Una favola di Natale

C’era una volta una piccola bambina che viveva con suo padre e con sua madre.

La coppia aveva deciso di non avere più figli a causa di una grave perdita che li aveva colpiti in precedenza.

Quando la madre si accorse di aspettare un altro figlio fu travolta dalla paura, paura di infrangere il patto che la coppia aveva contratto, paura della rabbia del marito. Non gli disse mai nulla e mascherò in ogni modo possibile la gravidanza di questo figlio non atteso tanto che partorì senza che nessuno se ne accorgesse.

Ma era impossibile prolungare la menzogna in nessun altro modo. Il marito scoprì la bambina e fu catturato da una rabbia e una profonda gelosia perché riteneva che in realtà lui non fosse veramente il genitore. Dopo un violento litigio tra i due fuggì dalla bambina e da sua madre.

La madre fu costretta a lavorare per sostentare la sua famiglia e non poteva occuparsi della bambina. Per questo motivo pensò di portarla a vivere in montagna dalla nonna in una grande casa ai margini del bosco. Una tristezza profonda si impossessò di questo povero essere. Ella cercò di reagire, provò ad essere felice, ma lì giù in fondo sentiva un vuoto senza fine dentro al quale era sola e triste.

Avrebbe voluto emanare luce e calore per attirare a sé altri bambini e bambine, ma questa profonda solitudine non glielo permetteva.

La notte dell’8 dicembre sognò la madre che le disse: “tu sei come uno specchio che riflette al di fuori quello che hai dentro, così non puoi mentire né a te stessa né agli altri. Ma come quello che hai dentro è fuori così quello che è fuori puoi avere dentro. Se vuoi trovare la luce che ti riscalda e ti illumina devi guardare in alto verso il sole e così egli scenderà dentro di te. Costruisci un simbolo esteriore che ti ricordi questo sempre. Per arrivare al sole bisogna salire come si sale su una montagna”.

Si svegliò e iniziò a cercare questo simbolo dovunque, ma non lo trovava.

Per scaricare la sua frustrazione e disperazione andò a camminare nel bosco, un bosco di abeti.

Passeggiando nella neve candida guardò attentamente un abete, la sua forma e rimase fulminata.

Ecco il simbolo! La montagna, il triangolo, l’abete. Esso è Vita, Vita che sale verso il Cielo e verso il Sole. Per risplendere come il Sole costruì delle palline dorate che attaccò all’albero.

Se vuoi chiamare il Sole devi riflettere la sua Luce.

Il Sole se ne accorse e una notte, la notte di Natale venne dentro di lei e circondò tutte le cellule del suo corpo col fuoco della Luce Divina dello Spirito.

Quando la bimba si svegliò era diventata come l’abete che aveva addobbato: piena di Luce e di Calore.

Il vuoto e la solitudine erano scomparsi e la gioia e l’Amore la facevano risplendere come una stella.

Non si sentì mai più sola perché tutti, bambini e adulti, venivano accanto a lei attratti dalla sua Luce e dal Calore del suo Amore.

Era diventata come il Sole che dava tutto ciò che aveva senza chiedere nulla in cambio.

Questo fu il più bel regalo che ricevette nella sua vita.

Quando prepariamo l’albero di Natale pensiamo a chiamare la Luce dello Spirito dentro di noi ad illuminare i nostri veicoli in modo da poter donare quella luce meravigliosa a coloro che sono intorno a noi.

Questo è il regalo più bello che potremo mai ricevere: donare.

Buon Natale a tutti noi.

Consolazione

Ho ricevuto il video, che troverete alla fine di questo articolo, in un momento, molto recente, di grande dolore e sofferenza.

La gattina, che aveva scelto di condividere la nostra vita, aveva appena lasciato i suoi veicoli fisici repentinamente, inaspettatamente e brutalmente, investita da un motorino. 

Il pianto e la tristezza per il distacco hanno aperto il mio Cuore e sono ancora fragile per questo.

Ma ho ricevuto, come spesso accade, questo dono.

Vedendolo e ascoltandolo, qualcosa di caldo, di bruciante, di impellente è sorto nel mio petto e le lacrime di dolore si sono trasformate in lacrime di gioia.

Questo brano è stato scritto dall’artista per la sua compagna di allora che aveva appena perso suo padre.

Lights will guide you home

And ignite your bones

And I will try to fix you

Le luci ti porteranno a casa

E infuocheranno le tue ossa

E io cercherò di consolarti

Ecco quello che cerchiamo tutti affannosamente ed instancabilmente: la consolazione.

Ecco quel qualcosa che mancava nella mia vita ordinaria di prima, quel sapore che non riuscivo a trovare tuffandomi nella rincorsa continua alla soddisfazione dei desideri.

Ma quale è il significato di consolazione?

La lingua antica dei nostri padri ci dice che consolazione è formata da cum=insieme e solus=intero ma anche soddisfatto.

Questo cerchiamo voracemente per tutta la vita: essere insieme per sentirci interi e quindi soddisfatti.

Raggiungere finalmente la soddisfazione della nostra gioia di Essere nell’essere uniti.

Guardate il video e ascoltate.

Migliaia di persone unite tutte insieme a cantare un canto di consolazione per quella povera anima sperduta e senza più un padre.

Guardate le lacrime che scendono dai visi di quella gente che finalmente si sente soddisfatta, si sente unita nel canto, oltre la separazione di IO, dimenticando la soddisfazione di solo per me, a compiere un Sacro Ufficio di amore e di cura per un’altra anima.

Sentite la magia e l’armonia di migliaia di voci tra loro sconosciute e fisicamente separate che si trovano unite nel canto a far vibrare insieme le loro anime e richiamare a far vibrare anche le nostre.

E allora io voglio consolare, voglio consolare chiunque avrò vicino perché quella fame venga estinta.

Perché non c’è cibo, oggetti, denaro, potere nella materia che possa saziare questo anelito di stare insieme per Essere interi.

Consolare come solo un padre e una madre possono fare, perché questa è la Verità di noi stessi, questa è la nostra vera Natura Divina.

Dare senza pensare, senza calcolare, senza aspettarsi nulla in cambio, senza paura perché solo così mi Sento….

Al di là di quello che sono e di quello che faccio per vivere, al di là della mia storia personale nella materia.

Voglio aprire le braccia e dire: vieni, vieni qui.

Qui troverai un abbraccio, troverai consolazione, un cuore che batte insieme al tuo.

Qui non sarai più solo, qui non sarò solo nemmeno io.

Qui brillerà la Luce e le nostre ossa si illumineranno, qui c’è consolazione.

Come il grembo di una madre accoglie suo figlio che, accucciandosi tra le sue braccia, trova il conforto (cum fortis ossia insieme diventiamo più forti).

Quella forza che, sola, può scacciare le nostre ombre e annientare la paura.

Quella forza che, sola, può bruciare la nostra rabbia nella battaglia contro di esse e ruggire di fierezza.

Per provare questo bisogna aprire le nostre braccia ed il nostro Cuore ed accogliere, ossia raccogliere tutto insieme, raccoglierci tutti insieme.

Nella concordia (cum=insieme cordis=cuore) diventiamo Uno, i nostri Cuori insieme diventano Uno.

La veglia funebre

In questo tempo in cui ci sentiamo spinti a correre sempre più veloce e sempre più a lungo nel tentativo infruttuoso di assolvere i nostri compiti quotidiani di vita, molto spesso autogenerati, in cui si preferisce incontrarsi parlando attraverso uno schermo di un computer o di uno smartphone, ha ancora senso parlare di una veglia funebre?

Quale è il senso profondo oggi di una veglia funebre?

Questa è una ottima domanda a cui proverò a dare risposta.

La veglia ha origini antichissime che risalgono al tempo della comparsa delle prime civiltà umane. 

Era un rituale sacro che si univa ad altri rituali funebri sacri, come ad esempio la imbalsamazione presso gli egizi. 

Questa pratica sacra si svolgeva all’interno delle abitazioni della persona deceduta e aveva per questo dei motivi specifici.

In alcune regioni come la Calabria e la Sardegna i parenti vegliavano il defunto solo di giorno ma, con l’arrivo della notte, il loro posto era ceduto agli uomini.

Alcune veglie possono durare solo poche ore, altre per giorni, altre ancora per settimane intere.

Ora la veglia si svolge sempre più spesso nelle camere ardenti degli ospedali, degli Hospice e delle Case di cura la cui organizzazione è delegata alle agenzie funebri.

Una celebrazione sacra che si svolge in luoghi sconosciuti alla presenza di sconosciuti.

Ma la veglia funebre è per me importante e deve continuare ad esistere e tornare a ricevere il ruolo che ha.  

È una forma di rispetto, uno spazio di raccoglimento intorno al defunto, un distacco dalla vita quotidiana di ciascuno dei partecipanti per entrare in un tempo sacro scandito dal ritmo del ricordo e della riflessione sul tempo trascorso insieme, sull’eredità che ci è stata lasciata da questo passaggio, un saluto ad una anima che si libera da questi abiti pesanti e ritorna nel luogo senza tempo e senza spazio, una celebrazione di questo sacro passaggio. 

La veglia segna anche il tempo del lutto che va vissuto e non allontanato, vissuto insieme al conforto della famiglia tutta e di tutti coloro che ci conoscono e dalla guarigione che ne conseguirà. 

Un prendersi cura dei familiari stretti rimanendo con loro e assistendoli nelle necessità quotidiane, per non lasciarsi soli, nel dolore della perdita, a dover pensare alle necessità fondamentali della vita di tutti i giorni. 

Un rimanere, nel silenzio della propria interiorità, per commemorare i momenti vissuti insieme e per ricordare le emozioni e i sentimenti che il passaggio di questo essere, che ci ha appena lasciato, ha generato in noi, per ringraziarlo dal profondo per essere stato insieme a noi a condividere un brandello della nostra vita. 

Come mi immagino la mia veglia funebre?

In primo luogo nella casa in cui ho condiviso gli ultimi anni della mia vita.

Nella stanza che considero sacra, dove ho meditato ogni giorno, scritto ciò che osservavo su di me, letto testi, circondato dalle immagini dei Maestri e Protettori Illuminati, con l’odore dell’incenso che ha accompagnato sempre le mie meditazioni.

L’Amore di più Vite accanto, i suoi figli che sono diventati anche i miei, mio figlio che è diventato anche il suo, i nostri nipoti, mio fratello e la sua famiglia, la nostra Guida Spirituale, i fratelli e le sorelle di Cammino e tutti quelli che mi hanno conosciuto.

Fragranze di fiori che si diffondono nell’aria, lanterne cinesi che illuminano il cielo notturno, musiche cha innalzino le vibrazioni, musiche di festa, di allegria, musiche che hanno scandito la mia vita e le hanno fatto da colonna sonora. Gente che balla, che ride felice per la mia anima e dove sta andando, felice perché di lì a qualche tempo ci rincontreremo nel Mondo della Luce, felice perché mi sono liberato di questi abiti così pesanti e così ingombranti, felice perché ritorno da mio padre e da mia madre, dal mio adorato cane Tao.

Che restino tutto il tempo che vorranno, tutti insieme a cantare e ballare la Musica del Cuore insieme a me.

La morte condivisa 2

Per avere una idea più precisa di quello che accade riporterò alcune testimonianze tratte dal libro di Moody.

Mio marito passò attraverso il mio corpo. Come una scossa elettrica, come quando si mettono le dita nella presa, ma più delicata. Tutta la nostra vita ci comparve davanti all’improvviso e sembrò inghiottire la stanza dell’ospedale con ciò che conteneva. Tutto intorno c’era solo luce bianca brillante. Tutto ciò che avevamo fatto nella vita era avvolto dalla luce. Vidi altre cose di mio marito prima che fossimo sposati. Non erano imbarazzanti o private, non c’era nessun bisogno di riservatezza. Vidi me stessa abbracciata al suo corpo ormai esanime, ma la cosa non mi fece stare male, perché mio marito nello stesso momento era vivo e accanto a me e osservavamo la scena insieme. Tutto accadde in un lampo accanto a letto dove mio marito stava morendo. Un altro aspetto strano di questa visione della nostra vita fu che in alcune parti vi erano dei pannelli o dei divisori che ci impedivano di vedere la totalità della scena, non ci permettevano di vedere alcune parti della nostra vita.”

Una madre moribonda che fino a quel momento giaceva quasi inerme nel suo letto si mise a sedere sul letto stesso e abbracciò suo figlio. Aveva occhi come perle di luce chiara ed era perfettamente padrona di sé al contrario degli ultimi giorni. Un globo di luce brillante si formò intorno a noi, racchiudeva interamente mia madre e me e notare che i mobili, le pareti e tutto ciò che era nella stanza appariva distorto, come se lo stessimo osservando attraverso una goccia d’acqua. Immagini tridimensionali iniziarono a cadere sul globo. Erano scene della mia infanzia. Mia madre iniziò ad allontanarsi, era come se si trovasse in fondo al tunnel ma allo stesso tempo fosse anche con me. Mentre accadeva tutto questo vidi scene della mia vita, inclusa la mia nascita. Vidi episodi della sua vita, eventi che la tormentavano durante la mia infanzia di cui non ero a conoscenza. Potevo percepire i suoi pensieri. Cristo era con noi nel globo, ma non vedevo la sua figura umana. Quando morì sentii che il suo corpo si abbandonava e l’energia usciva da lei. Il globo svanì e mi ritrovai da solo.”

Sognai che stavo camminando in una foresta con mio marito Herb lungo un sentiero buio e ombroso. Era un sentiero interamente circondato dagli alberi racchiuso da una fitta coltre di rami che si estendevano sopra la nostra testa. Il percorso era leggermente inclinato e sulla cresta di una collina vidi il cielo, simile a una luce in fondo al tunnel. “Herb e io eravamo immersi in una conversazione, non ricordo a riguardo di che cosa, ma credo stessimo ricordando i momenti fondamentali del nostro rapporto.”

“Mio fratello ed io siamo gemelli identici e ci siamo sempre sentiti legati, durante il weekend mio fratello si recò in un altro Stato per una partita scolastica di football mentre io rimasi a casa, ci andò in auto con alcuni amici e il giorno in cui stava ritornando ero sdraiato sul divano a guardare lo sport in televisione, quando all’improvviso ebbe la sensazione di lasciare il mio corpo e muovermi verso una luce brillante, mentre ciò accadeva vidi dei flashback di eventi che erano successi a me e a mio fratello, rivissi diversi avvenimenti della nostra infanzia fra cui alcune cose così insignificanti che avevo dimenticate, erano così vividi che mi parve di riviverli“.

Ho avuto la fortuna e l’onore di poter ricevere questa testimonianza di morte condivisa da parte di una cara compagna, viaggiatrice di lungo corso, la persona in questione lavora nel campo medico. Mi descrisse che si trovava seduta nel suo ufficio in ospedale, intenta a redigere degli atti, quando si è sentita trasportare via, ha visto una strada bianca in salita verso la sommità della quale sua madre stava camminando tenendo per mano una bimba; si è sentita pervasa da una gioia ed una pace indescrivibile e avrebbe voluto seguire sua madre in quel luogo meraviglioso ma una voce le disse chiaramente che non era ancora arrivato il suo momento e sarebbe dovuta ritornare indietro.

La mia cara compagna, quando mi raccontò tutto questo, non era minimamente a conoscenza della morte condivisa e, dopo aver letto il libro, capì che aveva partecipato alla morte della madre. 

La morte condivisa è una esperienza trascendentale che è inspiegabile dalla scienza attuale, ma sulla quale la scienza non può controbattere.

Dal punto di vista scientifico negli episodi di pre-morte si sente spesso affermare dagli scienziati che potrebbero essere frutto di malfunzionamenti cerebrali causati dalla mancanza di ossigeno o da impulsi elettromagnetici anomali. 

In questo caso la confutazione scientifica non regge perché chi accompagna il morente e partecipa con lui al distacco dai veicoli inferiori e al progredire oltre, sperimentando una morte condivisa, non sta morendo ma partecipa delle stesse sensazioni di chi sta passando pur essendo vivo.

La morte condivisa

Dio è Amore. 

Alcuni di noi esseri umani ricevono in dono dal Padre la meravigliosa e straordinaria opportunità di poter accompagnare un proprio caro morente oltre i confini del regno fisico. 

Sono regali divini elargiti grazie alla relazione di profondo amore che esiste tra gli esseri che la sperimentano.

Poter accompagnare oltre un padre, una madre, una compagna, i fratelli, le sorelle credo sia una indimenticabile esperienza di amore che trascende i confini terreni.

Ne abbiamo conoscenza grazie al lavoro di raccolta di testimonianze riportate dal dottor Raymond Moody nel suo libro “Schegge di Eternità”.

Il dottor Moody è stato il pioniere che ha anche raccolto interviste a persone che hanno avuto episodi di pre-morte, ossia sono morti per un certo tempo e poi tornati indietro.

I racconti di chi ha accompagnato un morente hanno degli elementi comuni che coincidono con quelli di chi ha vissuto un episodio di pre-morte. 

Essi sono 7 ed accomunano la maggior parte delle testimonianze raccolte dal dottor Moody:

  1. Cambiamento della geometria degli spazi – difficile da descrivere perché le forme possono essere molto diverse: “come se la stanza crollasse e si espandesse allo stesso tempo”, “sentii la stanza cambiare forma, quasi come se si fosse riempita d’aria e gonfiata”, “i mobili, le pareti e tutto ciò che era nella stanza appariva distorto, come se lo stessimo osservando attraverso una goccia d’acqua” questo cambiamento di forma, come una sorta di sportello, sembra dare accesso ad una dimensione diversa;
  2. la luce mistica – sembra mostrare una consistenza liquida, cristallina, che emette purezza, pace e amore, pulsante di questi elementi che producono una trasformazione spirituale in una persona, “una luce che sembrava un vapore sopra il suo viso, mai avevo provato tanta pace” la luce mistica provoca una trasformazione anche in chi ha condiviso la morte di un altro;
  3. la musica e le melodie – spesso si sente il suono di una melodia, “era la musica più bella e complessa che avessi mai sentito, ogni nota era uno scintillio, stavo letteralmente vedendo la musica”, “dolci e selvagge note di un’arpa eolica”, “una musica splendida, diversa da qualunque altra avessi mai udito, come una musica da ballo, ma assolutamente unica nel senso che anche dopo non ascoltai mai più nulla di simile” ma anche come un motore di un jet che sale di giri;
  4. esperienza extracorporea – all’inizio della esperienza di morte condivisa spesso ci si sente trasportati in un luogo da cui si osserva la scena sottostante, generalmente il soffitto o un angolo del soffitto della stanza dove si è con il morente, ma anche volteggiare sopra la propria città o in altri luoghi dove si può incontrare le persone amate che sono fisicamente distanti da colui che sta passando oltre, “ero gravemente malato in punto di morte a causa di problemi cardiaci proprio mentre mia sorella stava morendo per coma diabetico in un altro reparto nello stesso ospedale, lascii il mio corpo e salii in un angolo della stanza da dove osservai i medici che si affannavano su di me in basso, all’improvviso mi trovai a parlare con mia sorella che era in alto con me, facemmo una bellissima conversazione riguardo a ciò che stava succedendo lì sotto, poi si separò da me e mi disse che non sarei potuto andare con lei, si allontanò attraverso il tunnel e io rimasi da solo”;
  5. la co-revisione della vita del defunto – consiste nel ripercorrere la propria esistenza terrena condensata, può essere una veduta panoramica dell’intera vita dell’individuo o solo dei frammenti delle stessa ma significativi “ho visto ogni singolo evento importante accaduto nella mia vita, dal mio primo compleanno al mio primo bacio agli scontri con i miei genitori, ho capito quanto fossi egoista e che avrei dato qualunque cosa per poter tornare indietro e cambiare”, “quando mio figlio quindicenne morì era nella stanza con lui, invece della stanza apparve una visione di tutto ciò che mio figlio aveva fatto nella sua breve vita, lui era lì al centro e sorrideva gioioso, vidi molte cose di cui mi ero da tempo dimenticata e anche molte cose che non conoscevo per nulla, lo vidi da solo nella sua stanza, ad esempio, mentre giocava con il suo modellino di Fort apache, si può dire che le scene della sua vita erano come dei lampi o quasi come scariche elettriche assolutamente indescrivibili, parti della vita di mio figlio e della nostra interazione erano sfuocate come quando in televisione si cerca di nascondere il viso di una persona”;
  6. l’incontro con regni spirituali o “ultraterreni” – uno degli elementi più comuni; vengono usate parole come paradiso, puro, sereno, celestiale per descrivere i luoghi visitati, “giunsi sulla collina dove il paesaggio era perfetto e le montagne ondulate e morbide, in lontananza potevo vedere solamente il cielo blu, verdi colline e grandi alberi, c’erano piante perfette e colori indescrivibili, verdi, rossi, blu, tutti i colori che ci circondano ogni giorno, ma quelli erano così perfetti che i colori che vedo adesso mi sembrano opachi, in nessun altro luogo ebbi una sensazione come quella che provai in quel momento”“stavo salendo una collina ed ero circondata dalla luce, non una luce comune, perché ogni cosa intorno a me (le piante, il terreno, persino il cielo) risplendeva di luce propria, era incredibilmente bello, sono certa che quel luogo fosse il paradiso o qualcosa di analogo poiché la sensazione era magnifica”;
  7. La nebbia che scaturisce dal morente – si tratta di una leggera nebbia emanata dal corpo dei moribondi, assomiglia a un fumo bianco e rarefatta come vapore, sembra a volte prendere la forma del corpo da cui si diparte e svanisce rapidamente, si forma intorno al petto o alla testa.

Continuerò ad approfondire questo tema nel prossimo articolo.

I guardiani del destino

I guardiani del destino è un film del 2011 in cui mi sono soffermato scorrendo l’offerta televisiva di ieri. 

Non è stata la mia prima visione di questa pellicola, credo di averlo visto già un paio di volte, ma lo stato interiore che mi ha accompagnato in questa mi ha fatto scoprire nuove rivelazioni e nuove letture. 

Mi trovo ancora in questo stato trasportato da un evento accaduto proprio in casa mia ad un’amica, sorella e compagna di viaggio.  

Seduti insieme a manifestare la felicità di rivederci e poter stare di nuovo tutti insieme, nel tempo di uno schiocco di dita, ella non c’era più, sospesa tra la terra ed il cielo legata solo alla sua corda d’argento, tra il ritornare o passare oltre, in questo limbo dove tuttora si trova.

Nel film, la storia narra le vicende di un uomo ed una donna che il Destino ha deciso che si incontrino o forse si rincontrino in una nuova incarnazione per esprimere e vivere l’Amore che li lega. 

A questo incontro si frappone la vita terrestre che ognuno di loro sta vivendo (lavori molto diversi, differenti legami umani, stessa città ma luoghi sempre lontani tra loro). 

Vita che viene controllata da entità, che vivono nella città dove i due protagonisti vivono, ma su un piano diverso dalla materialità pura dove possono però manifestarsi e interagire con gli umani a livello di pensieri, di emozioni, come architetti di scenari futuri per contrastare ed influenzare l’unica capacità, che l’uomo ha, sulla quale non possono materialmente fare nulla: il libero arbitrio.

La pellicola si svolge come la trama di un thriller, tra incontri fortuiti e cercati tra i due e interventi dei guardiani per far in modo che i due protagonisti non si possano incontrare e continuino a seguire il piano progettato dal Presidente per far vivere loro una vita separati dall’Amore che li lega.

Tutta la vicenda si snoda in un continuo susseguirsi di eventi creati per dividerli, sui quali essi devono esercitare una scelta che può cambiare totalmente la vita che stanno seguendo, con scenari futuri in cui ciascuno dei due può perdere fama, potere, denaro, sicurezza ed agi.

Alla fine, circondati da una moltitudine di guardiani accorsi per separarli, scelgono di seguire il Cuore, succeda quello che succeda, uniscono le loro labbra in un bacio sugellante Amore. Quando, subito dopo, aprono gli occhi e si guardano attorno i guardiani si sono dissolti, volatilizzati, svaniti e la città è di nuovo inondata dalla luce del sole.

Esistono veramente i guardiani del destino? Sì, esistono veramente.

Dove sono?

Sono dentro ognuno di noi e tramano affinché noi si scelga ciò che è più utile, più sicuro, più al riparo per vivere la nostra vita terrestre, per chiuderci dentro una prigione di “buone ragioni”, di “buoni motivi” per orientare il nostro libero arbitrio. 

Ci instillano paura, rabbia, tristezza, apatia, senso di colpa, senso di indegnità affinché si scelga ciò che serve solo il nostro IO in modo da non farci uscire dal piano disegnato per noi dal Presidente Personalità.

E diventiamo sempre più pesanti, sempre più grigi, sempre più disperati e spesso rassegnati alla credenza che nulla possa cambiare.

Allora questa pesantezza prende forma fisica, si solidifica e si addensa e diventa patrimonio genetico che passa ai nostri figli, ai nostri nipoti.

L’eredità che spesso lasciamo loro è pesante e difficile da sciogliere. 

Quale è il messaggio?

Bisogna usare libero arbitrio per scegliere di amare al di là di tutto e oltre tutto, abbandonando le preoccupazioni ossessive che ci abitano, di cosa ci succederà in futuro, di che cosa è stato il nostro passato.

Scegliere di irradiare, non di pretendere, amore, calore e luce oltre i nostri pensieri, oltre le nostre emozioni reattive, oltre gli ostacoli che si frappongono nelle nostre vite, per sentire di essere vivi, per sentirsi uniti a tutti gli altri.

Perché l’Amore purifica, l’Amore guarisce, anche quello che già si è solidificato nel nostro corpo.

Come il grumo di sangue che albergava nel mio ventricolo sinistro dopo l’infarto e che avrebbe potuto farmi lasciare questa esistenza per l’ennesima volta.

Come la nostra amica che si sta purificando dalla bomba di sangue che aveva nel suo cervello, forse da quando è nata, e che finalmente è esplosa. 

Perché Amore è purificazione e, se scegliamo di amare, i guardiani del destino spariscono, la gabbia si apre e torna a splendere Il Sole.  

Concordia

Ci sono stati, nella mia vita trascorsa, periodi in cui alcuni eventi accadutimi si sono verificati anche in diverse persone nel mio cerchio di conoscenze, come se si volesse che la nostra attenzione zoomasse nel dettaglio per osservare meglio e comprenderne il significato profondo.

Mi riferisco a particolari dolori presentatisi in parti specifiche del mio corpo fisico (schiena, collo, in precisi punti del ginocchio), la cui eco risuona identica in altri individui, come anche il riaffacciarsi inaspettato di persone conosciute in scenari di vita passati e oramai distanti anni luce dall’attuale scenario di vita quotidiana.

Ho vissuto la mia fanciullezza, dagli 8 anni, e una buona parte di esistenza all’EUR, a quell’epoca periferia di Roma, dove abbiamo frequentato un circolo di tennis, allora appena nato. Un posto di paradiso, 4 ettari di verde, alberi, prati dove noi fanciulli potevamo giocare in tranquillità, nostra e dei nostri genitori, visto che lo spazio era completamente recintato, al sicuro da molti pericoli. 

Siamo stati istruiti nel gioco del tennis, della preparazione atletica, del calcetto, del nuoto.

Quasi tutto il tempo libero era dedicato a vivere questo spazio, come un piccolo paese nel più “grande paese” che era EUR.

La corrente del mare della vita mi ha portato poi lontano da lì, in una zona di Roma agli antipodi, nel salotto buono della città. Spazi diversi, persone diverse, una differente aria da respirare.

Inaspettatamente un messaggio, ricevuto settimane addietro da una amica del periodo, mi riportava a quei tempi, in quei luoghi, con quegli amici di infanzia per rivedersi ancora dopo quasi 40 anni per una serata insieme.

La mia Personalità ha iniziato subito a lavorare insinuando paura del tempo passato, dei segni del tempo sui nostri visi, di non riuscire a ricordare i nomi. 

Un prezioso insegnamento ricevuto dalla mia Guida mi ha impedito di dare energia a tutto questo. 

Andare oltre, oltre la storia che racconta la Mente, oltre quello che faresti seguendo quella voce: “meglio non andare, chissà come ti vedrebbero, chissà chi riconosceresti……”

Avere il coraggio di rimanere lì fermo e andare a vedere con gli occhi e la curiosità del bambino, della mente che non sa. 

60 persone si sono ritrovate nel nostro circolo quella sera ed è accaduta la magia.

La magia del sostare tutti al di fuori della palazzina sociale aspettando l’arrivo, uno dopo l’altro, di tutti noi per abbracciarci, ridere, scherzare come se non ci fossimo mai lasciati per 40 anni.

La magia del riconoscersi tutti andando al di là dei segni che il tempo ha lasciato sui connotati fisici.

La magia del dimenticare tutti i piccoli screzi, le antipatie reciproche, gli odi scatenati dalla competizione sportiva come se non fossero mai esistiti.

La magia del condividere un pasto tutti insieme, nella splendida terrazza, ricordando tutti quelli vissuti per festeggiare insieme, partecipi di una squadra, una vittoria ottenuta. 

La magia del rendere omaggio, con una standing ovation spontanea e coinvolgente, il nostro Maestro di Tennis ed il nostro Preparatore Atletico che, a detta loro e di tutti noi, sono stati dei padri putativi che si sono assunti la responsabilità di donarci i tesori che li hanno portati a quei risultati: la necessità del sacrificio, della volontà per riuscire ad ottenere dei risultati sul campo da tennis, ma anche l’affetto di un abbraccio e di parole amorevoli dopo una sconfitta.

Nei pensieri e nelle parole di tutti quanti noi c’è stata un’assonanza che esprimeva gratitudine per quello che ci era stato donato e abbiamo vissuto grazie ai nostri genitori, la gratitudine verso i nostri maestri che non sono stati solo maestri di sport ma maestri di vita, la gioia di aver vissuto in un angolo di paradiso ma di aver avuto il privilegio di aver potuto assaporare cosa vuol dire vivere in comunità. Comunità di intenti, comunità di valori di vita che tengono conto del rispetto per l’altro e le sue necessità, che si ottiene solo imparando a vivere del tempo insieme, gioendone.

La gioia del rivedersi si nutre proprio di questi sentimenti superiori, allora si vibra tutti insieme per risonanza e per sempre, producendo un’eufonia.

Allora nasce la concordia che significa cum cordis ossia con i Cuori.

La mia Guida questo mi ha insegnato, far tacere la Mente e nel silenzio far parlare i Cuori.

Questa è la strada. 

Ma quanti di noi si sentono di affrontarla?

La resurrezione

Questo evento ha da sempre catturato la mia attenzione e scatenato una serie di interrogativi ai quali nessuno è riuscito a dare risposta.

Mi facevo queste domande perché, da credente in Cristo, le risposte che mi venivano date, anche dalla Chiesa Cattolica, lasciavano dentro di me delle grosse incognite.

Le domande che si affacciavano alla mia attenzione erano: con la morte del corpo fisico cosa succede dopo? Dove andiamo quando lasciamo questa terra?

Il cattolicesimo, religione predominante dove sono nato, mi spiega che tutti coloro che hanno lasciato questa terra rimangono in attesa della Resurrezione dei Morti e del Giudizio Universale nel quale Dio deciderà quale posto ci verrà assegnato nel Mondo Celeste.

Dentro di me questa notizia produceva una sensazione di cupezza, di paura del giudizio che si intrecciava all’ansia del dovere attendere chissà quanto tempo prima che questo succedesse.

Il Maestro Aivanhov, in alcuni suoi testi, arriva a chiedersi: possibile che una moltitudine di miliardi di miliardi di morti, quali si sono succeduti nelle epoche, attendano da tempo immemore tutto questo? 

Se il pensiero costruisce la nostra realtà, immaginate tutti coloro che stanno credendo e aspettando tutto questo quanto possano vagare e attendere ciechi a tutto l’altro che si manifesta!!!

E ancora: possibile che una Entità Suprema, che ha creato tutti gli universi e tutto quello che noi sperimentiamo, in perfezione assoluta di continuo cambiamento e movimento, nei livelli più infinitesimali come nella vastità sconfinata, abbia potuto concepire un tempo inimmaginabile di attesa nel nulla per un numero impensabile di Esseri?

Se è vero come è vero che Dio Infinito Benedetto ci ama, come interpretare la Resurrezione dei Morti e il Giudizio Universale?

I Maestri ci avvertono che le Scritture Sacre vanno interpretate con consapevolezza e attenzione.

Non si sta parlando di eventi che sono lontani, tanto lontani da essere la fine. 

Essi vanno interpretati nella realtà di continuo cambiamento e movimento, dalle più piccole nostre particelle alle galassie e agli universi, nella perdurante successione di accadimenti in cui viviamo.

Ogni istante risorgiamo e ogni istante siamo sottoposti al giudizio, inteso solo come constatazione reale di quello che ci accade nel nostro universo interiore.

Nelle frequenze che regolano il nostro mondo non esiste l’immobilità, la stabilità, il “per sempre”.

Sperimentiamo la trasformazione continua ed incessante di tutto l’esterno circostante e, nello stesso tempo, di tutto l’interno a noi inerente, in un gioco continuo di nascita e di morte e di rinascita.

Espressione della continua dualità in cui siamo immersi. 

Guardiamo il nostro corpo, guardiamo la natura intorno a noi.

Pensiamo alle meravigliose capacità rigenerative del nostro organismo in cui migliaia di cellule ogni giorno muoiono per essere sostituite da altre, alle ferite inflitte nella nostra pelle che, dopo qualche tempo, spariscono sostituite da altra pelle rinata, pensiamo ad un albero che si addormenta ogni inverno spogliandosi delle proprie foglie per rinascere a primavera con altre nuove o al seme che, per poter dare origine alla vita della pianta, si spacca e muore. 

Questa è resurrezione. Resurrezione della vita.

La vita che si trasforma e viene sostituita da altra vita.

Questo è l’orrore e la bellezza del mondo in cui viviamo, questo è ciò che ci rende realmente vivi.

Sapere che non siamo solo ciò che muore e ciò che rinasce in questo mondo ma che una parte di noi, ai più sconosciuta, non fa parte di questo mondo ma è immortale.

Il viaggio che ognuno di noi è venuto a compiere è quello di scoperta, continua, incessante, instancabile di unirsi a questa parte ed esprimerla a beneficio, utilità e servizio di tutti.

Questo viaggio è Gioia, Pienezza, Felicità.

Ogni volta che scegliamo consapevolmente di abbandonare un comportamento nocivo, una emozione paralizzante noi moriamo a noi stessi per risorgere e rinascere ad un altro noi, diverso, più vicino a quello che siamo veramente.

E quando sorge una malattia, un dolore fisico, una sofferenza interiore quello è il giudizio/consiglio che il Cielo ci manda per metterci sull’avviso che ci stiamo allontanando dal nostro progredire. 

Come se avessimo smarrito la strada per tornare a Casa e trovassimo segnali per deviare dal nostro Cammino.

E quando lasciamo questo attuale corpo fisico risorgiamo alla nostra Natura Divina e raggiungiamo la nostra dimora dove resteremo per poi ritornare di nuovo, o sulla Terra o in altro pianeta.

Il ritorno sarà un giudizio/consiglio sulla nostra esistenza precedente, che ci permetterà di vivere sperimentando nuove resurrezioni e via via successive reincarnazioni per progredire verso la Luce fintanto che non avremo più bisogno di tornare ma di rimanere dove siamo.

Quello sarà il Giudizio Finale.

Il senso del Sacro nella vita quotidiana

Se sacro significa esperienza di una realtà diversa da quella in cui siamo immersi e ci muoviamo quotidianamente sulla terra.

Se sacro significa il ritorno all’Origine Celeste da cui poi discende tutto ciò che sperimentiamo nella nostra esistenza quotidiana, rimango perplesso e allibito anche solo uscendo da casa.

Come posso trovare sacralità camminando in un fiume di persone che corrono trafelate come se stessero fuggendo da una calamità naturale, che urlano e inveiscono contro un loro vicino per un motivo inesistente, che passano indifferenti di fronte a qualcuno che è a terra a causa di un malore, che girano come automi con gli occhi incollati sullo schermo del loro dispositivo elettronico incuranti di tutto quello che succede “realmente” intorno a loro?

Mi sembra evidente che il sacro non è presente in tutto questo.

Allora dove sta oggi la sacralità?

La trovo nelle istituzioni, nel governo del paese dove delle persone chiamate “onorevoli” si danno ad una guerra senza esclusioni di colpi, per la prevalenza della fazione che rappresentano, vomitando insulti e architettando faide di palazzo, “dimenticandosi” il motivo, anzi la missione, per cui si trovano dove si trovano?

La trovo nella Sanità che dovrebbe assistere e curare coloro che si trovano in malattia e non crearla in laboratorio per poi diffonderla su tutto il genere umano a vantaggio di poche, potentissime persone, distribuendo l’antidoto che dovrebbe salvarle e che invece le rende ancora più deboli e schiave?

La trovo nelle religioni che diffondono la Parola a cui non si fanno seguire le azioni dei propri Ministri che si macchiano invece di violenze morali e materiali su dei piccoli esseri indifesi e su donne trattate come schiave solo perché non si vestono come hanno richiesto?

La trovo negli Stati in guerra ancora oggi tra di loro per avere il controllo di un territorio e delle sue risorse per un interesse privato, depredando la Terra di queste risorse senza nessun rispetto e nessun amore, solo per la vittoria di IO a dispetto dell’altro?

Allora cosa posso fare di fronte a tutto questo?

Posso ricordarmi di Gesù il Cristo, del motivo per cui è venuto su questa Terra, di quello che ha accettato di sperimentare venendo qui, che è qualcosa che non ha niente a vedere con tutto questo. 

Posso ricordarmi di quello che ha detto: fai agli altri ciò che vorresti gli altri facessero a te. 

Questo mi fa salire all’Origine.

Basterebbe cercare di mettere in pratica queste poche parole meravigliose per vedere dissolvere tutta questa bruttezza e malvagità.

Questo ci fa salire in un luogo dove non esiste la separazione, la dualità del nostro mondo, dove cominciamo a percepire che siamo tutti Uno.

Certo non è facile, siamo tenuti tutti troppo occupati dai nostri problemi e dai nostri desideri quotidiani. 

C’è qualcuno che non vuole che ci si volti a guardare il punto da cui arriva la Luce. 

Vengono creati sempre più problemi, più difficoltà. 

Ecco allora la recessione, la crisi, il Covid, la guerra, l’inflazione, la possibile perdita del lavoro, la mancanza di denaro per poter andare avanti. 

C’è da comprare una nuova casa, una nuova auto, da raggiungere un lavoro con un guadagno superiore e il miraggio di una migliore vita.

E continuiamo ad essere topolini che girano nella ruota sempre più veloce.

Fai agli altri ciò che vorresti gli altri facessero a te. 

Come vi sentite quando lo pronunciate, quando lo immaginate? 

Io sento che il mio Cuore si apre, il mio respiro scende e si fa più profondo.

Sento una forza dentro di me che prima non c’era, una sicurezza, un calore.

Questa forza, questa sicurezza, questo calore mi spingono a cercare di portare il sacro in quello che faccio. 

Ed è sacro perché non è io solo per me. 

E’ per tutti, per tutti quelli che sentono crescere in loro il desiderio di cambiare e di provare quello che provo quando cerco di esprimerlo su questa Terra. 

La Legge di Affinità Vibrazionale

Se il Cammino dello Spirito si fonda sull’Amore dato agli altri Esseri e la conoscenza acquisita nel passaggio terreno, come mai tanti esseri umani, tra i quali me stesso, trascorrono gran parte o tutta la loro esistenza alla ricerca del raggiungimento di tutt’altro, nella negazione assoluta di questi valori fondamentali per la propria Anima?

Perché ci troviamo tutti immersi, fin da bambini, in una realtà in cui regna l’aggressività, la violenza, la prevaricazione, la competizione per arrivare prima degli altri, l’emarginazione perché si è in qualche modo diversi e non omologati, l’accaparramento di risorse (come denaro, cibo, potere) ben oltre il reale bisogno e la possibilità di un essere umano in una vita?

Ricordo ancora oggi un’esperienza avuta durante una vacanza estiva in un villaggio turistico nel mare di Puglia. In questi luoghi i pasti si consumano collettivamente e le pietanze, numerose ed abbondanti, vengono lasciate su dei buffets in modo che ci si possa servire da soli. Già mezz’ora prima dell’orario di apertura dell’area adibita al pasto si formava un capannello di persone che si accalcavano all’entrata dello spazio per poter correre “per primi” a rifornirsi di cibo. Nella ressa, che si creava necessariamente attorno ai tavoli con le pietanze, ho visto uscire delle persone con dei piatti riempiti all’inverosimile di una quantità assurda di cibo, come se non mangiassero da giorni. Quei piatti non venivano terminati, ma se ne mangiava una piccola quantità, lasciando il rimanente, correndo poi in tutta fretta a riempire un nuovo piatto di altro cibo che non si sarebbe riusciti a mangiare. 

Questa è la reazione a cui tutti noi, incoscientemente, siamo indotti come se fossimo cani di Pavlov.

Sì, perché siamo sovrastati da immagini ripetute ossessivamente di conflitti, di malattie, di virus, di carestie, di uccisioni anche per futili motivi, di violenze, di torture e atrocità su altri esseri, spesso indifesi, nonché di messaggi pubblicitari condizionanti e tambureggianti che creano bisogni inesistenti.

Quale scopo ha la diffusione di tutto questo su tutti gli organi di informazione e sui mezzi televisivi?

Ha a che fare con il Principio della Affinità Vibrazionale.  

L’Affinità Vibrazionale è quella legge per cui se si fa vibrare un diapason accordato in La e si tiene vicino un altro diapason accordato in La, quest’ultimo, dopo poco, inizierà a vibrare anch’esso per risonanza senza essere stato toccato.

Un corollario di questa legge è: ciò che riceve Attenzione, riceve Energia; ciò che riceve Energia, cresce e si espande sempre di più dentro di noi. 

Tutte le immagini a cui diamo l’attenzione dei sensi, ricevono Energia dentro di noi e provocano una risposta emozionale di paura, di rabbia, di odio, di pace, di gioia, di Amore, di desiderio che ci fa vibrare alla stessa frequenza emessa dalle immagini.

Una volta generata in noi la risposta emotiva vibrazionale essa si replicherà poi nelle azioni della nostra vita che risuoneranno a quella frequenza vibratoria.

Lo scopo della diffusione nei media di tutto il mondo di immagini e racconti generanti paura, rabbia, odio, indignazione, tristezza, che sono per lo più emozioni a bassa vibrazione, è di condizionarci a reagire per risonanza vibrazionale mantenendo la nostra Energia bassa per poter essere manipolati.

Quella diventerà la nostra realtà con cui ci esprimeremo nella nostra vita e i risultati sono sotto gli occhi di tutti noi.

Ma come veniamo condizionati a vibrare con le emozioni più basse possiamo scegliere di vibrare con le emozioni a più alta frequenza e a creare la nostra realtà di vita a partire da lì.

Come mai nessuno finora mi ha parlato di questo principio fondamentale e sono stato costretto a viverne all’oscuro muovendomi in un pantano emozionale?

Come mai nessuno della maggioranza degli esseri umani sembra averlo fatto nella vita ?

Alcune risposte me le sono date e da quel momento ho scelto di utilizzare il Libero Arbitrio per selezionare accuratamente a quali immagini, a quali racconti, a quali emozioni voglio concedere la mia Attenzione e la mia Energia e con le quali risuonare per creare la mia Vita.

E lo stesso dovremmo fare tutti per dirigere la nostra Energia e il nostro Potere coscientemente evitando di creare il mondo che tanti, troppi di noi incoscientemente stanno vivendo.

Immaginate se i nostri figli e i nostri nipoti fossero istruiti su questo e fossero guidati a dare Energia alla parte più nobile, più vera di noi stessi!! 

Quando questo succederà si aprirà la porta del Nuovo Mondo.

Il Padre e la Madre e il padre e la madre

Veniamo su questa Terra ad indossare dei veicoli fisici attraverso l’unione del maschile e femminile.

La procreazione, come dice la parola stessa, è l’atto attraverso cui vengono creati gli strumenti che ci permetteranno di prendere il contatto con questo mondo.

La crescita del nostro essere naturale, come involucro di quello spirituale, è affidata alle cure della madre e del padre. 

Solo oggi so che essi dovrebbero instillare dentro di noi i semi che ci possano permettere poi di far crescere il nostro corpo, la nostra mente e la nostra anima in accordo tra di loro.

Come il Mahatma Gandhi disse: “la felicità è quando ciò che pensi, ciò che dici e ciò che fai sono in armonia”.

Attraverso questo immane lavoro i genitori dovrebbero consentire ai propri figli di poter poi esprimere il compito, scelto nell’aldilà, che hanno deciso di sperimentare e risolvere sulla terra.

Nella mia personale esperienza sono cresciuto acquisendo, man mano che passavano gli anni, la sensazione che i miei genitori mi costringevano a creare dentro di me una struttura a cui aderire che in qualche modo generava una dissonanza sempre più forte con un’altra parte presente dentro di me. 

Una parte di me desiderava esprimersi in piena libertà con gioia, con entusiasmo, con curiosità e questa parte veniva in conflitto con questa struttura che si stava creando che imponeva delle regole, dei comportamenti, delle costrizioni, dei doveri a cui doversi conformare. 

Più passava il tempo e più la frattura diveniva importante. Nasceva dentro di me il forte dubbio che i miei genitori volessero la mia felicità e parimenti la sensazione che questo loro modo di comportarsi fosse in qualche modo incoerente.

A questa frattura ho risposto rinnegando quello che sentivo per lo Spirito scegliendo di seguire i consigli, i voleri dei miei genitori con la speranza di essere da loro amato.

Ho poi scoperto che moltissimi figli hanno sperimentato dentro di loro il generarsi questa frattura e sentito questa incoerenza.

E’ come se, venendo al mondo, noi portassimo i semi della conoscenza delle figura archetipica del padre e della madre nella nostra essenza che in qualche modo rimanda alla perfezione del Padre e della Madre Celesti.

E noi cerchiamo questa magica perfezione nei nostri genitori terrestri, ricerca infruttuosa ed improbabile che può condizionare anche tutta la nostra vita.

Come si reagisce alla constatazione che nostro padre e nostra madre non sono come il Padre e la Madre?

C’è chi si sottomette alle regole, ai dettami, c’è chi si ribella, c’è chi trova delle vie di fuga nelle emozioni tossiche (fumo, sesso, droga, alcool, denaro, potere), c’è chi smette di farsi domande e trascorre la sua vita nuotando in superficie. Ma in ogni caso c’è una generazione di una quantità impressionante di sofferenza che, molto spesso per fortuna, può aprire il nostro cuore al coraggio di trovare una nuova strada.

E’ normale che sia così perché i nostri genitori terreni, in quanto esseri umani naturali e a meno che non abbiano iniziato da relativamente giovani a lavorare per il loro Spirito, si portano dentro tutta una serie di ferite e di eredità emozionali familiari non risolte che offuscano la loro chiara visione, e che, se non viste e lavorate, si trasmetteranno in eredità ai propri figli.

Per la mia personale esperienza queste dinamiche si sono ripetute con una precisione ed una puntualità impressionanti nella mia vita tanto da farmi pensare che stessi vivendo la vita di mio padre piuttosto che la mia. E si ripetono con una sincronia e una precisione assolute anche negli incidenti che costellano la vita di qualcuno di noi e dei suoi familiari, anche nelle malattie che si ripetono identiche di generazione in generazione con gli stessi esiti finali.

Partendo allora dalla constatazione che mio padre e mia madre non possono essere il Padre e la Madre gran parte della mia rabbia, della mia delusione si è magicamente dissolta perché ho capito profondamente che hanno fatto tutto quello che potevano, come potevano, quando potevano e li ringrazio per quello che hanno fatto e così sia.

Però è nata anche la convinzione che lo sviluppo delle anime appena arrivate non può essere affidato a chi non ha fatto un percorso di purificazione della sua. Spesso, a causa della vita che oggi siamo costretti a vivere che di fatto impedisce od ostacola questo percorso, non possono essere i genitori naturali ad occuparsene. 

Il Libro dell’Amore

Che cosa hai fatto nella tua vita terrena che tu possa mostrarmi?

Che cosa hai fatto nella tua esistenza che ti sembri sufficiente?

Questo ci verrà chiesto dalle nostre Guide e dalle Gerarchie Superiori quando saremo aldilà.

Ripercorrendo la nostra vita appena terminata non avrà valore quale professione avremo fatto, quanto danaro avremo guadagnato, quante cose possederemo, se saremo stati eminenti uomini di scienza, di spettacolo, di politica, se avremo raggiunto notorietà, fama e potere nei confronti degli altri esseri umani. Certo tutto questo non sarà da rinnegare ma da utilizzare per raggiungere l’unica cosa che conterà.

L’unica cosa che conterà sarà se saremo stati in grado di aprire il Libro dell’Amore e scriverci sopra la nostra storia.

Pochi giorni orsono ho avuto modo di riascoltare un brano di un noto musicista e viaggiatore.

Il brano è the Book of Love ed il suo autore è Peter Gabriel. Il brano è presente nella colonna sonora del film Shall we dance in cui accompagna e celebra uno dei più bei passi della pellicola.

Il testo ha assunto un nuovo significato per me ora: è il dialogo tra un essere umano e la propria Essenza Solare.

Il libro dell’Amore è lungo e noioso

Nessuno riesce a sollevare questa dannata cosa

E’ pieno di diagrammi, di avvenimenti, di immagini e di istruzioni per danzare

Ma io amo quando me lo leggi 

E mi puoi leggere qualsiasi cosa

Il Libro dell’Amore contiene della musica

Infatti è da lì che viene la musica

Qualcuna è trascendentale

Qualche altra davvero stupida

Ma amo quando me la canti 

E mi puoi cantare qualsiasi cosa

Il libro dell’Amore è lungo e noioso

E scritto moltissimo tempo fa

E’ pieno di fiori e scatole a forma di cuore 

E cose che siamo troppo giovani per conoscere 

Ma amo quando mi dai qualcosa 

Dovresti darmi degli anelli nuziali.

L’invito è quello di tentare di aprire il Libro dell’Amore per scrivere la nostra storia di Amore.

L’invito è a non lasciare questa terra senza aver suonato la propria musica, danzato la propria danza, cantato la propria canzone.

Perché c’è una canzone per ogni cosa dell’Universo.

E quando ci apriamo a cantare la nostra canzone siamo allora in grado di poter ascoltare le canzoni di tutte le altre creature.

E quando siamo in grado di poter ascoltare le canzoni degli altri esseri cominciamo a percepire i fili d’oro e d’argento che ci collegano gli uni agli altri. 

E non ci sono io e ci sei tu, ma siamo tutti insieme a formare un tessuto impalpabile, luminoso, indistruttibile e magico come il bisso.

L’invito, soprattutto in questo momento storico, è ad uscire dalla rete della paura, dell’odio, della rabbia, della noia, dell’insoddisfazione e della ricerca insaziabile di nutrire Io, solo per me, per aprirsi ad atti di Amore senza condizioni nei confronti di coloro che stanno facendo questo viaggio insieme a noi.

Amore incondizionato vuol dire che dò senza aspettarmi nulla in cambio.

Amore Superiore che non è diretto verso un solo essere e non va a nutrire i suoi risvolti terrestri anche se estremamente appaganti.

E’ Amore che si irradia come Sole verso tutti e verso tutto e per risonanza porta tutto quello che sta intorno ad adeguarsi alla sua vibrazione.

Ma per farlo bisogna prendersi cura della nostra Essenza ferita, avere il coraggio di starle accanto e di farle esprimere, osservando, tutto il dolore, la sofferenza, le emozioni reattive che genera nelle interazioni con gli altri esseri senza farsi dominare dalla paura e dalla voglia di scappare per poterle così liberare. 

Vedere come si è fatti veramente, al di là di ciò che la nostra mente costruisce, è uno shock che lascia senza fiato e inebetiti per un po’ di tempo.

E’ un atto di fede, un salto nel vuoto per andare a vedere cosa c’è oltre quello che ho costruito con la mente e che ha regolato la mia vita fino ad ora, per uscire fuori dai confini del mio orto.

A partire d’allora avviene la magia dello stare insieme quando tutti i legacci che trascinano verso le emozioni più basse si allentano e si inizia a percepire il tessuto di fili d’oro e d’argento che ci uniscono.

Allora si inizia ad assaporare la pace, la gioia, la calma e il volere il bene dell’altro.

Quando saremo al cospetto delle Potenze Superiori ci verrà chiesto cosa avremo scritto nel Libro dell’Amore.

Non aspettare

E’ un’esortazione che diventa presenza inseparabile quando si realizza che la morte ci accompagna sempre, ogni giorno della nostra vita. 

Il giorno 6 maggio 2018 ero alla guida dell’auto, nella foto, insieme alla mia compagna ed al nostro cane. 

Eravamo di ritorno da una visita ai nostri nipoti che vivono a Vienna. 

Partiti di notte, stavamo viaggiando sull’autostrada quando, a causa di un colpo di sonno, l’auto è uscita dalla sede stradale a 120 km l’ora, ha percorso un tratto di sterrato sulla destra, è passata sotto un enorme cartello pubblicitario, sfondandone un supporto con il muso, ha proseguito fuori strada per un altro tratto e poi, fortunatamente, sono riuscito a riportarla sulla sede stradale. 

Ho realizzato subito di aver ricevuto dei grandi doni dall’Infinito. Se il materiale, di cui era composto il supporto del cartellone pubblicitario, che l’auto ha sfondato, non fosse stato d’alluminio ma di ferro dove sarei ora? Dove sarebbero la mia compagna ed il nostro cane? 

Nonostante stessi spesso vicino alle persone morenti mi è stato ricordato, in un modo che non potrò mai dimenticare, che anche io sono su questa terra momentaneamente e che la posso lasciare istantaneamente. 

Questo dentro di me, invece di gettarmi nello sconforto e nella disperazione dell’accaduto, ha generato un senso di gratitudine per aver avuto l’opportunità di restare qui a lavorare su di me e per gli altri, per aver avuto il regalo di avere ancora accanto a me l’amore di questa vita e il nostro cane meraviglioso. 

Mi ha insegnato a non dare mai niente per scontato. 

Non era importante che l’auto fosse distrutta, che saremmo dovuti tornare a casa con altri mezzi, che non avremmo più avuto un mezzo con cui spostarci, che avremmo dovuto pagare i danni prodotti.

La gratitudine e la gioia di essere ancora qui ed ancora insieme erano così pervasive che spesso nei giorni successivi la mia compagna ed io ci siamo abbracciati stretti da amore e riconoscenza. 

Insieme a questo si incrinavano le mie maschere e le mura che avevo costruito con l’idea di non soffrire, ma che costringevano la mia Anima in un luogo arido. 

Da allora la domanda che compare spesso alla mia attenzione è: che cosa è veramente importante qui, in questo momento che sto vivendo? Che cosa farei ora se domani non ci fossi più?

Non aspettare è in questo senso, per me. 

Non aspettare a dire ti amo alla persona che ami…..

Non aspettare ad abbracciare tuo padre, tua madre per il solo fatto che ti hanno messo al mondo…

Non aspettare a stare accanto a tuo figlio, tua figlia con gratitudine, guardandolo/a fare ma senza interferire….

Non aspettare a seguire quello che la tua Anima ama creare……

Non aspettare a celebrare la vita sempre, godendo del calore del sole, del profumo del mare, dell’odore della terra bagnata dalla pioggia, del vento che agita le foglie degli alberi, del bambino che piange e ha bisogno di protezione, del morente che geme e ha bisogno di una carezza e di un bacio…..

La nostra Personalità tende sempre a farci rimandare usando lo stratagemma: non è necessario che tu lo faccia adesso, dopo c’è tanto tempo?

Ma così facendo non ho potuto salutare mio padre e dirgli quanto lo amavo perché è andato via con un infarto mentre ero all’estero per lavoro, non ho potuto dire a mia madre che la capivo e la amavo perché fuggivo ancora dalla morte….

Un antico mito babilonese “Appuntamento a Samarra” recita: “Un mercante di Baghdad invia un servo a fare provviste al mercato; l’uomo ritorna poco dopo a mani vuote tremante di paura, raccontando al padrone che una donna nella folla lo aveva urtato; guardandola, aveva riconosciuto la Morte. Mi ha fissato e ha fatto un gesto di minaccia, perciò prestami il tuo cavallo che cavalcherò lontano da questa città per evitare il mio destino. Andrò a Samarra, dove la Morte non mi troverà. Il mercante prestò il cavallo al servo che in tutta fretta se ne andò. Più tardi il mercante andò a fare spese al mercato. Lì vide la Morte e le domandò perché avesse minacciato il suo servo. Non era un gesto di minaccia, replicò la Morte, ma un moto di sorpresa. Ero stupita di vederlo a Baghdad perché stasera ho un appuntamento con lui a Samarra.”

Pandemia

Gli avvenimenti, che stanno accadendo nella nostra società civile mondiale da circa 1 anno a questa parte, stanno mettendo la gran parte di noi esseri umani forzatamente di fronte a tutto ciò che proprio la gran parte di noi cerca di fuggire accuratamente per tutta la vita: il contatto con la malattia e con la morte.

Il mondo in cui viviamo è ormai ipertecnologico e l’accesso all’informazione è semplice e a disposizione di quasi tutti, anche nei più remoti angoli della nostra terra.

Quindi è sufficiente accendere una TV, navigare sul web o leggere un giornale per sapere cosa ci potrebbe succedere se entrassimo in contatto con questo virus. 

Sulla base di quanto è accaduto e sta accadendo e per evitare la possibilità di essere contagiati è stato ritenuto indispensabile limitarci negli spostamenti, rimanere chiusi dentro le nostre case e uscire solo con il nostro viso coperto e ad una certa distanza gli uni dagli altri.

La nostra vita precedente era una vita di relazione, piena di tanti incontri, divertimenti, viaggi, spettacoli, tanto lavoro frenetico, tanti spostamenti, fare contemporaneamente due o tre cose insieme, come guidare e mandare un messaggio con il cellulare, generando voracemente molteplici desideri in un vortice senza fine, cercando l’appagamento e provando la sofferenza del non poterlo avere, oppure la sazietà nell’averlo avuto sentendo subito dopo rinascere quello stimolo a cercare qualcos’altro. 

Da un certo momento in poi abbiamo potuto sperimentare cosa vuol dire la reclusione

Non per una scelta volontaria come gli asceti, gli eremiti, alcuni sacerdoti ma per costrizione come detenuti.

La detenzione nel passato remoto era però accompagnata anche da pesanti lavori fisici, chiamati appunto lavori forzati, attraverso cui il detenuto avrebbe così raggiunto una correzione ai suoi comportamenti non aderenti alle Tavole della Legge Civile. 

La percezione dello scorrere del tempo tra la mia vita precedente e la mia vita da recluso è drasticamente cambiata ed è come se il tempo si fosse rallentato. 

Rallentando e non potendo io fuggire è come se le acque di un mare in tempesta, a causa della frenetica attività, a poco a poco si placassero e lentamente si facessero più chiare permettendo di vedere il fondo. 

Vedere il fondo di se stessi può essere terribile tanto da chiedersi: possibile che dentro di me c’è tutta questa sofferenza, tutto questo desiderio, tutta questa avversione, rabbia, gelosia, paura, depressione, apatia? Lo è stato sicuramente per me. Ho realizzato che avevo la possibilità di scegliere se stare con quell’orrore che si presentava a me o scappare tuffandomi nel passato, rimanendo ancorato alla soddisfazione dei miei desideri o alla disperazione nel non averli raggiunti sperando di poter tornare a vivere la vita che vivevo prima, finita la reclusione.

E’ la stessa possibilità, con altra intensità, che è stata data a Nelson Mandela.

E’ la stessa possibilità che è data ad ognuno di noi. 

Sta a noi scegliere quale strada percorrere. 

Fortunatamente, essendomi stati trasmessi degli strumenti utili con i quali lavorare con ciò che si presenta dentro di me, ho scelto di lavorare con quello che c’è qui ed ora e li considero quindi i miei lavori forzati attraverso i quali l’Entità Superiore, da cui proveniamo, mi sta suggerendo la via da percorrere per raggiungerla.

Da questo punto di osservazione, guardando oltre, riesco a sentire la giustezza di quanto sta avvenendo dentro di me e la certezza che tutto questo è per il Bene, non solo mio ma di tutti gli esseri viventi. Lo considero un invito che le Potenze Superiori ci stanno facendo per prendere consapevolezza di quello che si agita dentro di noi e cercare di liberare, per salire di un gradino nella scala della evoluzione dello Spirito.

Lavorando con pazienza e con coraggio dentro le mie mura, quando poi mi è concesso di uscire fuori per ”l’ora d’aria”, trovo i miei sensi attentissimi a percepire per non perdere nulla di quello che ho davanti perché so che non potrà durare a lungo e dovrò rientrare nella reclusione.

Udire il rumore della risacca che si frange sulla riva, annusare il profumo del mare, sentire il bruciore della mia pelle al sole, sentire la sabbia bagnata che scricchiola sotto le piante dei miei piedi e il vento che accarezza il mio viso è motivo di sorpresa, di gioia e di gratitudine. 

Una semplice gita e la vista, che ho scelto come accompagnamento a queste parole, è allora Celebrazione di qualcosa di Sacro, qualcosa che rimane scolpito nella mia memoria a cui potrò accedere quando il mare dentro di me si farà agitato. 

La mente che non sa

La mente che non sa è un Koan del buddismo Zen, in poche parole un’affermazione paradossale che diventa oggetto di meditazione.

La mente che non sa, per Frank Ostaseski, il pioniere dell’accompagnamento alle persone morenti, è un’attitudine che è fondamentale per chi vuole accompagnare e con la quale sto imparando a fare amicizia. 

Siamo abituati ad avere esperienza della mente che sa

La mente che sa è la mente che gestisce, controlla, organizza, cataloga quasi tutte relazioni che noi abbiamo con l’esterno. Crea ruoli, gestisce la risposta ad eventi, crea un senso di noi che poggia sul lavoro che svolgiamo, la posizione e le relazioni all’interno della nostra famiglia e delle comunità che frequentiamo e della società, un’immagine di noi stessi a partire dalle nostre emozioni passate e presenti e immagini delle persone che conosciamo in seno alla nostra famiglia e alla cerchia delle persone che hanno delle relazioni con noi. 

L’immagine del dipinto, che è stata gentilmente concessa dall’autore Rivale.0 per accompagnare queste parole, esprime istantaneamente tutto questo. Una serie di cassetti, di boxes, che occupano asfitticamente quasi tutto lo spazio, dietro cui si intravede un Essere che sta cercando di respirare e di esprimersi!!

La mente che sa ci costringe a vivere nel passato o nel futuro creando immagini delle persone che incontriamo derivate e costruite sulla base delle impressioni, emozioni, sentimenti generati in passato dalle interazioni con le stesse o desunte per analogia attraverso un lavorio puramente mentale. 

E’ la creatrice e la percettrice di maschere, di ruoli, di divise, di etichette e questo lavoro prende inizio in tutti noi a partire più o meno dai 6/7 anni.

Ma spesso la mente che sa ci impedisce di tornare indietro a scoprire chi siamo veramente.

Una recente esperienza avuta da una persona a me cara, un’amata sorella viaggiatrice, mi ha costretto ad entrare in contatto necessariamente con la mente che non sa.  

A causa di una caduta ella ha violentemente battuto la testa, ha subito un’operazione piuttosto complicata e, dopo essere rimasta in uno stato di incoscienza indotta per molti mesi, si è risvegliata lentamente dal sonno farmacologico. 

Dalla sua grande lavagna nera gran parte di tutto quello che era stato scritto nel passato prossimo è stato cancellato e ha dovuto fare e sta ancora facendo un lavoro immane per reinserire tessere di un puzzle che è stato disfatto. 

Le interazioni, avute con lei dopo il suo risveglio, mi hanno messo di fronte ad una persona che non è quella che avevo conosciuto, non ancora, non ci sono più le sue maschere, i suoi ruoli, i suoi atteggiamenti, quello che la sua mente che sa aveva costruito.  

La mia mente che sa non era pronta e si aspettava di trovare, più o meno, la persona con la quale aveva condiviso tanti e tanti momenti insieme, tutto quello, a lei inerente, racchiuso nel cassetto della mia mente. 

Ma non è stato così e ho sperimentato confusione, desiderio che “guarisse” e tornasse ad essere quella che avevo conosciuto, un senso acuto come di perdita. 

Questa “nuova” amica mi ha costretto a fare un movimento per non stagnare in quelle emozioni a bassa vibrazione. 

Mi ha portato a ricordare della mente che non sa

L’ho già coltivata con le persone che si avviano a lasciare i veicoli inferiori che naturalmente, dato il processo, si stanno liberando di tutte le sovrastrutture costruite nella loro vita per tornare alla Casa del Padre.

Mi sono aperto a stare con quello che c’è nel momento presente, qui ed ora, abbandonando il ritratto che la mente che sa aveva costruito. 

Ella, per me, è la Maestra del presente che mi insegna ad essere aperto, ricettivo, ad usare i miei sensi e le percezioni…. e basta.

E stando lì succede un miracolo!!

Davanti a me trovo un’Essenza magnificamente pura, risplendente, semplice, diretta, libera che, per risonanza, fa vibrare la mia Essenza di Amore Puro per la gioia di essere lì e ridere delle piccole cose. 

La mente che non sa è la mente del bambino curioso, totalmente attento, immerso nel presente, libero, leggero, giocoso e gioioso.

La mente che non sa ha le chiavi per scoprire quello che noi siamo veramente.

La mente che non sa risiede nel cuore. 

Per arrivarci bisogna spogliarsi e indietreggiare.

Nella rugiada delle cose da poco il Cuore conosce la freschezza del proprio mattino (Khalil Gibran)

Cosa vuol dire accompagnare?

Accompagnare nel senso comune vuole dire andare con una persona per farle compagnia o proteggerla.

Per me accompagnare una persona, che si sta avviando all’ultimo periodo della sua esistenza terrena, è la massima espressione del servire. 

Nel mondo comune il servizio è considerato spesso come una forma di impiego delle proprie risorse di secondo piano, basti pensare ai ruoli del cameriere, della persona che pulisce il luogo dove si abita o si lavora. 

Anche io sono caduto in questo grossolano errore di valutazione guardandolo dalla prospettiva della Personalità.

Ma essendomi stato affidato questo compito in questa esistenza ho avuto la possibilità ed il privilegio di poter scegliere di cambiare la prospettiva da cui osservare il Servizio. 

Pensare che è proprio grazie alla mia Personalità se ho scelto di intraprendere questa strada!! 

Avere qualcuno che costantemente ti ricorda che non sei capace di fare nulla, sei un fallito, uno che nella vita non è riuscito a raggiungere nessun traguardo sia nel lavoro che nella vita affettiva, qualcuno a cui davo ascolto e credito mi ha indirizzato verso un’attività considerata di ripiego anche perché rivolta alle persone che la società “civile” etichetta come dei relitti alla deriva, una parte della popolazione che sopravvive nella società senza farne veramente parte. 

Ma avviandomi lungo questo sentiero sto scoprendo molte cose, la più importante delle quali è la differenza tra servire e aiutare

L’aiutare ci proietta nel futuro: aiuto qualcuno che, prima di tutto, ritengo sia più debole di me e desidero risolvere il suo problema per riportarlo ad essere come era prima. 

Questo, quando si lavora nel campo medico, equivale a dire curare per guarire.

Quanto spesso ho visto medici, infermieri e operatori sanitari aiutare e curare per guarire. Soprattutto ora che la medicina è divenuta supersettoriale si guarda a risolvere lo specifico problema relativo al nostro corpo fisico con un distacco emotivo, una noncuranza, una freddezza quando non si tramuta, e devo dire spesso, in una rabbia e in una fretta, dimenticandosi completamente che ci si trova davanti a un essere umano non un fegato, un polmone, un cancro alla mammella, non il 235, non lo scompensato, non l’infarto del miocardio.

La “pandemia” ha esasperato questi comportamenti rendendo palese tutto quello che si nasconde dietro ai ruoli. 

Accompagnando la mia compagna sulla soglia di un noto ospedale della capitale e non essendomi, purtroppo, permesso di proseguire all’interno, ella ha potuto sperimentare di persona tutto questo. Per recarsi alle casse, per pagare una visita specialistica, è caduta da una bassa pedana sul pavimento immediatamente sottostante e ha battuto un ginocchio con una recente frattura e il volto. 

4 medici, che stavano passando, si sono avvicinati e le hanno detto “signora si alzi” senza che nessuno di loro facesse il minimo accenno ad aiutarla a sedersi e a starle accanto da vicino, visto che evidentemente non riusciva ad alzarsi da sola. In questo caso si è perduta anche la spinta ad aiutare da parte di persone che hanno fatto un giuramento in tal senso!

L’aiutare e il guarire sono atteggiamenti che spesso hanno la loro radice nella Personalità, sono atti unilaterali, in cui non si vuole uno scambio e, per questo, prosciugano le nostre energie.

Il Servire è opera dell’Anima, è apertura di Cuore, è uno scambio. Attraverso di esso le nostre energie si rinnovano e si arricchiscono. Posso dirlo perché ho sperimentato come mi sento dopo che ho servito. Non mi sento stanco e dentro di me c’è un sentimento di quieta serenità, di giustezza, un sentimento di delicata gioia e una pace che deriva dal sentirsi sulla strada giusta, in Cammino. 

E’ uno scambio che mi dà il privilegio di ascoltare storie di vita intrise di ricordi e di sentimenti, mi porta dei doni e degli insegnamenti, inaspettati e preziosi per il mio Cammino, anche solo osservando, mentre inumidisco delle labbra arse dalla sete, asciugo una fronte imperlata di sudore, tengo una mano stretta nella mia. Per questo sempre più spesso porto attenzione e mi chiedo: sto aiutando o sto servendo? 

Questa domanda mi aiuta a percepire cosa c’è dietro l’impulso a compiere determinate azioni. Sto imparando a riconoscere quando cado nel desiderio di aiutare per veder finire la sofferenza che si trova davanti a me, desiderio spesso originato dalla paura della mia sofferenza di fronte alla sofferenza dell’altro. Sento la contrazione della paura e l’urgenza di scappare nel futuro o dal luogo in cui mi trovo e allora so che non sto servendo. 

Il Servizio riposa nel centro, nella calma, nel silenzio, nel vuoto, nel non desiderio, nello stare, nell’ascolto. 

Esprimermi partendo da lì e tentando di rimanere lì sarà il mio compito ora. 

Cosa vuol dire c’è vita nella mia vita ora?

Rispondere a questo suona paradossale, ma intimamente vero per me.

Sono stato condotto a chiedermelo dopo aver trascorso molti anni vivendo la mia vita come, credo, la gran parte di noi vive. 

Lavoro, lavoro, lavoro non desiderato, mangiare, dormire, attività sportive, ricreative, cinema, teatro, vacanze in montagna e al mare, hobbies. Soddisfacendo desideri progressivi: nuovo lavoro, nuova casa, nuova auto, nuovo computer, nuovo Hi-Fi, nuovo sport, nuova relazione amorosa, nuova tecnica spirituale, ora un figlio, guadagnare più denaro……….

Raggiunto un nuovo traguardo e soddisfatto il desiderio, il senso di appagamento e di godimento era poco duraturo, molto poco e a questo sapore mancava sempre qualcosa. Se poi l’obiettivo non era raggiunto l’implacabile giudice interiore emetteva la sentenza: sei incapace, inadeguato e non puoi ricevere amore, assaporando l’amaro della sconfitta e della punizione.

Questa sensazione di mancanza di qualcosa mi spingeva di nuovo verso la ricerca di altri obiettivi.

La spinta propulsiva ad utilizzare la mia energia in questo vortice era tale che prosciugava letteralmente le mie riserve energetiche.

Allora il mio organismo era costretto a staccare la spina con un esaurimento nervoso che mi rendeva incapace di pensare e agire anche le cose più banali della quotidianità.

In questo silenzio del corpo e della mente qualcosa dentro di me sussurrava: ha senso tutto questo? Ha senso vivere in questo modo? Possibile che la vita sia questo?

Purtroppo cercavo le risposte osservando le vite degli altri intorno a me, mi sembravano felici ed ignari che potesse esserci una alternativa.

Il meccanismo comunque doveva continuare a girare: pagare la casa, andare al lavoro, provvedere a sostentarsi e sostentare la propria famiglia, mantenere lo status sociale raggiunto…..

Ho realizzato che avrei potuto trascorrere tutta la mia vita in questo modo diventando un automa senza un briciolo di energia a disposizione per fare altro.

Ma la sofferenza era tale che ho dovuto necessariamente percorrere un altro Cammino. Ho dovuto cercare un’altra strada.

Non fuori di me ma dentro di me. Un sentiero che mi portasse nel luogo dove, nel silenzio di malattia, mi potessi provare ad avvicinare per sentire quella voce che sussurrava: che senso ha vivere così?

Un Cammino reso ancor più difficile dal Guardiano Interiore messo a protezione di questa zona, creato per non permettere di arrivare a sentire questa sofferenza e quello che c’è dietro.

Nella vita ordinaria spesso ci sono eventi che costringono ad uscire dal sonno della routine quotidiana per svegliarci alcune volte in modo deciso, spesso brutale.

Nella mia personale esperienza sono stati i ripetuti e frequenti esaurimenti nervosi, un incidente in moto che ha danneggiato seriamente il mio corpo fisico costringendomi a stare fermo in un letto per diversi mesi, una caduta in montagna con diverse costole rotte, un’uscita di strada con l’auto che viaggia a 120 km orari e da ultimo la recente pandemia che ha costretto tutti noi a stare isolati dentro le nostre case per diversi mesi. 

Si potrebbe pensare che siano state delle disgrazie.

Io li considero come inviti attraverso cui l’Infinito mi ha detto: sveglia!!; guarda bene nella tua vita; accendi la luce per vedere cosa c’è dentro di te, dove stai andando? Sei sicuro che sia la direzione giusta? 

Questo Cammino non è facile, non sempre è piacevole ma è necessario per andare a liberare dal dolore e dalla sofferenza quella parte di noi che è chiusa nella botola, per toglierci la corazza e sentire il nostro cuore che batte, per far cadere le maschere che ci hanno costretto ad indossare per essere amati. 

E prendere la nostra parte bambina, che è la verità di quello che siamo realmente, per portare i suoi sentimenti ed emozioni ad esprimersi nella vita reale ed in mezzo agli altri, per la gioia di Essere chi veramente siamo.

Per sentire lo stupore di fronte alla commovente bellezza di un tramonto, la tenerezza e l’Amore nello stringere la mano di un bambino, la gioia e la gratitudine di abbracciare un amico, la compassione nell’accarezzare il volto di un anziano malato.

Perché fuggiamo dentro di noi il contatto con la morte?

Credo che il fuggire dal contatto con la morte sia, per lo più, una risposta generata dalla Paura.

La paura della fine dell’esistenza umana, percepita dai nostri sensi, genera una risposta istintiva della parte più profonda del nostro cervello, il più antico, il cervello rettiliano.

Questo cervello è la sede degli istinti primari, il regolatore delle funzioni autonome del nostro corpo come la pressione sanguigna, la temperatura corporea ed il funzionamento di tutti gli apparati del nostro organismo (sistema cardiovascolare, sistema digestivo ecc.). E’ la parte del cervello incaricata di farci sopravvivere e risponde agli eventi esterni, giudicati pericolosi o stressanti per la nostra sopravvivenza, attivando una risposta di attacco o di fuga.

Questa risposta del cervello rettiliano è sollecitata da un’emozione sovrastante generata dal cervello mammaliano o mammifero o limbico. Questo è il cervello delle emozioni (rabbia, gioia, tristezza, paura….) ma è anche il cervello della nutrizione, del cibo (scarsezza, abbondanza) e del prendersi cura, come i mammiferi fanno, della prole.

Sopra questi due cervelli c’è la Neocorteccia che è il cervello della Scienza, della Musica, della Poesia, della creatività, della matematica; il cervello di Bach, di Mozart, di Einstein.

Il primo cervello lavora per lo più automaticamente ossia in assenza della consapevolezza, il secondo ad un livello intermedio, il terzo ad un livello massimo di coscienza. 

Il contatto con la morte viene interpretato e gestito, nella maggior parte degli esseri umani, solo dai primi due cervelli, a livello, quindi, quasi esclusivamente istintivo. Essi generano un’emozione di paura che viene risolta quasi sempre con la fuga, una fuga mentale piuttosto che materiale, adottando una strategia concatenata di pensieri, emozioni, azioni atte a distogliere e dirigere l’attenzione altrove.

Questo è quello che è accaduto nella mia personale esperienza negli anni precedenti al cammino interiore intrapreso. La paura mi ha costretto sempre a fuggire dall’idea della morte e anche solo della malattia pur avendola sperimentata spesso. Il non voler vedere questo imprescindibile aspetto della nostra natura umana ha generato in me una quantità impressionante di sofferenza emotiva.