La tragica ironia della morte

La mia attenzione va a tutti i grandi studiosi e ricercatori nelle varie specializzazioni nel campo della medicina.

Alcuni di essi hanno raggiunto grande fama e notorietà proprio per il contributo nella loro area di studio o ricerca che ha permesso di arrivare a scoperte che hanno aiutato migliaia di persone a guarire dalle loro malattie.

Questa dedizione per la ricerca e per il servizio alla comunità scientifica e umana non ha potuto però impedire ad alcuni di loro di morire a causa delle stesse malattie che hanno lungamente studiato e curato.

Eccone alcuni casi

Giovanni Maria Lancisi (1654-1720)
Un medico italiano di grande fama, che fu il medico di corte del Papa Clemente XI, noto per i suoi studi sulle malattie infettive, in particolare sulla malaria, e per le sue ricerche sulle malattie epidemiche. Si ritiene che Lancisi sia morto proprio di malaria.

René Théophile Hyacinthe Laennec (1781-1826)
Laennec è celebre per aver inventato lo stetoscopio, ma purtroppo morì a soli 45 anni di tubercolosi, una malattia polmonare infettiva che lui stesso aveva studiato e trattato.

George Papanicolaou (1883-1962)
Papanicolaou è noto per aver sviluppato il famoso “Pap test” per la rilevazione del cancro cervicale. Sebbene non fosse lui stesso un oncologo, lavorava intensamente con i pazienti che soffrivano di questa malattia. Papanicolaou morì a causa di un cancro al pancreas, uno dei tumori che tanto aveva cercato di studiare e prevenire.

Albert Calmette (1863-1933)
Medico e ricercatore francese, Calmette è noto per il suo lavoro sul vaccino contro la tubercolosi (BCG). Tuttavia, egli morì proprio di tubercolosi.

Christian Barnard

Il famoso cardiochirurgo sudafricano noto per aver eseguito il primo trapianto di cuore umano riuscito nel 1967, morì nel 2001 a causa di infarto miocardico, ovvero un attacco cardiaco. Barnard aveva sviluppato problemi cardiaci in precedenza.

Anna Maria Vaccari

Storica psichiatra italiana è morta nel 1991 a soli 47 anni a causa di un tumore al cervello. Vaccari era una figura di grande rilievo nel suo campo e aveva dedicato la sua vita alla cura delle malattie mentali, in particolare lavorando con pazienti affetti da disturbi psicotici e con problematiche complesse.

Anna Maria Vaccari

Nutrizionista italiana nota per il suo lavoro nel campo della nutrizione e per il suo approccio professionale nella cura e prevenzione di malattie legate all’alimentazione. È tristemente venuta a mancare il 16 gennaio 2021 per un tumore pancreatico, che l’aveva colpita da tempo e con cui ha combattuto per un lungo periodo.

Eva Proudman

È una tricologa clinica e fondatrice di un programma per donne dopo chemioterapia. Ha sofferto di telogen effluvium dopo un intervento bariatrico, perdendo metà dei capelli.

Sembra un paradosso morire per una malattia che si è studiata per tutta la vita, ma dalla prospettiva spirituale non è così strano.

Il nostro organismo è una macchina perfetta, un universo di miliardi di cellule e apparati che lavorano in sinergia perfetta tra di loro, a somiglianza dell’Universo che ci sovrasta e ci circonda, sottoposto alle stesse leggi.

Come sopra così sotto.

La malattia di un organo o di un apparato è un messaggio che il nostro corpo sta mandando per avvertirci che qualcosa nelle nostre cellule sta cambiando e ci suggerisce di porvi rimedio al nostro interno.

Porvi rimedio significa andare a rimuovere e trasformare le cause emozionali e mentali che stanno creando quello squilibrio che si sta manifestando nella materia del nostro corpo fisico.

Il ricercatore dello Spirito conosce bene questa legge. Il ricercatore nel campo della Medicina, se ignora tutto questo, può essere condotto a ricevere suggerimenti, provenienti dalla sua interiorità, di occuparsi di una determinata malattia proprio perché quella malattia lo riguarda.

Può sembrare una tragica ironia ma non lo è.

Allora una serie di domande si affacciano alla mia considerazione.

Chi muore della stessa malattia che sta studiando sugli altri può essere considerato un luminare e per luminare intendo una mente folgorata dalla Luce della Conoscenza?

Chi si preoccupa di curare sé stesso con l’intento di dare poi agli altri può essere considerato un egoista senza cuore?

E più in generale avere lo slancio verso gli altri, quindi verso l’esterno, è preferibile rispetto a pensare a ripulirsi prima dentro per non trasferire agli altri i propri problemi?

 

 

Vecchiaia

Che sapore ha la vecchiaia?

L’esperienza delle persone che assisto mi fa dire: ha un sapore amaro, di solitudine, di emarginazione, di rifiuto.

Mi ricorda quando, da bambino, si facevano le squadre per la partitella di pallone e rimanevo tra gli ultimi scelti a causa del mio aspetto grassottello. Spesso mi costringevo a fare il portiere, per poter partecipare, solo tra i pali a guardare gli altri giocare se non addirittura in panchina.

Ecco la vecchiaia la percepisco come essere in disparte a guardare tutti gli altri giocare.

È un fatto della nostra società che l’ultima parte della nostra vita, la più importante, dove si raccoglie il sale di tutte le esperienze essiccate al sole, venga trascorsa nell’indifferenza di chi ti passa accanto di fretta, correndo la corsa di un topo dentro una ruota; non visto, non ascoltato, come se te ne fossi già andato e restasse solo il fantasma di te, che vaga alla periferia dell’esistenza degli altri.

E questo è orribile e crudele, ma succede purtroppo anche dentro gli ospedali, luoghi destinati alla cura ed al benessere di chi vi si reca.

Anziani abbandonati a sé stessi su lettighe in mezzo a corridoi dove passa frettolosamente e continuamente personale di “assistenza specializzato” che non si preoccupa di chi sta soffrendo lì accanto, così vicino che basterebbe una parola di incoraggiamento, di compassione offerta in una frazione del proprio tempo così importante.

Alcuni di questi anziani passano oltre nella totale noncuranza di chi li circonda, abbandonati come scarpe vecchie.

Siamo tutti troppo focalizzati su noi stessi, iocentrici alla ricerca della soddisfazione nella materia, di rimanere a galla in questa eterna competizione, nel tentativo estenuante di tirare su la testa dalla moltitudine di altre teste per poter essere visti, di vedere da quanti zeri è composta la somma delle mie sostanze, di potermi travestire da potente per calpestare le spalle degli altri che sono dove io ero prima.

Quale posto può trovare chi è fuori da questa giostra perché è stato stabilito che non può più girarvi?

Se sono il proprietario della giostra, il padrone di tutto il Luna Park, una personalità riconosciuta per quello che è stato (attore, politico, grande uomo di sport, ecc.), non avrò nessun tipo di problema; il denaro, la fama, il potere saranno le mie scialuppe di salvataggio.

Ma tutti gli altri?

Dimenticati, non pervenuti, inesistenti anche e soprattutto per gli stessi familiari, trattati con un senso di fastidio, di sopportazione, talvolta malcelata, che spesso può sfociare nel maltrattamento.

Che cosa possono dare a questa comunità personaggi del genere?

Una volta, tanto tempo fa ci si rivolgeva loro per conoscere la loro esperienza, i loro errori, i loro tentativi di attraversamento dei guadi pericolosi della vita che avevano passato prima degli altri. Diamanti di saggezza forgiati nel corso del tempo dell’esistenza.

Ora tutto quello che c’è da sapere si può istantaneamente conoscere da uno smartphone, un tablet, un computer, ancora meglio, oggi si può avere il succo della esperienza di milioni di esseri umani attraverso una Intelligenza Artificiale che darà un responso da oracolo su qualsiasi aspetto della vita.

La vita ora corre e cambia troppo velocemente per potersi servire della esperienza vissuta da qualcuno che l’ha fatta decine di anni prima.

Tutto questo sembra funzionare quando rimaniamo circoscritti alla materia, al vissuto nel mondo terrestre.

Ma siamo solo questo?

L’Essere umano è solo questo?

La mia risposta è no. Sembra che la gran parte di questo nostro mondo attuale abbia dimenticato, o meglio dire, non vuole sentire parlare di emozioni, sentimenti, mondo dell’Anima, di tutto ciò che non riguarda la Scienza.

Un Mondo intero in cui la gran parte di noi ignora la conoscenza e i meccanismi che lo regolano, ma che, se studiati e osservati in azione, ci mettono di fronte alla sconcertante e meravigliosa verità che siamo tutti simili, tutti fratelli e sorelle.

Basta guardare cosa succede ai nostri giovani in preda alla confusione emotiva più totale, incapaci di comprendere il senso e la gravità di quello che compiono, distaccati e avulsi da qualsiasi contatto con le proprie emozioni, in preda a demoni che prendono possesso di loro facendogli compiere azioni bestiali e lasciandoli increduli di quello che hanno fatto quando li abbandonano.

Gli anziani devono riappropriarsi di questa conoscenza dei valori più alti che dovrebbero essere espressione di tutte le genti: la fratellanza, il rispetto dell’altro, la condivisione di sentimenti superiori, la bontà, la pace, la tenerezza, l’amore verso tutti, il desiderio di bene per me e per tutti gli altri, il desiderio di fare agli altri quello che dagli altri io vorrei ricevere.

Tutto quello che apre i nostri Cuori.

Perché dai nostri Cuori aperti passi finalmente la Luce.

Il Cuore di un vecchio saggio sarà il faro che indicherà con la sua Luce al mondo intero quale direzione sarà meglio navigare per non annegare nel mare delle nostre tempeste.

La veglia funebre

In questo tempo in cui ci sentiamo spinti a correre sempre più veloce e sempre più a lungo nel tentativo infruttuoso di assolvere i nostri compiti quotidiani di vita, molto spesso autogenerati, in cui si preferisce incontrarsi parlando attraverso uno schermo di un computer o di uno smartphone, ha ancora senso parlare di una veglia funebre?

Quale è il senso profondo oggi di una veglia funebre?

Questa è una ottima domanda a cui proverò a dare risposta.

La veglia ha origini antichissime che risalgono al tempo della comparsa delle prime civiltà umane. 

Era un rituale sacro che si univa ad altri rituali funebri sacri, come ad esempio la imbalsamazione presso gli egizi. 

Questa pratica sacra si svolgeva all’interno delle abitazioni della persona deceduta e aveva per questo dei motivi specifici.

In alcune regioni come la Calabria e la Sardegna i parenti vegliavano il defunto solo di giorno ma, con l’arrivo della notte, il loro posto era ceduto agli uomini.

Alcune veglie possono durare solo poche ore, altre per giorni, altre ancora per settimane intere.

Ora la veglia si svolge sempre più spesso nelle camere ardenti degli ospedali, degli Hospice e delle Case di cura la cui organizzazione è delegata alle agenzie funebri.

Una celebrazione sacra che si svolge in luoghi sconosciuti alla presenza di sconosciuti.

Ma la veglia funebre è per me importante e deve continuare ad esistere e tornare a ricevere il ruolo che ha.  

È una forma di rispetto, uno spazio di raccoglimento intorno al defunto, un distacco dalla vita quotidiana di ciascuno dei partecipanti per entrare in un tempo sacro scandito dal ritmo del ricordo e della riflessione sul tempo trascorso insieme, sull’eredità che ci è stata lasciata da questo passaggio, un saluto ad una anima che si libera da questi abiti pesanti e ritorna nel luogo senza tempo e senza spazio, una celebrazione di questo sacro passaggio. 

La veglia segna anche il tempo del lutto che va vissuto e non allontanato, vissuto insieme al conforto della famiglia tutta e di tutti coloro che ci conoscono e dalla guarigione che ne conseguirà. 

Un prendersi cura dei familiari stretti rimanendo con loro e assistendoli nelle necessità quotidiane, per non lasciarsi soli, nel dolore della perdita, a dover pensare alle necessità fondamentali della vita di tutti i giorni. 

Un rimanere, nel silenzio della propria interiorità, per commemorare i momenti vissuti insieme e per ricordare le emozioni e i sentimenti che il passaggio di questo essere, che ci ha appena lasciato, ha generato in noi, per ringraziarlo dal profondo per essere stato insieme a noi a condividere un brandello della nostra vita. 

Come mi immagino la mia veglia funebre?

In primo luogo nella casa in cui ho condiviso gli ultimi anni della mia vita.

Nella stanza che considero sacra, dove ho meditato ogni giorno, scritto ciò che osservavo su di me, letto testi, circondato dalle immagini dei Maestri e Protettori Illuminati, con l’odore dell’incenso che ha accompagnato sempre le mie meditazioni.

L’Amore di più Vite accanto, i suoi figli che sono diventati anche i miei, mio figlio che è diventato anche il suo, i nostri nipoti, mio fratello e la sua famiglia, la nostra Guida Spirituale, i fratelli e le sorelle di Cammino e tutti quelli che mi hanno conosciuto.

Fragranze di fiori che si diffondono nell’aria, lanterne cinesi che illuminano il cielo notturno, musiche cha innalzino le vibrazioni, musiche di festa, di allegria, musiche che hanno scandito la mia vita e le hanno fatto da colonna sonora. Gente che balla, che ride felice per la mia anima e dove sta andando, felice perché di lì a qualche tempo ci rincontreremo nel Mondo della Luce, felice perché mi sono liberato di questi abiti così pesanti e così ingombranti, felice perché ritorno da mio padre e da mia madre, dal mio adorato cane Tao.

Che restino tutto il tempo che vorranno, tutti insieme a cantare e ballare la Musica del Cuore insieme a me.

La morte condivisa 2

Per avere una idea più precisa di quello che accade riporterò alcune testimonianze tratte dal libro di Moody.

Mio marito passò attraverso il mio corpo. Come una scossa elettrica, come quando si mettono le dita nella presa, ma più delicata. Tutta la nostra vita ci comparve davanti all’improvviso e sembrò inghiottire la stanza dell’ospedale con ciò che conteneva. Tutto intorno c’era solo luce bianca brillante. Tutto ciò che avevamo fatto nella vita era avvolto dalla luce. Vidi altre cose di mio marito prima che fossimo sposati. Non erano imbarazzanti o private, non c’era nessun bisogno di riservatezza. Vidi me stessa abbracciata al suo corpo ormai esanime, ma la cosa non mi fece stare male, perché mio marito nello stesso momento era vivo e accanto a me e osservavamo la scena insieme. Tutto accadde in un lampo accanto a letto dove mio marito stava morendo. Un altro aspetto strano di questa visione della nostra vita fu che in alcune parti vi erano dei pannelli o dei divisori che ci impedivano di vedere la totalità della scena, non ci permettevano di vedere alcune parti della nostra vita.”

Una madre moribonda che fino a quel momento giaceva quasi inerme nel suo letto si mise a sedere sul letto stesso e abbracciò suo figlio. Aveva occhi come perle di luce chiara ed era perfettamente padrona di sé al contrario degli ultimi giorni. Un globo di luce brillante si formò intorno a noi, racchiudeva interamente mia madre e me e notare che i mobili, le pareti e tutto ciò che era nella stanza appariva distorto, come se lo stessimo osservando attraverso una goccia d’acqua. Immagini tridimensionali iniziarono a cadere sul globo. Erano scene della mia infanzia. Mia madre iniziò ad allontanarsi, era come se si trovasse in fondo al tunnel ma allo stesso tempo fosse anche con me. Mentre accadeva tutto questo vidi scene della mia vita, inclusa la mia nascita. Vidi episodi della sua vita, eventi che la tormentavano durante la mia infanzia di cui non ero a conoscenza. Potevo percepire i suoi pensieri. Cristo era con noi nel globo, ma non vedevo la sua figura umana. Quando morì sentii che il suo corpo si abbandonava e l’energia usciva da lei. Il globo svanì e mi ritrovai da solo.”

Sognai che stavo camminando in una foresta con mio marito Herb lungo un sentiero buio e ombroso. Era un sentiero interamente circondato dagli alberi racchiuso da una fitta coltre di rami che si estendevano sopra la nostra testa. Il percorso era leggermente inclinato e sulla cresta di una collina vidi il cielo, simile a una luce in fondo al tunnel. “Herb e io eravamo immersi in una conversazione, non ricordo a riguardo di che cosa, ma credo stessimo ricordando i momenti fondamentali del nostro rapporto.”

“Mio fratello ed io siamo gemelli identici e ci siamo sempre sentiti legati, durante il weekend mio fratello si recò in un altro Stato per una partita scolastica di football mentre io rimasi a casa, ci andò in auto con alcuni amici e il giorno in cui stava ritornando ero sdraiato sul divano a guardare lo sport in televisione, quando all’improvviso ebbe la sensazione di lasciare il mio corpo e muovermi verso una luce brillante, mentre ciò accadeva vidi dei flashback di eventi che erano successi a me e a mio fratello, rivissi diversi avvenimenti della nostra infanzia fra cui alcune cose così insignificanti che avevo dimenticate, erano così vividi che mi parve di riviverli“.

Ho avuto la fortuna e l’onore di poter ricevere questa testimonianza di morte condivisa da parte di una cara compagna, viaggiatrice di lungo corso, la persona in questione lavora nel campo medico. Mi descrisse che si trovava seduta nel suo ufficio in ospedale, intenta a redigere degli atti, quando si è sentita trasportare via, ha visto una strada bianca in salita verso la sommità della quale sua madre stava camminando tenendo per mano una bimba; si è sentita pervasa da una gioia ed una pace indescrivibile e avrebbe voluto seguire sua madre in quel luogo meraviglioso ma una voce le disse chiaramente che non era ancora arrivato il suo momento e sarebbe dovuta ritornare indietro.

La mia cara compagna, quando mi raccontò tutto questo, non era minimamente a conoscenza della morte condivisa e, dopo aver letto il libro, capì che aveva partecipato alla morte della madre. 

La morte condivisa è una esperienza trascendentale che è inspiegabile dalla scienza attuale, ma sulla quale la scienza non può controbattere.

Dal punto di vista scientifico negli episodi di pre-morte si sente spesso affermare dagli scienziati che potrebbero essere frutto di malfunzionamenti cerebrali causati dalla mancanza di ossigeno o da impulsi elettromagnetici anomali. 

In questo caso la confutazione scientifica non regge perché chi accompagna il morente e partecipa con lui al distacco dai veicoli inferiori e al progredire oltre, sperimentando una morte condivisa, non sta morendo ma partecipa delle stesse sensazioni di chi sta passando pur essendo vivo.

La morte condivisa

Dio è Amore. 

Alcuni di noi esseri umani ricevono in dono dal Padre la meravigliosa e straordinaria opportunità di poter accompagnare un proprio caro morente oltre i confini del regno fisico. 

Sono regali divini elargiti grazie alla relazione di profondo amore che esiste tra gli esseri che la sperimentano.

Poter accompagnare oltre un padre, una madre, una compagna, i fratelli, le sorelle credo sia una indimenticabile esperienza di amore che trascende i confini terreni.

Ne abbiamo conoscenza grazie al lavoro di raccolta di testimonianze riportate dal dottor Raymond Moody nel suo libro “Schegge di Eternità”.

Il dottor Moody è stato il pioniere che ha anche raccolto interviste a persone che hanno avuto episodi di pre-morte, ossia sono morti per un certo tempo e poi tornati indietro.

I racconti di chi ha accompagnato un morente hanno degli elementi comuni che coincidono con quelli di chi ha vissuto un episodio di pre-morte. 

Essi sono 7 ed accomunano la maggior parte delle testimonianze raccolte dal dottor Moody:

  1. Cambiamento della geometria degli spazi – difficile da descrivere perché le forme possono essere molto diverse: “come se la stanza crollasse e si espandesse allo stesso tempo”, “sentii la stanza cambiare forma, quasi come se si fosse riempita d’aria e gonfiata”, “i mobili, le pareti e tutto ciò che era nella stanza appariva distorto, come se lo stessimo osservando attraverso una goccia d’acqua” questo cambiamento di forma, come una sorta di sportello, sembra dare accesso ad una dimensione diversa;
  2. la luce mistica – sembra mostrare una consistenza liquida, cristallina, che emette purezza, pace e amore, pulsante di questi elementi che producono una trasformazione spirituale in una persona, “una luce che sembrava un vapore sopra il suo viso, mai avevo provato tanta pace” la luce mistica provoca una trasformazione anche in chi ha condiviso la morte di un altro;
  3. la musica e le melodie – spesso si sente il suono di una melodia, “era la musica più bella e complessa che avessi mai sentito, ogni nota era uno scintillio, stavo letteralmente vedendo la musica”, “dolci e selvagge note di un’arpa eolica”, “una musica splendida, diversa da qualunque altra avessi mai udito, come una musica da ballo, ma assolutamente unica nel senso che anche dopo non ascoltai mai più nulla di simile” ma anche come un motore di un jet che sale di giri;
  4. esperienza extracorporea – all’inizio della esperienza di morte condivisa spesso ci si sente trasportati in un luogo da cui si osserva la scena sottostante, generalmente il soffitto o un angolo del soffitto della stanza dove si è con il morente, ma anche volteggiare sopra la propria città o in altri luoghi dove si può incontrare le persone amate che sono fisicamente distanti da colui che sta passando oltre, “ero gravemente malato in punto di morte a causa di problemi cardiaci proprio mentre mia sorella stava morendo per coma diabetico in un altro reparto nello stesso ospedale, lascii il mio corpo e salii in un angolo della stanza da dove osservai i medici che si affannavano su di me in basso, all’improvviso mi trovai a parlare con mia sorella che era in alto con me, facemmo una bellissima conversazione riguardo a ciò che stava succedendo lì sotto, poi si separò da me e mi disse che non sarei potuto andare con lei, si allontanò attraverso il tunnel e io rimasi da solo”;
  5. la co-revisione della vita del defunto – consiste nel ripercorrere la propria esistenza terrena condensata, può essere una veduta panoramica dell’intera vita dell’individuo o solo dei frammenti delle stessa ma significativi “ho visto ogni singolo evento importante accaduto nella mia vita, dal mio primo compleanno al mio primo bacio agli scontri con i miei genitori, ho capito quanto fossi egoista e che avrei dato qualunque cosa per poter tornare indietro e cambiare”, “quando mio figlio quindicenne morì era nella stanza con lui, invece della stanza apparve una visione di tutto ciò che mio figlio aveva fatto nella sua breve vita, lui era lì al centro e sorrideva gioioso, vidi molte cose di cui mi ero da tempo dimenticata e anche molte cose che non conoscevo per nulla, lo vidi da solo nella sua stanza, ad esempio, mentre giocava con il suo modellino di Fort apache, si può dire che le scene della sua vita erano come dei lampi o quasi come scariche elettriche assolutamente indescrivibili, parti della vita di mio figlio e della nostra interazione erano sfuocate come quando in televisione si cerca di nascondere il viso di una persona”;
  6. l’incontro con regni spirituali o “ultraterreni” – uno degli elementi più comuni; vengono usate parole come paradiso, puro, sereno, celestiale per descrivere i luoghi visitati, “giunsi sulla collina dove il paesaggio era perfetto e le montagne ondulate e morbide, in lontananza potevo vedere solamente il cielo blu, verdi colline e grandi alberi, c’erano piante perfette e colori indescrivibili, verdi, rossi, blu, tutti i colori che ci circondano ogni giorno, ma quelli erano così perfetti che i colori che vedo adesso mi sembrano opachi, in nessun altro luogo ebbi una sensazione come quella che provai in quel momento”“stavo salendo una collina ed ero circondata dalla luce, non una luce comune, perché ogni cosa intorno a me (le piante, il terreno, persino il cielo) risplendeva di luce propria, era incredibilmente bello, sono certa che quel luogo fosse il paradiso o qualcosa di analogo poiché la sensazione era magnifica”;
  7. La nebbia che scaturisce dal morente – si tratta di una leggera nebbia emanata dal corpo dei moribondi, assomiglia a un fumo bianco e rarefatta come vapore, sembra a volte prendere la forma del corpo da cui si diparte e svanisce rapidamente, si forma intorno al petto o alla testa.

Continuerò ad approfondire questo tema nel prossimo articolo.

Essere Samurai

Dieci anni fa, all’inizio del mio percorso nella Scienza Iniziatica, il mio Maestro mi suggerì di acquistare e di leggere il libro segreto dei Samurai. Brevi aforismi che racchiudevano l’antica saggezza di questa nobile figura di guerrieri. 

Lo lessi, ma a quel tempo, non riuscii a comprendere con la necessaria profondità quello che veramente gli aforismi avrebbero dovuto stimolare nella mia interiorità.

Avevo una immagine della figura dei Samurai come di implacabili guerrieri, capaci di combattere fino alla morte per coloro che avevano il compito di proteggere, e soprattutto capaci di uccidersi per non aver rispettato questo compito. 

La profonda paura che albergava dentro di me mi rimandava un’immagine di fanatici guerrieri feroci e assetati di sangue dalla quale ero distante anni luce. Sinceramente non li capivo!!!

Più tardi, durante l’addestramento iniziatico, tutti noi fummo chiamati a scegliere un simbolo sacro che avremmo dovuto portare ed indossare durante le nostre pratiche. 

Scelsi il simbolo che vedete riportato nella foto soprastante. Mi era stato detto che era il simbolo dei samurai, ma non comprendevo bene cosa fosse e soprattutto cosa significasse. 

L’ho indossato e lo indosso sempre, ogni volta che mi accingo a fare le pratiche.

Ora, dopo dieci anni di pratica ininterrotta, inizio a sentire il sapore e a capire più profondamente il loro mondo!!

Intanto il simbolo. 

Vi sono raffigurati tre gru giapponesi dalla corona rossa, chiamate Tancho.

Questi animali sono protagonisti di molte leggende giapponesi, a loro vengono attribuite delle proprietà spirituali.

La fedeltà in quanto sono animali monogami, si uniscono e rimangono insieme per sempre, e suggellano la loro unione in una meravigliosa danza di corteggiamento chiamata danza dell’amore.

La fortuna di cui sono simbolo, conosciuti in tutto il Giappone anche come “uccelli della felicità”.

La longevità infatti la realizzazione di un orizuru, (ori – “piegato” e tsuru – “gru”) la forma più classica di tutti gli origami giapponesi, è di solito legata all’intima richiesta di veder accolti i propri desideri. Parliamo per lo più di desideri di guarigione da malattie e in generale collegati alla salute. Si narra infatti che il sogno di vivere a lungo e in salute possa essere esaudito piegando mille gru di carta.

Anche per i Samurai fedeltà, fortuna e longevità sono tre capisaldi della loro filosofia di vita, ma il simbolo sacro, nella sua triplice immagine interconnessa, vuole rappresentare anche l’Uomo che si pone come collegamento tra Terra e Cielo.

Ma quello che ho compreso è che un Samurai è sempre un Samurai dello Spirito, perché la Via del Samurai è la Via che conduce al costante contatto con lo Spirito, inteso come Essenza profonda del Sé. 

Un grande Maestro di questa arte affermava: “io non conosco il modo di sconfiggere gli altri, ma la Via per sconfiggere me stesso”.

Il Samurai avanza giorno dopo giorno: oggi diventa più abile di ieri, domani più abile di oggi. 

Con la dedizione, la persistenza e la disciplina applicata nell’osservazione incessante di sé nel momento presente.

Inizio a percepire il sapore dell’attenzione e della consapevolezza nel qui ed ora che mi permette di mettere più vita, mi permette di chiamare ad essere insieme a me quella parte di me più bella, luminosa, calorosa attraverso cui il ricordo di ciò che sto vivendo rimane impresso a fuoco. 

Nello spettacolo della natura in cui sono immerso e nella sua osservazione profonda la mia personalità sparisce perché non mi cattura più nel passato né mi spedisce nel futuro.

Sono qui presente, ma l‘attenzione e la consapevolezza richiedono tanta applicazione, tanta dedizione, tanta cura. Il sapore che se ne ricava è più profondo, più persistente, più acuto.

Ed è questo sapore ed intensità di vita che permetteva ai samurai di scegliere di morire. 

L’essenza del Bushido è prepararsi alla morte, mattina e sera, ogni momento della giornata.

Come anche per noi tutti, nella nostra essenza, dobbiamo prepararci alla morte fin da subito per vivere più intensamente la vita.

Questa scena Finale del film l’Ultimo Samurai, che ogni volta che la vedo mi fa sgorgare lacrime di commozione, di rispetto e di sacralità, mi dà il coraggio di dire: sì voglio essere un Samurai dello Spirito.

Chi sono io veramente?

Chi ha mai avuto il coraggio di porsi questa domanda fondamentale?

Nella mia esperienza di vita passata non l’ho mai avuto.

Probabilmente anche la maggior parte degli esseri umani naturali evita di farlo.

E’ più facile, incontrando e conversando con delle persone appena conosciute, che ci possa venir chiesto: Cosa fai per vivere? Quale è il tuo lavoro? 

Questo è molto più rassicurante! Perché permette di incasellare e catalogare chi ci sta di fronte in una delle molteplici caselle dello scacchiere sociale.

Gli si può dare un ruolo sul quale la nostra personalità può costruirci attorno un’immagine, un personaggio.

E per molti, se non per tutti, la conversazione può andare avanti e diventare un’intervista, che mira esclusivamente a raffinare e mettere a fuoco meglio il personaggio: in quale quartiere vivi, quali sports pratichi, dove vai in vacanza, quali sono i paesi che hai visitato e così via.

Alcuni non hanno bisogno nemmeno di un’intervista perché iniziano a raccontarti tutto senza necessità che tu chieda loro nulla, sono autoritratti costruiti a partire dal personaggio che è stato creato e che viene continuamente confermato.

Tuti vogliono essere vincenti nella grande scalinata della società e quasi tutti dedicano tutte le loro energie e quasi tutta, se non tutta, la vita, nel salire un gradino alla volta o, se si è molto fortunati o molto spregiudicati, un intero piano, identificandosi sempre nel personaggio costruito.

In alcuni di noi, me compreso, alle volte si affaccia un interrogativo: possibile che la vita sia ridotta solo a questo?

Si sente la mancanza di qualcosa, una sensazione, un sapore.

Nella mia età adulta, non più giovanissimo, sono stato testimone della morte di una donna straniera che era diventata moglie di un mio amico fraterno. 

Avevo costruito attorno a questa donna un personaggio: una straniera, con un italiano di accento singolare, molto attiva e allegra, sicura di sé, anche troppo, secondo il giudizio che avevo emesso. 

Lasciò il suo corpo fisico in seguito ad un incidente in motorino in una età in cui siamo stati “condizionati” a pensare che non sia giusto. 

Durante la funzione religiosa di commiato sentii di voler dare voce al mio dispiacere e dolore per lei e per il mio amico fraterno. 

Parlai davanti a tutti, nonostante la mia timidezza, e dissi che provavo un profondo dispiacere e rammarico perché non mi ero mai preso l’impegno di conoscerla veramente, profondamente. Ora lei era andata via da questa terra e avevo perso questa meravigliosa occasione.

Ammiro molto i veri, grandi attori. Coloro che hanno la capacità di interpretare dei personaggi così profondamente che quando li vedi stenti a riconoscerli: si sono trasformati quasi completamente. 

Solo i pochissimi che sanno spogliarsi delle strutture costruite dalla loro personalità riescono a farlo e dà loro l’inestimabile opportunità di vedere chi sono.

Ma questa è la strada di tutti noi esseri umani. 

Dovremmo togliere i cerotti a tenuta stagna che la nostra personalità ha messo sulle nostre ferite per tentare di non farle vedere. 

Essi aderiscono così tanto a noi che staccarsene fa male, molto male. 

Ricordo che da piccolino avevo così tanta paura che mi si togliessero, paura del dolore che avrei provato.

Ma anche paura di quello che avrei trovato sotto.

Perché queste ferite, col tempo, sono diventate purulente. 

Sono ferite che vanno delicatamente ripulite, anche se fanno male, tanto male.

Il dolore è necessario per togliere tutta la parte malata.

Devono essere portate alla luce e all’aria perché solo la luce e l’aria e l’attenzione amorevole possono farle cicatrizzare. 

Rimane il segno, ma se il dito pigia il dolore non c’è più.

Chiedersi: “chi sono io veramente?” senza dare una risposta ci porta in quella direzione.

L’avverbio ci esorta a chiedere verità, la verità di quello che siamo.

In quell’attimo di attesa della mente, intenta a cercare una risposta, possiamo lentamente staccarci da quella ferita. 

E più ripetiamo la domanda e più ci stacchiamo finchè ad un certo istante il cerotto viene via.

Allora possiamo guardare da una certa distanza la nostra ferita. 

Non sarà piacevole da guardare, potrebbe sembrare spaventosa. 

Ma ormai non siamo così vicini e avere il coraggio di rimanere per pulirla delicatamente vuol dire guarigione.

I Guardiani del Passaggio

Nel grande libro della natura esistono esseri viventi che, più di altri, restituiscono il riflesso a noi esseri umani. 

Sono esseri che, spesso, rimangono sulla terra per un lunghissimo tempo, come vecchi saggi.

Questi meravigliosi esseri sono gli alberi.

La loro sistematica distruzione, per far maggior spazio alle esigenze dell’uomo, dovrebbe essere un monito per la possibile futura nostra scomparsa da questo pianeta.

Essi ci ricordano e ci riflettono l’immagine fisica del nostro collegamento tra Terra e Cielo. 

Come esseri umani siamo ancorati a terra dalla gravità, che ci rende pesanti, e sviluppiamo il nostro Essere in altezza verso il cielo. 

Contemporaneamente allarghiamo le nostre braccia nella dimensione della larghezza ad abbracciare e a comunicare con gli altri esseri umani.

Così come gli alberi sono ancorati alla Terra dalle proprie radici e estendono il tronco verso il Cielo. Una volta scesi nelle profondità e cresciuti in altezza, possono dispiegare i propri rami in larghezza in un abbraccio di comunione con i fratelli vicini.

La strada per noi è scendere nelle profondità del sentimento, elevare in altezza il nostro pensiero per poi estendere l’attività con le nostre braccia.

Ma non solo. 

Nell’albero la corrente ascendente trasporta la linfa grezza che passa dai rami fino alle foglie, qui viene elaborata per mezzo della luce del Sole e questa linfa elaborata viene trasportata dalla corrente discendente a nutrire tutto l’albero.

Nel nostro corpo fisico esiste la circolazione sanguigna: il sistema arterioso trasporta il sangue puro mentre il sistema venoso riporta ai polmoni il sangue che va depurato.

Sia l’albero che l’uomo si trovano sul passaggio di queste correnti cosmiche che circolano dall’alto in basso e dal basso in alto.

Le radici dell’albero corrispondono agli organi che si trovano sotto il nostro diaframma. 

Le radici dell’uomo crescono grazie allo stomaco, che permette di nutrirsi, e agli organi sessuali con i quali ci riproduciamo. 

La parte immediatamente superiore al nostro diaframma, guarda caso, è chiamata tronco perché, come il tronco dell’albero, contiene i polmoni ed il cuore che, attraverso la circolazione arteriosa e venosa, forniscono il nutrimento di qualità superiore.

Le foglie, i fiori ed i frutti sono i doni che vengono regalati a beneficio, utilità e servizio di tutti: così dovrebbe essere anche per noi umani.

Esistono tra gli alberi alcune specie anomale rispetto al loro comune modo di vivere. 

La Socratea Exorrhiza è una palma esotica che ha radici che non affondano nel terreno ma crescono le une vicino alle altre, permettendo alla pianta di spostarsi per cercare nuovi terreni sacrificando le vecchie radici che muoiono. 

Ma anche nel nostro territorio c’è un genere di albero diverso dai suoi fratelli, nel dialetto romano si chiama albero pizzuto.

Non li ho mai particolarmente amati, così chiusi e tristi, e mi sono sempre chiesto perché il cipresso si trovasse sempre dentro i cimiteri.

C’è una spiegazione fisica che racconta come il cipresso ha radici che non si allargano dentro il terreno, come fanno gli altri alberi, ma affonda dritte nella profondità le sue. 

Per questo viene preferito dentro i luoghi di sepoltura. 

Infatti non provoca danni alle tombe circostanti come farebbe ad esempio un pino.

Qualche settimana addietro sono andato in ritiro in un posto meraviglioso immerso nel silenzio e nella preghiera.

Accanto ad esso c’è un cimitero. 

Mi sono trovato a riposare tra una pratica e l’altra accanto a questo luogo circondato di cipressi. 

Ho realizzato che essi hanno ricevuto il compito di accompagnare coloro che stanno andando oltre.

Sono i Guardiani del Passaggio.

Hanno rinunciato a vivere la vita come i loro fratelli per fare servizio per le anime confuse ed ancora disorientate sul cammino da prendere. 

Hanno rinunciato alla ampiezza, all’accoglienza, alla comunicazione affondando le loro radici dritte nella Terra per poter innalzare tutto il loro essere verso il Cielo, indicando la strada da seguire: verso il Sole, verso la Luce. 

Hanno rinunciato a comunicare tra di loro chiudendo i loro rami stretti, tanto stretti al tronco da sembrare delle dita che indicano la direzione. 

Hanno rinunciato a donare le foglie, i fiori ed i frutti per essere le colonne della cattedrale della natura che sostengono il nostro viaggio verso le regioni celesti.

Con profondo rispetto e con amore ritrovato io dico loro: grazie, che Dio vi benedica. 

Il tunnel

Che cosa provate quando sentite pronunciare questa parola? 

Che immagine prende corpo nella vostra mente?

Soffermatevi a sperimentare prima di andare avanti nella lettura!!

Ansia, paura, mancanza d’aria, incertezza su cosa ci sarà all’uscita, paura di rimanere in quel luogo mi accompagnano ogni volta che sono all’entrata di una galleria.

In passato era proprio una fobia scatenata dalla paura del buio, dallo stare in un luogo chiuso e provare la fame d’aria, dalla paura di un disastro che mi costringesse a stare chiuso lì dentro senza possibilità di uscire; tanto che, nel caso di una galleria stradale, se ero io il conducente del veicolo, automaticamente acceleravo per uscire al più presto da quel luogo.  

Ho ricevuto racconti da un gran numero di persone che erano sorprendentemente simili al mio.

Qualcuno di essi aveva una paura così incontrollabile che, all’imbocco di ogni galleria, non riusciva a non gridare al conducente di fermarsi e farlo scendere.

Come mai così tanti di noi reagiscono in questo modo all’evento?

Forse perché i grandi passaggi che mettono in comunicazione i due mondi, il superiore e l’inferiore, il Cielo e la Terra, l’Alto e il Basso, il Mondo dello Spirito e il Mondo della Materia si percorrono attraversando un tunnel.

Nascendo nel mondo della materia, dopo aver indossato i veicoli fisici, è stabilito che si passi nella galleria appositamente creata, nella donna partoriente, dall’utero e da tutte le strutture connesse.

Pensate a quale potere possa avere l’essere umano guidato dalla mano dell’Onnipotente Principio Creatore che riesca a produrre nella materia fisica del proprio corpo uno spostamento di muscoli, tendini, e persino ossa andando a creare un condotto, prima inesistente, che permetta al nascituro di venire alla luce. 

Pensate a quali sensazioni possano nascere dentro un feto che, avendo finora vissuto in un paradiso caldo e nutriente, venga spinto da una forza imperativa attraversando una galleria così stretta per andare verso l’ignoto.

Il riflesso del tipo di esperienza vissuta viene prepotentemente in superficie attraverso un esercizio motivazionale a cui partecipai durante un seminario di camminata sui carboni ardenti.

Tutti i partecipanti, tranne colui che avrebbe fatto l’esercizio, dovevano disporsi in due file speculari, una di fronte all’altra viso a viso, tutti ventre a terra con i gomiti appoggiati sul terreno ad una distanza tale per cui ciascuna mano potesse prendere quella della persona di fronte fino a formare una galleria composta di avambracci al cui vertice le mani si incrociassero insieme.

Colui che avrebbe fatto l’esercizio si doveva mettere prono per terra con le braccia ripiegate sotto il torace e avanzare con l’aiuto dei solo gomiti dentro questa galleria creata dai compagni. 

Essendo in quella occasione più di trenta persone il tunnel aveva una certa lunghezza.

Chi non aveva avuto problemi alla sua nascita usciva fuori con una relativa facilità e senza sforzo apparente, ma chi aveva vissuto il parto con sensazioni di difficoltà, paura, incertezza manifestava seri problemi a transitare e ad uscire.

In maniera del tutto simmetrica anche l’abbandono dei veicoli fisici per passare nel Mondo dello Spirito avviene transitando dentro un tunnel.

Di esso si hanno notizie dalla moltitudine di esseri umani che hanno vissuto un episodio di pre-morte.

In molte delle loro testimonianze viene descritto una galleria buia che viene attraversata, come descrivono, a grande velocità per sfociare in un territorio di luce abbagliante ma non accecante, dove si percepisce un calore ed un amore indescrivibili.

Le transizioni da e per questo mondo terreno passano ambedue per l’attraversamento di una zona oscura che crea una sensazione di angoscia, di paura come paura e angoscia genera essere risucchiati da un gorgo in mare aperto. Un gorgo che ci trascini giù verso gli abissi del non conosciuto, contro i quali si tenta disperatamente di lottare e resistere per rimanere in superficie. 

Ma non è opponendo resistenza che si può cercare di uscirne.

Bisogna avere il coraggio di abbandonarsi e lasciarsi portare giù dal vortice, avere il coraggio di accettare un esito finale per scoprire che più si scende più il gorgo perde la sua forza attrattiva e, vicino alla sua fine, ti lascia andare di lato. Andare per sperimentare la bellezza collaterale che giace accanto e dopo.

La bellezza collaterale di nascere a nuova vita, perché, dopo aver passato un’esperienza così profonda, si è diversi. Come il bruco esce dal suo tunnel-bozzolo così cambiato, così profondamente diverso da come era per spiegare le ali e volare.

E allora, guardando l’universo infinito sopra di me, mi chiedo: cosa ci sarà all’altro capo di un buco nero?

Dove si viene trasportati? A quale nuova vita si rinascerà? 

L’ abbandono del corpo

La fase finale della metamorfosi non si presterebbe ad una pianificazione dettagliata di quanto avverrà. Infatti l’abbandono del corpo fisico sfugge ad essere contenuto e previsto nel tempo. 

Il processo di decadimento e del collasso fisiologico segue dei ritmi naturali di distacco graduale dagli elementi che lo compongono. 

Per molte tradizioni, nello Zohar ebraico e nella tradizione del buddismo bon tibetano per esempio, l’essere umano è composto da 4 elementi naturali primordiali che stanno alla base di tutto ciò che è creato: terra, acqua, fuoco, aria. 

A questi la tradizione bon aggiunge lo spazio come 5 elemento.

Per il buddismo tibetano iI numero 5 ricorre anche nelle appendici che si estendono dal tronco umano: 2 gambe, 2 braccia, 1 testa.

Ognuna di queste appendici ha altre 5 appendici: 5 dita per ciascuna gamba e ciascun braccio e 5 sensi per la testa (vista, udito, tatto, gusto, olfatto).

La Terra si manifesta nel corpo dell’uomo come carne.

L’Acqua si manifesta come sangue e fluidi corporei.

Il Fuoco come metabolismo interno, la caldaia dell’organismo regolato dalla temperatura, il fuoco della vita.

L’Aria come respiro, ossigeno, i gas, il moto.

Lo Spazio, tutto nasce dallo spazio, esiste nello spazio, si dissolve nello spazio. Lo spazio è l’elemento sacro che accoglie gli altri 4 elementi ed è Consapevolezza.

Quando veniamo in questo mondo passiamo dalla Consapevolezza all’Aria, al Fuoco che sono i due elementi superiori poi all’Acqua e alla Terra che sono i due elementi inferiori. Dal sottile al denso.

Quando lasciamo questo mondo facciamo il viaggio a ritroso dalla Terra all’Acqua, dall’Aria al Fuoco e infine nello Spazio.

I segni sono visibili esteriormente. 

Quando sta lasciando l’elemento Terra il corpo diventa più rigido, quasi immobile, con le estremità che si intorpidiscono.

Dalla Terra all’Acqua si sperimenta l’incapacità di deglutire, incapacità di trattenere i propri materiali di scarto, il sangue rallenta il suo flusso.

Dall’Acqua al Fuoco la temperatura interna perde la costanza, si manifesta febbre e la pelle diventa fredda e umida.

Dal Fuoco all’Aria si sperimenta il cambiamento della respirazione con pause tra una respirazione e l’altra di tempo variabile, respiro lento e respiro veloce, lunghe pause. 

Col primo respiro Aria incontra suo fratello il Fuoco e regolerà per tutta la vita il nostro calore interno in equilibrio perfetto. 

L’Aria si nutre del Fuoco e lo sostiene, i due fratelli si combinano e traggono vita a vicenda.

L’ultimo sospiro spegne il Fuoco.

Colui che assiste all’abbandono dei veicoli può utilizzare questi segnali per capire e informare dello stadio che il morente sta sperimentando per guidare con fluidità il processo.

Esso può durare dai due ai quattro giorni, ma si può anche protrarre per dieci giorni.

In questo lasso di tempo può essere utile usare la tecnica di meditazione guidata, anche se la persona morente fosse incosciente. 

Le meditazioni guidate possono aiutare il distacco facendo sperimentare tutto ciò che avverrà dopo, contribuire ad alleviare il dolore fisico, diminuire l’ansia e la paura.

Tempo fa ho assistito ad una gara di tuffi dalle grandi altezze. 

Ci sono esseri umani che riescono a lanciarsi da 25 o 30 metri di altezza facendo una serie di figure acrobatiche nel vuoto per poi entrare come un missile dentro l’acqua senza conseguenza alcuna. 

E’ una disciplina che richiede una preparazione accuratissima con tante ore di allenamento. 

Mi colpì uno di questi migliori tuffatori, un rumeno di nome Catalin Preda. Non si allenava tanto quanto gli altri, in realtà faceva pochi tuffi preparatori. Essendo un praticante zen egli si tuffava quasi solo ripetendo i movimenti nella sua mente in meditazione profonda e questo era sufficiente per farlo arrivare tra i primi. 

La meditazione sull’aldilà, guidata da colui che assiste, può essere utile per alleviare la paura e preparare il viaggio: lo spazio vuoto in cui ci si ritrova dopo il distacco, la musica che ti raggiunge, il tunnel buio, un buio caldo e accogliente, la luce multicolore in fondo al tunnel così bella e così intensa, la velocità con cui lo si attraversa, gli amici, i parenti e gli animali che sono lì ad aspettarti ed accoglierti, il senso di pace e di profondo amore che pervade ognidove. 

L’ambiente

Il luogo e lo spazio dove avverrà il distacco dai veicoli inferiori è importante.

Spesso mi domando dove vorrei che il mio avvenisse, la risposta è in casa mia. 

Credo che per molti di noi esseri umani lo sarebbe.

Ma non sempre è possibile, questo dipende dal grado di assistenza medica richiesto dalla malattia.

Spesso questo passaggio avviene in ospedale, dove certo non viene posta attenzione al benessere psico-emotivo di chi sta lasciando. Troppo spesso in quel luogo, quando i segni fisici del malato manifestano la fine vicina, si viene abbandonati anche dal punto di vista medico, pochi farmaci, poche visite di controllo, gli infermieri che passano frettolosamente davanti a quella stanza.

Durante la “pandemia” si è proibito l’accesso ai familiari e troppe anime sono state costrette a lasciare il corpo da sole, abbandonate a sé stesse, senza nessuna altra compagnia di una televisione accesa. 

Nell’hospice di cure palliative, l’ambiente rispetta un po’ di più le esigenze dell’ospite. Si possono portare oggetti della propria casa e perfino i propri animali di compagnia.

Ma ci si ferma lì, non è possibile fare altro.

Invece la stanza della persona morente dovrebbe trasmettergli quante più sensazioni positive possibili.

Essa può essere arredata secondo i gusti di chi la abiterà nei suoi ultimi tempi terrestri; chi ama gli spazi minimalisti tipo zen, chi ama riempirli di quante più cose possibili.

Se possibile tutto quello che riguarda questo ambiente dovrebbe essere concordato con chi lo occuperà.

La posizione del letto dovrà consentire, per esempio, che si possa vedere il cielo, il sole dalla finestra di fronte o una parete della stanza che contenga oggetti (quadri, fotografie, dipinti, disegni, monili, oggetti sacri, disegni dei propri nipoti, opere d’arte, pupazzi di peluche) che abbiano un significato profondo per chi li guarda.

Se la persona vorrà sentire vicino i suoi familiari, figli, amici potrebbe essere necessario spostare il letto al centro della stanza così da consentire al maggior numero di loro di potergli stare vicino, circondandolo letteralmente di amore.

Tutte le attrezzature mediche e farmaci non indispensabili dovrebbero essere fuori della visuale di colui che si trova a letto.  

Secondo le credenze, anche religiose, del morente il letto potrebbe essere orientato verso sud, come verso nord, verso la Mecca per i musulmani, verso il luogo di nascita.

Questo serve a creare un senso di sacralità nella stanza.

Sarebbe opportuno mettere una sedia all’entrata di essa con l’invito a sedersi per qualche minuto e prepararsi ad entrare nello spazio sacro lasciandone al di fuori la routine quotidiana da cui si proviene con tutto il carico di emozioni negative che ci genera, facendo il gesto materiale di togliersi le scarpe. La mente di chi entra deve essere sgombra per immergersi nella sacralità del momento presente.

L’invito per chi entra è quello di coltivare il silenzio e l’attenzione alle parole che si proferiscono e con quale intensità e volume si pronunciano.

Molte volte il morente non è sempre cosciente, in quanto impegnato a prendere contatto con il mondo che lo ospiterà, ma il suo udito è in grado di sentire e capire quello che viene detto nelle vicinanze in cui si trova il suo corpo fisico. Evitare di parlare della quotidianità con i propri problemi per rimanere nel qui ed ora con condivisioni importanti e inerenti.

Portare in quel luogo la propria rabbia, paura, tristezza significa avvelenare l’energia presente.

Anche luci e odori sono importanti e dovrebbero essere suggeriti da colui che sta lasciando. Soprattutto i profumi riescono ad influire sulle sensazioni. Incenso, profumo di fiori, per me il profumo del pane che cuoce è un odore ancestrale che mi riporta a casa e mi piacerebbe che si diffondesse nella mia stanza.

Infine il suono, l’ultima porta dei nostri sensi che ci lascia, che tipo di suono vorrei sentire?

Musica certamente, ma anche bambini che cantano sottovoce, una ninna nanna, canti sacri come i canti gregoriani, il rumore delle foglie agitate dal vento, la risacca lenta e dolce del mare, la pioggia che cade su un tappeto d’erba, il vento che suona un’arpa eolica. 

Il lascito

E’ l’impronta che si lascia sulla terra a testimonianza del proprio passaggio, come i graffiti sui ruderi di una parete di roccia, come frammenti di monili rinvenuti in uno scavo archeologico.

Non è tanto l’oggetto in sé che conta, ma come esso si inserisce nella storia di un popolo, quale significato assume che ci permetta di ricostruire il suo stile di vita. 

Non si sta parlando di quanto di materiale si lascia con un testamento, non si tratta di denaro, di ville, di auto…..

Facendo parte di una famiglia, crescendo dei figli, coltivando una cerchia di amici, di colleghi di lavoro, assumendo un ruolo nella comunità sociale, è questa l’impronta di cui si vuole parlare.

Tutti sono chiamati a partecipare, in armonia con la volontà della persona che è il soggetto: figli, marito, moglie, parenti, amici, compagni di lavoro.

Il ricordare è il comune denominatore che lega tutti, come lega anche la ricerca del significato della propria esistenza (che abbiamo chiamato ricapitolazione) a cui il lascito è strettamente legata.

Ma, mentre la ricerca del significato della propria vita è un lavoro intimo, introspettivo e più complesso, il lavoro sul lascito, essendo di carattere più corale, è più facile da individuare e portare a termine.

I lasciti possono assumere varie forme: un album, una pergamena, un oggetto realizzato in legno o ceramica, una coperta di lana fatta a mano, un video, un quaderno con delle frasi scritte da tutti i conoscenti, ma anche un sentiero nei boschi.

L’oggetto che fa parte del lascito è legato strettamente alla quantità di tempo che rimane a colui che dovrà realizzarlo. Ma è anche possibile per chi rimane, dopo la morte del proprio caro, sentirsi spinto a realizzare un lascito come strumento di elaborazione del lutto e come ricordo della persona che ha lasciato.

La pergamena in particolare affonda le radici nell’antica tradizione religiosa ebraica tedesca.

Dopo la nascita del figlio la madre cuciva le fasce del neonato per farne una striscia con la quale veniva avvolta la Torah, i primi 5 libri della Bibbia (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio) che costituisce la base dell’insegnamento religioso, per tenerla arrotolata. 

Su queste fasce venivano ricamate o dipinte scene da racconti biblici o da eventi della comunità nonché scene di augurio per un futuro matrimonio e riassumeva l’identità, il passato e gli auspici per il futuro del possessore.

La pergamena si presta mirabilmente ad essere utilizzata per testimoniare gli aspetti importanti della vita di una persona per mezzo di foto, collage e parole.

Il fatto che nel passato venisse usata per un neonato e ora possa venire utilizzata per un morente restituisce un senso di continuità allo strumento, utile per colui che viene al mondo e colui che lo sta lasciando.

Lo srolotarsi di questo lungo foglio di carta assume simbolicamente il fluire di un fiume, il fiume della vita della persona di cui si parla che sta raggiungendo il ricongiungimento con il mare.

Ricordo come, agli inizi del mio Servizio, venni chiamato da una persona con una malattia incurabile nel suo stadio finale. Mi ricevette nell’ampio salone della sua casa e mi fece vedere una imponente boiserie con vetrine che occupava tutta una parete del salone. 

Dentro si vedevano in bella mostra delle armi antiche, fucili, pistole, pallettoni, pugnali che erano appartenuti al suo defunto marito. 

Mi chiese di aiutarla a riconvertire questo manufatto in una libreria, quale era stata in precedenza, per poter esporre la copiosa quantità di libri, che la avevano accompagnata per tutta la sua vita, nonché oggetti che riguardavano i molti viaggi fatti. Mi disse che faceva tutto questo per lasciare un ricordo ai propri figli. 

La creazione e realizzazione di un lascito ha dei benefici immediati per la persona morente. Le dà uno scopo riempiendo questo tempo di pensieri e di azioni positive, pensando al bene per gli altri e distogliendosi dal dolore, dall’ansia e dalla possibile depressione.

E’ come rimanere sull’onda della propria vita per farne un dono per le persone che si amano.

La liturgia della metamorfosi

L’abbandono di ciò che ci tiene legati alla Terra e il passaggio nell’Aldilà è letteralmente una metamorfosi ossia un cambiamento profondo di stato.

Questo passaggio di stato, secondo il mio sentire, dovrebbe essere accompagnato da una liturgia. 

Liturgia deriva dal greco e vuol dire servizio pubblico, nobile servizio reso; passando attraverso il carattere pubblico dei voti sacerdotali, ha poi acquisito i colori del sacro.

A cosa serve una liturgia?

Serve, a chi sta vivendo l’esperienza e a coloro che assistono, a renderla sacra attraverso una serie di riti e a portare un’attenzione focalizzata a ciò che si sta vivendo per collegarsi alle Potenze Superiori.

Nella tradizione cristiana la liturgia è il complesso di cerimonie di culto. 

Anche in altre tradizioni abbiamo una liturgia che accompagna la metamorfosi come ne abbiamo anche per altri atti del vivere quotidiano. 

Liturgia, per me ad esempio, è preparare il caffè la mattina appena sveglio, stappare il contenitore e annusarne il profumo, riempire di acqua fino alla valvola il serbatoio, asciugare attentamente il cestello che conterrà la polvere e riempirlo con attenzione senza farne cadere troppa e lasciando una giusta compattezza per permettere all’acqua di salire, avvitare la parte superiore e accendere la fiamma al minimo attendendo, con l’orecchio teso, per sentire il gorgoglio del caffè che sta uscendo, per poi gustarne l’aroma. 

Liturgia è entrare nella stanza dove medito, chiudere la porta, stendere il tappetino, appoggiarvi sopra il cuscino da meditazione, avendo cura che sia ben gonfio, accendere una candela recitando un’invocazione per la fiamma che prende vita, accendere un bastoncino di incenso rivolgendone la fiamma alle effigi dei Maestri che sono appese nella stanza, recitare delle invocazioni e sedermi sul cuscino per la mia pratica. 

Per ogni cosa che facciamo possiamo istituire una liturgia.

La Chiesa Cattolica ha una liturgia con una serie di riti per coloro che sono già defunti. 

Ma per chi si sta avviando a lasciare i veicoli inferiori ma non li ha ancora lasciati cosa si può fare?

C’è la preghiera, per chi ci crede e si ricorda, ma molto spesso nulla. 

Soprattutto negli ultimi due anni molti esseri umani sono passati oltre in un letto di ospedale, o peggio in una barella buttati in un corridoio, da soli, nella malattia e nella solitudine più profonda e molti di coloro che sono rimasti non hanno potuto nemmeno dare loro l’ultimo saluto.  

Cosa possiamo fare affinchè chi sta lasciando possa trovare conforto e amore?

Alcuni Compagni di Viaggio di altri paesi hanno tracciato una strada che porta in questi territori e questa strada vorrei seguire anche io nella mia terra.

Si tratta di aiutare chi sta lasciando e coloro che gli sono vicini a costruire una liturgia della propria metamorfosi che lo rispetti e lo ricordi agli occhi di tutti coloro che rimangono.

E’ un compito molto delicato e difficile perché in primo luogo bisogna smontare la mitologia della morte.

Che cosa è la mitologia della morte?

E’ il mito che ognuno di noi ha costruito su di essa. Un mito molto spesso orribile, tremendo alla base del quale c’è una paura primordiale profonda e animale. Per dirla come Woody Allen: non è che ho paura di morire, è solo che non voglio esserci quando accadrà.

Tutti noi fuggiamo via lontano da questo tema, come da quello della malattia che lo introduce.

Spesso tutta la nostra vita terrena viene condizionata e mossa da questa paura.

La paura della morte ma anche la paura del dolore che potrò provare prima di morire, la paura di non sapere cosa ci sarà dopo. 

Bisogna partire da qui.

Sfatare il mito della morte ci permette così di poter osservare tutto il resto con un certo distacco, necessario per affrontare i riti che compongono la liturgia della metamorfosi:

Ricapitolazione

Lascito

Ambiente

Oggetti intorno a me

Persone intorno a me 

Rito di abbandono del corpo

Vestizione

La veglia

Tutto questo insieme alla propria famiglia e a colui che si mette al Servizio per coordinare e aiutare.

Nei prossimi articoli esamineremo più da vicino questi aspetti.

Il senso del Sacro

Stiamo attraversando un tempo di caduta di valori, di grandi rivoluzioni e di un profondo smarrimento.

Sento di essere invitato, come tutta l’umanità, a riscoprire il senso del Sacro nell’esperienza di vita. 

Cosa vuol dire Sacro?

Sacro, dal latino sacer, è ciò che è connesso all’esperienza di una realtà totalmente diversa da quella in cui siamo immersi e ci muoviamo quotidianamente sulla terra.

Questa esperienza di una realtà diversa significa il ritorno nelle Regioni Celesti, ritorno all’Origine per portarla in tutto ciò che sperimentiamo nella nostra esistenza quotidiana.

Coinvolge quindi la nascita, come esseri umani, il lavoro, la famiglia, il vivere comune, l’ordinamento che lo gestisce, fino al decadimento e all’abbandono dei veicoli fisici con la morte.

Portare il Sacro, ossia la connessione con il nostro Divino, rappresenta per me una missione, nel vero senso del termine.

Cosa vuol dire missione?

Il mandare o l’essere mandato a esercitare un ufficio o incarico particolare.

Mi sento quindi un missionario. E tutti noi lo siamo.

Quindi realizzare di essere stati mandati su questa terra per esprimere la scintilla divina, che è in tutti noi, diventa un ufficio, un sacro ufficio.

Sacro ufficio vuol dire sacrificio, vuol dire ricordarsi quanto più è possibile per quale motivo ci si trova qui in questo momento e celebrarlo nella nostra vita. 

Cominciamo dalla fine o meglio dall’inizio ossia la morte. 

Tanto tanto tempo fa c’erano riti, anche molto complessi, che accompagnavano colui che stava lasciando il corpo fisico, riti che celebravano il ritorno verso il Mondo Superiore delle Anime. 

Questi riti consentivano a tutti, anche coloro che rimanevano, di poter entrare nella dimensione di sacralità che avrebbe favorito questo viaggio e aiutato chi sarebbe rimasto.

Basti pensare a quelli complessi degli antichi egizi.

Il Dio Osiride, padrone dell’oltretomba, la pesa dell’anima, la mummificazione, le pareti istoriate con scene della vita del defunto, fino ad arrivare alla grandiosità della tomba: la Piramide.

Addirittura la posizione delle piramidi di Giza, riproducenti esattamente la posizione delle 3 stelle della Cintura di Orione (Alnitak, Almilan, Mintaka) che migliaia di anni dopo diventano i 3 Re Magi (Gaspare, Baldassare, Melchiorre) a salutare la venuta del Cristo con i 3 doni-simbolo dell’oro, incenso e mirra.

Ma ancora oggi nell’isola di Sulawesi il popolo Toraja celebra i propri morti con un rito dove il sacro entra addirittura nelle loro case.

Quel popolo celebra l’abbandono del corpo fisico come l’inizio di un viaggio verso il Mondo delle Anime e l’essere che lo sperimenta è come sospeso tra due mondi e tale rimane finchè tutti i familiari abbiano elaborato il lutto e siano pronti a lasciarlo andare.

Per questo il defunto viene mummificato con formalina e portato nella casa familiare per tutto il periodo necessario a che tutta la famiglia abbia completamente elaborato la perdita (mesi o addirittura anni), periodo in cui la mummia viene tenuta in casa come se fosse ancora in vita. E’ vestita, le si offrono cibo, sigarette e quando ci si alza da tavola le si chiede il permesso. 

Solo dopo che tutti i familiari siano d’accordo a separarsi dal defunto si può procedere a celebrare il rituale che gli consentirà l’accesso al Regno delle Anime.  

Che differenza rispetto a come viene vissuta la morte oggi nel mondo “civilizzato”!!! 

Abbiamo perso il contatto con i segni ed i simboli che annunciano l’abbandono del corpo fisico di una persona cara. 

Abbiamo affidato questi segnali a macchine che ci avvertono con freddo suono acuto e prolungato che il cuore ha cessato di battere.

Spesso si muore in una stanza di un ospedale o di un Hospice con una televisione accesa, da soli, una televisione che vomita musica, gente che litiga invece del silenzio solenne e sacro che dovrebbe accompagnare questo viaggio.

Quando anche non siano i litigi, gli schiamazzi o i discorsi insulsi di persone di famiglia senza alcun ritegno, rispetto per colui che sta lasciando.

Sono stato purtroppo testimone di un momento di questi quando ho assistito alla scena di alcuni familiari di un morente che, nell’agonia precedente la sua morte, stavano già portando via i suoi abiti ed effetti personali dalla stanza in cui si trovava.

Abbiamo sostituito alle figure sacre idoli e feticci tecnologici, smartphone, computer e ormai ora anche robot dotati di intelligenza artificiale così sofisticata che possono lavorare al posto nostro senza più fatica, senza più pensieri, senza sentimenti. Stiamo andando sempre più verso un mondo dove regna Mente. 

Ma ancora oggi più o meno inconsciamente utilizziamo rituali che ci aiutino a vivere il lutto e la separazione.

Nella mia personale esperienza c’è un particolare odore che mi ricorda mio padre quando rientrava in casa dal lavoro. E’ un misto tra l’odore della carta, quello che si sente entrando in una biblioteca, e quello dell’inchiostro usato per la stampa, nella fattispecie nella tipografia della nostra famiglia, talmente penetrante che impregnava i suoi abiti. Quell’odore, subito dopo la perdita di mio padre, è lo stesso che sentivo quando scendevo nella sala macchine e mi dava un senso di sicurezza come se lui fosse ancora accanto a me. Ancora oggi quando mi capita di entrare in una stamperia vivo con grande tenerezza e rispetto questo contatto.

Come conosco persone che anche dopo anni dal distacco dalla loro moglie o dalla loro mamma conservano negli armadi delle abitazioni interi guardaroba appartenuti a colei o colui che ha lasciato.

Sono tutti segnali che il Cuore ha bisogno di esprimere e non possiamo reprimere.

La strada di Casa passa attraverso un ponte che collega Mente e Cuore.

Riposare nel pieno dell’attività

Sembra un koan da meditare in profondità ed effettivamente lo è. 

Tempo fa, quando lessi per la prima volta questa affermazione, stentai parecchio a comprendere cosa significasse veramente. 

Devo dire che, ancora adesso, si genera in me una sorta di vuoto nel tentare di rispondere. 

Ma l’Infinito Benedetto mi ha condotto con i suoi metodi, alcune volte drastici, a prendere in considerazione questo grande sconosciuto che per me è il riposo. 

Pochi mesi fa sono stato colpito da un infarto causato da un’occlusione totale di una coronaria. Questo evento, fortunatamente risolto brillantemente, mi ha catapultato in una prospettiva di vita alla quale non avrei mai pensato di trovarmi solo qualche anno fa. 

Durante la settimana passata nel reparto di terapia intensiva e nel reparto di cardiologia sono dovuto rimanere immobile in un letto con varie apparecchiature attaccate, oggetto di somministrazione di farmaci, indagini diagnostiche e impossibilitato a fare niente altro. 

Altre volte nella mia vita sono passato per situazioni di vita simili, ma, mentre in precedenza la mia attenzione e il mio desiderio era focalizzato nel riuscire a guarire il più velocemente possibile per poter lasciare l’ospedale, ora sono stato visitato da una paura profonda e incontrollabile di morire distaccandomi dai miei veicoli fisici, accompagnata da un’impossibilità a riposare e abbandonarsi ad un sonno ristoratore.

E ho scoperto che la mia natura profonda non è mai riuscita a riposare, in nessun luogo, sempre pronta ad attività frenetiche, esaurite le quali cadevo in uno stato di affaticamento tale che il corpo necessitava il meritato riposo per sfinimento. 

Anche in compagnia dei miei amici o di occasioni conviviali non riuscivo a stare seduto e intrattenermi con gli ospiti, ma mi alzavo in preda alla necessità di fare qualcosa, anche solo di passeggiare. 

Siamo tutti più o meno maestri nei tentativi di fuga, basti ricordarne alcuni: il lavoro tossico, lo sport esagerato, i rapporti amorosi, il desiderio di potere, il desiderio di denaro, le tossicodipendenze da sostanze e quelle emozionali, il multitasking ossia fare due o tre cose contemporaneamente. 

I dispositivi elettronici dei quali siamo circondati e che portiamo sempre con noi sono altrettanti tentativi di fuga. 

Da che cosa scappiamo? O che cosa combattiamo?

Il sistema di lotta o fuggi fa parte del nostro cervello limbico neandertaliano e, almeno per la mia personale esperienza, sento che un trauma del mio passato remoto di bambino ha bloccato questo cervello limbico neandertaliano settandolo sull’ aspetto preponderante della mia natura che è la fuga. Così il mio secondo chakra è costretto a girare ad una velocità impressionante comandato dal mio cervello limbico. 

Ancora oggi, nonostante il mio Cammino Spirituale, esso è ancora attivo. 

Ora è arrivato il momento di stare insieme e parlare a questo bambino impaurito, rassicurandolo: va tutto bene, è tutto a posto; questo è un luogo sicuro e tu gli appartieni. 

Rassicurarlo per portarlo a girare a un ritmo più vicino a quello della Terra.

Il grande Rumi ha detto: ascolta, piccola goccia, arrenditi senza rimpianti e in cambio guadagnerai l’oceano; lasciati andare e nel grande mare sarai al sicuro. 

Bisogna scendere nelle profondità dell’Acqua dove tutto è silenzio e pace e dove scorre il Mare del Qi e lasciare la superficie del mare dove si è in balia dei venti e delle correnti. 

Abbiamo perso la capacità di arrenderci e stare fermi in ascolto di quello che ci circonda, delle energie sottili che ci attraversano. 

Anche quando siamo in mezzo alla natura siamo preoccupati di catturare delle immagini con i nostri strumenti elettronici nel tentativo di fissare dei ricordi da riportare a casa con noi, quando sarebbe infinitamente più utile potersi sedere sotto un albero e ammirare il panorama circostante con l’attenzione di tutti i nostri sensi per far scendere dentro di noi il calore del sole, il rumore dello stormire delle foglie, la carezza del vento sulle nostre gote, gli uccelli che cinguettano e che volano a noi vicino, il profumo che penetra nelle nostre narici. 

Dedicare tutto il nostro essere al momento presente ci collega alla corrente di Energia Universale a partire da cui tutto fluisce con una perfezione meravigliosa come una Danza che ci guida nella nostra Vita.

Afterlife 6

Il Viaggio dell’Anima dopo il distacco dal corpo fisico prosegue con l’incontro che, a parere della maggior parte di coloro che sono tornati indietro e ricordano l’esperienza, ha un effetto profondo su di essi.

L’Essere che li accoglie viene definito un Essere di Luce con una personalità ben definita e percepibile.

La luce che emana è vividissima ma non abbaglia e non impedisce di vedere tutto quello che c’è intorno, ma soprattutto è l’amore e il calore che emana che, dicono, è inesprimibile e ci si sente completamente circondati, sereni e accettati alla sua Presenza, nonché magneticamente attratti da Essa.

A seconda delle credenze religiose avute in vita può essere identificato come Cristo o come un angelo.

La comunicazione con questo Essere avviene tramite la trasmissione di pensiero senza limiti né ostacoli con una chiarezza che esclude qualsiasi possibilità di errata comprensione o di poter mentire.

L’Essere di Luce pone le seguenti domande: “Sei preparato alla morte?”; “Sei pronto a morire?”; “Che cosa hai fatto nella tua vita che tu possa mostrarmi?”; “Che cosa hai fatto nella vita che ti sembra sufficiente?”.

Le domande non sono espresse per condannare, minacciare o accusare, ma per far riflettere sulla propria vita e potersi avviare alla comprensione della verità profonda del vissuto. 

Ecco una descrizione dell’Essere di Luce:

Sapevo che stavo morendo e che non potevo farci nulla perché nessuno poteva sentirmi…. Ero fuori dal corpo, su questo non ho dubbi, perché potevo vedere il mio corpo sul tavolo operatorio. La mia anima ne era fuori! Dapprima mi sentii male per questo, ma poi venne quella luce chiarissima. Dapprima sembrava pallida, ma poi divenne un raggio potente. Una enorme quantità di luce, non come una forte luce elettrica, era troppa luce. E da quella luce emanava calore; sentivo un senso di calore. Era di un giallo biancastro luminoso – no, quasi bianco. Luminosissima; ma non posso descriverla. Sembrava invadere tutto, eppure non mi impediva di vedere le cose intorno a me: la sala operatoria, i dottori e le infermiere, tutto. Vedevo chiaramente e la luce non mi accecava. Dapprima, quando venne la luce, non capivo bene che cosa stesse accadendo, ma poi la luce mi chiese, fu come se mi chiedesse, se ero pronto a morire. Era come parlare con una persona, ma nella luce non c’era una persona. Era la luce che mi parlava, ma con una voce… L’amore che veniva dalla luce è inimmaginabile, indescrivibile. Era una persona con cui era divertente stare! E aveva senso dell’umorismo – sì, lo aveva!

Tutto questo è il preludio a un evento di primaria importanza e profondità nel quale l’Essere di Luce presenta a colui che sta morendo una panoramica della sua vita. Lo scopo fondamentale è quello di provocare in lui una profonda riflessione su di essa. 

Il tutto avviene rapidissimamente con una sincronia quasi istantanea per assimilare tutta l’esperienza in un tempo terreno brevissimo.

A dispetto della velocità con cui avviene tutto il processo l’intensità è invece molto alta. Si percepiscono colori vibranti, tre dimensioni e il movimento. A queste immagini sono anche associate le emozioni, i sentimenti che le hanno accompagnate in vita. 

Lo scopo fondamentale di questa ricapitolazione è quello di far comprendere, a coloro che stanno passando oltre, la loro vita alla luce di due cose fondamentali per lo Spirito: imparare ad amare gli altri e acquisire la conoscenza. Nel regno ultraterreno questi sono i valori più importanti che regolano la vita delle anime. 

Il miglior paragone per descrivere questa esperienza l’ho ascoltato dalle parole con cui Padre Mariano Ballester, un gesuita che ha spaziato con la sua conoscenza e saggezza nel campo dello Spirito, lo ha descritto. Padre Ballester è stato anche lui protagonista di un episodio di pre-morte e al suo ritorno disse che era stato in compagnia di questo Essere di Luce che gli aveva mostrato tutti gli episodi della sua vita come una serie di diapositive che si succedevano su un immaginario schermo circolare che lo attorniava e commentava con l’Essere tutte le diapositive, sentendo tutta la carica emozionale e sentimentale che aveva provato in occasione di ogni evento. Poi è arrivato ad una serie di diapositive scure in cui non c’era nulla. Domandò all’Essere come mai erano scure ed egli gli disse che non potevano essere che così visto che sarebbe dovuto tornare indietro per vivere e riempire di immagini quello che mancava e che il suo compito, una volta tornato indietro, sarebbe stato quello di riferire quello che aveva vissuto durante la sua pre- morte.

Spero che il monologo finale del film American Beauty vi possa dare un’idea di quanto descritto.  

Afterlife5

Sono state descritte finora tutte le fasi immediatamente successive al distacco dal corpo fisico e la constatazione di avere un corpo di altra natura con delle prerogative sensoriali diverse dal proprio corpo fisico.

Si è stati pressochè nelle vicinanze della materia da cui ci si è distaccati, ma ora ci si addentra sempre di più nell’esperienza e ci si muove verso altri luoghi.

Molti di coloro che sono tornati da un’esperienza iniziale di morte riferiscono di aver avuto delle sensazioni uditive.

A volte spiacevoli definite come un ronzio persistente, un ticchettio, un clangore metallico, un suono sibilante simile al vento.

A volte piacevoli come un suono di campanelle, un suono di campanellini eolici, un’arpa eolica (strumento a corde dentro cui passa del vento che le fa vibrare) se non quando una musica maestosa, celestiale.

Insieme a questa sensazione sonora ci si trova a percorrere rapidamente e forzatamente uno spazio buio. 

Questo spazio buio viene descritto come una galleria, una cantina, un pozzo, un canale, un recinto, una gola, un vuoto, un cilindro, una valle.

In alcuni individui con un’educazione religiosa ci si ricollega alla Valle dell’ombra della morte descritta nella Bibbia salmi 23:4 “quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza”.

C’è una simmetria perfetta tra il modo di venire alla luce del mondo terreno e quello da cui ci si diparte attraversando uno spazio buio che assume la forma di un canale, una galleria.

Pur essendo in uno spazio buio non si prova alcuna paura ma una sensazione di pace e di quiete.

Molti hanno detto di non essere soli ma di avvertire la presenza, a volte da subito a volte più in là nell’esperienza, di Esseri venuti per aiutarli e accompagnarli nel viaggio di ritorno al Padre, a volte per comunicare loro che non era ancora giunto il tempo della morte e che sarebbero dovuti tornare indietro. 

Molto spesso questi Esseri sono delle persone alle quali il viaggiatore era legato da vincoli di parentela, di amicizia, ma comunque persone con cui si era legati da una speciale vibrazione di risonanza animica.

Nella testimonianza che ricevetti dalla persona che incontrai in un letto di ospedale ella mi disse di aver visto nel buio la figura di suo zio amatissimo che le veniva incontro, ma non era l’immagine dello zio come lei lo ricordava alla sua morte, bensì molto più giovane che esprimeva piena salute ed era vestito con un vestito bianco. La prese per mano e percorsero insieme lo spazio buio dove si trovavano in direzione di una luce vivissima. 

Arrivati lì lo zio le disse che non poteva proseguire e che sarebbe dovuta ritornare nel proprio corpo fisico perché aveva un compito da terminare nella materia.

Spesso infatti coloro che sono ritornati descrivono un confine, un limite oltre il quale la loro esperienza di pre-morte deve cessare e debbono tornare. 

Questo confine viene descritto come una distesa d’acqua, un campo, un muro, una linea, una siepe.

Ecco una descrizione di una paziente intervistata dal dr. Moody:

“L’esperienza ebbe luogo durante la nascita del mio primo figlio. All’ottavo mese di gravidanza mi venne quello che il dottore chiamò uno stato tossico consigliandomi di entrare in ospedale dove avrebbe provocato il parto. Subito dopo la nascita del bambino ebbi una violenta emorragia e il dottore faticò molto a fermarla. Ero consapevole di quello che stava accadendo perché, essendo io stessa infermiera, capivo che pericolo corressi. Poi persi conoscenza e sentii un rumore fastidioso, come un ronzio. Mi parve di trovarmi su una nave o un piccolo vascello in viaggio verso la riva opposta di una vasta distesa d’acqua. Sull’altra sponda vedevo tutti i miei cari defunti; mia madre, mio padre, mia sorella e altri ancora. Li vedevo, vedevo i loro volti com’erano quando erano sulla terra. Sembrava mi facessero cenno di raggiungerli e io dicevo: no, no non sono ancora pronta a raggiungervi. Non voglio morire. Non sono pronta ad andarmene. Infine la barca raggiunse quasi la spiaggia opposta, ma proprio prima di toccarla si volse e tornò indietro”.

Afterlife 3

Quali sono gli stati d’animo che si manifestano dopo l’abbandono del corpo fisico?

La maggior parte di noi esseri umani ha un’identificazione col proprio corpo fisico quasi totale e per molti pensare che ci possa essere un’esistenza senza di esso è inconcepibile.

Quindi trovarsi ad osservare il proprio corpo fisico senza più vita genera una notevole quantità di confusione con una domanda che si affaccia: che cosa mi sta accadendo?

A seguire alcuni sperimentano una profonda paura, il panico seguito da un disperato tentativo di rientrare nel corpo fisico senza peraltro riuscirvi.

Alcuni ascoltano la notizia della propria morte da coloro che sono vicino al loro corpo e c’è il tentativo di rassicurarli che non si è morti e che ci si trova proprio lì vicino, un tentativo vano vista l’impossibilità di parlare o toccare o abbracciare.

Alcuni altri sperimentano una profonda sofferenza nel vedere lo stato in cui è ridotto il corpo fisico, appena abbandonato, soprattutto coloro che hanno subito incidenti mortali a causa di cadute o incidenti stradali.

Altri non riconoscono il corpo che hanno appena abbandonato come se credessero che avesse un aspetto diverso.

Altri ancora provano emozioni positive come un senso di pace e di quiete nell’averlo abbandonato.

Ma molto spesso si affaccia la preoccupazione del non sapere dove andare e cosa fare!!!

Si realizza che si è morti e molti aspettano.

L’intento motore che mi spinge a scrivere queste pagine è proprio quello di fornire, a coloro che vorranno leggere, una mappa di quello che avverrà dopo la propria morte fisica per evitare di vagare inconsapevoli per chissà quanto tempo.

Pensate infatti a coloro che credono che la cessazione delle proprie funzioni vitali terrestri sia la fine di tutto e che dopo non ci sia nulla!!!! 

Oppure a coloro che attendono il Giudizio Universale!!!

Quanto tempo dovrà passare prima che si ricredano? 

Quando si presenteranno loro degli esseri, mandati apposta per aiutarli a trovare la strada, potrebbero rifiutare di seguirli, credendo che non esistano e che non esista un posto dove andare!!!

Ci sono poi degli esseri che non vogliono lasciare questa terra per vari motivi.

Vuoi per non abbandonare tutto quello che hanno accumulato nella materia.

Vuoi per non lasciare luoghi ai quali sono particolarmente legati da emozioni positive o negative. 

O vuoi anche perché non vogliono abbandonare qualcuno che è rimasto sulla terra a cui sono legati da forti sentimenti.

Quando questo succede si parla di presenze o fantasmi.

Un uomo anziano, ipovedente a causa di una malattia degenerativa, mi ha riferito di essersi svegliato di notte per andare al bagno e di aver visto delle persone che, attraversando un muro, erano entrate nel salotto di casa sua. Gli ho chiesto se conosceva queste persone e mi ha risposto che non le conosceva. Impaurito ha gridato: andate via da casa mia!!! Esse sono uscite come erano entrate. Infatti l’uomo ha controllato se la porta di casa fosse aperta e ci fossero dei segni di effrazione, ma tutto era in ordine.

Una persona a me molto vicina mi ha riferito che per anni ha visto nel corridoio della sua casa una bambina piccola con i capelli biondi ed un vestitino bianco che correva. La cosa le è stata confermata anche da un sensitivo ospite che, invitato nella sua casa, le ha chiesto chi fosse quella bambina che vedeva correre in casa.

Altre volte sono perfino coloro che rimangono che con le loro preghiere e con i forti sentimenti che provano per quelli che sono andati solo temporaneamente, non li lasciano liberi di andare e li tengono ancorati in prossimità della terra. 

Per questo motivo, anche per chi rimane, sapere cosa succederà ai loro cari e conoscere il luogo dove andranno a stare può far sentire sì la mancanza ma può contribuire a sviluppare un sentimento di sollievo confortante.

Sant’Agostino meglio di chiunque altro riesce ad esprimere questo.

“La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come se fossi nascosto nella stanza accanto.

Io sono sempre io e tu sei sempre tu.

Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.

Chiamami col nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.

Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.

Prega, sorridi, pensami!!

Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia di ombra o tristezza.

La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.

Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente solo perché sono fuori dalla tua vita?

Non sono lontano, sono dall’altra parte proprio dietro l’angolo.

Rassicurati va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.

Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami il tuo sorriso è la mia pace.”

Afterlife 2

Il Viaggio di ritorno al Padre inizia con la morte del corpo fisico.

Quello che di noi si stacca dal corpo fisico possiede ancora un corpo, ma di altra natura e caratteristiche che più in là esamineremo.

Questo corpo all’inizio rimane in prossimità del corpo fisico dal quale si è staccato.

Generalmente nello stesso ambiente in cui esso si trova. 

E’ in grado di percepire, anche se le esperienze di percezione sono sostanzialmente diverse da quelle che ineriscono la natura terrestre dei veicoli inferiori che sono comuni a tutti gli esseri umani.

Per questo motivo coloro che sono tornati indietro non trovano i mezzi di comunicazione adatti per esprimere quello che hanno vissuto. Non esistono parole per esprimere quanto hanno sperimentato, non ci sono aggettivi o superlativi in grado di riferire e spiegare.

Questo perché siamo immersi in un mondo terrestre a tre dimensioni, ma appena questo viene abbandonato le dimensioni aumentano e per questo è difficile parlarne.

Anita Moorjani, che è tornata indietro da questo viaggio per lei miracoloso, descrive piuttosto bene ciò che si prova:

Immagina un enorme e buio deposito.

Tu vivi lì e per vedere hai a disposizione solo una torcia.

Tutto quello che sai sul suo contenuto è ciò che vedi attraverso il fascio di luce della tua piccola torcia. Riesci a vedere solo ciò su cui si sofferma la tua torcia, e identifichi ciò che già conosci.

La vita terrena è proprio così. 

Siamo consapevoli solo di quello su cui focalizziamo i nostri sensi in ogni istante, e riusciamo a comprendere soltanto ciò che ci è già familiare.

Ora, immagina che un giorno qualcuno accenda un interruttore. 

Per la prima volta, in una subitanea esplosione di luce, suoni e colori, vedi l’intero deposito e scopri che non ha nulla a che fare con quello che avevi immaginato. 

Le luci lampeggiano, dardeggiano, risplendono e lanciano scintille rosse, gialle, blu e verdi.

Vedi colori che non conosci, altri che non avevi mai visto prima……

Luci al neon pulsano e ondeggiano in un arcobaleno color amaranto, giallo limone, vermiglione, uva, lavanda e oro. Trenini elettrici corrono lungo i binari su, giù e attorno agli scaffali stipati di scatole, pacchi, fogli, matite, vernici, inchiostri dai colori indescrivibili, scatolette di cibo, confezioni di caramelle multicolori, bottiglie di soda effervescente, cioccolato di tutti i tipi, champagne e vini provenienti da ogni angolo del mondo. 

All’improvviso fuochi d’artificio esplodono nell’aria diffondendo fiori scintillanti, cascate di fuoco freddo, braci sibilanti e giochi di luce.

Capisci che quella che un tempo consideravi la tua realtà in effetti non è che un minuscolo granello nella meravigliosa vastità che ti circonda…..

In questa aumentata sensibilità percettiva molti descrivono delle sensazioni estremamente piacevoli. 

Un senso di pace, benessere, agio. Un senso di solitudine e di quiete della mente. La fine delle preoccupazioni.

Anche chi si è momentaneamente distaccato dal corpo fisico a seguito di un evento traumatico parla di mancanza di dolore e un senso di sollievo e profonda rilassatezza. 

Molto spesso chi lascia il corpo fisico alla presenza di medici o familiari ascolta la notizia della propria morte da essi. 

Questo provoca una profonda paura e smarrimento. 

Alcuni tentano disperatamente di comunicare con i presenti senza riuscirci avendo perso i propri veicoli fisici.

Altri narrano di aver realizzato di poter non solo ascoltarli parlare, ma addirittura di entrare in contatto con i loro pensieri.

Come volontario ospedaliero ho avuto modo di ricevere la condivisione di una malata ricoverata in una struttura ospedaliera della capitale che mi ha riferito di aver avuto, anni prima, un episodio di cosiddetta pre-morte.

Tra gli aspetti del suo racconto, che sorprendentemente collimano con quelli descritti dal dottor Moody, mi disse che, mentre stava ritornando indietro dal luogo in cui era andata dopo il distacco dal suo corpo fisico, ha ascoltato una voce che diceva “scuotetela, scuotetela”….

E’ facile comprendere quanta attenzione e delicatezza dovrebbe essere riposta da medici e infermieri a quello che viene detto durante le operazioni chirurgiche. Accanto alla perizia tecnica dovrebbe essere coltivato anche il rispetto per l’individuo che si sta operando evitando di tenere conversazioni da bar.

Come è altrettanto facile comprendere da questi racconti che un individuo dichiarato deceduto e pronto per l’espianto dei suoi organi in realtà potrebbe non essere effettivamente ancora morto, oppure lo potrebbe essere momentaneamente per poi tornare. 

La Trasfigurazione

Trasfigurazione vuol dire cambiamento, metamorfosi. 

Quando lasciamo questa dimensione terrestre sperimentiamo una metamorfosi del nostro essere.

Da crisalide ci trasformiamo in farfalla.

Ci liberiamo dai veicoli che ci consentono di comunicare con questo mondo per amplificare quelli che ineriscono la nostra natura spirituale.

Ma la nostra Essenza viaggia anche durante tutta la nostra vita terrena in particolari momenti e condizioni.

Basti pensare al sonno ristoratore necessario per il nostro essere.

Cosa succede quando ci addormentiamo? Dove andiamo? 

Una parte del nostro essere, durante il sonno, viaggia. Abbandona il corpo fisico, al quale è legata per mezzo della corda d’argento, e viaggia in astrale. I sogni sono memorie tradotte di questi viaggi. 

Della corda d’argento, che sarebbe il filo di collegamento tra i veicoli inferiori e quelli superiori, se ne trova traccia nell’Ecclesiaste 12.1-8: ….. prima che si spezzi la corda d’argento e la lampada d’oro si infranga, si frantumi l’idria sulla cisterna e cada la carrucola nel pozzo; prima che la polvere faccia ritorno alla terra, d’onde è venuta, e lo spirito torni a Dio che glielo diede.

Esperienze di uscita dal corpo fisico possono essere vissute anche in condizioni diverse dal sonno incosciente. 

Ho avuto personalmente esperienza di questo quando ero poco più che ventenne. 

Allora praticavo la meditazione trascendentale. Essa consiste nella ripetizione di un mantra personale durante la seduta di meditazione. 

Mi trovavo in un luogo di vacanza invernale e, nella mia stanza d’albergo, ad un certo momento, mi sono visto seduto sulla sedia intento alla pratica meditativa. La posizione dalla quale stavo osservando la scena era vicina al soffitto della stanza, sulla sinistra e dietro rispetto alla parte di me seduta sulla sedia. 

Non avendo mai avuto, fino ad allora, conoscenza del fenomeno, mi sono immediatamente spaventato ritornando così velocemente nel mio corpo fisico.

La trasformazione che avviene con la morte è il distacco di questa corda d’argento.

Alcuni segni di questa trasformazione cominciano ad essere percepibili quando ancora siamo su questa terra.

La degenerazione del nostro corpo fisico e il ritrarsi progressivo della nostra energia dai nostri veicoli inferiori sono visibili e seguono un percorso ben definito.

Il nostro corpo è fatto di Terra, Acqua, Fuoco e Aria che insieme allo Spazio sono i cinque elementi sacri.

Quando si sta per lasciare i veicoli inferiori essi vengono meno seguendo questa sequenza sacra per tornare alla propria Essenza.

Quando si sta per morire l’elemento Terra svanisce per primo e le gambe ed i piedi si intorpidiscono ed il corpo diventa più rigido.

Svanita la Terra, l’Acqua ci lascia e si sperimenta il ristagno dei fluidi, l’incapacità di bere, l’incontinenza urinaria o intestinale, il rallentamento della circolazione del sangue.

Dissolta l’Acqua, il Fuoco ci lascia con delle vistose variazioni della temperatura corporea, la febbre può salire e scendere piuttosto rapidamente, il metabolismo rallenta ed alcune parti del corpo possono essere fredde ed umide come le mani ed i piedi mentre il centro del corpo può essere molto caldo.

Quando l’Aria viene meno si notano grandi cambiamenti nella respirazione. Respiri veloci e poi più lenti che non hanno più un ritmo definito. Lunghe pause tra una respirazione ed un’altra.

Fintanto che non c’è l’ultimo respiro. 

La corda d’argento si spezza e l’Anima è libera di iniziare il suo viaggio di ritorno al Padre. 

Ma da quale parte del corpo fisico prende il via il viaggio di ritorno?

La direzione dalla quale uscirà l’Anima dipenderà strettamente da come abbiamo vissuto questa nostra esistenza.

Se la nostra attuale esistenza sarà stata scandita dalla ricerca e dalla soddisfazione della materia e dei beni materiali, vivendo un inferno interiore, l’Anima uscirà dal 3° Chakra.

Se invece avremo vissuto privilegiando il Cuore e quindi avremo già fatto un certo lavoro spirituale in questo senso usciremo dal 4° Chakra.

I grandi Maestri di saggezza escono direttamente dal 7° Chakra.

Quindi il modo in cui viviamo questa vita influenzerà da subito quello che vivrà la nostra Anima quando lascerà il corpo fisico.

In questo modo inizia il Viaggio di Ritorno al Padre.

La grande illusione

La grande illusione è la conclusione cui sono giunto fino ad una certa età della mia vita.

Più trascorreva il tempo della mia età biologica più avvertivo un conflitto interiore.

Da una parte i testi sacri e la religione mi parlavano di un modello di essere umano che veniva su questa terra per aderire ed esprimere gli insegnamenti monumentali che Gesù il Cristo Benedetto e tutti i Santi avevano trasmesso. 

Insieme ai dogmi religiosi, crescendo, si erano aggiunti anche gli insegnamenti sui comportamenti più consoni per il benessere e la comunione da tenere nei confronti di membri della famiglia, della scuola, della società.

Ma tutto questo poi nella mia realtà di allora non trovava riscontro. 

Sentire mio padre e mia madre che mi redarguivano perché sarei dovuto andare alla Messa della Domenica e constatare che proprio loro per primi non andavano. 

Ascoltare il sacerdote insegnante di religione che ci parlava delle virtù cristiane e vedere i suoi occhi pieni di rabbia mentre tirava un orecchio di un bambino portandolo in giro per tutta la scuola. 

Più tardi quando decisi di condurre l’azienda di mio padre, che ci aveva lasciato, questo divario divenne sempre più profondo.

Non solo i colleghi/concorrenti riuscivano ad esprimere il peggio che un essere umano potesse, con un miscuglio venefico di egoismo, di sotterfugi, di accordi presi e disconosciuti; ma anche le stesse maestranze riuscivano a comportarsi seguendo il comando: Io, solo per me. 

Ero smarrito, confuso, fuori e dentro di me. 

Il mio sentire interiore mi portava dolcemente verso quei luoghi che mi erano stati descritti nelle Sacre Scritture, ma la realtà che ero costretto a vivere era distante, molto distante. 

Così distante da farmi arrivare alla conclusione che quello che sentivo fosse un’illusione, una favola, una meravigliosa favola, impossibile da vivere nel luogo in cui mi trovavo. 

Non rimaneva che vivere la vita che vivevano tutti quelli intorno a me!! 

Ora so quanto mi sbagliavo.

Il simbolo della Croce ci segna la strada. 

Una linea verticale che collega il Cielo con la Terra, una linea orizzontale che collega il maschile con il femminile. 

Al centro c’è IO che splende come Sole. 

Vivere la vita su questa terra deve essere un mezzo non un fine. 

Il mezzo per poter salire a sentire il Cielo ed Essere Sole. 

Il mezzo per poter esprimere la nostra parte maschile e la nostra parte femminile.

Ci invita a vivere la vita come un sogno, un sogno personale, diverso per ognuno di noi. 

Quando arriviamo lì non ha più importanza quello che facciamo ma come lo facciamo.

Non lo facciamo più per noi stessi, ma a beneficio, utilità e servizio di tutti gli esseri viventi.

Il video che condivido insieme a questo scritto parla proprio di questo. 

Seduto su una delle stelle della costellazione di Andromeda mi apro e sono senza più confini, immenso al cospetto dei Giganti dell’Universo di cui sono parte.

Sento di appartenervi, di essere tutt’uno: aperto, sconfinato e leggero. A Casa.

Questo è riuscito a regalarmi l’opera di questo essere umano.

Siamo venuti qui per provare questo e molto altro.

Quando si avvicina il periodo che porta al distacco dal nostro corpo fisico naturalmente si va verso questi territori sempre più frequentemente. 

E’ Anima che si sta preparando al grande ritorno. 

Purtroppo spesso accompagno persone fortemente calate nella loro materialità con la quale hanno vissuto per tutta una vita e che non vogliono lasciare per paura di perdere la loro identità.

Ma parlando con loro mi viene riferita una grande fatica ad occuparsi delle incombenze amministrative, burocratiche riguardanti i loro beni terreni. 

Come se fosse un pesante fardello da portarsi dietro. 

La realtà infatti è che tutto ciò che è materia è pesante e rimarrà insieme al nostro corpo fisico. 

Ma a dispetto di questa palese evidenza è molto difficile far cambiare loro prospettiva.

Anche se lo Spirito chiede proprio questo.

Afterlife

Cosa c’è dopo la morte?

E’ una domanda da cui la maggior parte degli esseri umani naturali, me compreso e per una buona parte della mia esistenza, si tiene a debita distanza dal chiedersi. 

Alcuni preferiscono negare l’esistenza di qualsiasi esperienza che non sia verificabile con i normali sensi e descrivibile secondo metodi scientifici.

Personalmente e fin da bambino ho sempre avuto certezza che ci sia qualcosa dopo questa avventura terrena, qualcosa che fa parte della nostra natura ed è naturale come respirare, come essere certi che dopo la notte viene il giorno, che dopo la luna spunterà il sole, un ritmo che fa seguire alla vita la fine della vita perché tutto cambi e si rigeneri. 

Cosa c’è dopo la morte è una domanda della quale nessuno può riferire la propria esperienza. 

Anzi, quasi nessuno!! 

Cosa succede quando abbandoniamo il nostro corpo fisico?

Oramai anche numerosi neuroscienziati e studiosi del cervello umano sono concordi nel ritenere che dopo la cessazione delle funzioni vitali di un individuo (cervello, cuore) esiste qualcosa che rimane oltre la vita del corpo fisico. 

Qualcosa di cui non riescono, però, ancora a dare una definizione e una spiegazione scientifica.

Per muoversi in questo spazio, per noi umani ignoto, l’Intelligenza Superiore o Sé Superiore ha mandato degli esploratori i quali si sono addentrati, fin dove loro consentito, in questo grande mistero e sono poi ritornati a vivere la loro vita terrena.

Si è calcolato che il numero di questi esploratori negli ultimi 40 anni assommi a circa il 15% della popolazione mondiale, quindi stiamo parlando di milioni di esseri umani. 

Tra di essi ci sono anche alcuni personaggi noti come Carl Gustav Jung, Elisabeth Taylor, Sharon Stone, Peter Sellers, Larry Hugman, Jane Seymour, Cino Tortorella….

Grazie all’opera della dottoressa Elisabeth Kübler Ross e del dott. Raymond A. Moody Jr. sono state raccolte migliaia di testimonianze di questi viaggi e ritorni in vita.

La vastità del numero delle persone coinvolte ha permesso di spaziare tra racconti fatti da uomini e donne, di diverse aree geografiche e di differenti credo religiosi.

Quasi tutti le testimonianze raccolte si dipanano seguendo un filo rosso in cui elementi comuni si ripetono nella maggior parte di coloro che hanno vissuto l’esperienza.

Nella sintassi comune vengono definite esperienze di pre-morte o NDE acronimo inglese che sta per Near Death Experience.

Alcuni di questi elementi comuni sono:

Ineffabilità o inesprimibilità dell’esperienza

L’ascolto della notizia della propria morte

Il senso di pace e di quiete

Il suono

Lo spazio buio

L’abbandono del corpo

L’incontro con altri

L’Essere di Luce

L’esame della propria vita

Il confine

Il ritorno

Mentre invece la particolarità è che: nessun racconto descrive tutti gli elementi comuni trovati; non tutti gli elementi comuni si sono succeduti nello stesso ordine temporale; chi ha avuto una esperienza di pre-morte più lunga nel tempo ha descritto un numero maggiore di elementi; alcuni sono tornati dalla esperienza di pre-morte senza ricordare nulla. 

Narrerò anche di un resoconto del tutto inaspettato, che ho personalmente raccolto da un malato ricoverato in una struttura ospedaliera nella quale facevo il volontario, che mi ha dato conferma, se mai per me ce ne fosse stato bisogno, della bontà e della veridicità di quanto riportato.

Scenderemo quindi dentro ognuno di questi elementi nei prossimi articoli per esplorarli da vicino insieme.

Buon viaggio

Accogli tutto

E’ un altro invito con cui lavorare fuori e dentro di noi. 

Il popolo americano usa la locuzione you wellcome in risposta ad un ringraziamento, locuzione che dà perfettamente il senso di questa accoglienza. 

Essere accogliente vuol dire allora dare il benvenuto a qualsiasi cosa entri nella nostra realtà personale.

Accogliere tutto non discrimina tra mi piace e non mi piace, tra lo voglio e non lo voglio e quindi lo fuggo perché è prima di tutto questo processo mentale.

Invita a prendere distanza dal piacere e dall’avversione osservandoli con equanimità, prima che la mente aggiunga delle etichette creando la successiva sofferenza causata dalla frustrazione che le cose non siano andate come esattamente erano state programmate.

Il sommo poeta Rumi descrive tutto questo: ogni mattino un nuovo arrivo: gioia, scoraggiamento, malignità. Un attimo di consapevolezza giunge, ospite inatteso. Dài il benvenuto a tutto e a tutto estendi la tua premura. La condizione umana è una locanda. Tratta ogni ospite con il dovuto rispetto. 

C’è un elemento naturale primordiale che esprime in maniera sublime questo senso di imparzialità nell’accogliere: l’Acqua. 

Essa si apre ad accogliere e sostenere fluidamente qualsiasi cosa entri in contatto con lei e si ferma in qualsiasi cosa la trattenga. 

Può essere agitata da venti di superficie e correnti ma nel suo profondo c’è calma, tranquillità, serenità. 

L’invito è a scendere al di sotto dei moti ondosi, a volte impetuosi, e dalle correnti create dalla mente per ritrovare la tranquillità, là dove cessa anche il bisogno di respirare.

Una delle prime volte in Hospice passai di fronte ad una stanza dove, nel suo letto, c’era una persona agonizzante. 

Rimasi meravigliato del perché non ci fosse nessuno lì con lui. Nessun medico, nessuna infermiera, credo abbastanza comprensibilmente vista ormai l’inutilità di una terapia farmacologica, ma inaspettatamente anche nessuno di noi volontari. 

Il primo moto che sorse dentro di me fu di passare oltre per andare ad assistere qualcuno con cui parlare, scambiare emozioni. Mi sorpresi a pensare: tanto cosa posso fare qui? E questo credo che avessero pensato anche tutti gli altri. 

Ma rimasi fermo ad ascoltarlo ansimare faticosamente ma fiocamente, ad osservare la sua pelle color giallo/grigio aderente ormai disperatamente alle ossa, simile a quella di una mummia egizia. Avevo paura ad avvicinarlo ma è come se stesse chiedendo il mio aiuto. Entrai e bisbigliò qualcosa in una lingua sconosciuta e allora lo accarezzai sulla quella fronte dicendogli all’orecchio: non avere paura, lasciati andare e andrà tutto bene. 

Rimasi con lui a dispetto della mia paura e della repulsione iniziale. Rimasi perché, dopo la paura e la repulsione, il mio cuore si aprì per accoglierlo e sostenerlo così come era e così come ero, anche se per un tempo limitato.   

Agli inizi del secolo scorso gli operai addetti alla costruzione della linea telefonica dovevano infiggere dei pesanti pali di legno, alti circa 12 metri, nel terreno. C’è un momento particolare in cui il palo appena infisso nel terreno può oscillare e cadere rovinosamente. Un operaio di lungo corso chiese ad uno appena assunto cosa avrebbe fatto in quel caso e questo rispose che sarebbe fuggito a gambe levate. L’altro rispose: avvicinati e metti le mani sul palo, quello è l’unico posto sicuro.

Rimanere ad accogliere il disagio e la sofferenza è qualcosa che va addestrato, ma ho scoperto che andare lì, nei miei posti bui solo con la luce di una piccola lanterna mi aiuta a trovare ciò che mi guarisce. 

Durante una recente seduta di meditazione sull’osservazione di un nostro disagio/dolore fisico ho potuto sperimentare ancora una volta la magia dell’accoglienza.

Dovete sapere che ormai da bambino soffro di una rinite vasomotoria allergica che, durante la stagione primaverile, produce, insieme ad altri sintomi, anche un fastidiosissimo prurito alle narici che non riesco a sopportare e mi costringe a grattarmi molto spesso.

Come se lo avessi invitato, appena sedutomi in postura, ho iniziato a percepire un solletico all’interno della narice sinistra che, successivamente, si è trasformato in un prurito sempre più acuto e migrante, come se qualcuno con un filo d’erba stesse solleticandomi la parete nasale. 

L’immobilità assoluta e il focus meditativo mi impedivano di muovermi. 

Il prurito ben presto si è trasformato in un dolore pungente e sottile in un punto preciso della narice, acre, così acre che ha portato con sé delle lacrime che hanno iniziato a rigare il mio volto. Ma ho pianto solo dall’occhio sinistro, mentre un formicolio e un calore si diffondevano solo nella parte sinistra della mia testa. Poi ho percepito distintamente queste parole: lasciami esprimere, lascia esprimere quello che sono così come sono, senza costrizioni. 

Ho realizzato subito quale parte di me stava parlandomi!!!!

You wellcome è un atto di Amore. 

Non aspettare

E’ un’esortazione che diventa presenza inseparabile quando si realizza che la morte ci accompagna sempre, ogni giorno della nostra vita. 

Il giorno 6 maggio 2018 ero alla guida dell’auto, nella foto, insieme alla mia compagna ed al nostro cane. 

Eravamo di ritorno da una visita ai nostri nipoti che vivono a Vienna. 

Partiti di notte, stavamo viaggiando sull’autostrada quando, a causa di un colpo di sonno, l’auto è uscita dalla sede stradale a 120 km l’ora, ha percorso un tratto di sterrato sulla destra, è passata sotto un enorme cartello pubblicitario, sfondandone un supporto con il muso, ha proseguito fuori strada per un altro tratto e poi, fortunatamente, sono riuscito a riportarla sulla sede stradale. 

Ho realizzato subito di aver ricevuto dei grandi doni dall’Infinito. Se il materiale, di cui era composto il supporto del cartellone pubblicitario, che l’auto ha sfondato, non fosse stato d’alluminio ma di ferro dove sarei ora? Dove sarebbero la mia compagna ed il nostro cane? 

Nonostante stessi spesso vicino alle persone morenti mi è stato ricordato, in un modo che non potrò mai dimenticare, che anche io sono su questa terra momentaneamente e che la posso lasciare istantaneamente. 

Questo dentro di me, invece di gettarmi nello sconforto e nella disperazione dell’accaduto, ha generato un senso di gratitudine per aver avuto l’opportunità di restare qui a lavorare su di me e per gli altri, per aver avuto il regalo di avere ancora accanto a me l’amore di questa vita e il nostro cane meraviglioso. 

Mi ha insegnato a non dare mai niente per scontato. 

Non era importante che l’auto fosse distrutta, che saremmo dovuti tornare a casa con altri mezzi, che non avremmo più avuto un mezzo con cui spostarci, che avremmo dovuto pagare i danni prodotti.

La gratitudine e la gioia di essere ancora qui ed ancora insieme erano così pervasive che spesso nei giorni successivi la mia compagna ed io ci siamo abbracciati stretti da amore e riconoscenza. 

Insieme a questo si incrinavano le mie maschere e le mura che avevo costruito con l’idea di non soffrire, ma che costringevano la mia Anima in un luogo arido. 

Da allora la domanda che compare spesso alla mia attenzione è: che cosa è veramente importante qui, in questo momento che sto vivendo? Che cosa farei ora se domani non ci fossi più?

Non aspettare è in questo senso, per me. 

Non aspettare a dire ti amo alla persona che ami…..

Non aspettare ad abbracciare tuo padre, tua madre per il solo fatto che ti hanno messo al mondo…

Non aspettare a stare accanto a tuo figlio, tua figlia con gratitudine, guardandolo/a fare ma senza interferire….

Non aspettare a seguire quello che la tua Anima ama creare……

Non aspettare a celebrare la vita sempre, godendo del calore del sole, del profumo del mare, dell’odore della terra bagnata dalla pioggia, del vento che agita le foglie degli alberi, del bambino che piange e ha bisogno di protezione, del morente che geme e ha bisogno di una carezza e di un bacio…..

La nostra Personalità tende sempre a farci rimandare usando lo stratagemma: non è necessario che tu lo faccia adesso, dopo c’è tanto tempo?

Ma così facendo non ho potuto salutare mio padre e dirgli quanto lo amavo perché è andato via con un infarto mentre ero all’estero per lavoro, non ho potuto dire a mia madre che la capivo e la amavo perché fuggivo ancora dalla morte….

Un antico mito babilonese “Appuntamento a Samarra” recita: “Un mercante di Baghdad invia un servo a fare provviste al mercato; l’uomo ritorna poco dopo a mani vuote tremante di paura, raccontando al padrone che una donna nella folla lo aveva urtato; guardandola, aveva riconosciuto la Morte. Mi ha fissato e ha fatto un gesto di minaccia, perciò prestami il tuo cavallo che cavalcherò lontano da questa città per evitare il mio destino. Andrò a Samarra, dove la Morte non mi troverà. Il mercante prestò il cavallo al servo che in tutta fretta se ne andò. Più tardi il mercante andò a fare spese al mercato. Lì vide la Morte e le domandò perché avesse minacciato il suo servo. Non era un gesto di minaccia, replicò la Morte, ma un moto di sorpresa. Ero stupita di vederlo a Baghdad perché stasera ho un appuntamento con lui a Samarra.”

Vivere appieno le esperienze di vita

E’ un invito rivolto a tutti noi a portare in ogni esperienza la totalità del nostro Essere. 

E’ un passo fondamentale nello sviluppo dell’attitudine all’accompagnamento. 

Pochi giorni orsono ho avuto modo di vedere alcune riprese televisive effettuate da una telecamera montata sul casco di coloro che praticano il terrain flight, ossia volare sfiorando il terreno.

In poche parole esseri umani si gettano nel vuoto con una tuta alare o con un parapendio acrobatico e, durante la loro discesa, entrano in spaccature profonde nella montagna, dentro archi naturali, sfiorando rocce, alberi e distese d’acqua a velocità impressionanti. 

Anche queste sono esperienze, credo, totalizzanti ma che, dal mio punto di vista, possono andare a nutrire un’irrefrenabile paura e desiderio di vincere la morte e un successivo e gratificante senso di onnipotenza. 

L’invito che invece viene rivolto qui è quello di portare tutto di noi nelle semplici esperienze quotidiane di vita e soprattutto in quelle di servizio per gli altri.

Solo quando riesco a portare tutto di me dentro un’esperienza di accompagnamento sono certo di aver servito e di non aver semplicemente aiutato o curato.

Quando riesco ad essere completamente immerso in ogni aspetto del mio vivere, qualsiasi cosa faccio diventa sacrificio, inteso nel senso di Sacro Ufficio. 

Partendo da lì il camminare nella natura osservandone lo spettacolo stupefacente degli alberi in fiore, ascoltare il lamento di un malato, accarezzare un volto, fare la spesa portano un senso di leggerezza, di calore, di fasatura ed un sapore di sacralità. 

Non è sempre così perché, in molte altre occasioni, lo svolgere le stesse attività mi lascia insoddisfatto, impaziente, superficiale, con un senso di mancanza, con la pesantezza del dovere e il desiderio di avere altre cose più importanti e più interessanti da fare. 

Quando manca la presenza dell’Osservatore o è offuscata dalla presenza di qualcosa di altro che dentro di me ha preso la scena io sento questo e tanto altro. 

Questa dicotomia è evidentissima quando servo gli altri e quando sono chiamato a servire la mia compagna di vita ed è un aspetto sul quale sto portando la mia consapevolezza da anni. 

Tra le mura di casa sono stato visitato da rabbia, senso di dover fare cose che non vorrei fare, risentimento anche nello svolgere le mansioni più semplici come pulire la nostra casa, soprattutto se la mia compagna si è trovata costretta a letto a causa di un malanno.

Con il passare degli anni e con gli strumenti che mi sono stati messi a disposizione ho scoperto che la mia essenza ferita non accettava di dover dare attenzione, conforto e servire la persona che, invece, avrebbe dovuto essere lei a dare attenzione, conforto ed amore al “povero essere indifeso”. 

Da qui il passo successivo mi ha portato a scoprire che anche il mio “servire” gli altri era sottoposto alla curiosa condizione di dover ricevere lodi, considerazione, attestazioni di stima e quindi, anche qui, ad essere amato.

Tutto questo ha generato una grande quantità di sofferenza a cui mi sono sottoposto e a cui ho costretto a sottoporsi anche chi mi sta vicino con amore.

Questa ferita sento che lentamente si sta rimarginando ma, quando mi ritrovo in compagnia di queste emozioni e del chiacchericcio che generano, mi aiuta pormi questa domanda: sto dando Amore o sto chiedendo Amore? Lo sto facendo per soddisfare un mio interesse personale o a beneficio, utilità e servizio della Vita?

E subito dopo penso alla Passione di Gesù il Cristo Benedetto. 

L’atto di Amore più alto verso tutti gli esseri umani. 

Un Essere di Luce Benedetta che accetta di vestire questi veicoli terreni per indicare a tutti quale è la strada che porta al cospetto del Padre, sapendo in anticipo di dover andare incontro al tradimento, alla derisione, alle indicibili torture del suo corpo fisico, al dolore e alla sofferenza fisica ed emotiva cui è stato sottoposto.

Cingere una corona di spine conficcata nella testa, portare una pesante croce di legno per un lungo tragitto dopo essere stato frustato a sangue, essere inchiodato per le mani ed i piedi e con essi reggere il corpo che vorrebbe per gravità cadere in terra, sentire le tue braccia staccarsi dal dolore, sentire la punta di una lancia che penetra nelle tue costole….

Nondimeno Egli ha pronunciato le seguenti parole: però non ciò che voglio io ma ciò che vuoi tu, Padre.

Avvicinandomi a sentire la grandezza e la purezza di questo Amore il mio Cuore si riempie e tutto il resto svanisce. 

Che sia una Pasqua di Resurrezione per tutti.

Pandemia

Gli avvenimenti, che stanno accadendo nella nostra società civile mondiale da circa 1 anno a questa parte, stanno mettendo la gran parte di noi esseri umani forzatamente di fronte a tutto ciò che proprio la gran parte di noi cerca di fuggire accuratamente per tutta la vita: il contatto con la malattia e con la morte.

Il mondo in cui viviamo è ormai ipertecnologico e l’accesso all’informazione è semplice e a disposizione di quasi tutti, anche nei più remoti angoli della nostra terra.

Quindi è sufficiente accendere una TV, navigare sul web o leggere un giornale per sapere cosa ci potrebbe succedere se entrassimo in contatto con questo virus. 

Sulla base di quanto è accaduto e sta accadendo e per evitare la possibilità di essere contagiati è stato ritenuto indispensabile limitarci negli spostamenti, rimanere chiusi dentro le nostre case e uscire solo con il nostro viso coperto e ad una certa distanza gli uni dagli altri.

La nostra vita precedente era una vita di relazione, piena di tanti incontri, divertimenti, viaggi, spettacoli, tanto lavoro frenetico, tanti spostamenti, fare contemporaneamente due o tre cose insieme, come guidare e mandare un messaggio con il cellulare, generando voracemente molteplici desideri in un vortice senza fine, cercando l’appagamento e provando la sofferenza del non poterlo avere, oppure la sazietà nell’averlo avuto sentendo subito dopo rinascere quello stimolo a cercare qualcos’altro. 

Da un certo momento in poi abbiamo potuto sperimentare cosa vuol dire la reclusione

Non per una scelta volontaria come gli asceti, gli eremiti, alcuni sacerdoti ma per costrizione come detenuti.

La detenzione nel passato remoto era però accompagnata anche da pesanti lavori fisici, chiamati appunto lavori forzati, attraverso cui il detenuto avrebbe così raggiunto una correzione ai suoi comportamenti non aderenti alle Tavole della Legge Civile. 

La percezione dello scorrere del tempo tra la mia vita precedente e la mia vita da recluso è drasticamente cambiata ed è come se il tempo si fosse rallentato. 

Rallentando e non potendo io fuggire è come se le acque di un mare in tempesta, a causa della frenetica attività, a poco a poco si placassero e lentamente si facessero più chiare permettendo di vedere il fondo. 

Vedere il fondo di se stessi può essere terribile tanto da chiedersi: possibile che dentro di me c’è tutta questa sofferenza, tutto questo desiderio, tutta questa avversione, rabbia, gelosia, paura, depressione, apatia? Lo è stato sicuramente per me. Ho realizzato che avevo la possibilità di scegliere se stare con quell’orrore che si presentava a me o scappare tuffandomi nel passato, rimanendo ancorato alla soddisfazione dei miei desideri o alla disperazione nel non averli raggiunti sperando di poter tornare a vivere la vita che vivevo prima, finita la reclusione.

E’ la stessa possibilità, con altra intensità, che è stata data a Nelson Mandela.

E’ la stessa possibilità che è data ad ognuno di noi. 

Sta a noi scegliere quale strada percorrere. 

Fortunatamente, essendomi stati trasmessi degli strumenti utili con i quali lavorare con ciò che si presenta dentro di me, ho scelto di lavorare con quello che c’è qui ed ora e li considero quindi i miei lavori forzati attraverso i quali l’Entità Superiore, da cui proveniamo, mi sta suggerendo la via da percorrere per raggiungerla.

Da questo punto di osservazione, guardando oltre, riesco a sentire la giustezza di quanto sta avvenendo dentro di me e la certezza che tutto questo è per il Bene, non solo mio ma di tutti gli esseri viventi. Lo considero un invito che le Potenze Superiori ci stanno facendo per prendere consapevolezza di quello che si agita dentro di noi e cercare di liberare, per salire di un gradino nella scala della evoluzione dello Spirito.

Lavorando con pazienza e con coraggio dentro le mie mura, quando poi mi è concesso di uscire fuori per ”l’ora d’aria”, trovo i miei sensi attentissimi a percepire per non perdere nulla di quello che ho davanti perché so che non potrà durare a lungo e dovrò rientrare nella reclusione.

Udire il rumore della risacca che si frange sulla riva, annusare il profumo del mare, sentire il bruciore della mia pelle al sole, sentire la sabbia bagnata che scricchiola sotto le piante dei miei piedi e il vento che accarezza il mio viso è motivo di sorpresa, di gioia e di gratitudine. 

Una semplice gita e la vista, che ho scelto come accompagnamento a queste parole, è allora Celebrazione di qualcosa di Sacro, qualcosa che rimane scolpito nella mia memoria a cui potrò accedere quando il mare dentro di me si farà agitato. 

Lo stare

Lo “stare” credo sia attitudine fondamentale in coloro che scelgono di accompagnare.

Rimanere fermi e aperti accanto a qualcuno che sta soffrendo e sta lasciando questa terra senza generare pensieri e azioni che semplicemente ci portino via verso la strada del desiderio di curare, di aiutare o verso la porta di uscita da quel luogo è lavoro di tutta una vita e coinvolge anche tutte le nostre relazioni, soprattutto quelle con coloro che amiamo.

Le vicende della vita non mi hanno consentito di poter stare accanto a mio padre che lasciò i suoi veicoli inferiori quando ero molto giovane né accanto a mia madre alla quale non sono riuscito a stare vicino come avrei voluto perché ancora non ero pronto a farlo.

La clausura forzata a cui siamo sottoposti mi ha dato la possibilità e il privilegio di poter sperimentare cosa vuol dire stare accanto all’animale domestico che convive con me.

Al mio cane, oramai anziano, circa 2 anni orsono, è stato diagnosticato un tumore all’ipofisi con un’aspettativa di vita di circa 4 anni. Il progredire della malattia ha portato delle conseguenze sul piano fisico che in questo particolare momento si stanno manifestando con un’irrequietezza continua dovuta al desiderio di cibo, con continua ricerca di esso anche subito dopo un pasto, e contemporaneamente un’incapacità di assorbirlo attraverso l’intestino con un dimagrimento continuo.

Finora le cure mediche a cui è stato sottoposto non hanno dato esito positivo.

Il legame affettivo che si crea con un essere che vive con te giorno e notte per una buona parte della vita si avvicina molto a quello che lega ai propri figli. 

Dopo una delle tante sveglie alla 4 di mattina, a causa del suo incessante camminare avanti e indietro alla ricerca di cibo o a defecare e urinare, decido di rimanere fermo nel letto, al buio sentendo i suoi passi nella stanza, il suo sbattere sui vetri e sui mobili, a causa della sua sordità e quasi cecità, disorientato e confuso sentendolo piangere sommessamente per la fame inesauribile. E lì fermo nel letto si è manifestata forte, insieme alla paura della sua sofferenza e il desiderio che finisse, la paura di soffrire nel vederlo soffrire, la voglia di fuggire da quell’amore per non sentire la mia paura e la mia sofferenza, la consapevolezza di essere sempre fuggito dall’amore per non sentire, la disperazione nel non sapere come aiutarlo e proteggerlo.

Ma diversamente da sempre sono rimasto lì, fermo nel buio. Non un pensiero, non un’azione di fuga, di distrazione, come un recluso dentro la sua cella. 

Ho iniziato ad essere risucchiato dentro un gorgo di disperazione, impotenza, rabbia, freddo, uscendo ed entrando in un labirinto di stanze senza finestre con un senso di asfissia. Il gorgo mi ha trascinato sempre più giù arrendendomi, senza aspettative a cui aggrapparmi, con la sola convinzione di voler andare fino in fondo, in un posto dove non ero mai arrivato, per vedere cosa succedeva. Lasciandomi andare giù in fondo il gorgo si assottiglia e lì dopo quell’orrore ero libero di andare, risalire. Un calore, una luce, un senso di pace e di libertà è salito lungo la mia spina e sono riuscito a percepire la bellezza collaterale che vive subito dopo e accanto all’orrore che ho sperimentato. Ho pianto di gioia e di gratitudine per la morte e la liberazione, per la vita attraverso la morte.

E ho cominciato a percepire i bagliori del Cuore Sacro.

Cosa succede quando si muore?

NO. Non è vero perché la morte è con noi sempre e proprio perché non sappiamo quando questo passaggio sarà non ha senso passare la gran parte della nostra vita cercando di allontanare questa paura per non sentirla.

Impiegare così tanta parte della nostra energia per cercare di stare più lontano possibile da quello che anche solo possa richiamare il ricordo!

NO. Noi non siamo solo il nostro corpo fisico. 

C’è altro che ci abita, molto di più.

Ma molti di noi lo hanno dimenticato e sepolto nella loro parte più profonda alla quale non ci permettiamo di arrivare. 

Abbiamo costruito intorno una corazza per non sentire quella parte, le sue istanze ed il suo bisogno di esprimersi. 

Abbiamo costruito maschere per aderire a quello che la nostra famiglia, la scuola, la società ci hanno chiesto di rappresentare.

Abbiamo chiuso la botola per non sentire il dolore e la sofferenza di quella parte che ci chiede di esprimersi.

L’altro giorno, passeggiando di mattina presto in un parco di Roma, la mia compagna ed io ci siamo fermati ad osservare due scoiattoli che si rincorrevano sugli alberi giocando tra di loro. Siamo rimasti per alcuni minuti affascinati con lo sguardo in su e la bocca aperta, pieni di meraviglia per la straordinaria velocità ed acrobaticità con cui lo facevano, additando con stupore e gratitudine quello che ci veniva regalato.

Ecco, in quei minuti quella parte di me che di solito relego in profondità è salita e si è potuta esprimere portando gioia, innocenza, leggerezza, libertà come quei due scoiattoli stavano esprimendo. Ho risuonato con le loro vibrazioni.

Questa Natura che così si manifesta fa parte del mio Essere e non è il mio corpo fisico. Lo abita, lo indossa semplicemente.

Questa Natura Solare, quando il nostro corpo fisico conosce la malattia e la morte, lo abbandona per ritornare alla sua Sorgente Primaria, il Sole, la Luce. Continua a vivere in un’altra forma, non la forma che assume per venire su questa terra.

Ecco allora che la morte non è la fine di tutto il nostro Essere ma piuttosto un cambiamento di stato.

Da uno stato più denso, pesante ad uno meno solido.

E’ una trasformazione come quella che permette alla crisalide di divenire farfalla.

Ecco allora che morire non è passare un muro di mattoni ma sollevare un velo di garza.

Che cosa c’è dietro questo velo di garza?

C’è vita dopo la morte?

Spesso me lo sono chiesto fuggendo subito dopo per paura di cercare la risposta.

Quello che prima invece non mi ero mai chiesto ma che ora, per me, è la domanda fondamentale è: c’è vita nella mia vita ora?

Da che cosa origina veramente questa paura?

Mi sembra che la paura origini e si manifesti in due correnti distinte.

Da un lato una paura cosciente che scaturisce dal non voler sperimentare dolore fisico, sofferenza emotiva originata dal sentimento di perdere i propri cari, la propria famiglia, i propri affetti, le proprie cose materiali.

Dalla constatazione quotidiana e persistente della perdita irrimediabile e progressiva della autonomia del proprio corpo fisico. Non poter più condurre la propria auto, non riuscire più a salire una rampa di scale, aver difficoltà a camminare, alzarsi dal proprio letto, portare il cibo alla propria bocca, dal senso profondo di solitudine e al tempo stesso di dipendenza dall’aiuto di altri. Il desiderio di mantenere la propria autonomia e la negazione del bisogno di dipendenza può spingere spesso gli individui a voler ostinatamente vivere da soli e rifiutare la convivenza assistenziale esponendosi a eventi traumatici le cui conseguenze accelerano il loro processo di declino.   

Ma questa è solo la punta dell’iceberg!!

Dall’altro lato c’è una paura inconscia, incontrollabile che scaturisce dal profondo. 

La paura dell’ignoto.

Ignoto è ciò che la mente non può conoscere, catalogare, incasellare nei suoi box e controllare.

E’ un paura della quale non si ha consapevolezza a meno che non venga deliberatamente portata attenzione su di essa.

E’ la paura di una forza distruttrice, catastrofica, annientatrice di tutto quello che la mente ha costruito e sulla quale essa non può aver nessun controllo perché non sappiamo quando, come e dove la morte ci raggiungerà. Per essa quindi vuol dire la fine di tutto.

Ma è vero?

E’ vero se pensiamo di essere solo il nostro corpo fisico o che esso ci appartenga. Anche il solo vederlo cambiare ed invecchiare può spaventare.

Ecco allora la corsa a rimanere giovani nel corpo fisico il più possibile. Fitness, corsa, sport, massaggi, trattamenti estetici fino ad arrivare alla modificazione del proprio aspetto fisico per mezzo della chirurgia per non invecchiare.

Ho passato gran parte della mia vita facendo sport di tutti i tipi, preparazione atletica agonistica, diete e attenzione al cibo più o meno continua con una maniacalità ossessiva spinto da questa emozione di paura. 

Ho fuggito la vecchiaia e la morte con pervicacia evitando di entrare in un ospedale anche solo per visitare una persona malata.

Pensavo che la morte mi avrebbe raggiunto quando sarei stato vecchio. Collocavo questo evento lontano da me nel tempo per farlo diventare rassicurante. Non devo pensarci proprio ora, ho una vita davanti!!!

Ma è vero? 

NO

Perché fuggiamo dentro di noi il contatto con la morte?

Credo che il fuggire dal contatto con la morte sia, per lo più, una risposta generata dalla Paura.

La paura della fine dell’esistenza umana, percepita dai nostri sensi, genera una risposta istintiva della parte più profonda del nostro cervello, il più antico, il cervello rettiliano.

Questo cervello è la sede degli istinti primari, il regolatore delle funzioni autonome del nostro corpo come la pressione sanguigna, la temperatura corporea ed il funzionamento di tutti gli apparati del nostro organismo (sistema cardiovascolare, sistema digestivo ecc.). E’ la parte del cervello incaricata di farci sopravvivere e risponde agli eventi esterni, giudicati pericolosi o stressanti per la nostra sopravvivenza, attivando una risposta di attacco o di fuga.

Questa risposta del cervello rettiliano è sollecitata da un’emozione sovrastante generata dal cervello mammaliano o mammifero o limbico. Questo è il cervello delle emozioni (rabbia, gioia, tristezza, paura….) ma è anche il cervello della nutrizione, del cibo (scarsezza, abbondanza) e del prendersi cura, come i mammiferi fanno, della prole.

Sopra questi due cervelli c’è la Neocorteccia che è il cervello della Scienza, della Musica, della Poesia, della creatività, della matematica; il cervello di Bach, di Mozart, di Einstein.

Il primo cervello lavora per lo più automaticamente ossia in assenza della consapevolezza, il secondo ad un livello intermedio, il terzo ad un livello massimo di coscienza. 

Il contatto con la morte viene interpretato e gestito, nella maggior parte degli esseri umani, solo dai primi due cervelli, a livello, quindi, quasi esclusivamente istintivo. Essi generano un’emozione di paura che viene risolta quasi sempre con la fuga, una fuga mentale piuttosto che materiale, adottando una strategia concatenata di pensieri, emozioni, azioni atte a distogliere e dirigere l’attenzione altrove.

Questo è quello che è accaduto nella mia personale esperienza negli anni precedenti al cammino interiore intrapreso. La paura mi ha costretto sempre a fuggire dall’idea della morte e anche solo della malattia pur avendola sperimentata spesso. Il non voler vedere questo imprescindibile aspetto della nostra natura umana ha generato in me una quantità impressionante di sofferenza emotiva.

Perché nessuno vuole parlare della morte?

Sembra che parlare della morte sia un tabù. In altre parole un divieto sacrale anche solo di pronunciare questa parola.

Il Sacro, tra cui la morte, da epoche remote è stato consegnato dagli esseri umani a particolari figure designate a parlarne ed officiarne i riti.

Per Sacro voglio intendere il contatto con il Divino o Entità Superiore. 

Nella cultura della quale io faccio parte i ministri di Dio o clero sono delegati ad occuparsi della gestione sacra di questo rituale di passaggio.

Altro motivo che ci impedisce di parlare della morte è che se ne parliamo, anche solo in generale, inevitabilmente e per la quasi totalità degli esseri umani siamo portati ad affrontare la prospettiva della nostra morte.

Affrontandola inconsciamente ed indirettamente potremmo avvicinarla.

Ecco allora sorgere dentro di noi una moltitudine di certezze: sto invecchiando, il tempo sta passando, il corpo fisico si sta deteriorando.

Ma anche e soprattutto una quantità di domande. Quando succederà? Come accadrà? Dove succederà? Sentirò dolore? Sarò da solo?

Troppa ansia, troppa paura, troppa incertezza!!!! 

Meglio far finta di non vedere, di non sentire. Meglio cercare distrazioni.

Ecco un elenco di quelle che io ho sperimentato: un tuffo nel lavoro, gratificazioni dal cibo, dallo sport, dal denaro, dal sesso, nuova auto, nuova casa, nuovi abiti, cura del proprio corpo, nuovi filoni di letture, viaggi, trasferire il proprio desiderio di sentirsi realizzati nel successo dei propri figli……….

Ognuno di noi ha le proprie modalità di distrarsi, se ne potrebbe scrivere un libro.

Ma è come avere un elefante dentro la propria casa e far finta di non vederlo.

Perché parlare della morte?

La morte è uno dei due eventi certi della nostra vita terrena. Per venire su questa Terra dobbiamo nascere, per lasciarla dobbiamo morire.

La gestazione è il tempo necessario affinché la Coscienza possa comprimersi per riuscire ad indossare una struttura fisica, una struttura emozionale, una struttura mentale denominate veicoli inferiori.

L’agonia è il tempo necessario affinché la Coscienza possa espandersi di nuovo e lasciare questi veicoli inferiori.

Intorno a questi due eventi certi di tutta la nostra vita su questa terra sembra che aleggi un alone di grande mistero. Forse perché non si può fare una “esperienza” della nascita e della morte. Con esperienza intendo una conoscenza diretta acquisita attraverso i sensi, l’osservazione, l’uso e la pratica ripetuta di una determinata sfera della realtà.

La nascita e la morte si conoscono, sì, direttamente ma non ci è data la possibilità di farne pratica. Di fatto sono due eventi irripetibili nell’arco di una sola esistenza.

Anche se esiste una eccezione a questa regola!

Esistono infatti degli esseri umani che muoiono temporaneamente e successivamente ritornano in vita. Questi casi vengono in genere definiti “esperienze” di pre-morte. Esistono testimonianze, di parecchi di coloro che sono tornati in vita, che hanno potuto descrivere cosa è successo loro quando sono morti e non solo……..

Li considero dei pionieri mandati in avanscoperta su un territorio sconosciuto e ritenuto ostile che tracciano per tutti noi una mappa piuttosto dettagliata di questo territorio. I racconti e le rilevazioni ottenute da ciascuno di loro si ripetono e aderiscono con una precisione e un dettaglio sorprendenti.

Questa mappa, e non solo, desidero condividere nella speranza che produca anche in voi le stesse sensazioni e gli stessi sentimenti che ha suscitato in me.