Concordia

Ci sono stati, nella mia vita trascorsa, periodi in cui alcuni eventi accadutimi si sono verificati anche in diverse persone nel mio cerchio di conoscenze, come se si volesse che la nostra attenzione zoomasse nel dettaglio per osservare meglio e comprenderne il significato profondo.

Mi riferisco a particolari dolori presentatisi in parti specifiche del mio corpo fisico (schiena, collo, in precisi punti del ginocchio), la cui eco risuona identica in altri individui, come anche il riaffacciarsi inaspettato di persone conosciute in scenari di vita passati e oramai distanti anni luce dall’attuale scenario di vita quotidiana.

Ho vissuto la mia fanciullezza, dagli 8 anni, e una buona parte di esistenza all’EUR, a quell’epoca periferia di Roma, dove abbiamo frequentato un circolo di tennis, allora appena nato. Un posto di paradiso, 4 ettari di verde, alberi, prati dove noi fanciulli potevamo giocare in tranquillità, nostra e dei nostri genitori, visto che lo spazio era completamente recintato, al sicuro da molti pericoli. 

Siamo stati istruiti nel gioco del tennis, della preparazione atletica, del calcetto, del nuoto.

Quasi tutto il tempo libero era dedicato a vivere questo spazio, come un piccolo paese nel più “grande paese” che era EUR.

La corrente del mare della vita mi ha portato poi lontano da lì, in una zona di Roma agli antipodi, nel salotto buono della città. Spazi diversi, persone diverse, una differente aria da respirare.

Inaspettatamente un messaggio, ricevuto settimane addietro da una amica del periodo, mi riportava a quei tempi, in quei luoghi, con quegli amici di infanzia per rivedersi ancora dopo quasi 40 anni per una serata insieme.

La mia Personalità ha iniziato subito a lavorare insinuando paura del tempo passato, dei segni del tempo sui nostri visi, di non riuscire a ricordare i nomi. 

Un prezioso insegnamento ricevuto dalla mia Guida mi ha impedito di dare energia a tutto questo. 

Andare oltre, oltre la storia che racconta la Mente, oltre quello che faresti seguendo quella voce: “meglio non andare, chissà come ti vedrebbero, chissà chi riconosceresti……”

Avere il coraggio di rimanere lì fermo e andare a vedere con gli occhi e la curiosità del bambino, della mente che non sa. 

60 persone si sono ritrovate nel nostro circolo quella sera ed è accaduta la magia.

La magia del sostare tutti al di fuori della palazzina sociale aspettando l’arrivo, uno dopo l’altro, di tutti noi per abbracciarci, ridere, scherzare come se non ci fossimo mai lasciati per 40 anni.

La magia del riconoscersi tutti andando al di là dei segni che il tempo ha lasciato sui connotati fisici.

La magia del dimenticare tutti i piccoli screzi, le antipatie reciproche, gli odi scatenati dalla competizione sportiva come se non fossero mai esistiti.

La magia del condividere un pasto tutti insieme, nella splendida terrazza, ricordando tutti quelli vissuti per festeggiare insieme, partecipi di una squadra, una vittoria ottenuta. 

La magia del rendere omaggio, con una standing ovation spontanea e coinvolgente, il nostro Maestro di Tennis ed il nostro Preparatore Atletico che, a detta loro e di tutti noi, sono stati dei padri putativi che si sono assunti la responsabilità di donarci i tesori che li hanno portati a quei risultati: la necessità del sacrificio, della volontà per riuscire ad ottenere dei risultati sul campo da tennis, ma anche l’affetto di un abbraccio e di parole amorevoli dopo una sconfitta.

Nei pensieri e nelle parole di tutti quanti noi c’è stata un’assonanza che esprimeva gratitudine per quello che ci era stato donato e abbiamo vissuto grazie ai nostri genitori, la gratitudine verso i nostri maestri che non sono stati solo maestri di sport ma maestri di vita, la gioia di aver vissuto in un angolo di paradiso ma di aver avuto il privilegio di aver potuto assaporare cosa vuol dire vivere in comunità. Comunità di intenti, comunità di valori di vita che tengono conto del rispetto per l’altro e le sue necessità, che si ottiene solo imparando a vivere del tempo insieme, gioendone.

La gioia del rivedersi si nutre proprio di questi sentimenti superiori, allora si vibra tutti insieme per risonanza e per sempre, producendo un’eufonia.

Allora nasce la concordia che significa cum cordis ossia con i Cuori.

La mia Guida questo mi ha insegnato, far tacere la Mente e nel silenzio far parlare i Cuori.

Questa è la strada. 

Ma quanti di noi si sentono di affrontarla?

Om namah Shivaya

E’ un mantra, il più famoso e potente mantra della religione induista. 

Che cosa è un mantra?

E’ la ripetizione continua delle parole sacre che lo compongono, ripetizione che può avvenire verbalmente, mentalmente o con un canto.

E’ composto da due parole della lingua sanscrita: man che vuol dire pensare (da cui manas – mente) e tra, che corrisponde all’aggettivo sanscrito kṛt “che compie”, “che agisce”,  a significare “veicolo o strumento del pensiero o del pensare” ovvero un’“espressione sacra che corrisponde a un verso del Veda, a una formula sacra indirizzata ad un deva, a una formula mistica o magica, a una preghiera, a un canto sacro o a una pratica meditativa e religiosa.

Ma oltre a questo le sillabe Om, Na, Mah, Si, Va sono un richiamo diretto ai cinque elementi Terra, Acqua, Fuoco, Aria e Spazio che rappresentano le fondamenta del pensiero filosofico orientale. 

Attraverso la vibrazione delle parole si invoca il contatto con la divinità a cui viene rivolto. 

Nello specifico questo mantra viene rivolto a Shiva una divinità della Trimurti (insieme a Brahmā il creatore e Vishnu il preservatore).

Shiva rappresenta invece il distruttore.

Che cosa distrugge Shiva? E’ il distruttore del falso, dell’ignoranza, dell’ego, delle cattive tendenze, delle apparenze e delle false credenze.

Il significato delle parole che lo compongono è ben preciso: mi arrendo a te, Dio Shiva.

O anche: sia fatta la tua volontà, con un’eco più cristiana.

In passato ho sperimentato la potenza dei mantra, avendo praticato per un certo periodo la meditazione trascendentale. Un mantra ripetuto ha la capacità di innalzare le tue vibrazioni e spostarti dal luogo in cui sei per farti vedere meglio, come alzarsi in volo con un elicottero.

Sono stato portato a parlarvi di questo mantra perché, camminando per Roma al ritmo della musica che ho sul mio telefono, è “capitato” il brano che troverete in coda all’articolo in un arrangiamento più adatto a noi occidentali. 

Ascoltandolo ho iniziato immediatamente a cantarlo, come sempre faccio con le formule sacre. E qualcosa è accaduto dentro di me che ha sollevato il mio spirito dal luogo in cui mi trovavo. Per questo vi invito ad ascoltarlo e cantarlo, in particolare quando sentite attrito, per sperimentare cosa succede dentro di voi.

Queste parole sacre invocano che una parte di noi (la nostra Personalità, l’Ego, l’Io solo per me) si arrenda ad un’altra parte di noi superiore e chiede l’intervento del distruttore Shiva.

Nel mio viaggio di ritorno verso lo Spirito è arrivato, ad un certo punto, il momento in cui Shiva mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha dato la possibilità di vedere come la mia personalità aveva costruito la mia vita fino ad allora. Questo momento nella vita di un Viaggiatore arriva sempre, è un passaggio obbligato.

Parafrasando Robert Frost l’unico modo per uscirne fuori è andare dentro a vedere come sei per liberare quella zavorra emozionale che ti impedisce di salire. 

Non esiste altra strada!! 

Nei primi momenti di questo processo ineludibile, che mi ha portato ad uscire fuori per vedere quello che avevo costruito, mi sono sentito confuso, disorientato, come se avessi perso la mia identità. 

E’ successo e succede allora, spesso, che la personalità, avvertendo il pericolo incombente per il suo potere, prende il comando. I messaggeri di Shiva, incaricati di portarti sull’elicottero (la tua guida, la persona che ti ama), vengono attaccati ferocemente costruendo, su ciò che sta realmente accadendo, una farsa o una tragedia. Nel mio caso a nulla sono valsi i loro tentativi di farmi comprendere quello che stava realmente succedendo e come mi stavo realmente comportando. La mia personalità aveva creato dei capri espiatori sui quali costruire tutta una storia perfettamente coerente. E si va via fuggendo da tutto questo per un altro giro di giostra. 

Io sono stato fortunato perché il mondo terreno che avevo costruito era andato già in distruzione prima che iniziassi questo mio viaggio. Ma vedo per i miei compagni viaggiatori che hanno costruito espressioni di vita nella materia altamente gratificanti (un bel lavoro, una sicurezza economica, una bella famiglia, una bella casa, un’attenzione al proprio fisico ed alla sua salute) quanto sia difficile essere disposti ad arrendersi al distruttore e riuscire a dire: sia fatta la tua volontà. 

Lo spettacolo che si apre davanti agli occhi, per la mia esperienza, è scioccante tanto da dire: possibile che io sono così, questo è il punto in cui mi trovo dopo tutta una vita?

Ci vuole coraggio a vedere come sei e lasciare a Shiva il compito di distruggere quello che una parte di te ha costruito in tutta una vita per rimanere senza identità e non sapere più chi sei, cosa farai, dove andrai ora. 

Quando succede bisogna coltivare l’umiltà di chiedersi: c’è qualcosa qui che non sto vedendo, c’è qualcosa dentro di me che genera attrito e non sto capendo?

Ma per arrivare a sentire qualcos’altro dentro di noi bisogna arrendersi, indietreggiare rispetto alla nostra identità terrena che è stata costruita.

Om namah Shivaya.

Non aspettare

E’ un’esortazione che diventa presenza inseparabile quando si realizza che la morte ci accompagna sempre, ogni giorno della nostra vita. 

Il giorno 6 maggio 2018 ero alla guida dell’auto, nella foto, insieme alla mia compagna ed al nostro cane. 

Eravamo di ritorno da una visita ai nostri nipoti che vivono a Vienna. 

Partiti di notte, stavamo viaggiando sull’autostrada quando, a causa di un colpo di sonno, l’auto è uscita dalla sede stradale a 120 km l’ora, ha percorso un tratto di sterrato sulla destra, è passata sotto un enorme cartello pubblicitario, sfondandone un supporto con il muso, ha proseguito fuori strada per un altro tratto e poi, fortunatamente, sono riuscito a riportarla sulla sede stradale. 

Ho realizzato subito di aver ricevuto dei grandi doni dall’Infinito. Se il materiale, di cui era composto il supporto del cartellone pubblicitario, che l’auto ha sfondato, non fosse stato d’alluminio ma di ferro dove sarei ora? Dove sarebbero la mia compagna ed il nostro cane? 

Nonostante stessi spesso vicino alle persone morenti mi è stato ricordato, in un modo che non potrò mai dimenticare, che anche io sono su questa terra momentaneamente e che la posso lasciare istantaneamente. 

Questo dentro di me, invece di gettarmi nello sconforto e nella disperazione dell’accaduto, ha generato un senso di gratitudine per aver avuto l’opportunità di restare qui a lavorare su di me e per gli altri, per aver avuto il regalo di avere ancora accanto a me l’amore di questa vita e il nostro cane meraviglioso. 

Mi ha insegnato a non dare mai niente per scontato. 

Non era importante che l’auto fosse distrutta, che saremmo dovuti tornare a casa con altri mezzi, che non avremmo più avuto un mezzo con cui spostarci, che avremmo dovuto pagare i danni prodotti.

La gratitudine e la gioia di essere ancora qui ed ancora insieme erano così pervasive che spesso nei giorni successivi la mia compagna ed io ci siamo abbracciati stretti da amore e riconoscenza. 

Insieme a questo si incrinavano le mie maschere e le mura che avevo costruito con l’idea di non soffrire, ma che costringevano la mia Anima in un luogo arido. 

Da allora la domanda che compare spesso alla mia attenzione è: che cosa è veramente importante qui, in questo momento che sto vivendo? Che cosa farei ora se domani non ci fossi più?

Non aspettare è in questo senso, per me. 

Non aspettare a dire ti amo alla persona che ami…..

Non aspettare ad abbracciare tuo padre, tua madre per il solo fatto che ti hanno messo al mondo…

Non aspettare a stare accanto a tuo figlio, tua figlia con gratitudine, guardandolo/a fare ma senza interferire….

Non aspettare a seguire quello che la tua Anima ama creare……

Non aspettare a celebrare la vita sempre, godendo del calore del sole, del profumo del mare, dell’odore della terra bagnata dalla pioggia, del vento che agita le foglie degli alberi, del bambino che piange e ha bisogno di protezione, del morente che geme e ha bisogno di una carezza e di un bacio…..

La nostra Personalità tende sempre a farci rimandare usando lo stratagemma: non è necessario che tu lo faccia adesso, dopo c’è tanto tempo?

Ma così facendo non ho potuto salutare mio padre e dirgli quanto lo amavo perché è andato via con un infarto mentre ero all’estero per lavoro, non ho potuto dire a mia madre che la capivo e la amavo perché fuggivo ancora dalla morte….

Un antico mito babilonese “Appuntamento a Samarra” recita: “Un mercante di Baghdad invia un servo a fare provviste al mercato; l’uomo ritorna poco dopo a mani vuote tremante di paura, raccontando al padrone che una donna nella folla lo aveva urtato; guardandola, aveva riconosciuto la Morte. Mi ha fissato e ha fatto un gesto di minaccia, perciò prestami il tuo cavallo che cavalcherò lontano da questa città per evitare il mio destino. Andrò a Samarra, dove la Morte non mi troverà. Il mercante prestò il cavallo al servo che in tutta fretta se ne andò. Più tardi il mercante andò a fare spese al mercato. Lì vide la Morte e le domandò perché avesse minacciato il suo servo. Non era un gesto di minaccia, replicò la Morte, ma un moto di sorpresa. Ero stupita di vederlo a Baghdad perché stasera ho un appuntamento con lui a Samarra.”