Che cos’è l’Amore per me

Più percorro la strada del Cammino dello Spirito più mi rendo conto di non sapere.

Per sapere intendo la Conoscenza appresa con la Mente unita alla esperienza fatta con il Cuore.

Sono tante le cose che non so, nonostante ne abbia lette più volte nei testi sacri e scientifici.

Per esempio l’Amicizia e in particolare l’Amore.

Posso dire sinceramente che ancora non conosco l’Amore.

Credevo di conoscerlo.

Se penso a quante volte ho detto dei “ti amo” buttati al vento, mentendo a me stesso e alla persona cui lo stavo dicendo, se penso a quante volte l’ho detto nello stesso tempo a donne diverse tradendo la loro fiducia in me.

Quante volte tutti noi sentiamo pronunciare queste due piccole parole che spesso troviamo sulla bocca di tutti?

La nostra società è ormai abituata a dare voce a questo mantra e a far seguire azioni che vanno nella direzione opposta a quanto affermato.

Basti pensare alle decine di Associazioni cosiddette “umanitarie” che si affollano sui nostri schermi televisivi proprio mentre stiamo mangiando, facendo leva sul senso di colpa che si creerà nella nostra mente al quale potremo trovare conforto donando una piccola somma mensile.

Sapete quanta parte di quello che si dona viene utilizzato per chi ne ha necessità?

Mi sembra poco più del 25% di quanto viene raccolto.

Il resto dove finisce?

In pubblicità, in organigrammi mastodontici con a capo AD milionari, pagati profumatamente.

Non solo, nei luoghi dove avviene la distribuzione di questi aiuti si sono formate delle bidonvilles gigantesche abitate da coloro che si sono spostati dai luoghi dove vivevano ai luoghi dove si distribuiscono creando un gigantesco problema di occupazione del territorio.

Dove sta l’Amore qui?

Amore chiede azione.

Amore chiede intento puro.

Non basta dirlo bisogna anche agirlo, con grande attenzione e consapevolezza perché è proprio questo che ci verrà chiesto quando passeremo oltre: che cosa abbiamo fatto e che cosa abbiamo dato con Amore che possa essere degno di essere mostrato?

Allora dire di amare un altro essere e usarle violenza fisica o psichica; dire di amare un altro essere e trattarlo come una cosa che si possiede per la paura irrefrenabile di perderlo, tanto da arrivare ad ucciderlo; dire di amare per colmare una propria immensa solitudine interiore è tenere fede a quanto si è detto?

Dire di amare non è amare.

Dire di amare non è dare Amore.

Amare è dare.

Ad un dato momento della mia vita è quello che ho iniziato a fare.

Ma l’Amore vero è dare senza aspettarsi nulla in cambio, dare ed essere in pace e sereni.

Allora ho scoperto che il mio dare era condizionato.

Mi aspettavo qualcosa in cambio, qualcosa che riempisse il mio vuoto interiore, qualcosa che gratificasse il mio ego che voleva essere adorato e non solo amato.

Amare è volere il bene dell’altro, ma la nostra società ci sta portando disperatamente lontano da lì.

Nel nostro mondo di oggi vale la lotta, la guerra per appropriarsi di cose materiali che riteniamo indispensabili per poter vivere e avere la supremazia e il dominio.

Cose materiali che rappresentino la dimostrazione che sono arrivato dove altri non lo sono: auto, case, palazzi, denaro, vacanze, gingilli elettronici, vini pregiati, gioielli, cibo sofisticato, alberghi e ristoranti lussuosi.

Un tenore di vita personale che sia dimostrazione eclatante del mio status sociale.

I nuovi “dei” sono i super ricchi miliardari, accompagnati spesso da donne il cui unico amore è per il denaro.

In questa folle lotta di tutti contro tutti impera la rabbia, la paura di non riuscire a salire, la vergogna di non avere abbastanza da mostrare, l’invidia, la violenza e un egoismo senza precedenti.

Dov’è l’Amore?

Qui non c’è.

La strada per trovarlo sta nel dimenticarsi della Mente e di tutto quello che costruisce.

Smettere di pensare, soprattutto smettere di pensare a IO per sentire che siamo tutti insieme.

Rivolgiamo il Cuore a chi ci sta vicino, donando attenzione, cura, conforto e sentiamo che cosa succede dentro di noi.

Come ci sentiamo? Quali sentimenti si aprono?

Senza mente, senza calcoli e senza limiti come gli eroi che sono riusciti a sacrificare il loro corpo fisico per permettere a qualcun altro di continuare a vivere.

Aldilà della stanchezza fisica, aldilà dei nostri problemi materiali.

Oltre la mente.

Nel Regno del Cuore.

Aiuta che Dio ti aiuta.

La tragica ironia della morte

La mia attenzione va a tutti i grandi studiosi e ricercatori nelle varie specializzazioni nel campo della medicina.

Alcuni di essi hanno raggiunto grande fama e notorietà proprio per il contributo nella loro area di studio o ricerca che ha permesso di arrivare a scoperte che hanno aiutato migliaia di persone a guarire dalle loro malattie.

Questa dedizione per la ricerca e per il servizio alla comunità scientifica e umana non ha potuto però impedire ad alcuni di loro di morire a causa delle stesse malattie che hanno lungamente studiato e curato.

Eccone alcuni casi

Giovanni Maria Lancisi (1654-1720)
Un medico italiano di grande fama, che fu il medico di corte del Papa Clemente XI, noto per i suoi studi sulle malattie infettive, in particolare sulla malaria, e per le sue ricerche sulle malattie epidemiche. Si ritiene che Lancisi sia morto proprio di malaria.

René Théophile Hyacinthe Laennec (1781-1826)
Laennec è celebre per aver inventato lo stetoscopio, ma purtroppo morì a soli 45 anni di tubercolosi, una malattia polmonare infettiva che lui stesso aveva studiato e trattato.

George Papanicolaou (1883-1962)
Papanicolaou è noto per aver sviluppato il famoso “Pap test” per la rilevazione del cancro cervicale. Sebbene non fosse lui stesso un oncologo, lavorava intensamente con i pazienti che soffrivano di questa malattia. Papanicolaou morì a causa di un cancro al pancreas, uno dei tumori che tanto aveva cercato di studiare e prevenire.

Albert Calmette (1863-1933)
Medico e ricercatore francese, Calmette è noto per il suo lavoro sul vaccino contro la tubercolosi (BCG). Tuttavia, egli morì proprio di tubercolosi.

Christian Barnard

Il famoso cardiochirurgo sudafricano noto per aver eseguito il primo trapianto di cuore umano riuscito nel 1967, morì nel 2001 a causa di infarto miocardico, ovvero un attacco cardiaco. Barnard aveva sviluppato problemi cardiaci in precedenza.

Anna Maria Vaccari

Storica psichiatra italiana è morta nel 1991 a soli 47 anni a causa di un tumore al cervello. Vaccari era una figura di grande rilievo nel suo campo e aveva dedicato la sua vita alla cura delle malattie mentali, in particolare lavorando con pazienti affetti da disturbi psicotici e con problematiche complesse.

Anna Maria Vaccari

Nutrizionista italiana nota per il suo lavoro nel campo della nutrizione e per il suo approccio professionale nella cura e prevenzione di malattie legate all’alimentazione. È tristemente venuta a mancare il 16 gennaio 2021 per un tumore pancreatico, che l’aveva colpita da tempo e con cui ha combattuto per un lungo periodo.

Eva Proudman

È una tricologa clinica e fondatrice di un programma per donne dopo chemioterapia. Ha sofferto di telogen effluvium dopo un intervento bariatrico, perdendo metà dei capelli.

Sembra un paradosso morire per una malattia che si è studiata per tutta la vita, ma dalla prospettiva spirituale non è così strano.

Il nostro organismo è una macchina perfetta, un universo di miliardi di cellule e apparati che lavorano in sinergia perfetta tra di loro, a somiglianza dell’Universo che ci sovrasta e ci circonda, sottoposto alle stesse leggi.

Come sopra così sotto.

La malattia di un organo o di un apparato è un messaggio che il nostro corpo sta mandando per avvertirci che qualcosa nelle nostre cellule sta cambiando e ci suggerisce di porvi rimedio al nostro interno.

Porvi rimedio significa andare a rimuovere e trasformare le cause emozionali e mentali che stanno creando quello squilibrio che si sta manifestando nella materia del nostro corpo fisico.

Il ricercatore dello Spirito conosce bene questa legge. Il ricercatore nel campo della Medicina, se ignora tutto questo, può essere condotto a ricevere suggerimenti, provenienti dalla sua interiorità, di occuparsi di una determinata malattia proprio perché quella malattia lo riguarda.

Può sembrare una tragica ironia ma non lo è.

Allora una serie di domande si affacciano alla mia considerazione.

Chi muore della stessa malattia che sta studiando sugli altri può essere considerato un luminare e per luminare intendo una mente folgorata dalla Luce della Conoscenza?

Chi si preoccupa di curare sé stesso con l’intento di dare poi agli altri può essere considerato un egoista senza cuore?

E più in generale avere lo slancio verso gli altri, quindi verso l’esterno, è preferibile rispetto a pensare a ripulirsi prima dentro per non trasferire agli altri i propri problemi?

 

 

Bioluminescenza

È un fenomeno assolutamente naturale ma magico per mezzo del quale alcune specie viventi, denominati fotofori, emettono luce visibile come risultato di naturali reazioni chimiche che avvengono al loro interno, oppure da rapporti di simbiosi con i batteri. 

Basti pensare alle lucciole che punteggiano, ormai sempre più di rado, le calde notti estive nei campi e nei boschi.

Tra gli organismi terrestri sono fotofori alcuni vermi tra cui alcuni millepiedi, alcuni funghi, alcune mosche, una chiocciola luminescente.

Pensavo che questa miracolosa attitudine fosse prerogativa di un ristrettissimo numero di esseri viventi.

Invece ho scoperto che così non è. 

Infatti, fauna e flora luminescenti sono così tanti che si fa prima a nominare quelli che non lo sono (al momento): le angiosperme e i vertebrati terrestri tra cui gli uccelli, i mammiferi e gli anfibi.

Soprattutto nel mare si manifesta la maggiore presenza di organismi che posseggono questo dono: batteri, piccole alghe, krill, meduse, seppie, polpi, un calamaro, alcuni squali, piccoli crostacei, coralli, anemoni, pesci dei piani batiali e abissali, come il pesce lanterna.

Come funziona la bioluminescenza?

La luce visibile emessa dagli organismi viventi, quella che ci fa sognare quando osserviamo le lucciole in estate, è in poche parole uno dei prodotti risultanti dall’azione di due composti chimici, da una parte le luciferine e dall’altra parte un enzima catalizzatore detto luciferasi. Nella maggior parte dei casi il fenomeno è appunto dovuto alla luciferina, che in presenza di ATP (adenosintrifosfato), magnesio e dell’enzima luciferasi, cede elettroni, i quali, passando ad un livello minore di energia, liberano energia sotto forma di luce, le lunghezze d’onda della luce emessa in ambiente marino restituiscono colori per lo più tendenti al blu e al verde.

La bioluminescenza è presente in tantissimi luoghi della terra e del mare: i laghi del parco costiero Gippsland Lakes in Australia, le spiagge di numerose località tra cui Mosquito Bay in California, Ton Sai in Thailandia e perfino Aberavon Beach in Galles. 

Nell’arcipelago delle Maldive troviamo la presenza di molti batteri, la cui particolarità è quella di iniziare a emettere luce solo quando raggiungono elevate concentrazioni in un determinato spazio e, quando lo fanno, emettono una luce continua in grado di dare vita a spettacolari fenomeni marini come i milky seas, i “mari di latte”, con enormi superfici luminose rilevabili addirittura dallo spazio.

Tutto ciò mi affascina e davanti a spettacoli simili non posso non rimanere stupefatto davanti alla straordinarietà e varietà espressiva del creato e a come queste manifestazioni mi conducano a collegarmi alla Fonte Primaria creatrice di tutto questo. 

Per me sono manifestazioni della grandiosità, della inaudita potenza e sacralità dell’Ente Creatore che arriva a manifestarsi su questi regni così materiali con questa sublime perfezione.

Come se la mano di Dio Infinito Benedetto sfiorasse l’acqua del mare e improvvisamente, grazie alla purissima e intensissima energia, tutto il mare risplendesse di una magica luce azzurra, riflesso del Divino, grazie alla purezza degli organismi che si rendono veicolo di questo miracolo. 

Come il risplendere di una stella cometa che infiamma con la sua scia una porzione dell’Universo correndo a velocità stratosferica verso la sua fine.

Allora mi sono chiesto: noi che siamo riflesso di Dio, che portiamo la Sua scintilla divina dentro di noi, siamo in grado di riflettere questa luce all’esterno di noi come Sua manifestazione?

Il ricordo è andato subitaneamente alle immagini sacre in cui i Santi, gli Angeli e i Beati vengono raffigurati con l’aureola che circonda il loro capo o tutto il loro corpo.

La luce radiante che emana da questi personaggi viene intesa come simbolo di Luce e Grazia in virtù della loro vicinanza alla Fonte.

È vero, sono raffigurazioni pittoriche che potrebbero non avere rispondenza nella realtà terrena, ma questo solo perché non siamo in grado di poter percepire quella luce con i nostri sensi terreni.

Ed è anche vero però che noi siamo in grado di poter percepire una energia pulita, brillante, vibrante e magnetica attraverso gli occhi, che non a caso sono lo specchio della nostra anima.

Allora la strada è quella di pulire i nostri Veicoli Inferiori così tanto che inizi a trasparire un barlume di quella luce divina che altri esseri riescono a diffondere. 

Per fare questo è necessario riconnettersi allo Spirito attraverso la pregheria, la meditazione, il lavoro incessante su di sé per diventare trasparenti come specchi.

Allora quando la mano di Dio ci sfiorerà saremo anche noi in grado di risplendere di Dioluminescenza.

Il Centro e la periferia

Alcuni giorni addietro una sorella/compagna viaggiatrice ha ricevuto in regalo un’intuizione proveniente dalle Regioni Superiori.

Le è comparsa l’immagine del Sole dal quale partivano raggi di luce e ha aggiunto che aveva visto ogni essere umano legato a esso da un raggio. La percezione le diceva che Il compito di ciascun essere umano è di ascendere, attraverso questo raggio, al Sole stesso.

Era rimasta colpita della rivelazione, non conoscendo ancora il sapere relativo, e chiedeva alla nostra Guida se quello che aveva immaginato potesse avere un collegamento con una verità spirituale.

Questo mi ha ancora una volta confermato in esperienza come la Conoscenza possa essere accessibile da chiunque sia aperto ed in contatto con le Regioni Superiori.

L’analogia che mi ha raggiunto immediatamente è con il simbolo riprodotto.

Nel macrocosmo al culmine di ognuno di quei raggi c’è un essere umano, nel microcosmo di ogni persona vivente al culmine di ogni raggio c’è una espressione o manifestazione delle personalità che ci abitano. Salendo di prospettiva ogni raggio è un’incarnazione della nostra Anima.

Il simbolo descrive il Viaggio che ognuno di noi incarnato compie per manifestare sé stesso sulla terra, ma nel contempo narra anche del Viaggio che tutti noi dovremmo intraprendere per risalire verso il Centro, verso lo Spirito.

Che cosa vuol dire?

In primo luogo il Viaggio che tutti compiremo quando abbandoneremo i Veicoli Inferiori, ma anche e soprattutto la connessione che ci è richiesto di tenere viva ogni volta che andiamo in periferia.

Il vivere quotidiano è strutturato in modo che ciascuno di noi è continuamente costretto a prendere contatto con la periferia. 

Le attività che ci attirano nella periferia sono innumerevoli: dalla mia casa esco per andare al lavoro, per uscire con gli amici, per passeggiare, per andare in vacanza, per studiare, per procurarmi cibo, per seguire i miei figli. 

Tenere dietro a tutte le attività create dalla nostra natura terrestre e/o dalla nostra società, dalle responsabilità/doveri creati per gestire i rapporti tra le persone in una stessa egregora (famiglia, società, nazione, gruppi di appartenenza), ci costringono a rimanere sempre di più tempo in periferia.

Così tanto che perdiamo il contatto con il nostro Centro che è il Sé profondo. 

Alcuni di noi credono addirittura che esso non esista e rimangono nella periferia per tutta la vita.

Non capiscono, come non avevo capito io, che rimanere lì ci condanna ad essere tutti separati, espressioni dei nostri Io centrici, attraversati solo da rabbia, paura, tristezza, apatia, invidia, vergogna, senso di colpa, superbia, lussuria, avidità. 

Intossicati da queste emanazioni, confusi e deboli, sempre più deboli e pronti ad eseguire ordini che ci rendono schiavi.

Quando invece tutto ciò che Dio Infinito Benedetto ha creato può essere rappresentato da un cerchio, un centro e una periferia.

Il nostro sistema solare con il Sole al centro; la cellula che ha un nucleo centrale, una periferia chiamata citoplasma e una membrana protettiva e contenitiva; l’uovo con il rosso centrale, il bianco periferico ed il guscio; la maggior parte dei frutti che hanno il nocciolo o i semi, la polpa e la buccia.

Sul piano spirituale il centro rappresenta lo Spirito, lo spazio tra il centro e la periferia l’Anima.

Lo Spirito è raffigurato con un puntino in realtà è immateriale e non ha dimensioni, ma vibra così intensamente che è onnipresente e distribuisce la sua energia in ogni luogo. L’Anima è materiale ma di una materia così rarefatta che la sua espressione è pura luce. 

Collegarsi all’Anima e allo Spirito ci costringe a spogliare i panni delle nostre personalità, andare oltre le chiacchere della mente di superficie per abitare i territori dove IO non esiste più e dove esiste UNO.

Ma sempre più spesso ho la sensazione di essere legato ad un elastico e, quando inizio a salire verso le altitudini celesti, vengo riportato a terra.

Più salgo e più potentemente vengo tirato giù.

Ogni volta che salgo l’elastico lentamente perde la sua caratteristica e quando riparto di nuovo non lo faccio dallo stesso punto di partenza. Quando un giorno l’elastico non sarà più elastico sarò allora libero di andare e tornare consapevolmente.

Se dimentichiamo di tornare al Centro per ricevere le potenti e luminose energie dallo Spirito, andiamo alla deriva completamente persi nella periferia e ci lasciamo indebolire dalle esalazioni venefiche delle nostre emozioni disfunzionali, fatte per nutrire solo entità affamate.

Tutto ciò che esiste è legato al centro e può sopravvivere solo se questo legame viene alimentato, ogni giorno che Dio ha fatto e ad ogni suo inizio.

Come?

Meditando, pregando, cantando ogni giorno e ad ogni suo inizio, come fanno i religiosi che iniziano la loro giornata cantando le Lodi e pregando.

Il primo pensiero, una volta aperti gli occhi al risveglio, dovrebbe essere per lo Spirito a nutrire la nostra Anima per essere guidati in periferia.

Il nutrimento

Nella mia esperienza ho separato il significato di nutrimento in quello per il Corpo Fisico e in quello per lo Spirito. 

Molti di noi sono portati a farlo, essendo immersi in questo mondo di dualità in cui esiste il giorno e la notte, il sacro ed il profano e via discorrendo.

Nella mia percezione la dualità equivaleva a separazione, da una parte un’entità dall’altra il suo opposto: distanti, divisi, incomunicabili.

L’inganno percettivo, architettato dalla mia mente, mi suggeriva di dover necessariamente scegliere a quale dare attenzione.

Il nutrimento per il nostro corpo fisico, ossia il cibo e i liquidi, è necessario alla sua sopravvivenza.

Per questo attiva dei meccanismi psichici potenti. 

Basta aver sperimentato cosa succede al nostro essere quando siamo costretti o decidiamo di astenerci dal farlo, anche solo per poco tempo. 

Si presentano reazioni profonde e incontrollate di aggressività, istinti che ci pervadono portandoci ad azioni violente verso noi stessi e gli altri, come anche un’astenia fisica ed apatia mentale.

Ho avuto modo di sperimentare anche l’uso del cibo, e la sensazione di sazietà che produce, come balsamo su ferite emozionali. 

Per questo ancora bambino ho ingurgitato una quantità di cibo così sovrabbondante rispetto al nutrimento necessario solo al mio corpo fisico, da ingrassare notevolmente. 

Il desiderio di lenire la profonda sofferenza che provavo mi costringeva a mangiare così tanto e così voracemente da poter appena masticare le pietanze. 

Ma, dopo poco, quel vuoto tornava, così tentavo di riempirlo con cibi via via sempre più pesanti, sempre più grassi e in quantità considerevole. 

In questo modo l’apparato digerente era costretto ad impiegare molto tempo nella digestione restituendomi l’impressione di sazietà.

Sulla strada della Consapevolezza sto realizzando che la dualità, entità divise e separate come le avevo catalogate, non esiste. 

Esiste è vero un estremo e il suo opposto ma c’è un ponte che deve unire questi due opposti e questo ponte siamo noi che partendo dal basso (la Materia) e siamo richiamati verso l’alto (lo Spirito).

E così il nutrimento parte dal Corpo Fisico e attraverso i nostri Corpi (Eterico, Astrale, Mentale) sale ai Piani Superiori a nutrire le parti che ci collegano al Cielo. 

Sta a noi scegliere da che parte vogliamo andare e quale Signore servire. 

In ogni nostro pensiero e azione quotidiani possiamo scegliere di salire verso il Sacro o scendere verso l’Empio.

Come scegliere di bere l’acqua di una pozza di fango oppure acqua che scende dal cielo, l’acqua delle nuvole.

Come posso utilizzare il cibo per nutrire lo Spirito? 

Lo Spirito non si nutre di materia, questo è vero, ma prima di arrivare ad esso ci sono altri corpi che fanno parte del nostro Essere. 

Per andare verso l’alto come mi devo nutrire?

Nutrizione equivale a disgregazione della materia, fatta anche di elementi che vengono dallo spazio e dall‘universo, per distribuirla a tutti gli organi.

La prima cosa necessaria è attivare la consapevolezza dell’atto del mangiare.

Come? 

Rimanendo in silenzio mentre si consuma un pasto.

Non gettarsi sul cibo inghiottendolo con voracità, parlando, urlando, magari guardando il cellulare o guardando dei programmi televisivi che parlano di violenza, guerra, di stupri, omicidi, di catastrofi imminenti. 

In questo modo assorbiamo solo materia grezza che va a nutrire il corpo fisico ma non i corpi sottili, ingerendo però anche emozioni di rabbia, paura, odio, risentimento che vanno ad avvelenare il cibo ingerito.

Per arrivare a nutrire i nostri corpi sottili il cibo va masticato a lungo fino a renderlo quasi liquido.

Ogni boccone dovrebbe essere masticato dalle 30 alle 50 volte, a seconda della sua consistenza iniziale. 

Così la materia e l’energia che lo compongono vengono separati e la seconda potrà andare a nutrire i nostri organi ed apparati.

Ma la mente deve accompagnare questo processo generando sentimenti di amore e di gratitudine per quello che si sta ricevendo.

Naturalmente non tutti i cibi hanno la stessa vibrazione e frequenza. 

Quello che proviene da esseri più simili a noi come il maiale, i bovini, gli ovini e in genere tutti i mammiferi, di cui noi facciamo parte, andrebbe evitato per permette al nostro sistema immunitario di riconoscere prontamente quello che mi appartiene, che non va distrutto, da quello che mi è estraneo. 

La carne, i formaggi stagionati, i dolci zuccherati non hanno le stesse vibrazioni della verdura, del pesce bianco, del formaggio fresco, della frutta. 

Le bevande come il vino, la birra, i liquori, che incidono fortemente sulla lucidità e l’attenzione, dovrebbero essere ridotti al minimo.

Prima del pasto ci si dovrebbe collegare con le Entità che governano i Piani Superiori. 

Per questo anticamente si pregava prima di consumarlo. 

Anche il canto permette di collegarsi con le Entità Celesti e chiedere la loro presenza benefica sull’atto.

Il silenzio andrebbe mantenuto durante tutto il tempo. 

Silenzio di parola, ma anche nelle azioni che accompagnano la consumazione del cibo, evitando di sbattere piatti e posate, cercando di attivare consapevolezza, anche nello sparecchiare e apparecchiare, nel versare acqua in un bicchiere, nel servirsi da un piatto di portata. 

Così il cibo diventa sacro.  

La grande illusione 2

La grande illusione di cui tutti noi siamo vittime è quella di credere di essere solo individui separati gli uni dagli altri immersi nei nostri IO autoreferenziali e sentirsi, come Eckhart Tolle ha meravigliosamente dipinto, frammenti disconnessi in un universo ostile.

La gran parte degli Esseri Umani vive la propria vita con questa convinzione profondamente radicata dentro di sé senza chiedersi se ci sia anche qualcos’altro. 

E’ come se, citando il grande Maestro Aivanhov, le cellule del nostro corpo si sentissero divise poiché le loro funzioni non sono identiche: il cuore lavora in un modo, il fegato in un altro; dimenticando o meglio non avendo consapevolezza che tutte loro, in un dato momento della gestazione dell’embrione umano e prima di prendere, ciascuna per proprio conto, una strada di specializzazione differente, sono state totipotenti.

Infatti nei primi momenti della vita dell’embrione le cellule staminali embrionali sono tutte identiche e solo successivamente sono capaci di differenziarsi in uno dei 254 diversi tipi cellulari propri di un organismo adulto. 

La gran parte di noi si sente come un atollo circondato dalla propria barriera corallina nella quale sembra esserci tutto quello che serve per vivere tranquilli. C’è sole, cielo, sabbia fine bianchissima, alberi e vegetazione, una spettacolare varietà di pesci, acqua bassa e tiepida dove immergersi per osservare la meravigliosa natura appena sotto il pelo dell’acqua. 

Sembra un paradiso terrestre, tanto che si può impiegare tutta una vita a lavorare per curare questo gioiello al cui centro ci sono IO: una bella casa, un buon lavoro, denaro, una famiglia, relazioni sociali, divertimenti, vacanze, una barca, una casa in montagna, nuovi gadget costosi, ecc, ecc….. E così tanti fanno, rimanendo prigionieri della gigantesca illusione che questo è tutto quello che c’è e che serve.

Anche quando non si riesca a creare un vero e proprio paradiso terrestre, ma piuttosto un incubo infernale a causa delle esalazioni venefiche che irradiano dal nostro interno, anche così si rimane volutamente nel samsara, chiusi nella propria barriera corallina non volendo vedere né sentire nient’altro.

Ma come le cellule del nostro corpo, se potessero andare oltre nella loro comprensione, saprebbero che un solo essere le abbraccia, al quale sono unite e fra di loro, dal liquido interstiziale che è sostanzialmente acqua, elemento preponderante nell’organismo umano.

Anche noi, se riusciamo a estendere la nostra consapevolezza oltre l’atollo che ci circonda, realizziamo che ogni atollo è legato all’altro dall’acqua del mare.

Il Viaggio dello Spirito è ricordarsi che siamo prima Acqua e poi siamo atolli.

Il Viaggio dello Spirito è ritornare attraverso Acqua all’Acqua Universale che è riflesso dell’Anima Universale. 

Superare la barriera corallina che è limite del nostro IO, dimenticandolo, rinunciando a “IO sono il centro più importante dell’Universo” per andare a scoprire cosa esiste quando “IO” non esiste più. 

Questo è il lavoro che ognuno di noi deve fare quando ci si incontra nello Spirito.

Non rimanere confinati nei nostri atolli desiderando che tutti gli altri si adattino o si sottomettano a quello che IO vivo e desidero lì dentro. 

Lo stare insieme in questo modo, uscendo dai mi piacerebbe che facessimo questo, vorrei andare da questa parte, voglio stare al mare tutto il giorno, voglio passeggiare, ecc. per entrare in un’area di silenzio interiore, raggiunto il quale si instaura una sincronia di eventi di perfetta risonanza per tutti e si viene guidati verso ciò che è importante vivere e sperimentare, tutti insieme, in quel preciso momento. 

Questo è uscire nell’Acqua Universale per lasciarsi trasportare dallo Spirito.

Afterlife 7

La gran parte di coloro che hanno vissuto un’esperienza di premorte hanno descritto un confine, un limite che non avrebbero potuto superare e sarebbero dovuti tornare indietro. 

Può essere una distesa d’acqua, una porta, un muro, una nebbia grigia e densa, una siepe che attraversava un campo o semplicemente una linea. 

Ecco alcuni esempi tratti da testimonianze di chi li ha vissuti.

  • Morii di infarto e mentre morivo mi trovai in un campo. Era bello e tutto era di un verde intenso, introvabile sulla terra. Guardavo davanti a me e nel campo vidi una siepe. Mi avvicinai ad essa e vidi un uomo dall’altro lato di essa che si avvicinava a me. Volevo avvicinarmi ma mi sentii trascinare indietro irresistibilmente e nello stesso istante vidi l’uomo voltarsi e tornare indietro.
  • Persi conoscenza e senti un rumore fastidioso, come un ronzio. Mi trovavo su una nave o una piccola imbarcazione in viaggio verso la riva opposta di una grande distesa d’acqua. Sull’altra sponda vedevo tutti i miei cari defunti: mia madre, mio padre, mia sorella e altri. Mi facevano cenno di raggiungerli e io dicevo: no, no non sono ancora pronta a raggiungervi. Non voglio morire.

Alcuni altri ricevono la notizia che devono tornare indietro dalla persona che è venuta a prenderli e ad accompagnarli attraverso lo spazio buio. 

I loro sentimenti, nei momenti immediatamente successivi alla morte, sono un disperato desiderio di tornare nel corpo e un profondo rimpianto per la propria morte.

Ma quando il morente si è inoltrato nell’esperienza non vuole tornare più indietro e a volte cerca di non rientrare nel corpo fisico. Soprattutto dopo che si è incontrato l’Essere di Luce.

Solo chi ha lasciato compiti importanti da portare a termine si sente lieto e a proprio agio nel tornare.

Alcune volte si ritorna, indipendentemente dai desideri personali, a causa dell’amore e delle preghiere di coloro che sono rimasti in vita.

Ero con mia zia durante la sua recente malattia. Più di una volta le si arrestò il respiro, ma la salvarono sempre. Infine un giorno mi guardò e mi disse: Joan, sono stata là, nell’aldilà, ed è bello. Voglio restarvi ma non posso finchè voi continuate a pregare perché io rimanga sulla terra. Le vostre preghiere mi trattengono qui. Per piacere, smettete di pregare.

Dopo il ritorno alla vita, i sentimenti e le sensazioni associate all’esperienza avuta permangono per qualche tempo.

Chi le ha provate non ha alcun dubbio quanto alla realtà e all’importanza della cosa, ma tutti si rendono conto che la nostra società non è l’ambiente ideale per ricevere questo tipo di testimonianze.

La paura è che, raccontandola, si possa essere etichettati come visionari o malati di mente.

Alcuni hanno tentato di parlarne ma non vennero presi sul serio.

Un altro motivo che spiega la reticenza dei più è la sensazione che l’esperienza in se stessa è tanto indescrivibile e quindi lontana dalle possibilità dell’umano linguaggio, della percezione e dell’esistenza umana che è inutile anche solo tentare di esprimerla.

La conseguenza principe dell’esperienza di premorte vissuta è la perdita della paura della morte che attanaglia ogni essere umano che non la abbia provata.

Ma anche la sensazione che la vita di chi è tornato è stata ampliata, approfondita, che si è più inclini alla riflessione, più interessati ai problemi filosofici riguardanti la morte o il fine dell’uomo.

Da allora ho continuato a pensare a quello che ho fatto della mia vita e a quello che ne farò. Sulla mia vita passata non ho recriminazioni. Ma dalla mia morte, di colpo, ho cominciato a chiedermi se avevo fatto quel che avevo fatto perché era un bene o perché era un bene per me. Prima agivo seguendo l’impulso mentre adesso penso bene alle cose, con calma e a lungo. Cerco di fare cose che abbiano un maggior significato e per questo la mia mente e la mia anima si sentono meglio. Cerco di non essere prevenuto e non giudicare nessuno. Voglio fare cose che siano buone in loro stesse e non soltanto per me.

Molti sembrano d’accordo sulle lezioni avute dagli incontri con la morte. Il desiderio di coltivare l’amore per gli altri, un amore di un genere unico e profondo. Molti sentono che il loro scopo sulla terra è cercare di imparare ad amare così. 

Conoscenza e Amore sono i pilastri che sorreggono la nostra vita terrena permettendo di salire verso lo Spirito. 

Il Padre Stato e la Madre Sanità

La struttura in cui è immersa l’esistenza nel mondo terrestre si esprime nella dualità. 

Sole/Luna, Luce/Buio, Bene/Male, Maschile/Femminile, Padre/Madre, chiaro/scuro, buono/cattivo, bello/brutto, dentro/fuori, alto/basso, largo/stretto, noto/ignoto, riso/pianto, gioia/tristezza, guerra/pace, piacere/dolore, mi piace/non mi piace. 

Da quando entriamo in questa realtà, in cui viviamo, siamo costretti a interpretare ogni fenomeno che arriva alla nostra percezione assegnandogli una di queste etichette connotative.

Veniamo cresciuti fin da piccoli, per la mia personale esperienza, con dei consigli e/o ammonimenti che i nostri genitori usano per far aderire e crescere la personalità dei figli ad un’immagine creata nelle loro mente. Ecco quindi: questo non si fa, questo non sta bene, per essere buono devi fare quello che ti dico, se fai il bravo dopo ti do….

Il padre come archetipo dovrebbe far crescere l’individuo nella capacità di fare le proprie esperienze nella vita e nella società accompagnandolo sul ciglio del trampolino dal quale dovrà spiccare il volo. Il padre dà protezione, sicurezza, capacità di affrontare la vita in compagnia della propria sana paura di volare senza farsi paralizzare da essa. Io sono qui con te che ti accompagno nell’esperienza che è solo tua. 

La figura della madre è quella di accogliere, consolare, assistere, curare e far crescere il proprio figlio nell’amore aprendolo ad esprimerlo senza paura né condizionamenti.

Nella struttura della nostra società lo Stato è chiamato a fare da Padre e la Sanità è chiamata a fare da Madre. 

Alcune domande si sono affacciate subito nella mente.

Nella mia personale esperienza di vita per me cittadino lo Stato ha assolto alle sue funzioni di Padre?

Considerando l’archetipo direi di no, basta osservare a quanto ingenti siano le risorse che ogni cittadino è tenuto a versare come imposte e come esse vengono impiegate spesso nella direzione che non ha come fine il benessere di tutta la popolazione ma solo di una ristretta élite di persone. Basti pensare ai servizi che vengono forniti in una città come Roma, esposta all’incuria e al degrado. In una mia esperienza lavorativa di molti anni orsono, in piena crisi economica, mi sono trovato costretto a pagare il 65% di quanto fatturavo allo Stato.

E la Sanità ha svolto quelle funzioni di cura, assistenza amorevole che solo una Madre può dare?

Nel servizio di assistenza alle persone che stanno per lasciare i propri veicoli molto spesso mi sono trovato nelle strutture sanitarie per la cura e l’assistenza (Ospedali, Case di Cura). Ma raramente ho trovato l’amorevolezza e la cura che una madre dovrebbe dare. In quei luoghi, per me sacri, sembra regnare l’indifferenza, la noncuranza, il menefreghismo per le persone che hanno bisogno di assistenza e di cura in uno dei loro momenti più fragili e delicati, quando non anche la cattiveria, la rabbia fino a rasentare il sadismo di certe persone che fanno del camice bianco una manifestazione di arroganza e di algida indifferenza. 

Ho assistito personalmente, in un ospedale della capitale, a una persona di circa 80 anni, che seguivo, a cui l’infermiere di turno stava cercando di fare un prelievo di sangue sostituendo il laccio emostatico con un normale elastico, infierendo inutilmente sulle vene del malcapitato producendo una devastazione. Tutto questo perché il laccio mancava. 

La dualità fa scivolare facilmente nella separazione.

Tutta la nostra civiltà odierna continua ad affondare le sue radici nel capitalismo che si basa sulla separazione, privilegia l’individualità esasperata, la competizione, l’affermazione di me stesso a discapito degli altri, l’io per me prima di tutto e di tutti.

La separazione ci condanna inesorabilmente a rimanere sempre più soli nella Materia, quando invece lo Spirito ci riporta sulla strada della comunione, tutti siamo uno e quello che faccio per gli altri è a beneficio, utilità e servizio anche per me. Da lì si può poi discendere nella materia ricordando che “solo per me” non esiste ma esiste Uno, che siamo tutti noi. Che il Bene di tutti è di tutti e quindi, e solo alla fine, è anche il mio. 

Lo Spirito irradia di sacralità tutto quello che facciamo. Quindi impiegare le proprie energie in una attività di governo della società o di assistenza e cura delle persone malate e più deboli è un atto sacro e come tale è un privilegio che non ha necessità di alcuna altra remunerazione perché il più alto onore è lavorare per il bene di tutti. 

Per questo i rappresentanti del governo dello Stato si chiamano onorevoli.

Espansione della Vita

Questo termine si presta ad una molteplicità di interpretazioni.

Può essere inteso nel senso di espansione della vita materiale, accumulando cose e denaro quanto più è possibile.

Può essere espansione della vita sociale, collezionando un numero sempre crescente di relazioni sociali che ci diano l’illusione di sentirci amati.

Come anche espansione della vita fisica, adottando tutte le cautele, gli strumenti e le nozioni mediche nel tentativo di non invecchiare e di poter prolungare la nostra vita fisica.

Ho potuto sperimentare di persona che si può trascorrere grande parte, se non tutta, un’esistenza, girando intorno su questa giostra. 

Ci si può espandere, questo sì, ma solo sul piano orizzontale appesantendoci via via sempre di più a causa di tutto quello che abbiamo scelto di portarci dietro, dimenticando che esso rimarrà necessariamente in questa vita.

Basta guardare il bagagliaio di qualcuno che decida di partire per una vacanza per avere un’idea approssimativa del meccanismo mentale in cui siamo immersi.

Non intendo dire che denaro, amici, cura di sé vadano abbandonati per vivere una vita da eremita in preghiera. 

Alleggerire il peso vuol dire, per me, cercare di vivere utilizzando quello che ci viene messo a disposizione senza appesantirlo con emozioni che generino attaccamento o repulsione, sentimenti a bassa vibrazione: rabbia, paura, noia, gelosia, risentimento, odio, rimuginazione….. 

Ma questo per la mia esperienza non ha niente a che vedere con il movimento di espansione della Vita dello Spirito. 

Esso chiede di raggiungere quei luoghi, dai quali proviene, per riflettere quella Luce nella nostra vita quotidiana. 

Quei luoghi non fanno parte di questa vita terrena e per arrivare in quella prossimità dobbiamo salire.

Come uno scalatore di montagna.

Come uno scalatore di montagna bisogna utilizzare una serie di strumenti che ci consentano di poter salire con una certa sicurezza (chiodi, corde, piccozze, ramponi) evitando di cadere, creando e utilizzando, nella fattispecie, delle attitudini che ci colleghino allo Spirito…

Come uno scalatore di montagna bisogna allenare il proprio corpo a stare in una dimensione inconsueta e muoversi in uno spazio diverso dove la gravità lo chiama verso la Terra, ma la spinta è verso il Cielo.

Ho sempre avuto amore per la montagna, sfortunatamente in passato non mi era possibile arrivare sulla vetta in quanto soffrivo di vertigini. I passaggi a strapiombo ma soprattutto l’approssimarsi della cima mi davano dei forti giramenti di testa, tanto che, spesso, ero costretto a ridiscendere prima di essere arrivato.

Ora, invece, anelo salire per gustare lo spettacolo intorno a me, sedermi sulla cima e riposare insieme alle propaggini delle Potenze Celesti che abitano quei luoghi, al cospetto del Cielo e del Sole.

Stare lassù mi fa sentire come se mi allontanassi dal mio corpo fisico, leggero per la rarefazione dell’aria, sempre più attento e presente e sempre più vicino al Superconscio.

Ma per arrivare su, sempre più su bisogna prima scendere nelle profondità come una sirena pescatrice di perle. 

Nella baia di Toba, sull’isola di Honshu in Giappone, da 2000 anni esistono le Ama

In questa lingua Ama vuol dire donne del mare e in effetti sono donne che dedicano la loro vita alla pesca in profondità. 

Si immergono senza nessuna attrezzatura subacquea. Dopo aver preparato i polmoni con ispirazioni profonde di circa 5 o 10 secondi, effettuano un’ultima inspirazione senza riempire completamente i polmoni.

Trascinate da una zavorra di 15 kg riescono a raggiungere i 30 metri di profondità dove, sembra, possano rimanere anche 20 minuti. 

Anticamente si immergevano completamente nude con solo un perizoma chiamato Fundoshi ma ora hanno un Isogi, una veste di lino bianco che le copre completamente.

Sono chiamate sirene perché quando risalgono in superficie emettono una serie di fischi che sono assimilabili a quelli dei delfini, il cui suono veniva anticamente scambiato per quello delle sirene. 

Essere una donna-sirena è, per loro, motivo di fierezza.

Come un Ama dobbiamo scendere nelle profondità di noi stessi, immergerci nel nostro Subconscio per cercare le nostre perle.

Le perle si formano quando un corpo estraneo rimane nella cavità della conchiglia. Esso viene allora ricoperto da strati successivi di madreperla allo scopo di difendere i tessuti dell’animale dall’irritazione.

Similmente dentro di noi, a seguito di eventi che vengono percepiti come traumatici e generatori di emozioni reattive intense, la nostra Personalità copre queste emozioni reattive per impedire di sentire quella sofferenza. 

Come un Ama, pazientemente e coraggiosamente, dobbiamo andare lì giù per riportare in coscienza e liberare dalla madreperla quella sofferenza.

Quello che noi consideriamo come una pietra preziosa, in realtà, non è che un tumore con cui la nostra energia emozionale viene coperta e questa stessa energia, se non trova una via di liberazione, si approfondirà necessariamente nel fisico. 

Ci vuole il coraggio di un Ama per andare fin laggiù e spesso, per la mia personale esperienza, quello che ho visto di me mi ha lasciato in un primo momento senza fiato ed attonito.

Il viaggio di espansione della Vita dello Spirito va per linee verticali e tanto si scende e tanto si sale!

Sono fiero di essere una pescatrice di perle come sono fiero di essere uno scalatore di montagna.