più andavo avanti e più sprofondavo nella materia, alla ricerca di cose sempre più pesanti che mi dessero un momentaneo senso di sazietà.

Anche quello dei miei vicini lo era diventato e potevo vedere chiaramente di cosa era riempito, tanto che potevo avvertirli e consigliarli. 

Vedevo e vedo ancora vite vissute nella ricchezza materiale, nella fama, nella notorietà, nel potere incapaci di dare soddisfazione a chi le sta vivendo. 

Più di una volta mi sono sorpreso a pensare: come fate ad essere infelici pur avendo così tanto?

Se potessi avere quello che avete voi, allora sì che sarei felice!!!

Che cosa è che state cercando? 

Che cosa sto cercando anche io?

La mia era ricerca della felicità, il senso di stare bene e di essere soddisfatto di come sono, di dove sono e con chi sono senza sentire sempre quella voce che mi dice: sì ma se avessi quello, sì ma se stessi in quel posto, sì ma se fossi con quella persona, sì ma se il mio fisico fosse così.

E credo che la ricerca di essere felici sia quello che cerchiamo un po’ noi tutti.

Cerchiamo qualcosa che possa alleggerire il nostro zaino.

Ma ci illudiamo di trovare sollievo percorrendo la strada sbagliata.

Non è andando a trovare un altro filo d’erba che ci sentiremo appagati.

Ora comprendo le parole del Maestro Gesù: la Verità vi renderà liberi. 

Se voglio la liberazione da questa sofferenza devo trovare il coraggio di prendere il mio zaino, aprirlo e andare a vedere cosa c’è dentro. Scendervi per stare insieme a quello che c’è e portare in superficie. Devo liberare lo spazio da tutte le emozioni rinchiuse lì dentro perché so che quando lascerò il mio corpo fisico lo zaino rimarrà qui, ma tutto quello che è contenuto, privato dell’àncora della materia, viaggerà con impeto nella dimensione immediatamente superiore e lo vivrò con intensità decuplicata.

Devo liberare lo spazio perché lì in fondo c’è la Verità di me stesso, la Verità che c’era fin dall’inizio di questo Cammino, c’è lo scopo ed il senso di quello che sono venuto a sperimentare in questa esistenza, la mia Missione. 

Questo ci rende liberi e leggeri. Leggeri e sensibili a percepire altre emozioni superiori, prima sovrastate dalle emozioni più pesanti. Amore Superiore, gratitudine, fede, compassione.

Lì si comincia a percepire il profumo della felicità. 

La felicità è come il profumo di una peonia. 

Sottile, tenue, quasi impercettibile ma persistente. 

Entra nelle narici e quasi non te ne accorgi, ma sale, sale lungo il naso e all’improvviso percepisci qualcosa di sottile e delicato alla radice, nella nostra parte più profonda inaccessibile ad altri odori, e lì rimane a lungo. Non è un profumo intenso che irrompe veemente ad avvolgere tutto. 

Per percepire il profumo di una peonia bisogna acquietare i sensi per farli diventare acuti, come dopo un periodo di digiuno per percepire ogni sfumatura, ogni piega, ogni dettaglio di quello che si sta assaporando. 

Essere pienamente nel presente. 

Bisogna togliere non aggiungere. 

Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno.

La vita non è sopravvivere nella tempesta, ma danzare nella pioggia.

Kahlil Gibran

La mente che non sa

La mente che non sa è un Koan del buddismo Zen, in poche parole un’affermazione paradossale che diventa oggetto di meditazione.

La mente che non sa, per Frank Ostaseski, il pioniere dell’accompagnamento alle persone morenti, è un’attitudine che è fondamentale per chi vuole accompagnare e con la quale sto imparando a fare amicizia. 

Siamo abituati ad avere esperienza della mente che sa

La mente che sa è la mente che gestisce, controlla, organizza, cataloga quasi tutte relazioni che noi abbiamo con l’esterno. Crea ruoli, gestisce la risposta ad eventi, crea un senso di noi che poggia sul lavoro che svolgiamo, la posizione e le relazioni all’interno della nostra famiglia e delle comunità che frequentiamo e della società, un’immagine di noi stessi a partire dalle nostre emozioni passate e presenti e immagini delle persone che conosciamo in seno alla nostra famiglia e alla cerchia delle persone che hanno delle relazioni con noi. 

L’immagine del dipinto, che è stata gentilmente concessa dall’autore Rivale.0 per accompagnare queste parole, esprime istantaneamente tutto questo. Una serie di cassetti, di boxes, che occupano asfitticamente quasi tutto lo spazio, dietro cui si intravede un Essere che sta cercando di respirare e di esprimersi!!

La mente che sa ci costringe a vivere nel passato o nel futuro creando immagini delle persone che incontriamo derivate e costruite sulla base delle impressioni, emozioni, sentimenti generati in passato dalle interazioni con le stesse o desunte per analogia attraverso un lavorio puramente mentale. 

E’ la creatrice e la percettrice di maschere, di ruoli, di divise, di etichette e questo lavoro prende inizio in tutti noi a partire più o meno dai 6/7 anni.

Ma spesso la mente che sa ci impedisce di tornare indietro a scoprire chi siamo veramente.

Una recente esperienza avuta da una persona a me cara, un’amata sorella viaggiatrice, mi ha costretto ad entrare in contatto necessariamente con la mente che non sa.  

A causa di una caduta ella ha violentemente battuto la testa, ha subito un’operazione piuttosto complicata e, dopo essere rimasta in uno stato di incoscienza indotta per molti mesi, si è risvegliata lentamente dal sonno farmacologico. 

Dalla sua grande lavagna nera gran parte di tutto quello che era stato scritto nel passato prossimo è stato cancellato e ha dovuto fare e sta ancora facendo un lavoro immane per reinserire tessere di un puzzle che è stato disfatto. 

Le interazioni, avute con lei dopo il suo risveglio, mi hanno messo di fronte ad una persona che non è quella che avevo conosciuto, non ancora, non ci sono più le sue maschere, i suoi ruoli, i suoi atteggiamenti, quello che la sua mente che sa aveva costruito.  

La mia mente che sa non era pronta e si aspettava di trovare, più o meno, la persona con la quale aveva condiviso tanti e tanti momenti insieme, tutto quello, a lei inerente, racchiuso nel cassetto della mia mente. 

Ma non è stato così e ho sperimentato confusione, desiderio che “guarisse” e tornasse ad essere quella che avevo conosciuto, un senso acuto come di perdita. 

Questa “nuova” amica mi ha costretto a fare un movimento per non stagnare in quelle emozioni a bassa vibrazione. 

Mi ha portato a ricordare della mente che non sa

L’ho già coltivata con le persone che si avviano a lasciare i veicoli inferiori che naturalmente, dato il processo, si stanno liberando di tutte le sovrastrutture costruite nella loro vita per tornare alla Casa del Padre.

Mi sono aperto a stare con quello che c’è nel momento presente, qui ed ora, abbandonando il ritratto che la mente che sa aveva costruito. 

Ella, per me, è la Maestra del presente che mi insegna ad essere aperto, ricettivo, ad usare i miei sensi e le percezioni…. e basta.

E stando lì succede un miracolo!!

Davanti a me trovo un’Essenza magnificamente pura, risplendente, semplice, diretta, libera che, per risonanza, fa vibrare la mia Essenza di Amore Puro per la gioia di essere lì e ridere delle piccole cose. 

La mente che non sa è la mente del bambino curioso, totalmente attento, immerso nel presente, libero, leggero, giocoso e gioioso.

La mente che non sa ha le chiavi per scoprire quello che noi siamo veramente.

La mente che non sa risiede nel cuore. 

Per arrivarci bisogna spogliarsi e indietreggiare.

Nella rugiada delle cose da poco il Cuore conosce la freschezza del proprio mattino (Khalil Gibran)

La misura del Tempo

Il Tempo scandisce la nostra esistenza terrena. 

Questa scansione determina un prima (passato), un adesso (presente), un dopo (futuro).

Viviamo la nostra vita immersi in questo flusso temporale. Ma questo flusso, nella mia personale esperienza, non è costante e ritmico ma suscettibile di variazioni percettive influenzate dalle mie emozioni e sentimenti.

Ricordo nitidamente giornate scolastiche seduto al mio banco con la netta percezione che il tempo non passasse mai e non arrivasse il suono della campana. Oppure seduto alla scrivania della mia stanza con il libro di studio aperto e lo sguardo fisso a osservare la pioggia cadere con il desiderio di non essere lì.

E ricordo altrettanto bene interi pomeriggi passati a giocare in strada con i miei amici e sentire la voce di mia madre richiamarmi in casa per la cena e constatare con sorpresa e stupore quanto veloce fosse trascorso quel pomeriggio. Come anche essere immerso nella lettura di un libro appassionante e non rendersi conto di aver trascorso ore in questo modo.

Ho avuto diversi incidenti stradali, alcuni piuttosto rischiosi per la mia salute, e la percezione dello scorrere del tempo in quei momenti prima dello schianto è cambiata totalmente. I miei sensi si sono acuiti in maniera consistente e vedevo e vivevo tutto come in un film al rallentatore. 

L’esistenza terrena è scandita dal tempo, Anima, nella sua più alta frequenza vibratoria, riposa nell’eternità.

La transizione tra i due mondi avviene con la nascita e con la morte. 

La nascita ci porta lentamente dentro i nostri veicoli inferiori e dentro il Tempo, la morte ci porta fuori dai nostri veicoli inferiori e fuori dal Tempo. 

L’immersione graduale e persistente nella scuola, nella società e nel lavoro, soprattutto, mi ha fatto sperimentare come si possa vivere la propria vita costantemente proiettati nel futuro o risucchiati nel passato. Ricordo intere giornate trascorse a correre freneticamente da un appuntamento di lavoro ad un altro con l’attenzione costantemente rivolta all’orologio e la mente immersa nella verifica se sarei stato in grado di rispettare l’incontro successivo, attraversato da ansia, rabbia, paura.

Quanti esseri umani oggi vivono così? 

Mi sembra sempre di più. Basta entrare dentro la propria auto e immergersi nel traffico per trovarsi circondati da esseri umani sempre più di corsa, sempre più trafelati, sempre più rabbiosi.

Ma c’è un luogo della nostra vita terrena dove è possibile assaporare il momentaneo affievolirsi dello scorrere del tempo.

Questo luogo è il Centro, il Presente, l’Adesso dove ci avviciniamo alla nostra Essenza, al nostro Sé Superiore.

Più ci allontaniamo dal nostro centro più il tempo scorre veloce, più rimaniamo centrati più il tempo rallenta e ci permette di vedere quello che altrimenti sarebbe invisibile.

Lo strumento che permette di ritornare al presente per me è la meditazione. Più medito più riesco a rimanere aderente al presente anche quando ritorno nella mia vita ordinaria.

Rimanere nel presente per me che ho scelto di accompagnare alla fine della vita è imprescindibile.

E’ l’unica possibilità che ho di rimanere accanto a qualcuno che sta lasciando i propri veicoli inferiori.

Infatti più ci si avvicina alla fine più la percezione del tempo cambia. Più volte ho sentito alcuni di loro chiedermi: ma che giorno è oggi? E’ mattina o sera? Anche se la finestra della loro stanza era aperta ed entrava la luce.

Se voglio star loro accanto e servirli devo anche io uscire dal tempo ordinario ed essere capace di entrare nella stessa percezione temporale ed essere lì in presenza.

Ma se arrivo trafelato dall’ufficio, con in mente quello che ho tralasciato di fare o quello che dovrò fare quando uscirò da quella stanza, come potrò partecipare a ciò che sta avvenendo? 

Accompagnare per me vuol dire uscire dal mondo ordinario ed Essere lì. 

Perché fuggiamo dentro di noi il contatto con la morte?

Credo che il fuggire dal contatto con la morte sia, per lo più, una risposta generata dalla Paura.

La paura della fine dell’esistenza umana, percepita dai nostri sensi, genera una risposta istintiva della parte più profonda del nostro cervello, il più antico, il cervello rettiliano.

Questo cervello è la sede degli istinti primari, il regolatore delle funzioni autonome del nostro corpo come la pressione sanguigna, la temperatura corporea ed il funzionamento di tutti gli apparati del nostro organismo (sistema cardiovascolare, sistema digestivo ecc.). E’ la parte del cervello incaricata di farci sopravvivere e risponde agli eventi esterni, giudicati pericolosi o stressanti per la nostra sopravvivenza, attivando una risposta di attacco o di fuga.

Questa risposta del cervello rettiliano è sollecitata da un’emozione sovrastante generata dal cervello mammaliano o mammifero o limbico. Questo è il cervello delle emozioni (rabbia, gioia, tristezza, paura….) ma è anche il cervello della nutrizione, del cibo (scarsezza, abbondanza) e del prendersi cura, come i mammiferi fanno, della prole.

Sopra questi due cervelli c’è la Neocorteccia che è il cervello della Scienza, della Musica, della Poesia, della creatività, della matematica; il cervello di Bach, di Mozart, di Einstein.

Il primo cervello lavora per lo più automaticamente ossia in assenza della consapevolezza, il secondo ad un livello intermedio, il terzo ad un livello massimo di coscienza. 

Il contatto con la morte viene interpretato e gestito, nella maggior parte degli esseri umani, solo dai primi due cervelli, a livello, quindi, quasi esclusivamente istintivo. Essi generano un’emozione di paura che viene risolta quasi sempre con la fuga, una fuga mentale piuttosto che materiale, adottando una strategia concatenata di pensieri, emozioni, azioni atte a distogliere e dirigere l’attenzione altrove.

Questo è quello che è accaduto nella mia personale esperienza negli anni precedenti al cammino interiore intrapreso. La paura mi ha costretto sempre a fuggire dall’idea della morte e anche solo della malattia pur avendola sperimentata spesso. Il non voler vedere questo imprescindibile aspetto della nostra natura umana ha generato in me una quantità impressionante di sofferenza emotiva.