CONDIVISIONI DI VIAGGIO

Una favola di Natale

C’era una volta una piccola bambina che viveva con suo padre e con sua madre.

La coppia aveva deciso di non avere più figli a causa di una grave perdita che li aveva colpiti in precedenza.

Quando la madre si accorse di aspettare un altro figlio fu travolta dalla paura, paura di infrangere il patto che la coppia aveva contratto, paura della rabbia del marito. Non gli disse mai nulla e mascherò in ogni modo possibile la gravidanza di questo figlio non atteso tanto che partorì senza che nessuno se ne accorgesse.

Ma era impossibile prolungare la menzogna in nessun altro modo. Il marito scoprì la bambina e fu catturato da una rabbia e una profonda gelosia perché riteneva che in realtà lui non fosse veramente il genitore. Dopo un violento litigio tra i due fuggì dalla bambina e da sua madre.

La madre fu costretta a lavorare per sostentare la sua famiglia e non poteva occuparsi della bambina. Per questo motivo pensò di portarla a vivere in montagna dalla nonna in una grande casa ai margini del bosco. Una tristezza profonda si impossessò di questo povero essere. Ella cercò di reagire, provò ad essere felice, ma lì giù in fondo sentiva un vuoto senza fine dentro al quale era sola e triste.

Avrebbe voluto emanare luce e calore per attirare a sé altri bambini e bambine, ma questa profonda solitudine non glielo permetteva.

La notte dell’8 dicembre sognò la madre che le disse: “tu sei come uno specchio che riflette al di fuori quello che hai dentro, così non puoi mentire né a te stessa né agli altri. Ma come quello che hai dentro è fuori così quello che è fuori puoi avere dentro. Se vuoi trovare la luce che ti riscalda e ti illumina devi guardare in alto verso il sole e così egli scenderà dentro di te. Costruisci un simbolo esteriore che ti ricordi questo sempre. Per arrivare al sole bisogna salire come si sale su una montagna”.

Si svegliò e iniziò a cercare questo simbolo dovunque, ma non lo trovava.

Per scaricare la sua frustrazione e disperazione andò a camminare nel bosco, un bosco di abeti.

Passeggiando nella neve candida guardò attentamente un abete, la sua forma e rimase fulminata.

Ecco il simbolo! La montagna, il triangolo, l’abete. Esso è Vita, Vita che sale verso il Cielo e verso il Sole. Per risplendere come il Sole costruì delle palline dorate che attaccò all’albero.

Se vuoi chiamare il Sole devi riflettere la sua Luce.

Il Sole se ne accorse e una notte, la notte di Natale venne dentro di lei e circondò tutte le cellule del suo corpo col fuoco della Luce Divina dello Spirito.

Quando la bimba si svegliò era diventata come l’abete che aveva addobbato: piena di Luce e di Calore.

Il vuoto e la solitudine erano scomparsi e la gioia e l’Amore la facevano risplendere come una stella.

Non si sentì mai più sola perché tutti, bambini e adulti, venivano accanto a lei attratti dalla sua Luce e dal Calore del suo Amore.

Era diventata come il Sole che dava tutto ciò che aveva senza chiedere nulla in cambio.

Questo fu il più bel regalo che ricevette nella sua vita.

Quando prepariamo l’albero di Natale pensiamo a chiamare la Luce dello Spirito dentro di noi ad illuminare i nostri veicoli in modo da poter donare quella luce meravigliosa a coloro che sono intorno a noi.

Questo è il regalo più bello che potremo mai ricevere: donare.

Buon Natale a tutti noi.

Armonia

Che cosa è Armonia?

L’etimologia di “armonia” deriva dal greco antico harmonia (Ἁρμονία), che significa “accordo”, “unione” o “connessione”. Questo termine, a sua volta, deriva dal verbo greco armózein (ἁρμόζειν), che significa “connettere” o “collegare,” indicando una giusta relazione e proporzione tra le parti. 

Si ha armonia, per esempio, quando più parti diverse in vibrazioni, tonalità, note si collegano tra di loro contemporaneamente.

Anche tra esseri umani si crea armonia quando essi tutti si collegano tra di loro e si uniscono per esempio per cantare insieme in un coro.

Osservate un coro!

Sono tutti esseri umani che trascendono la loro individualità per cantare in perfetta armonia, ognuno per la parte che gli viene assegnata.

Avete mai provato la sensazione di benessere, di piacevolezza, di pace che si prova ascoltando un insieme di voci accordate intorno ad una melodia?

Ci si sente trasportati in altri territori dove sembra di sentire le voci degli angeli.  

Nel nostro quotidiano circostante troviamo armonia?

C’è questo accordo in cui tutti lavorano insieme per esprimere qualcosa di sublime?

Sembra proprio di no.

Siamo tutti impegnati e trafelati nel raggiungere gli obiettivi materiali che costantemente la nostra Mente ci fa seguire.

Corriamo sparpagliati senza sosta e vogliamo cantare da soli, IO più forte degli altri, si deve sentire solo la mia voce.

Quello che arriva ai nostri orecchi è solo una tremenda, orribile cacofonia.

Le Sfere Superiori inviano incessantemente frequenze sottili.

Noi siamo come una stazione che riceve e può captare solo le frequenze con cui tutto il nostro Essere vibra.

Ma quando il nostro Essere è impegnato a vibrare costantemente su basse frequenze, come rabbia, depressione, paura, insoddisfazione, invidia, frustrazione, che cosa saremo in grado di ricevere?

Da quali Entità saremo guidati?

Se vogliamo ricevere qualcosa di sublime dobbiamo lavorare per pulire i nostri corpi da tutta questa immondizia.

La nostra Mente Inferiore, abituata al controllo, ci costringe a programmare esasperatamente una serie di pensieri, azioni che, fatalmente, produrrà una quantità industriale di spazzatura.

È inutile affannarsi a programmare il nostro presente ed il nostro futuro seguendo un ideale irrealizzabile di perfezione, tutto questo è rumore di sottofondo.

Come ha detto John Lennon la vita è quello che succede mentre sei impegnato a fare altri programmi.

Dobbiamo lasciar parlare il Cuore aprendoci alla corrente gentile, placida, rassicurante della nostra Natura Superiore in modo che la nostra navicella venga trasportata dolcemente verso luoghi dove tutto è Armonia.

Il Cuore parla quando canta, quando prega, quando medita, quando si dimentica di IO, quando la Mente fa silenzio.

Quando c’è silenzio le nostre antenne sono capaci di captare le più sottili frequenze ed agire in accordo.

Quando c’è silenzio possiamo iniziare a percepire la Musica delle Sfere.

La Musica o Armonia delle Sfere, detta anche musica universale, è un antico concetto filosofico che considera l’Universo come un enorme sistema di proporzioni numeriche. I movimenti dei Corpi Celesti (Sole, Luna e pianeti), collocati su sfere ruotanti, producono una sorta di musica, udibile solo dall’orecchio dei veggenti e consistente in formule armonico-matematiche.

Pitagora per primo, capì che l’altezza di una nota è inversamente proporzionale alla lunghezza della corda che la produce, e che gli intervalli fra le frequenze sonore sono semplici rapporti numerici. Secondo Pitagora, il Sole, la Luna e i pianeti del sistema solare, per effetto dei loro movimenti di rotazione e rivoluzione, produrrebbero un suono continuo, impercettibile dall’orecchio umano, formando tutti insieme un’armonia.

Quando arriveremo a quella percezione tutti i pianeti, le galassie, le stelle, gli Angeli, gli Arcangeli, tutte le Creature Celesti e tutto il Creato scenderà verso di noi a cantare, insieme con noi, la gloria del Creatore con una impareggiabile ed ineguagliabile Armonia.

Che cos’è l’Amore per me

Più percorro la strada del Cammino dello Spirito più mi rendo conto di non sapere.

Per sapere intendo la Conoscenza appresa con la Mente unita alla esperienza fatta con il Cuore.

Sono tante le cose che non so, nonostante ne abbia lette più volte nei testi sacri e scientifici.

Per esempio l’Amicizia e in particolare l’Amore.

Posso dire sinceramente che ancora non conosco l’Amore.

Credevo di conoscerlo.

Se penso a quante volte ho detto dei “ti amo” buttati al vento, mentendo a me stesso e alla persona cui lo stavo dicendo, se penso a quante volte l’ho detto nello stesso tempo a donne diverse tradendo la loro fiducia in me.

Quante volte tutti noi sentiamo pronunciare queste due piccole parole che spesso troviamo sulla bocca di tutti?

La nostra società è ormai abituata a dare voce a questo mantra e a far seguire azioni che vanno nella direzione opposta a quanto affermato.

Basti pensare alle decine di Associazioni cosiddette “umanitarie” che si affollano sui nostri schermi televisivi proprio mentre stiamo mangiando, facendo leva sul senso di colpa che si creerà nella nostra mente al quale potremo trovare conforto donando una piccola somma mensile.

Sapete quanta parte di quello che si dona viene utilizzato per chi ne ha necessità?

Mi sembra poco più del 25% di quanto viene raccolto.

Il resto dove finisce?

In pubblicità, in organigrammi mastodontici con a capo AD milionari, pagati profumatamente.

Non solo, nei luoghi dove avviene la distribuzione di questi aiuti si sono formate delle bidonvilles gigantesche abitate da coloro che si sono spostati dai luoghi dove vivevano ai luoghi dove si distribuiscono creando un gigantesco problema di occupazione del territorio.

Dove sta l’Amore qui?

Amore chiede azione.

Amore chiede intento puro.

Non basta dirlo bisogna anche agirlo, con grande attenzione e consapevolezza perché è proprio questo che ci verrà chiesto quando passeremo oltre: che cosa abbiamo fatto e che cosa abbiamo dato con Amore che possa essere degno di essere mostrato?

Allora dire di amare un altro essere e usarle violenza fisica o psichica; dire di amare un altro essere e trattarlo come una cosa che si possiede per la paura irrefrenabile di perderlo, tanto da arrivare ad ucciderlo; dire di amare per colmare una propria immensa solitudine interiore è tenere fede a quanto si è detto?

Dire di amare non è amare.

Dire di amare non è dare Amore.

Amare è dare.

Ad un dato momento della mia vita è quello che ho iniziato a fare.

Ma l’Amore vero è dare senza aspettarsi nulla in cambio, dare ed essere in pace e sereni.

Allora ho scoperto che il mio dare era condizionato.

Mi aspettavo qualcosa in cambio, qualcosa che riempisse il mio vuoto interiore, qualcosa che gratificasse il mio ego che voleva essere adorato e non solo amato.

Amare è volere il bene dell’altro, ma la nostra società ci sta portando disperatamente lontano da lì.

Nel nostro mondo di oggi vale la lotta, la guerra per appropriarsi di cose materiali che riteniamo indispensabili per poter vivere e avere la supremazia e il dominio.

Cose materiali che rappresentino la dimostrazione che sono arrivato dove altri non lo sono: auto, case, palazzi, denaro, vacanze, gingilli elettronici, vini pregiati, gioielli, cibo sofisticato, alberghi e ristoranti lussuosi.

Un tenore di vita personale che sia dimostrazione eclatante del mio status sociale.

I nuovi “dei” sono i super ricchi miliardari, accompagnati spesso da donne il cui unico amore è per il denaro.

In questa folle lotta di tutti contro tutti impera la rabbia, la paura di non riuscire a salire, la vergogna di non avere abbastanza da mostrare, l’invidia, la violenza e un egoismo senza precedenti.

Dov’è l’Amore?

Qui non c’è.

La strada per trovarlo sta nel dimenticarsi della Mente e di tutto quello che costruisce.

Smettere di pensare, soprattutto smettere di pensare a IO per sentire che siamo tutti insieme.

Rivolgiamo il Cuore a chi ci sta vicino, donando attenzione, cura, conforto e sentiamo che cosa succede dentro di noi.

Come ci sentiamo? Quali sentimenti si aprono?

Senza mente, senza calcoli e senza limiti come gli eroi che sono riusciti a sacrificare il loro corpo fisico per permettere a qualcun altro di continuare a vivere.

Aldilà della stanchezza fisica, aldilà dei nostri problemi materiali.

Oltre la mente.

Nel Regno del Cuore.

Aiuta che Dio ti aiuta.

Storia di un pesce saltafango

C’era una volta un piccolo pesciolino.

La sua famiglia era nata in una pozza d’acqua.

Era un pesciolino saltafango che, come i suoi fratelli, aveva due piccole zampe anteriori con le quali potersi muovere nell’acqua ma soprattutto sulla terra, o meglio dire in mezzo al fango.

Crebbe insieme ai suoi fratelli che, quando diventarono più grandi, tutti insieme seguendo la loro natura di esseri intraprendenti e curiosi, saltarono nel fango fino al fiume che scorreva là accanto.

Ognuno di essi si lasciò trasportare dalla corrente a scoprire nuovi territori e provare nuove avventure, di fatto separandosi gli uni dagli altri.

Ma il piccolo pesciolino aveva una rana sua amica che era prodiga di consigli verso di lui.

Gli diceva: “Attento a non uscire fuori dalla pozzanghera perché potresti trovare qualche predatore in cerca di cibo, rimani qui che sei al sicuro; non ti manca nulla, hai un posto sicuro qui dove nessun pesce può arrivare, ci sono io che ti proteggerò e ti dirò cosa devi fare; ti insegnerò tutto quello che devi sapere e potrai lavorare qui di un lavoro sicuro e di aiuto per tutti gli altri piccoli insetti e animali. Attraverso questo lavoro per la comunità potrai avere cibo a sufficienza e una casa sicura al riparo dagli elementi pericolosi: la corrente del fiume, gli altri pesci che in esso si trovano, non avere più una casa, non avere più nessuna sicurezza”.

Il piccolo pesciolino pauroso si disse che là fuori era troppo pericoloso per lui, sarebbe rimasto al sicuro nella pozzanghera dove era nato e dove sapeva quello che sarebbe successo, quale sarebbe stato il suo futuro. Un futuro tranquillo, una vita calma, un piacevole trantran molto rassicurante.

Così la sua vita prese a scorrere, una giornata uguale all’altra, in perfetta sicurezza. La paura lentamente sparì e una grande tranquillità prese il suo posto.

Col passare degli anni però sentì che qualcosa dentro di lui si affacciava: una sottile insoddisfazione, una mancanza di stimoli, un’infelicità appena sussurrata, una mancanza di sapore nelle cose che faceva.

L’istinto della sua specie tornava sempre più spesso ad affacciarsi alla sua coscienza.

L’intraprendenza e la curiosità, che aveva cancellato per molti anni, ora stavano tornando a galla.

Si sentiva insoddisfatto, inappagato anche se materialmente non gli mancava nulla.

Il tempo passò e né i consigli della rana, né gli agi della sua vita riuscivano più a placare quest’ansia e questo desiderio che provenivano dalla sua Natura più profonda, quella Natura che unisce tutti i pesci saltafango di tutto il mondo: il richiamo del Grande Saltafango.

Ma la paura tornò ad affacciarsi e preferì rincorrere una più grande sicurezza economica e con essa, dietro suggerimento della rana, si dedicò alla scalata politica per diventare sindaco della pozzanghera. Così, pensò, quando avrò raggiunto questi traguardi, potrò finalmente essere felice.

Ma dopo lungo tempo e dopo aver centrato anche questi obiettivi questo sapore ancora non c’era nella sua bocca, la smania cresceva, le sue zampe non riuscivano più a stare ferme.

Spesso di notte si presentava nel sogno il Grande Saltafango che lo chiamava: “È ora che tu cerchi la tua strada, vieni!!!”

Sognava anche qualcuno dei suoi fratelli che, anche essi, lo chiamavano: “Vieni, vieni!!”

Il tempo passava e con esso anche l’età del piccolo pesciolino.

Le malattie si affacciavano adesso, i dolori anche, le forze scemavano e lo facevano sentire stanco, ma le voci lo chiamavano ancora, sempre più spesso.

La rana gli consigliava: “Non andare, ormai sei vecchio, non potrai resistere alla corrente del fiume. Dove andrai senza casa? Chi ti darà da mangiare? Perderai il tuo lavoro, le tue amicizie, tutta la gente che tu aiuti come sindaco, resterai solo e povero”.

Ma la spinta del Grande Saltafango era troppo potente.

Non fece più nessun ragionamento, ignorò la paura, si affidò completamente nelle mani del Grande Saltafango.

Uscì lentamente dalla pozzanghera e si incamminò verso il fiume.

Scoprì che non c’era una grande corrente e che il fiume scorreva placido e tranquillo. Si tuffò e scoprì un mondo nuovo, diverso da come lo aveva sempre immaginato e come la rana glielo aveva dipinto. Il fiume era pieno di vita e l’acqua in prossimità della riva era quasi ferma. Tanto che non trovava nessuna difficoltà a fermarsi e sbarcare sul fango adiacente la riva dove poteva riposarsi e trovare cibo a sufficienza.

Capì tante cose, ma soprattutto che aveva dato ascolto alla rana, alla sua mente, alle sue paure quando avrebbe dovuto da tempo dare più ascolto al suo Cuore.

La tragica ironia della morte

La mia attenzione va a tutti i grandi studiosi e ricercatori nelle varie specializzazioni nel campo della medicina.

Alcuni di essi hanno raggiunto grande fama e notorietà proprio per il contributo nella loro area di studio o ricerca che ha permesso di arrivare a scoperte che hanno aiutato migliaia di persone a guarire dalle loro malattie.

Questa dedizione per la ricerca e per il servizio alla comunità scientifica e umana non ha potuto però impedire ad alcuni di loro di morire a causa delle stesse malattie che hanno lungamente studiato e curato.

Eccone alcuni casi

Giovanni Maria Lancisi (1654-1720)
Un medico italiano di grande fama, che fu il medico di corte del Papa Clemente XI, noto per i suoi studi sulle malattie infettive, in particolare sulla malaria, e per le sue ricerche sulle malattie epidemiche. Si ritiene che Lancisi sia morto proprio di malaria.

René Théophile Hyacinthe Laennec (1781-1826)
Laennec è celebre per aver inventato lo stetoscopio, ma purtroppo morì a soli 45 anni di tubercolosi, una malattia polmonare infettiva che lui stesso aveva studiato e trattato.

George Papanicolaou (1883-1962)
Papanicolaou è noto per aver sviluppato il famoso “Pap test” per la rilevazione del cancro cervicale. Sebbene non fosse lui stesso un oncologo, lavorava intensamente con i pazienti che soffrivano di questa malattia. Papanicolaou morì a causa di un cancro al pancreas, uno dei tumori che tanto aveva cercato di studiare e prevenire.

Albert Calmette (1863-1933)
Medico e ricercatore francese, Calmette è noto per il suo lavoro sul vaccino contro la tubercolosi (BCG). Tuttavia, egli morì proprio di tubercolosi.

Christian Barnard

Il famoso cardiochirurgo sudafricano noto per aver eseguito il primo trapianto di cuore umano riuscito nel 1967, morì nel 2001 a causa di infarto miocardico, ovvero un attacco cardiaco. Barnard aveva sviluppato problemi cardiaci in precedenza.

Anna Maria Vaccari

Storica psichiatra italiana è morta nel 1991 a soli 47 anni a causa di un tumore al cervello. Vaccari era una figura di grande rilievo nel suo campo e aveva dedicato la sua vita alla cura delle malattie mentali, in particolare lavorando con pazienti affetti da disturbi psicotici e con problematiche complesse.

Anna Maria Vaccari

Nutrizionista italiana nota per il suo lavoro nel campo della nutrizione e per il suo approccio professionale nella cura e prevenzione di malattie legate all’alimentazione. È tristemente venuta a mancare il 16 gennaio 2021 per un tumore pancreatico, che l’aveva colpita da tempo e con cui ha combattuto per un lungo periodo.

Eva Proudman

È una tricologa clinica e fondatrice di un programma per donne dopo chemioterapia. Ha sofferto di telogen effluvium dopo un intervento bariatrico, perdendo metà dei capelli.

Sembra un paradosso morire per una malattia che si è studiata per tutta la vita, ma dalla prospettiva spirituale non è così strano.

Il nostro organismo è una macchina perfetta, un universo di miliardi di cellule e apparati che lavorano in sinergia perfetta tra di loro, a somiglianza dell’Universo che ci sovrasta e ci circonda, sottoposto alle stesse leggi.

Come sopra così sotto.

La malattia di un organo o di un apparato è un messaggio che il nostro corpo sta mandando per avvertirci che qualcosa nelle nostre cellule sta cambiando e ci suggerisce di porvi rimedio al nostro interno.

Porvi rimedio significa andare a rimuovere e trasformare le cause emozionali e mentali che stanno creando quello squilibrio che si sta manifestando nella materia del nostro corpo fisico.

Il ricercatore dello Spirito conosce bene questa legge. Il ricercatore nel campo della Medicina, se ignora tutto questo, può essere condotto a ricevere suggerimenti, provenienti dalla sua interiorità, di occuparsi di una determinata malattia proprio perché quella malattia lo riguarda.

Può sembrare una tragica ironia ma non lo è.

Allora una serie di domande si affacciano alla mia considerazione.

Chi muore della stessa malattia che sta studiando sugli altri può essere considerato un luminare e per luminare intendo una mente folgorata dalla Luce della Conoscenza?

Chi si preoccupa di curare sé stesso con l’intento di dare poi agli altri può essere considerato un egoista senza cuore?

E più in generale avere lo slancio verso gli altri, quindi verso l’esterno, è preferibile rispetto a pensare a ripulirsi prima dentro per non trasferire agli altri i propri problemi?

 

 

Cercasi Amore per la fine del mondo

Che cosa fareste se veniste a sapere di una prossima fine del mondo a causa dell’impatto di un gigantesco asteroide sulla terra?

Questo interrogativo, come spesso succede, è sorto alla mia attenzione dopo la visione di un film il cui titolo è il titolo di questo articolo.

Una buona gamma di risposte si trovano osservando il comportamento dei personaggi, soprattutto quelli di contorno.

Si vede gente urlante nelle strade mettere a ferro e fuoco tutto ciò che incontra in preda ad una rabbia incontenibile.

Altri svaligiare supermercati e negozi di generi alimentari per accaparrarsi cibo e bevande a sufficienza per resistere nell’attesa.

Altri ancora alla ricerca incessante di alcolici e droghe per poter bere, ubriacarsi e sballarsi fino a dimenticare l’orrenda realtà che li sta aspettando.

Altri, coscienti della caduta di tutte le leggi ed i divieti, dediti al furto di tutto quanto possa soddisfare il loro desiderio di possedere cose.

La moglie del protagonista, sentendosi libera ormai da qualsiasi tipo di convenzione sociale costretta ormai in una relazione che non ha più senso per ambedue le parti, abbandona il marito senza dire una parola fuggendo dall’auto ferma ad un semaforo.

La cameriera della coppia che cerca la rassicurazione ed il conforto che tutto nel suo mondo rimarrà come sempre e quindi continuerà a venire da loro ogni giovedì per pulire e rassettare.

La giovane coprotagonista che cerca un qualsiasi modo per raggiungere i suoi genitori a Londra.

Il protagonista che desidera rincontrare il suo amore giovanile ancora un’ultima volta.

Questi due, sconosciuti l’uno all’altra, si troveranno uniti nel tentativo di far raggiungere all’altro il proprio obiettivo scoprendo che in realtà quello che tutti e due cercavano era a pochissimi passi di distanza, nascosto alle loro viste concentrate su tutt’altro.

Ma che cosa farei io immerso nella certezza di un’imminente fine di questa mia esistenza terrena?

So per mia personale esperienza che di fronte alla morte fisica non posso far parlare solo la mente con tutta la gamma delle sue possibilità perché entra fatalmente in gioco anche la parte istintuale, quella che gestisce la sopravvivenza attraverso emozioni e azioni forti e beluine, che, dopo il mio infarto, hanno bypassato la mente con le sue costruzioni e sono venute prepotentemente alla superficie sotto forma di paura incontenibile e irrefrenabile.

Certo non mi chiuderei in un rifugio antiatomico sotterraneo, in una gabbia metallica sottoterra dove trascorrere i miei giorni postatomici senza possibilità di vedere il sole, sentire la carezza del vento e sapere di essere rimasto solo sulla faccia della terra bruciata, deserta e inanimata. Chiuso in una reclusione autoinflitta solo per poter dire di essere ancora vivo!

È questa la più grande differenza: esseri umani pilotati e diretti dalla loro Natura Terrestre che esprime rabbia, paura, disprezzo, egocentrismo imperante a dispetto e a danno di chiunque altro si trovi sulla loro strada ed esseri umani che hanno scelto Natura Solare a cui bisogna dare voce e credito. Sì, perché c’è anche lei che vuole esprimersi ed è solo attraverso la sua espressione che possiamo trovare la nostra comune salvezza.

Ma va lasciata libera di cercare strade che sono diverse dai percorsi neuronali che crea la nostra mente di superficie e che crediamo sia quello che realmente cerchiamo.

Sono più profondi e a noi spesso sconosciuti. Sono strade che trascendono la barriera del corpo fisico e la sua espressione, strade che parlano alla nostra Anima.

Sono strade che dobbiamo imparare a costruire, giorno dopo giorno, con pazienza, dedizione e fede. Fede che esiste qualcosa di diverso dalla materia che possiamo toccare, qualcosa di diverso dalla paura, dalla rabbia, dalla disperazione che ci pervade, qualcosa di diverso da me, da questo corpo che ora c’è ma domani non ci sarà più, qualcosa che vivrà per sempre dentro di me, dentro di te, dentro ognuno di noi, qualcosa che è più grande, più importante, più vitale, qualcosa che si chiama Amore.

Questo deve dispiegarsi dentro di noi, ma per farlo non dobbiamo creare l’attrito di quello che voglio IO, dobbiamo scorrere nella corrente calda, accogliente, rinfrancante di questo fiume lasciandosi trasportare, essendo nulla.

Allora potremo sdraiarci nel letto, come i protagonisti, sereni, tranquilli, guardandoci negli occhi e stringendoci le mani incuranti della fine del mondo.

Vecchiaia

Che sapore ha la vecchiaia?

L’esperienza delle persone che assisto mi fa dire: ha un sapore amaro, di solitudine, di emarginazione, di rifiuto.

Mi ricorda quando, da bambino, si facevano le squadre per la partitella di pallone e rimanevo tra gli ultimi scelti a causa del mio aspetto grassottello. Spesso mi costringevo a fare il portiere, per poter partecipare, solo tra i pali a guardare gli altri giocare se non addirittura in panchina.

Ecco la vecchiaia la percepisco come essere in disparte a guardare tutti gli altri giocare.

È un fatto della nostra società che l’ultima parte della nostra vita, la più importante, dove si raccoglie il sale di tutte le esperienze essiccate al sole, venga trascorsa nell’indifferenza di chi ti passa accanto di fretta, correndo la corsa di un topo dentro una ruota; non visto, non ascoltato, come se te ne fossi già andato e restasse solo il fantasma di te, che vaga alla periferia dell’esistenza degli altri.

E questo è orribile e crudele, ma succede purtroppo anche dentro gli ospedali, luoghi destinati alla cura ed al benessere di chi vi si reca.

Anziani abbandonati a sé stessi su lettighe in mezzo a corridoi dove passa frettolosamente e continuamente personale di “assistenza specializzato” che non si preoccupa di chi sta soffrendo lì accanto, così vicino che basterebbe una parola di incoraggiamento, di compassione offerta in una frazione del proprio tempo così importante.

Alcuni di questi anziani passano oltre nella totale noncuranza di chi li circonda, abbandonati come scarpe vecchie.

Siamo tutti troppo focalizzati su noi stessi, iocentrici alla ricerca della soddisfazione nella materia, di rimanere a galla in questa eterna competizione, nel tentativo estenuante di tirare su la testa dalla moltitudine di altre teste per poter essere visti, di vedere da quanti zeri è composta la somma delle mie sostanze, di potermi travestire da potente per calpestare le spalle degli altri che sono dove io ero prima.

Quale posto può trovare chi è fuori da questa giostra perché è stato stabilito che non può più girarvi?

Se sono il proprietario della giostra, il padrone di tutto il Luna Park, una personalità riconosciuta per quello che è stato (attore, politico, grande uomo di sport, ecc.), non avrò nessun tipo di problema; il denaro, la fama, il potere saranno le mie scialuppe di salvataggio.

Ma tutti gli altri?

Dimenticati, non pervenuti, inesistenti anche e soprattutto per gli stessi familiari, trattati con un senso di fastidio, di sopportazione, talvolta malcelata, che spesso può sfociare nel maltrattamento.

Che cosa possono dare a questa comunità personaggi del genere?

Una volta, tanto tempo fa ci si rivolgeva loro per conoscere la loro esperienza, i loro errori, i loro tentativi di attraversamento dei guadi pericolosi della vita che avevano passato prima degli altri. Diamanti di saggezza forgiati nel corso del tempo dell’esistenza.

Ora tutto quello che c’è da sapere si può istantaneamente conoscere da uno smartphone, un tablet, un computer, ancora meglio, oggi si può avere il succo della esperienza di milioni di esseri umani attraverso una Intelligenza Artificiale che darà un responso da oracolo su qualsiasi aspetto della vita.

La vita ora corre e cambia troppo velocemente per potersi servire della esperienza vissuta da qualcuno che l’ha fatta decine di anni prima.

Tutto questo sembra funzionare quando rimaniamo circoscritti alla materia, al vissuto nel mondo terrestre.

Ma siamo solo questo?

L’Essere umano è solo questo?

La mia risposta è no. Sembra che la gran parte di questo nostro mondo attuale abbia dimenticato, o meglio dire, non vuole sentire parlare di emozioni, sentimenti, mondo dell’Anima, di tutto ciò che non riguarda la Scienza.

Un Mondo intero in cui la gran parte di noi ignora la conoscenza e i meccanismi che lo regolano, ma che, se studiati e osservati in azione, ci mettono di fronte alla sconcertante e meravigliosa verità che siamo tutti simili, tutti fratelli e sorelle.

Basta guardare cosa succede ai nostri giovani in preda alla confusione emotiva più totale, incapaci di comprendere il senso e la gravità di quello che compiono, distaccati e avulsi da qualsiasi contatto con le proprie emozioni, in preda a demoni che prendono possesso di loro facendogli compiere azioni bestiali e lasciandoli increduli di quello che hanno fatto quando li abbandonano.

Gli anziani devono riappropriarsi di questa conoscenza dei valori più alti che dovrebbero essere espressione di tutte le genti: la fratellanza, il rispetto dell’altro, la condivisione di sentimenti superiori, la bontà, la pace, la tenerezza, l’amore verso tutti, il desiderio di bene per me e per tutti gli altri, il desiderio di fare agli altri quello che dagli altri io vorrei ricevere.

Tutto quello che apre i nostri Cuori.

Perché dai nostri Cuori aperti passi finalmente la Luce.

Il Cuore di un vecchio saggio sarà il faro che indicherà con la sua Luce al mondo intero quale direzione sarà meglio navigare per non annegare nel mare delle nostre tempeste.

Consolazione

Ho ricevuto il video, che troverete alla fine di questo articolo, in un momento, molto recente, di grande dolore e sofferenza.

La gattina, che aveva scelto di condividere la nostra vita, aveva appena lasciato i suoi veicoli fisici repentinamente, inaspettatamente e brutalmente, investita da un motorino. 

Il pianto e la tristezza per il distacco hanno aperto il mio Cuore e sono ancora fragile per questo.

Ma ho ricevuto, come spesso accade, questo dono.

Vedendolo e ascoltandolo, qualcosa di caldo, di bruciante, di impellente è sorto nel mio petto e le lacrime di dolore si sono trasformate in lacrime di gioia.

Questo brano è stato scritto dall’artista per la sua compagna di allora che aveva appena perso suo padre.

Lights will guide you home

And ignite your bones

And I will try to fix you

Le luci ti porteranno a casa

E infuocheranno le tue ossa

E io cercherò di consolarti

Ecco quello che cerchiamo tutti affannosamente ed instancabilmente: la consolazione.

Ecco quel qualcosa che mancava nella mia vita ordinaria di prima, quel sapore che non riuscivo a trovare tuffandomi nella rincorsa continua alla soddisfazione dei desideri.

Ma quale è il significato di consolazione?

La lingua antica dei nostri padri ci dice che consolazione è formata da cum=insieme e solus=intero ma anche soddisfatto.

Questo cerchiamo voracemente per tutta la vita: essere insieme per sentirci interi e quindi soddisfatti.

Raggiungere finalmente la soddisfazione della nostra gioia di Essere nell’essere uniti.

Guardate il video e ascoltate.

Migliaia di persone unite tutte insieme a cantare un canto di consolazione per quella povera anima sperduta e senza più un padre.

Guardate le lacrime che scendono dai visi di quella gente che finalmente si sente soddisfatta, si sente unita nel canto, oltre la separazione di IO, dimenticando la soddisfazione di solo per me, a compiere un Sacro Ufficio di amore e di cura per un’altra anima.

Sentite la magia e l’armonia di migliaia di voci tra loro sconosciute e fisicamente separate che si trovano unite nel canto a far vibrare insieme le loro anime e richiamare a far vibrare anche le nostre.

E allora io voglio consolare, voglio consolare chiunque avrò vicino perché quella fame venga estinta.

Perché non c’è cibo, oggetti, denaro, potere nella materia che possa saziare questo anelito di stare insieme per Essere interi.

Consolare come solo un padre e una madre possono fare, perché questa è la Verità di noi stessi, questa è la nostra vera Natura Divina.

Dare senza pensare, senza calcolare, senza aspettarsi nulla in cambio, senza paura perché solo così mi Sento….

Al di là di quello che sono e di quello che faccio per vivere, al di là della mia storia personale nella materia.

Voglio aprire le braccia e dire: vieni, vieni qui.

Qui troverai un abbraccio, troverai consolazione, un cuore che batte insieme al tuo.

Qui non sarai più solo, qui non sarò solo nemmeno io.

Qui brillerà la Luce e le nostre ossa si illumineranno, qui c’è consolazione.

Come il grembo di una madre accoglie suo figlio che, accucciandosi tra le sue braccia, trova il conforto (cum fortis ossia insieme diventiamo più forti).

Quella forza che, sola, può scacciare le nostre ombre e annientare la paura.

Quella forza che, sola, può bruciare la nostra rabbia nella battaglia contro di esse e ruggire di fierezza.

Per provare questo bisogna aprire le nostre braccia ed il nostro Cuore ed accogliere, ossia raccogliere tutto insieme, raccoglierci tutti insieme.

Nella concordia (cum=insieme cordis=cuore) diventiamo Uno, i nostri Cuori insieme diventano Uno.

La veglia funebre

In questo tempo in cui ci sentiamo spinti a correre sempre più veloce e sempre più a lungo nel tentativo infruttuoso di assolvere i nostri compiti quotidiani di vita, molto spesso autogenerati, in cui si preferisce incontrarsi parlando attraverso uno schermo di un computer o di uno smartphone, ha ancora senso parlare di una veglia funebre?

Quale è il senso profondo oggi di una veglia funebre?

Questa è una ottima domanda a cui proverò a dare risposta.

La veglia ha origini antichissime che risalgono al tempo della comparsa delle prime civiltà umane. 

Era un rituale sacro che si univa ad altri rituali funebri sacri, come ad esempio la imbalsamazione presso gli egizi. 

Questa pratica sacra si svolgeva all’interno delle abitazioni della persona deceduta e aveva per questo dei motivi specifici.

In alcune regioni come la Calabria e la Sardegna i parenti vegliavano il defunto solo di giorno ma, con l’arrivo della notte, il loro posto era ceduto agli uomini.

Alcune veglie possono durare solo poche ore, altre per giorni, altre ancora per settimane intere.

Ora la veglia si svolge sempre più spesso nelle camere ardenti degli ospedali, degli Hospice e delle Case di cura la cui organizzazione è delegata alle agenzie funebri.

Una celebrazione sacra che si svolge in luoghi sconosciuti alla presenza di sconosciuti.

Ma la veglia funebre è per me importante e deve continuare ad esistere e tornare a ricevere il ruolo che ha.  

È una forma di rispetto, uno spazio di raccoglimento intorno al defunto, un distacco dalla vita quotidiana di ciascuno dei partecipanti per entrare in un tempo sacro scandito dal ritmo del ricordo e della riflessione sul tempo trascorso insieme, sull’eredità che ci è stata lasciata da questo passaggio, un saluto ad una anima che si libera da questi abiti pesanti e ritorna nel luogo senza tempo e senza spazio, una celebrazione di questo sacro passaggio. 

La veglia segna anche il tempo del lutto che va vissuto e non allontanato, vissuto insieme al conforto della famiglia tutta e di tutti coloro che ci conoscono e dalla guarigione che ne conseguirà. 

Un prendersi cura dei familiari stretti rimanendo con loro e assistendoli nelle necessità quotidiane, per non lasciarsi soli, nel dolore della perdita, a dover pensare alle necessità fondamentali della vita di tutti i giorni. 

Un rimanere, nel silenzio della propria interiorità, per commemorare i momenti vissuti insieme e per ricordare le emozioni e i sentimenti che il passaggio di questo essere, che ci ha appena lasciato, ha generato in noi, per ringraziarlo dal profondo per essere stato insieme a noi a condividere un brandello della nostra vita. 

Come mi immagino la mia veglia funebre?

In primo luogo nella casa in cui ho condiviso gli ultimi anni della mia vita.

Nella stanza che considero sacra, dove ho meditato ogni giorno, scritto ciò che osservavo su di me, letto testi, circondato dalle immagini dei Maestri e Protettori Illuminati, con l’odore dell’incenso che ha accompagnato sempre le mie meditazioni.

L’Amore di più Vite accanto, i suoi figli che sono diventati anche i miei, mio figlio che è diventato anche il suo, i nostri nipoti, mio fratello e la sua famiglia, la nostra Guida Spirituale, i fratelli e le sorelle di Cammino e tutti quelli che mi hanno conosciuto.

Fragranze di fiori che si diffondono nell’aria, lanterne cinesi che illuminano il cielo notturno, musiche cha innalzino le vibrazioni, musiche di festa, di allegria, musiche che hanno scandito la mia vita e le hanno fatto da colonna sonora. Gente che balla, che ride felice per la mia anima e dove sta andando, felice perché di lì a qualche tempo ci rincontreremo nel Mondo della Luce, felice perché mi sono liberato di questi abiti così pesanti e così ingombranti, felice perché ritorno da mio padre e da mia madre, dal mio adorato cane Tao.

Che restino tutto il tempo che vorranno, tutti insieme a cantare e ballare la Musica del Cuore insieme a me.

Amore e Verità

Due parole di grande e profondo significato: Amore e Verità.

Riguardando la mia vita fin qui trascorsa, con la consapevolezza che ora ho sviluppato, posso dire che non sapevo cosa fosse l’amore, tantomeno cosa fosse la verità.

Non ero assolutamente preparato.

Nessuno mi hai mai spiegato cosa fosse il primo, in quanti modi esso potesse essere declinato, come si muovesse all’interno di noi tutti.

Della seconda, inconsapevolmente, ne sono stato alla larga fin da bambino quando ho barattato l’espressione della verità di quello che sono e dei miei sogni in cambio dell’attenzione e dell’amore dei miei genitori. 

Da lì sono andato avanti a costruire tutta la mia vita, menzogna su menzogna, creando una quantità inimmaginabile di sofferenza per me e per chi mi era accanto. 

Dire la verità non mi era permesso, dire quello che volevo essere tantomeno ed era proprio qualcuno dentro di me che lo aveva stabilito.

Osservavo le persone che avevo intorno, leggevo libri, guardavo film, ma la mia attenzione era catturata da altri argomenti più risuonanti con le emozioni che mi abitavano, paura e rabbia. 

La paura di non essere amato sovrastava ogni mio sentire e la verità di me stesso sprofondava nei sotterranei del mio inconscio giacendo lì, segregata in un antro buio, umido e freddo, raggomitolata su sé stessa, piangendo lacrime di solitudine e di abbandono, aspettando che qualcuno venisse a salvarla. 

Qualcos’altro cresceva e si esprimeva dentro e fuori di me. 

Dentro di me un giudice spietato esaminava ogni mia azione ed emozione emettendo assoluzioni o condanne. 

Fuori di me qualcuno si lasciava trasportare dalla corrente, alla deriva su un tronco d’albero, perdendo via via il desiderio, la forza di agire qualcosa che dentro non produceva eco. 

Ero come un sonnambulo che cammina e agisce ma in sostanza è incosciente, oppure immobile in un lago nero e profondo di apatia e di insensibilità. 

Più scorreva la mia vita più la deriva mi portava lontano. 

Le menzogne si accatastavano una sopra l’altra in un castello dalle mura impenetrabili. 

Pensare di cambiare rotta voleva dire buttare a mare parti di me costruite in anni/decenni. 

Il sonnambulo continuava a camminare, nella sua più totale incoscienza, ignaro di tutto quello che accadeva dentro e fuori di lui.

Ma un giorno la sofferenza dentro di me è arrivata ad un punto tale che io, sonnambulo, mi sono svegliato e ho realizzato che non potevo più andare avanti così, non volevo più vivere la vita che fin ad allora avevo vissuto, volevo cambiare ad ogni costo.

In quel momento la verità ferita di me stesso ha smesso di piangere e ha smesso di aspettare che arrivasse qualcuno nella caverna buia.

Si è alzata e, con le poche forze a disposizione, si è pian pianino messa alla guida del tronco d’albero per ritornare a terra.

Nel momento cruciale della virata ecco che il castello si è rivelato un castello di carte che non avrebbe, prima o dopo, potuto resistere alla nuova direzione che il vento stava prendendo.

Il ritorno non è stato facile, ma sono stato guidato dalla luce di un faro per mantenere la rotta e da uno specchio per guardare dentro di me un poco alla volta. 

Dapprima un piccolo specchietto da borsa, quello che le donne usano per rifarsi il trucco. 

Meglio uno specchio piccolo perché quello che riflette non è piacevole e vederlo è doloroso.

Man mano che mi avvicinavo alla terra la luce del faro diventava più forte e più ampia e lo specchio anche si ingrandiva e lasciava vedere sempre più parti di me, coperte da armature e sotto ciascuna armatura una ferita ancora viva e bruciante.

Quando sarò arrivato a terra e il faro mi illuminerà totalmente so che mi troverò davanti ad uno specchio per vedere la mia intera figura. 

Quello che vedrò non mi piacerà, vedrò le mie ferite nascoste, vedrò le mie cicatrici. 

Quella sarà la mia Verità e, dopo averla vista, tornerò bambino capace di esprimere Amore. Quell’amore che non va insegnato, che non va pensato, che sgorga puro e semplice, pronto per essere donato.

Questo è il Viaggio che sono venuto a fare sulla Terra, l’unico che conta, l’unico che è utile per progredire in Anima. 

Questo è il senso della Vita per me.

Tutto il resto è andare alla deriva.

Bioluminescenza

È un fenomeno assolutamente naturale ma magico per mezzo del quale alcune specie viventi, denominati fotofori, emettono luce visibile come risultato di naturali reazioni chimiche che avvengono al loro interno, oppure da rapporti di simbiosi con i batteri. 

Basti pensare alle lucciole che punteggiano, ormai sempre più di rado, le calde notti estive nei campi e nei boschi.

Tra gli organismi terrestri sono fotofori alcuni vermi tra cui alcuni millepiedi, alcuni funghi, alcune mosche, una chiocciola luminescente.

Pensavo che questa miracolosa attitudine fosse prerogativa di un ristrettissimo numero di esseri viventi.

Invece ho scoperto che così non è. 

Infatti, fauna e flora luminescenti sono così tanti che si fa prima a nominare quelli che non lo sono (al momento): le angiosperme e i vertebrati terrestri tra cui gli uccelli, i mammiferi e gli anfibi.

Soprattutto nel mare si manifesta la maggiore presenza di organismi che posseggono questo dono: batteri, piccole alghe, krill, meduse, seppie, polpi, un calamaro, alcuni squali, piccoli crostacei, coralli, anemoni, pesci dei piani batiali e abissali, come il pesce lanterna.

Come funziona la bioluminescenza?

La luce visibile emessa dagli organismi viventi, quella che ci fa sognare quando osserviamo le lucciole in estate, è in poche parole uno dei prodotti risultanti dall’azione di due composti chimici, da una parte le luciferine e dall’altra parte un enzima catalizzatore detto luciferasi. Nella maggior parte dei casi il fenomeno è appunto dovuto alla luciferina, che in presenza di ATP (adenosintrifosfato), magnesio e dell’enzima luciferasi, cede elettroni, i quali, passando ad un livello minore di energia, liberano energia sotto forma di luce, le lunghezze d’onda della luce emessa in ambiente marino restituiscono colori per lo più tendenti al blu e al verde.

La bioluminescenza è presente in tantissimi luoghi della terra e del mare: i laghi del parco costiero Gippsland Lakes in Australia, le spiagge di numerose località tra cui Mosquito Bay in California, Ton Sai in Thailandia e perfino Aberavon Beach in Galles. 

Nell’arcipelago delle Maldive troviamo la presenza di molti batteri, la cui particolarità è quella di iniziare a emettere luce solo quando raggiungono elevate concentrazioni in un determinato spazio e, quando lo fanno, emettono una luce continua in grado di dare vita a spettacolari fenomeni marini come i milky seas, i “mari di latte”, con enormi superfici luminose rilevabili addirittura dallo spazio.

Tutto ciò mi affascina e davanti a spettacoli simili non posso non rimanere stupefatto davanti alla straordinarietà e varietà espressiva del creato e a come queste manifestazioni mi conducano a collegarmi alla Fonte Primaria creatrice di tutto questo. 

Per me sono manifestazioni della grandiosità, della inaudita potenza e sacralità dell’Ente Creatore che arriva a manifestarsi su questi regni così materiali con questa sublime perfezione.

Come se la mano di Dio Infinito Benedetto sfiorasse l’acqua del mare e improvvisamente, grazie alla purissima e intensissima energia, tutto il mare risplendesse di una magica luce azzurra, riflesso del Divino, grazie alla purezza degli organismi che si rendono veicolo di questo miracolo. 

Come il risplendere di una stella cometa che infiamma con la sua scia una porzione dell’Universo correndo a velocità stratosferica verso la sua fine.

Allora mi sono chiesto: noi che siamo riflesso di Dio, che portiamo la Sua scintilla divina dentro di noi, siamo in grado di riflettere questa luce all’esterno di noi come Sua manifestazione?

Il ricordo è andato subitaneamente alle immagini sacre in cui i Santi, gli Angeli e i Beati vengono raffigurati con l’aureola che circonda il loro capo o tutto il loro corpo.

La luce radiante che emana da questi personaggi viene intesa come simbolo di Luce e Grazia in virtù della loro vicinanza alla Fonte.

È vero, sono raffigurazioni pittoriche che potrebbero non avere rispondenza nella realtà terrena, ma questo solo perché non siamo in grado di poter percepire quella luce con i nostri sensi terreni.

Ed è anche vero però che noi siamo in grado di poter percepire una energia pulita, brillante, vibrante e magnetica attraverso gli occhi, che non a caso sono lo specchio della nostra anima.

Allora la strada è quella di pulire i nostri Veicoli Inferiori così tanto che inizi a trasparire un barlume di quella luce divina che altri esseri riescono a diffondere. 

Per fare questo è necessario riconnettersi allo Spirito attraverso la pregheria, la meditazione, il lavoro incessante su di sé per diventare trasparenti come specchi.

Allora quando la mano di Dio ci sfiorerà saremo anche noi in grado di risplendere di Dioluminescenza.

L’uomo nella folla 2

Egli non si rese conto di essere seguito. Visitò una dopo l’altra tutte le botteghe gettando lo sguardo, uno sguardo fisso, vuoto sopra ogni oggetto e passò ad altro come se fosse incapace di rimanere fermo in uno stesso luogo.

Quindi piegò nella direzione del fiume e in un dedalo di vicoli bui e maleodoranti giunse sulla piazza di uno dei principali teatri. 

Era l’ora di chiusura e le persone uscivano in fretta e si allontanavano. 

L’uomo sembrò tirare un sospiro di sollievo e si confuse tra la folla.

Con una stravagante ostinazione passò e ripassò più volte in quel mare di persone. 

Man mano che la marea scemava notavo una montante irrequietudine dipingersi sul suo volto e una frenesia impossessarsi del suo essere. 

Passammo di strada in strada fino a giungere in uno slargo pieno di giovani incoscienti, annegati nell’alcool e negli stupefacenti, rumoreggianti e danzanti come zombie al frastuono martellante della musica di una discoteca vicina. 

Nuotammo in quella corrente agitata e persa per lungo tempo e poi le convulsioni dello spirito dell’uomo ci portarono di nuovo via.

La corsa riprese con ancora più vigore, più intensità e più disperazione.

Via verso i mercati generali brulicanti di braccia laboriose e visi non ancora del tutto desti a trasportare frutta e verdura per i negozianti della città che si stava risvegliando.

Lo vidi muoversi agevolmente tra le cassette impilate e le braccia nerborute degli scaricatori, apparentemente più tranquillo.

I primi raggi del sole salutavano il mattino e riprendemmo il peregrinare errabondo nel cuore della città verso il luogo nel quale il suo passare aveva rapito la mia attenzione.

La strada ferveva già di attività e di persone e lì, in mezzo alla confusione via via crescente e perdurante, continuai a seguirlo per tutto il giorno intero.

Egli non abbandonò mai quel luogo girando e rigirando su e giù, a destra e a sinistra.

Quando le ombre della giornata cominciarono lentamente ad allungarsi, in preda alla stanchezza e ad una terribile angoscia, decisi di piantarmi dinanzi all’uomo errante guardandolo dritto negli occhi per cercare di carpire un lampo, una intuizione che spiegasse il suo comportamento.

E così avvenne gli sbarrai la strada e lo fissai intensamente e rimasi basito ed incredulo, il tempo necessario perché egli riprendesse il suo vagare infinito lasciandomi lì impietrito.

Ero io l’uomo che ho seguito, sono io l’uomo nella folla. 

Quella parte di me atterrita dalla paura di fermarsi e di guardarsi dentro.

Quella parte di me che fugge per non vedere l’orrore e la disperazione seppelliti nel mio subconscio, per non vedere il volto trasformato in una maschera grottesca, lacerata dalle ferite nell’Anima.

Quella parte di me che non permette di fermarmi e mi costringe a correre a destra e a sinistra in cerca di persone con cui stare e, una volta raggiunte, fuggire di nuovo per la paura di essere visto, gli occhi negli occhi, in cerca di altri esseri a cui avvicinarsi per sentirmi meno solo.

Quante volte sono stato in compagnia dei miei “amici” sentendoli parlare, scherzare, ridere tra di loro vagando in questa folla come una tappezzeria di casa, visto ma non visto. 

Quante volte mi sono rinchiuso nel lavoro, nello sport, nei passatempi, nella smania di successo, nella brama di potere, nella ossessione del denaro per cercare di non sentire la solitudine gridare la sua disperazione in un pozzo vuoto.

E quanti di noi ingannano il tempo nella fretta di cose futili, per sentirsi indaffarati e non rispondere alle domande importanti ed impellenti.

Quelle risposte cambiano la nostra vita e sono balsamo per le nostre ferite. 

Ho rincorso l’uomo nella folla, mi sono fermato davanti a lui e per un momento ho avuto il coraggio di guardarlo negli occhi.

Allora tutto è cambiato.

L’uomo nella folla ora non fugge, non passa più la sua esistenza condannato a correre instancabilmente tra la gente.

Ora ci sediamo su una panchina nel parco, ascolto il dolore profondo della sua anima, asciugo le sue lacrime che rigano il volto orripilante, abbraccio quelle povere ossa macilente e stanche e ringrazio Dio di averlo cercato ed incontrato nei miei bassifondi perché ora insieme a lui mi sento completo.    

L’uomo nella folla

Liberamente tratto dal racconto “L’uomo della folla” di EDGAR ALLAN POE

Era sul morire di una sera di dicembre.

Ero seduto al tavolo di un bar davanti ad una finestra che affacciava su una strada piena di negozi e di traffico umano.

Avevo trascorso lì la gran parte del giorno, nella convalescenza di una malattia appena terminata, scorrendo le pagine di un libro, con il brusio delle voci del locale nelle orecchie, col viavai della gente di fuori che innescava il viavai dei pensieri nella mia mente.

Il tran tran delle voci e dei pensieri lentamente acquietò la mente e sopraggiunse un interesse calmo e sereno, una curiosità tranquilla per tutto ciò che accadeva nella strada.

Per tutto il giorno era stata percorsa da una moltitudine indistinta di persone, ma ora, col calar della sera e le luci dei lampioni accesi, grappoli di esse fluivano in correnti opposte.

Osservavo dapprima genericamente queste ondate di marea umana, ma poi iniziai a soffermarmi con intensa curiosità sui particolari che ognuna di esse mi rimandava.

Due piedi frenetici, una figura anoressica, un naso prorompente dal viso, una chioma lucente, un gesticolio logorroico delle mani, uno sguardo furtivo, un camminare sonnambolico con gli occhi su un cellulare, un cappello rovesciato su una mano implorante un aiuto……

Man mano che il buio avanzava, rischiarato solo dalla luce artificiale, ero costretto ad aguzzare la vista ed esercitare maggiore attenzione, la fronte appoggiata al vetro della finestra.

Tutt’a un tratto in quel campo di teste ondeggianti ecco la fisionomia di un vecchio uomo che attirò magneticamente la mia attenzione per la sua espressione così particolare.

Per un momento, solo per un momento, volse lo sguardo verso di me.

Il suo viso era contratto in una smorfia grottesca attraverso cui leggevo una intelligenza sopraffina, una circospezione maniacale, una sete sanguinaria accanto ad una avidità inimmaginabile, ma i suoi occhi…… I suoi occhi trasmettevano paura.

Una paura folle, non solo, una disperazione senza fine, ma anche un non so che di familiare, di conosciuto anche se indefinito.

Ne fui così magnetizzato ed incuriosito che immediatamente uscii dal locale in cui ero stato quasi tutto il giorno e mi gettai sui suoi passi. 

Lo avevo davanti a me immerso nella marea umana.

Era piccolo di statura, magrissimo e gracile apparentemente.

Gli abiti sembravano laceri ma alcuni particolari me li fecero apprezzare per la loro qualità, anche se vetusta: il colletto della camicia, un soprabito tutto sporco e con uno strappo, ma di Burberry, sotto il quale balenò il luccichio del calcio di quella che sembrava un’arma. 

Per mezz’ora circa il vecchio sconosciuto si fece strada tra la folla accalcata tanto che fui costretto a stargli quasi dietro col pericolo che, se si fosse voltato, mi avrebbe visto. 

Poi girò in una stradina laterale anche questa ingombra di gente ma non così quanto la strada da cui provenivamo. Qui rallentò indeciso su dove andare. Attraversò e riattraversò la via come se non sapesse dove andare. 

Prese poi una strada lunga e stretta e, voltando, ci trovammo in una grande piazza illuminata e piena di vita e di gente per un concerto che si stava tenendo lì all’aperto.

Cambiò atteggiamento abbassò il mento sul petto, aggrottò ancora di più le sopracciglia e i suoi occhi brillarono. Fece il giro di tutta la piazza, facendosi strada tra la calca in piedi. Ritornato che fu al punto di partenza continuò facendo un nuovo giro che ripetè più volte per circa un’ora. 

Abbandonammo la piazza per addentrarci in una lunga via oscura e quasi deserta. Qui iniziò a camminare con una tale lena e agilità, a dispetto della sua età, che a stento riuscii a seguirlo.

D’improvviso ci trovammo di fronte ad un grande mercato natalizio pieno di bancarelle illuminate con musiche, festoni, colori, rumori di compratori e venditori. 

Due ore circa gli tenni dietro tra la folla vociante e allegra girando insieme come su una giostra rutilante. 

FINE DELLA PRIMA PARTE

La morte condivisa 2

Per avere una idea più precisa di quello che accade riporterò alcune testimonianze tratte dal libro di Moody.

Mio marito passò attraverso il mio corpo. Come una scossa elettrica, come quando si mettono le dita nella presa, ma più delicata. Tutta la nostra vita ci comparve davanti all’improvviso e sembrò inghiottire la stanza dell’ospedale con ciò che conteneva. Tutto intorno c’era solo luce bianca brillante. Tutto ciò che avevamo fatto nella vita era avvolto dalla luce. Vidi altre cose di mio marito prima che fossimo sposati. Non erano imbarazzanti o private, non c’era nessun bisogno di riservatezza. Vidi me stessa abbracciata al suo corpo ormai esanime, ma la cosa non mi fece stare male, perché mio marito nello stesso momento era vivo e accanto a me e osservavamo la scena insieme. Tutto accadde in un lampo accanto a letto dove mio marito stava morendo. Un altro aspetto strano di questa visione della nostra vita fu che in alcune parti vi erano dei pannelli o dei divisori che ci impedivano di vedere la totalità della scena, non ci permettevano di vedere alcune parti della nostra vita.”

Una madre moribonda che fino a quel momento giaceva quasi inerme nel suo letto si mise a sedere sul letto stesso e abbracciò suo figlio. Aveva occhi come perle di luce chiara ed era perfettamente padrona di sé al contrario degli ultimi giorni. Un globo di luce brillante si formò intorno a noi, racchiudeva interamente mia madre e me e notare che i mobili, le pareti e tutto ciò che era nella stanza appariva distorto, come se lo stessimo osservando attraverso una goccia d’acqua. Immagini tridimensionali iniziarono a cadere sul globo. Erano scene della mia infanzia. Mia madre iniziò ad allontanarsi, era come se si trovasse in fondo al tunnel ma allo stesso tempo fosse anche con me. Mentre accadeva tutto questo vidi scene della mia vita, inclusa la mia nascita. Vidi episodi della sua vita, eventi che la tormentavano durante la mia infanzia di cui non ero a conoscenza. Potevo percepire i suoi pensieri. Cristo era con noi nel globo, ma non vedevo la sua figura umana. Quando morì sentii che il suo corpo si abbandonava e l’energia usciva da lei. Il globo svanì e mi ritrovai da solo.”

Sognai che stavo camminando in una foresta con mio marito Herb lungo un sentiero buio e ombroso. Era un sentiero interamente circondato dagli alberi racchiuso da una fitta coltre di rami che si estendevano sopra la nostra testa. Il percorso era leggermente inclinato e sulla cresta di una collina vidi il cielo, simile a una luce in fondo al tunnel. “Herb e io eravamo immersi in una conversazione, non ricordo a riguardo di che cosa, ma credo stessimo ricordando i momenti fondamentali del nostro rapporto.”

“Mio fratello ed io siamo gemelli identici e ci siamo sempre sentiti legati, durante il weekend mio fratello si recò in un altro Stato per una partita scolastica di football mentre io rimasi a casa, ci andò in auto con alcuni amici e il giorno in cui stava ritornando ero sdraiato sul divano a guardare lo sport in televisione, quando all’improvviso ebbe la sensazione di lasciare il mio corpo e muovermi verso una luce brillante, mentre ciò accadeva vidi dei flashback di eventi che erano successi a me e a mio fratello, rivissi diversi avvenimenti della nostra infanzia fra cui alcune cose così insignificanti che avevo dimenticate, erano così vividi che mi parve di riviverli“.

Ho avuto la fortuna e l’onore di poter ricevere questa testimonianza di morte condivisa da parte di una cara compagna, viaggiatrice di lungo corso, la persona in questione lavora nel campo medico. Mi descrisse che si trovava seduta nel suo ufficio in ospedale, intenta a redigere degli atti, quando si è sentita trasportare via, ha visto una strada bianca in salita verso la sommità della quale sua madre stava camminando tenendo per mano una bimba; si è sentita pervasa da una gioia ed una pace indescrivibile e avrebbe voluto seguire sua madre in quel luogo meraviglioso ma una voce le disse chiaramente che non era ancora arrivato il suo momento e sarebbe dovuta ritornare indietro.

La mia cara compagna, quando mi raccontò tutto questo, non era minimamente a conoscenza della morte condivisa e, dopo aver letto il libro, capì che aveva partecipato alla morte della madre. 

La morte condivisa è una esperienza trascendentale che è inspiegabile dalla scienza attuale, ma sulla quale la scienza non può controbattere.

Dal punto di vista scientifico negli episodi di pre-morte si sente spesso affermare dagli scienziati che potrebbero essere frutto di malfunzionamenti cerebrali causati dalla mancanza di ossigeno o da impulsi elettromagnetici anomali. 

In questo caso la confutazione scientifica non regge perché chi accompagna il morente e partecipa con lui al distacco dai veicoli inferiori e al progredire oltre, sperimentando una morte condivisa, non sta morendo ma partecipa delle stesse sensazioni di chi sta passando pur essendo vivo.

La morte condivisa

Dio è Amore. 

Alcuni di noi esseri umani ricevono in dono dal Padre la meravigliosa e straordinaria opportunità di poter accompagnare un proprio caro morente oltre i confini del regno fisico. 

Sono regali divini elargiti grazie alla relazione di profondo amore che esiste tra gli esseri che la sperimentano.

Poter accompagnare oltre un padre, una madre, una compagna, i fratelli, le sorelle credo sia una indimenticabile esperienza di amore che trascende i confini terreni.

Ne abbiamo conoscenza grazie al lavoro di raccolta di testimonianze riportate dal dottor Raymond Moody nel suo libro “Schegge di Eternità”.

Il dottor Moody è stato il pioniere che ha anche raccolto interviste a persone che hanno avuto episodi di pre-morte, ossia sono morti per un certo tempo e poi tornati indietro.

I racconti di chi ha accompagnato un morente hanno degli elementi comuni che coincidono con quelli di chi ha vissuto un episodio di pre-morte. 

Essi sono 7 ed accomunano la maggior parte delle testimonianze raccolte dal dottor Moody:

  1. Cambiamento della geometria degli spazi – difficile da descrivere perché le forme possono essere molto diverse: “come se la stanza crollasse e si espandesse allo stesso tempo”, “sentii la stanza cambiare forma, quasi come se si fosse riempita d’aria e gonfiata”, “i mobili, le pareti e tutto ciò che era nella stanza appariva distorto, come se lo stessimo osservando attraverso una goccia d’acqua” questo cambiamento di forma, come una sorta di sportello, sembra dare accesso ad una dimensione diversa;
  2. la luce mistica – sembra mostrare una consistenza liquida, cristallina, che emette purezza, pace e amore, pulsante di questi elementi che producono una trasformazione spirituale in una persona, “una luce che sembrava un vapore sopra il suo viso, mai avevo provato tanta pace” la luce mistica provoca una trasformazione anche in chi ha condiviso la morte di un altro;
  3. la musica e le melodie – spesso si sente il suono di una melodia, “era la musica più bella e complessa che avessi mai sentito, ogni nota era uno scintillio, stavo letteralmente vedendo la musica”, “dolci e selvagge note di un’arpa eolica”, “una musica splendida, diversa da qualunque altra avessi mai udito, come una musica da ballo, ma assolutamente unica nel senso che anche dopo non ascoltai mai più nulla di simile” ma anche come un motore di un jet che sale di giri;
  4. esperienza extracorporea – all’inizio della esperienza di morte condivisa spesso ci si sente trasportati in un luogo da cui si osserva la scena sottostante, generalmente il soffitto o un angolo del soffitto della stanza dove si è con il morente, ma anche volteggiare sopra la propria città o in altri luoghi dove si può incontrare le persone amate che sono fisicamente distanti da colui che sta passando oltre, “ero gravemente malato in punto di morte a causa di problemi cardiaci proprio mentre mia sorella stava morendo per coma diabetico in un altro reparto nello stesso ospedale, lascii il mio corpo e salii in un angolo della stanza da dove osservai i medici che si affannavano su di me in basso, all’improvviso mi trovai a parlare con mia sorella che era in alto con me, facemmo una bellissima conversazione riguardo a ciò che stava succedendo lì sotto, poi si separò da me e mi disse che non sarei potuto andare con lei, si allontanò attraverso il tunnel e io rimasi da solo”;
  5. la co-revisione della vita del defunto – consiste nel ripercorrere la propria esistenza terrena condensata, può essere una veduta panoramica dell’intera vita dell’individuo o solo dei frammenti delle stessa ma significativi “ho visto ogni singolo evento importante accaduto nella mia vita, dal mio primo compleanno al mio primo bacio agli scontri con i miei genitori, ho capito quanto fossi egoista e che avrei dato qualunque cosa per poter tornare indietro e cambiare”, “quando mio figlio quindicenne morì era nella stanza con lui, invece della stanza apparve una visione di tutto ciò che mio figlio aveva fatto nella sua breve vita, lui era lì al centro e sorrideva gioioso, vidi molte cose di cui mi ero da tempo dimenticata e anche molte cose che non conoscevo per nulla, lo vidi da solo nella sua stanza, ad esempio, mentre giocava con il suo modellino di Fort apache, si può dire che le scene della sua vita erano come dei lampi o quasi come scariche elettriche assolutamente indescrivibili, parti della vita di mio figlio e della nostra interazione erano sfuocate come quando in televisione si cerca di nascondere il viso di una persona”;
  6. l’incontro con regni spirituali o “ultraterreni” – uno degli elementi più comuni; vengono usate parole come paradiso, puro, sereno, celestiale per descrivere i luoghi visitati, “giunsi sulla collina dove il paesaggio era perfetto e le montagne ondulate e morbide, in lontananza potevo vedere solamente il cielo blu, verdi colline e grandi alberi, c’erano piante perfette e colori indescrivibili, verdi, rossi, blu, tutti i colori che ci circondano ogni giorno, ma quelli erano così perfetti che i colori che vedo adesso mi sembrano opachi, in nessun altro luogo ebbi una sensazione come quella che provai in quel momento”“stavo salendo una collina ed ero circondata dalla luce, non una luce comune, perché ogni cosa intorno a me (le piante, il terreno, persino il cielo) risplendeva di luce propria, era incredibilmente bello, sono certa che quel luogo fosse il paradiso o qualcosa di analogo poiché la sensazione era magnifica”;
  7. La nebbia che scaturisce dal morente – si tratta di una leggera nebbia emanata dal corpo dei moribondi, assomiglia a un fumo bianco e rarefatta come vapore, sembra a volte prendere la forma del corpo da cui si diparte e svanisce rapidamente, si forma intorno al petto o alla testa.

Continuerò ad approfondire questo tema nel prossimo articolo.

Amore Sacro e amore profano

La declinazione di Amore nella relazione tra due persone, che si sentono attratte sia fisicamente che sentimentalmente, ha risvegliato la mia curiosità in un dato momento della mia vita.

D’altro canto ha creato dentro di me una grande confusione ed incertezza.

Ho scoperto, molto in là nella mia età biologica, che anche questa è una manifestazione della dualità del mondo terrestre in cui siamo immersi. 

Sono le due facce di una stessa medaglia.

Come il Sole e Luna, il Bene ed il Male, il maschile ed il femminile, il giorno e la notte, l’attrazione e la repulsione, il desiderio e la rinuncia, il freddo ed il caldo e via discorrendo.

Cosa vuol dire profano? 

Profano nella sua etimologia è composto da latino pro ossia davanti e fanum tempio, luogo sacro e quindi propriamente che sta fuori dal sacro recinto, che non ha carattere sacro o ne è estraneo.

Allora quale è la strada da prendere?

Spesso, soprattutto nei primi innamoramenti di ragazzo, la bellezza e la delicatezza dei lineamenti di una ragazza come in Silvia di Leopardi, mi hanno rapito e trasportato in alto a dissetarmi con l’acqua vaporosa delle nuvole e altrettanto spesso, nello stesso lasso di tempo biologico, un impulso beluino irrefrenabile mi ha trascinato giù a bere acqua fangosa intrisa di terra e a rotolarmi nella soddisfazione dei piaceri della carne. 

In questo mondo terreno anche l’elemento primordiale dell’acqua può salire verso il sole o scendere a mischiarsi con la Terra.

Il desiderio mi ha portato spesso ad abbeverarmi nel fango cercando di soddisfare questa arsura inestinguibile pensando che, una volta soddisfatta questa sete, sarei riuscito finalmente a liberarmene per poter ascendere verso i luoghi sacri.

In realtà non ho fatto altro che alimentare il lato animale inferiore rimanendo invischiato nel fango.

Dentro tutti noi esiste una forza che sonnecchia alla base della colonna vertebrale nel primo chakram e si chiama Kundalini.

Viene raffigurata come un serpente che sale dal primo chakram verso l’alto. La colonna vertebrale è a forma di S ed il suo simbolismo è stato accomunato col serpente. 

È la Forza forte di tutte le forze di cui parla Ermete Trismegisto.

Questa forza può dirigersi verso il basso come verso l’alto. 

Non è difficile risvegliarla, è difficile dirigerla perché non dipende dalla volontà dell’uomo ma dalla sua elevazione spirituale.

Una volta risvegliata si dirige dove trova nutrimento. 

Se lo trova nell’aspetto inferiore e lì che si dirigerà e farà diventare schiavo di sfrenate passioni sessuali colui che sperimenterà la sua diabolica potenza spingendolo in un baratro.

Attraverso un lavoro profondo sulla purificazione e sulla umiltà l’individuo può dirigere questa forza immane verso l’aspetto superiore che lo potrà condurre al contatto con il Divino.

Capisco ora quale sarebbe stato il lavoro da fare, ma non avevo nessuno a cui chiedere e da cui ricevere insegnamento e soprattutto la salita era molto lunga e ripida. 

Lavorare per eliminare le ferite, l’opacità, la polarità, la separazione, le emozioni negative ecco la strada da seguire.

Prendere contatto con il Sé Superiore al di là di tutte queste barriere.

Nutrirsi di bellezza, di purezza, di delicatezza, di tenerezza non solo negli atti ma nei sentimenti, nelle parole, nei pensieri.

A volte mi sono trovato trascinato da amici ad apostrofare una ragazza usando parole rozze, volgari. 

Pensieri lascivi volti solo al particolare anatomico di una donna e a quello che avrei voluto farle sessualmente come fosse una bambola solo per soddisfare questo insaziabile brama.

Queste pulsioni esistono dentro di me, corrispondono alla mia parte animale, terrestre ma posso scegliere di non seguirle, di dirigere il mio pensiero verso qualcosa di più alto, più bello, più nutriente.

Posso scegliere di ammirare la bellezza e la perfezione di un corpo vivente come se ammirassi un’opera d’arte, come anche nutrirmi della soavità e della tenerezza di una carezza appena sfiorata.

Posso scegliere di pensare e sentire che non posseggo una cosa, un oggetto che mi appartiene perché è legato a me da un cerchio d’oro, ma un essere umano in cammino con i propri pensieri, i propri desideri, i propri sentimenti, le proprie emozioni che merita attenzione, rispetto, cura, tenerezza tanto quanto io ne desidero. 

Vuol dire ricordarsi che non esiste più “solo io solo per me stesso” ma siamo uniti a danzare insieme il ballo della Vita e in questa danza mi spoglio di tutti gli abiti costruiti. La compenetrazione del maschile e del femminile quando si è spogli di tutte le sovrastrutture che abbiamo costruito è compenetrazione di Essenze e fusione totale. In quegli istanti si diventa Uno e si sale verso la Verità.

Amore è sacro quando ci porta verso la libertà di Essere ognuno veramente noi ma uniti nel divino.

IA

L’intelligenza artificiale in senso lato è la capacità (o il tentativo) di un sistema artificiale (tipicamente informatico) di simulare l’intelligenza umana attraverso l’ottimizzazione di funzioni matematiche. In breve un’intelligenza artificiale raccoglie un particolare genere di dati, alla quale segue una fase di progettazione e programmazione di un modello di predizione che può portare ad ottenere un riconoscimento facciale, una generazione di testo, una segmentazione di immagini, un rilevamento di oggetti e via dicendo. 

Oggi i sistemi intelligenti sono presenti in ogni campo: nei giochi vi sono programmi che sono stati in grado di confrontarsi con campioni di scacchi; altri che sono stati impiegati in alcune auto come sistema di guida senza l’intervento umano, nella sceneggiatura di films, nella scrittura di romanzi. 

La straordinaria versatilità e duttilità del sistema sta creando molto clamore ed apprensione nel mondo sociale.

Che cosa ne sarà dell’essere umano con la proliferazione del sistema IA?

Chi si sente minacciato e sconvolto dalla possibile prospettiva del vedersi sostituito, soprattutto nel lavoro, da un sistema così potente e così sofisticato?

Nel prossimo futuro affidarsi a macchine per svolgere anche le più complesse attività quotidiane sarà sempre più usato. Lo è già nel campo della chirurgia medica, della catena di montaggio automobilistica, nella costruzione di apparecchiature elettroniche, nella scrittura, nella grafica, nell’industria cinematografica, nella domotica.

L’uomo si sente affascinato ma minacciato come si sentiva con l’avvento della calcolatrice, del computer…..

Sembra che l’essere umano non abbia più spazio per la propria manifestazione se non come servitore di queste sempre più potenti macchine intelligenti. 

Stiamo diventando schiavi?

Lo siamo già. 

Siamo schiavi della tecnologia. 

Televisione, smartphone, computer sono stati creati per facilitare e alleggerire le nostre operazioni di vita ma, di fatto, ci aiutano così tanto che non possiamo farne più a meno e, mentre ci sono necessari, il nostro cervello non viene più usato come lo era in passato. 

Abbiamo perso la capacità critica. 

Il bombardamento incessante di immagini, suoni, contenuti rende tutto più liquido.

In questa liquidità tutto è possibile ti amo ma poi ti uccido, ora provo ad essere uomo e dopo provo ad essere donna, non esiste il bene e non esiste il male. 

In questa società globale multimediale tutti possono essere tutto per avere successo ed essere riconosciuti, taggati, avere followers.

Quale direzione prendere? 

Certo non quella che questi strumenti e tecnologie ci indicano.

Che cosa rende l’essere umano diverso da una macchina?

La capacità di sbagliare.

Questo rende umano l’essere. 

Diverso da una macchina che non contempla l’errore.

Le più importanti scoperte nella storia dell’umanità sono arrivate da uno sbaglio, un errore “casuale”.

Gli anglosassoni hanno addirittura coniato una parola per indicare il ruolo giocato dal “caso” nelle scoperte scientifiche: serendipity (tradotto “serendipità”), così l’errore è diventato anche sinonimo di fantasia e di potere creativo e immaginifico. 

Basti pensare ad Ascanio Sobrero che verificò i poteri della glicerina, riscaldandone 2 gocce in una provetta. Scoprì la nitroglicerina. Data la sua altissima instabilità, per evitare gli urti, era solitamente trasportata in bottiglie poste dentro cassette di legno, piene di farina fossile. Durante uno di questi trasporti lo scienziato svedese Alfred Nobel notò che una bottiglia aveva perso parte del suo contenuto che era stato assorbito dalla farina fossile. Tornò allora di corsa nel laboratorio e provò a mischiare la nitroglicerina con la farina fossile e con la segatura. Ottenne così una pasta più stabile della nitroglicerina: la dinamite.

Oppure ad Horace Wells, medico e dentista americano, che si accorse che il protossido di azoto è un gas capace di indurre una specie di ebbrezza alcolica in chi lo aspira.

Nel 1844 sperimentò su sé stesso l’efficacia del protossido come analgesico, cavandosi due denti.                                    
E una volta provato su un ferito ebbe la conferma che poteva servire da anestetico: aveva scoperto l’etere.

Alexander Fleming scoprì per caso che le sue colture batteriche di stafilococchi erano state distrutte da colonie fungine. Dieci anni più tardi riuscì a isolare dalla muffa la sostanza antibiotica penicillina (chiamata così poiché la muffa apparteneva al genere Penicillum), a concentrarla, a purificarla e a testarne l’utilità come farmaco. 
Mise così a punto il primo antibiotico contro i batteri.

Newton che vedendo una mela cadere da un albero capì che il moto della Luna e di una mela erano riconducibili alla medesima forza, la forza di gravità.

Per fortuna tutti loro non avevano gli strumenti tecnologici odierni a nostra disposizione. 

Come è stato possibile?

Attraverso l’osservazione della realtà e l’intuizione. 

L’osservazione della realtà che ci circonda e l’intuizione ci permettono di esprimere la nostra unicità.

L’osservazione e l’intuizione arrivano in noi direttamente dai mondi superiori, ci arrivano dall’Infinito Benedetto.

E lì le macchine non possono arrivare. 

Zombi

È un termine di origine haitiana, legato alla tradizione religiosa vudù.

Zombi in epoca contemporanea indica la figura di un morto vivente, un cadavere ambulante.

Secondo le credenze popolari haitiane, alcuni sacerdoti detti bokor sarebbero in grado di catturare una parte dell’anima e detenerla in una piccola fiasca, sotto forma di piccolo angelo guardiano.

Il rito produrrebbe nella vittima uno stato di letargia ipnotica simile alla morte. Tali bokor sarebbero in grado di resuscitare la vittima, anche dopo diversi anni dalla sepoltura, restituendole una piccola parte dell’anima sottratta, per renderla uno schiavo abulico. 

Nella letteratura occidentale si indica per zombi individui privati di ogni volontà dalla dipendenza da droghe. Gli zombi si aggirano nella notte in cerca di esseri umani di cui cibarsi ed infettare a loro volta facendoli diventare come loro. 

Dalla letteratura occidentale l’industria cinematografica e musicale ha tratto dei capolavori unici nel genere, basti pensare a “La notte dei morti viventi” di George A. Romero o di “Thriller” di Michael Jackson.

Ma esistono veramente gli zombies?

Pensavo di no. 

Ora so che esistono veramente.

Dove sono?

Escono di notte dai luoghi di sepoltura?

No.

Sono in mezzo a noi, in pieno giorno. 

Basta uscire di casa e osservare attentamente le persone che ci circondano.

La maggior parte sono preda del sonno ipnotico con gli occhi fissi sul display del loro smartphone, talmente assorbiti da ciò che stanno vedendo da perdere la cognizione del luogo e del tempo in cui si trovano.

Molti guidano un’auto in questa catalessi, risvegliati da una sinfonia di clacson che li spinge a muoversi.

Altri sono preda del demone della fretta e dell’ansia, li vedi correre a piedi, in auto, scalpitare quando sono costretti a fermarsi per mettersi in coda, come se non avessero abbastanza tempo, desiderosi d’ ingurgitare voracemente cose da fare.  

Se tenti di svegliare i primi vieni guardato come se fossi tu l’essere alieno che li sta disturbando.

Se ti trovi sulla strada dei secondi vieni investito dalla furia aggressiva di un animale feroce che ti vomita contro rabbia, aggressività, sotto forma di parole e, spesso, anche di fatti.

Oggi li guardo stupito ed incredulo di trovarmi immerso in questo girone infernale. 

Ma dura poco perché gli zombies là fuori sono sempre alla ricerca di esseri umani di cui cibarsi.

Come?

Si cibano della loro energia. 

Di fronte alla rabbia e al sonno ipnotico qualcosa dentro di me comincia a vibrare, la sento salire. 

È l’Animale. 

Se ascoltate attentamente il brano di Andrea Cerrato, un cantautore viaggiatore, che troverete alla fine di questo articolo, capirete di cosa parlo.

Sì perché anche io sono stato uno zombi.

Ho passato gran parte della mia vita trascorsa infettato e contagiato dalla fretta di fare tante cose nel più breve tempo possibile, in preda ad ansia e rabbia per non riuscirci, caduto poi in una letargia ipnotico-depressiva dopo aver utilizzato tutta l’energia che avevo a disposizione in quel carosello.

Quando, ancora oggi, sale l’Animale che chiede la mia energia alcune volte non riesco ad essere così presente da rimanere fermo ad osservalo e mettere in atto le necessarie e deliberate contromosse.

Ancora oggi, che cerco di essere sveglio e presente, mi prende e reagisco istantaneamente e solo dopo mi rendo conto. 

Il tempo in cui rimango preda dell’animale è sempre più breve, minuti. In passato erano ore, giorni in cui ero a mollo in una sofferenza costante. 

Il Maestro Aïvanhov ci aiuta ricordando: “se l’uomo non è vigile, se non sa mettere delle protezioni intorno a sé, i suoi figli e i suoi animali domestici, simbolicamente parlando, saranno divorati dalle belve.

Quei figli e quegli animali domestici sono i suoi pensieri, i suoi buoni sentimenti e i suoi buoni slanci, tutto ciò che è sinonimo di ricchezza, abbondanza e prosperità spirituali. Se ci tiene veramente a loro, è necessario che li protegga, altrimenti essi vengono saccheggiati dalle entità tenebrose del mondo astrale, dalle belve che verranno a devastare…..”

Tutti noi siamo zombies, fa parte della nostra natura di esseri umani. Non ha senso cercare lo zombi al di fuori di noi. Quello che vediamo fuori è lo specchio di quello che abbiamo dentro. 

Ma c’è una buona notizia. 

Lavorando su di noi potremo riuscire a tenere la bestia al guinzaglio. 

I guardiani del destino

I guardiani del destino è un film del 2011 in cui mi sono soffermato scorrendo l’offerta televisiva di ieri. 

Non è stata la mia prima visione di questa pellicola, credo di averlo visto già un paio di volte, ma lo stato interiore che mi ha accompagnato in questa mi ha fatto scoprire nuove rivelazioni e nuove letture. 

Mi trovo ancora in questo stato trasportato da un evento accaduto proprio in casa mia ad un’amica, sorella e compagna di viaggio.  

Seduti insieme a manifestare la felicità di rivederci e poter stare di nuovo tutti insieme, nel tempo di uno schiocco di dita, ella non c’era più, sospesa tra la terra ed il cielo legata solo alla sua corda d’argento, tra il ritornare o passare oltre, in questo limbo dove tuttora si trova.

Nel film, la storia narra le vicende di un uomo ed una donna che il Destino ha deciso che si incontrino o forse si rincontrino in una nuova incarnazione per esprimere e vivere l’Amore che li lega. 

A questo incontro si frappone la vita terrestre che ognuno di loro sta vivendo (lavori molto diversi, differenti legami umani, stessa città ma luoghi sempre lontani tra loro). 

Vita che viene controllata da entità, che vivono nella città dove i due protagonisti vivono, ma su un piano diverso dalla materialità pura dove possono però manifestarsi e interagire con gli umani a livello di pensieri, di emozioni, come architetti di scenari futuri per contrastare ed influenzare l’unica capacità, che l’uomo ha, sulla quale non possono materialmente fare nulla: il libero arbitrio.

La pellicola si svolge come la trama di un thriller, tra incontri fortuiti e cercati tra i due e interventi dei guardiani per far in modo che i due protagonisti non si possano incontrare e continuino a seguire il piano progettato dal Presidente per far vivere loro una vita separati dall’Amore che li lega.

Tutta la vicenda si snoda in un continuo susseguirsi di eventi creati per dividerli, sui quali essi devono esercitare una scelta che può cambiare totalmente la vita che stanno seguendo, con scenari futuri in cui ciascuno dei due può perdere fama, potere, denaro, sicurezza ed agi.

Alla fine, circondati da una moltitudine di guardiani accorsi per separarli, scelgono di seguire il Cuore, succeda quello che succeda, uniscono le loro labbra in un bacio sugellante Amore. Quando, subito dopo, aprono gli occhi e si guardano attorno i guardiani si sono dissolti, volatilizzati, svaniti e la città è di nuovo inondata dalla luce del sole.

Esistono veramente i guardiani del destino? Sì, esistono veramente.

Dove sono?

Sono dentro ognuno di noi e tramano affinché noi si scelga ciò che è più utile, più sicuro, più al riparo per vivere la nostra vita terrestre, per chiuderci dentro una prigione di “buone ragioni”, di “buoni motivi” per orientare il nostro libero arbitrio. 

Ci instillano paura, rabbia, tristezza, apatia, senso di colpa, senso di indegnità affinché si scelga ciò che serve solo il nostro IO in modo da non farci uscire dal piano disegnato per noi dal Presidente Personalità.

E diventiamo sempre più pesanti, sempre più grigi, sempre più disperati e spesso rassegnati alla credenza che nulla possa cambiare.

Allora questa pesantezza prende forma fisica, si solidifica e si addensa e diventa patrimonio genetico che passa ai nostri figli, ai nostri nipoti.

L’eredità che spesso lasciamo loro è pesante e difficile da sciogliere. 

Quale è il messaggio?

Bisogna usare libero arbitrio per scegliere di amare al di là di tutto e oltre tutto, abbandonando le preoccupazioni ossessive che ci abitano, di cosa ci succederà in futuro, di che cosa è stato il nostro passato.

Scegliere di irradiare, non di pretendere, amore, calore e luce oltre i nostri pensieri, oltre le nostre emozioni reattive, oltre gli ostacoli che si frappongono nelle nostre vite, per sentire di essere vivi, per sentirsi uniti a tutti gli altri.

Perché l’Amore purifica, l’Amore guarisce, anche quello che già si è solidificato nel nostro corpo.

Come il grumo di sangue che albergava nel mio ventricolo sinistro dopo l’infarto e che avrebbe potuto farmi lasciare questa esistenza per l’ennesima volta.

Come la nostra amica che si sta purificando dalla bomba di sangue che aveva nel suo cervello, forse da quando è nata, e che finalmente è esplosa. 

Perché Amore è purificazione e, se scegliamo di amare, i guardiani del destino spariscono, la gabbia si apre e torna a splendere Il Sole.  

Essere Samurai

Dieci anni fa, all’inizio del mio percorso nella Scienza Iniziatica, il mio Maestro mi suggerì di acquistare e di leggere il libro segreto dei Samurai. Brevi aforismi che racchiudevano l’antica saggezza di questa nobile figura di guerrieri. 

Lo lessi, ma a quel tempo, non riuscii a comprendere con la necessaria profondità quello che veramente gli aforismi avrebbero dovuto stimolare nella mia interiorità.

Avevo una immagine della figura dei Samurai come di implacabili guerrieri, capaci di combattere fino alla morte per coloro che avevano il compito di proteggere, e soprattutto capaci di uccidersi per non aver rispettato questo compito. 

La profonda paura che albergava dentro di me mi rimandava un’immagine di fanatici guerrieri feroci e assetati di sangue dalla quale ero distante anni luce. Sinceramente non li capivo!!!

Più tardi, durante l’addestramento iniziatico, tutti noi fummo chiamati a scegliere un simbolo sacro che avremmo dovuto portare ed indossare durante le nostre pratiche. 

Scelsi il simbolo che vedete riportato nella foto soprastante. Mi era stato detto che era il simbolo dei samurai, ma non comprendevo bene cosa fosse e soprattutto cosa significasse. 

L’ho indossato e lo indosso sempre, ogni volta che mi accingo a fare le pratiche.

Ora, dopo dieci anni di pratica ininterrotta, inizio a sentire il sapore e a capire più profondamente il loro mondo!!

Intanto il simbolo. 

Vi sono raffigurati tre gru giapponesi dalla corona rossa, chiamate Tancho.

Questi animali sono protagonisti di molte leggende giapponesi, a loro vengono attribuite delle proprietà spirituali.

La fedeltà in quanto sono animali monogami, si uniscono e rimangono insieme per sempre, e suggellano la loro unione in una meravigliosa danza di corteggiamento chiamata danza dell’amore.

La fortuna di cui sono simbolo, conosciuti in tutto il Giappone anche come “uccelli della felicità”.

La longevità infatti la realizzazione di un orizuru, (ori – “piegato” e tsuru – “gru”) la forma più classica di tutti gli origami giapponesi, è di solito legata all’intima richiesta di veder accolti i propri desideri. Parliamo per lo più di desideri di guarigione da malattie e in generale collegati alla salute. Si narra infatti che il sogno di vivere a lungo e in salute possa essere esaudito piegando mille gru di carta.

Anche per i Samurai fedeltà, fortuna e longevità sono tre capisaldi della loro filosofia di vita, ma il simbolo sacro, nella sua triplice immagine interconnessa, vuole rappresentare anche l’Uomo che si pone come collegamento tra Terra e Cielo.

Ma quello che ho compreso è che un Samurai è sempre un Samurai dello Spirito, perché la Via del Samurai è la Via che conduce al costante contatto con lo Spirito, inteso come Essenza profonda del Sé. 

Un grande Maestro di questa arte affermava: “io non conosco il modo di sconfiggere gli altri, ma la Via per sconfiggere me stesso”.

Il Samurai avanza giorno dopo giorno: oggi diventa più abile di ieri, domani più abile di oggi. 

Con la dedizione, la persistenza e la disciplina applicata nell’osservazione incessante di sé nel momento presente.

Inizio a percepire il sapore dell’attenzione e della consapevolezza nel qui ed ora che mi permette di mettere più vita, mi permette di chiamare ad essere insieme a me quella parte di me più bella, luminosa, calorosa attraverso cui il ricordo di ciò che sto vivendo rimane impresso a fuoco. 

Nello spettacolo della natura in cui sono immerso e nella sua osservazione profonda la mia personalità sparisce perché non mi cattura più nel passato né mi spedisce nel futuro.

Sono qui presente, ma l‘attenzione e la consapevolezza richiedono tanta applicazione, tanta dedizione, tanta cura. Il sapore che se ne ricava è più profondo, più persistente, più acuto.

Ed è questo sapore ed intensità di vita che permetteva ai samurai di scegliere di morire. 

L’essenza del Bushido è prepararsi alla morte, mattina e sera, ogni momento della giornata.

Come anche per noi tutti, nella nostra essenza, dobbiamo prepararci alla morte fin da subito per vivere più intensamente la vita.

Questa scena Finale del film l’Ultimo Samurai, che ogni volta che la vedo mi fa sgorgare lacrime di commozione, di rispetto e di sacralità, mi dà il coraggio di dire: sì voglio essere un Samurai dello Spirito.

Il Centro e la periferia

Alcuni giorni addietro una sorella/compagna viaggiatrice ha ricevuto in regalo un’intuizione proveniente dalle Regioni Superiori.

Le è comparsa l’immagine del Sole dal quale partivano raggi di luce e ha aggiunto che aveva visto ogni essere umano legato a esso da un raggio. La percezione le diceva che Il compito di ciascun essere umano è di ascendere, attraverso questo raggio, al Sole stesso.

Era rimasta colpita della rivelazione, non conoscendo ancora il sapere relativo, e chiedeva alla nostra Guida se quello che aveva immaginato potesse avere un collegamento con una verità spirituale.

Questo mi ha ancora una volta confermato in esperienza come la Conoscenza possa essere accessibile da chiunque sia aperto ed in contatto con le Regioni Superiori.

L’analogia che mi ha raggiunto immediatamente è con il simbolo riprodotto.

Nel macrocosmo al culmine di ognuno di quei raggi c’è un essere umano, nel microcosmo di ogni persona vivente al culmine di ogni raggio c’è una espressione o manifestazione delle personalità che ci abitano. Salendo di prospettiva ogni raggio è un’incarnazione della nostra Anima.

Il simbolo descrive il Viaggio che ognuno di noi incarnato compie per manifestare sé stesso sulla terra, ma nel contempo narra anche del Viaggio che tutti noi dovremmo intraprendere per risalire verso il Centro, verso lo Spirito.

Che cosa vuol dire?

In primo luogo il Viaggio che tutti compiremo quando abbandoneremo i Veicoli Inferiori, ma anche e soprattutto la connessione che ci è richiesto di tenere viva ogni volta che andiamo in periferia.

Il vivere quotidiano è strutturato in modo che ciascuno di noi è continuamente costretto a prendere contatto con la periferia. 

Le attività che ci attirano nella periferia sono innumerevoli: dalla mia casa esco per andare al lavoro, per uscire con gli amici, per passeggiare, per andare in vacanza, per studiare, per procurarmi cibo, per seguire i miei figli. 

Tenere dietro a tutte le attività create dalla nostra natura terrestre e/o dalla nostra società, dalle responsabilità/doveri creati per gestire i rapporti tra le persone in una stessa egregora (famiglia, società, nazione, gruppi di appartenenza), ci costringono a rimanere sempre di più tempo in periferia.

Così tanto che perdiamo il contatto con il nostro Centro che è il Sé profondo. 

Alcuni di noi credono addirittura che esso non esista e rimangono nella periferia per tutta la vita.

Non capiscono, come non avevo capito io, che rimanere lì ci condanna ad essere tutti separati, espressioni dei nostri Io centrici, attraversati solo da rabbia, paura, tristezza, apatia, invidia, vergogna, senso di colpa, superbia, lussuria, avidità. 

Intossicati da queste emanazioni, confusi e deboli, sempre più deboli e pronti ad eseguire ordini che ci rendono schiavi.

Quando invece tutto ciò che Dio Infinito Benedetto ha creato può essere rappresentato da un cerchio, un centro e una periferia.

Il nostro sistema solare con il Sole al centro; la cellula che ha un nucleo centrale, una periferia chiamata citoplasma e una membrana protettiva e contenitiva; l’uovo con il rosso centrale, il bianco periferico ed il guscio; la maggior parte dei frutti che hanno il nocciolo o i semi, la polpa e la buccia.

Sul piano spirituale il centro rappresenta lo Spirito, lo spazio tra il centro e la periferia l’Anima.

Lo Spirito è raffigurato con un puntino in realtà è immateriale e non ha dimensioni, ma vibra così intensamente che è onnipresente e distribuisce la sua energia in ogni luogo. L’Anima è materiale ma di una materia così rarefatta che la sua espressione è pura luce. 

Collegarsi all’Anima e allo Spirito ci costringe a spogliare i panni delle nostre personalità, andare oltre le chiacchere della mente di superficie per abitare i territori dove IO non esiste più e dove esiste UNO.

Ma sempre più spesso ho la sensazione di essere legato ad un elastico e, quando inizio a salire verso le altitudini celesti, vengo riportato a terra.

Più salgo e più potentemente vengo tirato giù.

Ogni volta che salgo l’elastico lentamente perde la sua caratteristica e quando riparto di nuovo non lo faccio dallo stesso punto di partenza. Quando un giorno l’elastico non sarà più elastico sarò allora libero di andare e tornare consapevolmente.

Se dimentichiamo di tornare al Centro per ricevere le potenti e luminose energie dallo Spirito, andiamo alla deriva completamente persi nella periferia e ci lasciamo indebolire dalle esalazioni venefiche delle nostre emozioni disfunzionali, fatte per nutrire solo entità affamate.

Tutto ciò che esiste è legato al centro e può sopravvivere solo se questo legame viene alimentato, ogni giorno che Dio ha fatto e ad ogni suo inizio.

Come?

Meditando, pregando, cantando ogni giorno e ad ogni suo inizio, come fanno i religiosi che iniziano la loro giornata cantando le Lodi e pregando.

Il primo pensiero, una volta aperti gli occhi al risveglio, dovrebbe essere per lo Spirito a nutrire la nostra Anima per essere guidati in periferia.

Lo Spirito del Babbo Natale

Ora che un altro Natale è passato, dopo aver assistito a come viene celebrato, sono spinto a fare qualche riflessione ad alta voce.

L’impulso è sorto, nella fattispecie, perché la figura di Babbo Natale e la sua funzione riguarda da vicino il mondo dei bambini, dei fanciulli e dei ragazzi.

Come nasce Babbo Natale?

Le sue origini sono confuse e molteplici in quanto è presente in molte tradizioni popolari del mondo.

Nel cristianesimo è San Nicola di Myra, una città dell’antica Turchia, protettore dei bambini poi trasformato in Santa Claus, derivante dalla pronuncia olandese del nome di San Nicola (SinterKlaas).

Prima del cristianesimo nel folclore dei popoli germanici era il dio Wodan, ossia Odino, che, nel solstizio invernale, teneva una grande battuta di caccia con altri dei e guerrieri e i bambini usavano lasciare nei propri stivali delle carote, paglia per sfamare il cavallo del dio, Sleipnir. In cambio Odino lasciava dei regali e dei dolciumi.

La versione moderna della figura è opera dello scrittore americano Clement Clarke Moore il quale nel 1823 scrisse la poesia A Visit from St. Nicholas

Il santo venne raffigurato come un elfo grassottello, con barba bianca, vestiti rossi orlati di pelliccia, alla guida di una slitta trainata da renne e con un sacco pieno di regali. Essi erano addirittura meno importanti dei pacchetti, molto sgargianti e colorati, i quali erano accompagnati da una poesia che riguardava colui che li avrebbe ricevuti.

Nella mia infanzia la venuta di Babbo Natale era attesa con grande trepidazione ed emozione. 

Il giorno di Natale mio fratello ed io ci alzavamo prestissimo per andare a intravedere, attraverso i vetri della porta del salotto, se ci fossero doni sotto l’albero. 

Essi erano pochi, due al massimo tre, e si passava tutta la giornata a giocare con essi.

Negli ultimi anni ho osservato i miei nipoti scartare una montagna di regali, assiepati sotto l’albero, con una frenesia ipnotica. Così tanti che l’eccitazione non permetteva loro di dare loro che appena uno sguardo, per poi passare a scartare un nuovo pacco, contenente regali molto costosi.

Una volta terminata la “mattanza” si tornava a giocare con un vecchio gioco.

Mi sono domandato: si sta così alimentando la loro natura terrestre o la loro natura luminosa?

Quando cresceranno saranno portati a replicare nella vita adulta questo loro comportamento?

E perchè dire che Babbo Natale non esiste per costringere i nostri ragazzi a fare il loro brutale ingresso nel mondo degli adulti?

Per me, soprattutto ora, Babbo Natale esiste veramente. 

Ho realizzato che è uno Spirito, un dio come Odino, un Santo come Nicola, un elfo, un essere incorporeo, abitante dei piani superiori, un principio spirituale.

È un aspetto della Nascita del Cristo. 

È un messaggero del risveglio della Bontà, della Carità e della Compassione nei cuori di tutti, specialmente dei bimbi. 

Nel periodo più buio della storia dell’uomo in cui un essere disumano, per non dare spazio alla Luce del Nuovo, fu capace di pensare e perpetrare “la strage degli innocenti”. La storia si sta ripetendo immutata negli stessi luoghi ancora oggi dopo 2000 anni.

Babbo Natale per me è il portatore della Magia della Fede. 

Nel credere che esiste un mondo, diversi mondi in cui ci sono Esseri che non vedo, non tocco, ma se persisto e coltivo il proposito di salire verso di loro un giorno li incontrerò.

Come vorrei che fosse il Natale?

La mia nipote più grande me lo sta insegnando per lo meno da tre anni. Ogni Natale lei prepara, con le sue mani già sapienti, dei regali per tutti i familiari. Doni che sono unici perché sono intrisi del suo amore, della sua maestria, della sua bellezza. 

Vorrei regalare non oggetti, spesso inutili, acquistati con la fretta ed il fastidio di esserne costretto, ma tempo intriso di sentimenti come bontà, apertura di cuore, solidarietà, con azioni reali non con vuote promesse.

Vorrei donare a chi, in questo momento nella sua vita sperimenta la sofferenza della malattia, del dolore, della fame, della guerra, della solitudine, del grande passaggio, un pensiero, una preghiera, una meditazione, un ringraziamento profondo per quello che ho e dove mi trovo.

Questo vorrei per l’Anno Nuovo.

Auguri a tutti noi per questo Nuovo Mondo.

Chi sono io veramente?

Chi ha mai avuto il coraggio di porsi questa domanda fondamentale?

Nella mia esperienza di vita passata non l’ho mai avuto.

Probabilmente anche la maggior parte degli esseri umani naturali evita di farlo.

E’ più facile, incontrando e conversando con delle persone appena conosciute, che ci possa venir chiesto: Cosa fai per vivere? Quale è il tuo lavoro? 

Questo è molto più rassicurante! Perché permette di incasellare e catalogare chi ci sta di fronte in una delle molteplici caselle dello scacchiere sociale.

Gli si può dare un ruolo sul quale la nostra personalità può costruirci attorno un’immagine, un personaggio.

E per molti, se non per tutti, la conversazione può andare avanti e diventare un’intervista, che mira esclusivamente a raffinare e mettere a fuoco meglio il personaggio: in quale quartiere vivi, quali sports pratichi, dove vai in vacanza, quali sono i paesi che hai visitato e così via.

Alcuni non hanno bisogno nemmeno di un’intervista perché iniziano a raccontarti tutto senza necessità che tu chieda loro nulla, sono autoritratti costruiti a partire dal personaggio che è stato creato e che viene continuamente confermato.

Tuti vogliono essere vincenti nella grande scalinata della società e quasi tutti dedicano tutte le loro energie e quasi tutta, se non tutta, la vita, nel salire un gradino alla volta o, se si è molto fortunati o molto spregiudicati, un intero piano, identificandosi sempre nel personaggio costruito.

In alcuni di noi, me compreso, alle volte si affaccia un interrogativo: possibile che la vita sia ridotta solo a questo?

Si sente la mancanza di qualcosa, una sensazione, un sapore.

Nella mia età adulta, non più giovanissimo, sono stato testimone della morte di una donna straniera che era diventata moglie di un mio amico fraterno. 

Avevo costruito attorno a questa donna un personaggio: una straniera, con un italiano di accento singolare, molto attiva e allegra, sicura di sé, anche troppo, secondo il giudizio che avevo emesso. 

Lasciò il suo corpo fisico in seguito ad un incidente in motorino in una età in cui siamo stati “condizionati” a pensare che non sia giusto. 

Durante la funzione religiosa di commiato sentii di voler dare voce al mio dispiacere e dolore per lei e per il mio amico fraterno. 

Parlai davanti a tutti, nonostante la mia timidezza, e dissi che provavo un profondo dispiacere e rammarico perché non mi ero mai preso l’impegno di conoscerla veramente, profondamente. Ora lei era andata via da questa terra e avevo perso questa meravigliosa occasione.

Ammiro molto i veri, grandi attori. Coloro che hanno la capacità di interpretare dei personaggi così profondamente che quando li vedi stenti a riconoscerli: si sono trasformati quasi completamente. 

Solo i pochissimi che sanno spogliarsi delle strutture costruite dalla loro personalità riescono a farlo e dà loro l’inestimabile opportunità di vedere chi sono.

Ma questa è la strada di tutti noi esseri umani. 

Dovremmo togliere i cerotti a tenuta stagna che la nostra personalità ha messo sulle nostre ferite per tentare di non farle vedere. 

Essi aderiscono così tanto a noi che staccarsene fa male, molto male. 

Ricordo che da piccolino avevo così tanta paura che mi si togliessero, paura del dolore che avrei provato.

Ma anche paura di quello che avrei trovato sotto.

Perché queste ferite, col tempo, sono diventate purulente. 

Sono ferite che vanno delicatamente ripulite, anche se fanno male, tanto male.

Il dolore è necessario per togliere tutta la parte malata.

Devono essere portate alla luce e all’aria perché solo la luce e l’aria e l’attenzione amorevole possono farle cicatrizzare. 

Rimane il segno, ma se il dito pigia il dolore non c’è più.

Chiedersi: “chi sono io veramente?” senza dare una risposta ci porta in quella direzione.

L’avverbio ci esorta a chiedere verità, la verità di quello che siamo.

In quell’attimo di attesa della mente, intenta a cercare una risposta, possiamo lentamente staccarci da quella ferita. 

E più ripetiamo la domanda e più ci stacchiamo finchè ad un certo istante il cerotto viene via.

Allora possiamo guardare da una certa distanza la nostra ferita. 

Non sarà piacevole da guardare, potrebbe sembrare spaventosa. 

Ma ormai non siamo così vicini e avere il coraggio di rimanere per pulirla delicatamente vuol dire guarigione.

I Guardiani del Passaggio

Nel grande libro della natura esistono esseri viventi che, più di altri, restituiscono il riflesso a noi esseri umani. 

Sono esseri che, spesso, rimangono sulla terra per un lunghissimo tempo, come vecchi saggi.

Questi meravigliosi esseri sono gli alberi.

La loro sistematica distruzione, per far maggior spazio alle esigenze dell’uomo, dovrebbe essere un monito per la possibile futura nostra scomparsa da questo pianeta.

Essi ci ricordano e ci riflettono l’immagine fisica del nostro collegamento tra Terra e Cielo. 

Come esseri umani siamo ancorati a terra dalla gravità, che ci rende pesanti, e sviluppiamo il nostro Essere in altezza verso il cielo. 

Contemporaneamente allarghiamo le nostre braccia nella dimensione della larghezza ad abbracciare e a comunicare con gli altri esseri umani.

Così come gli alberi sono ancorati alla Terra dalle proprie radici e estendono il tronco verso il Cielo. Una volta scesi nelle profondità e cresciuti in altezza, possono dispiegare i propri rami in larghezza in un abbraccio di comunione con i fratelli vicini.

La strada per noi è scendere nelle profondità del sentimento, elevare in altezza il nostro pensiero per poi estendere l’attività con le nostre braccia.

Ma non solo. 

Nell’albero la corrente ascendente trasporta la linfa grezza che passa dai rami fino alle foglie, qui viene elaborata per mezzo della luce del Sole e questa linfa elaborata viene trasportata dalla corrente discendente a nutrire tutto l’albero.

Nel nostro corpo fisico esiste la circolazione sanguigna: il sistema arterioso trasporta il sangue puro mentre il sistema venoso riporta ai polmoni il sangue che va depurato.

Sia l’albero che l’uomo si trovano sul passaggio di queste correnti cosmiche che circolano dall’alto in basso e dal basso in alto.

Le radici dell’albero corrispondono agli organi che si trovano sotto il nostro diaframma. 

Le radici dell’uomo crescono grazie allo stomaco, che permette di nutrirsi, e agli organi sessuali con i quali ci riproduciamo. 

La parte immediatamente superiore al nostro diaframma, guarda caso, è chiamata tronco perché, come il tronco dell’albero, contiene i polmoni ed il cuore che, attraverso la circolazione arteriosa e venosa, forniscono il nutrimento di qualità superiore.

Le foglie, i fiori ed i frutti sono i doni che vengono regalati a beneficio, utilità e servizio di tutti: così dovrebbe essere anche per noi umani.

Esistono tra gli alberi alcune specie anomale rispetto al loro comune modo di vivere. 

La Socratea Exorrhiza è una palma esotica che ha radici che non affondano nel terreno ma crescono le une vicino alle altre, permettendo alla pianta di spostarsi per cercare nuovi terreni sacrificando le vecchie radici che muoiono. 

Ma anche nel nostro territorio c’è un genere di albero diverso dai suoi fratelli, nel dialetto romano si chiama albero pizzuto.

Non li ho mai particolarmente amati, così chiusi e tristi, e mi sono sempre chiesto perché il cipresso si trovasse sempre dentro i cimiteri.

C’è una spiegazione fisica che racconta come il cipresso ha radici che non si allargano dentro il terreno, come fanno gli altri alberi, ma affonda dritte nella profondità le sue. 

Per questo viene preferito dentro i luoghi di sepoltura. 

Infatti non provoca danni alle tombe circostanti come farebbe ad esempio un pino.

Qualche settimana addietro sono andato in ritiro in un posto meraviglioso immerso nel silenzio e nella preghiera.

Accanto ad esso c’è un cimitero. 

Mi sono trovato a riposare tra una pratica e l’altra accanto a questo luogo circondato di cipressi. 

Ho realizzato che essi hanno ricevuto il compito di accompagnare coloro che stanno andando oltre.

Sono i Guardiani del Passaggio.

Hanno rinunciato a vivere la vita come i loro fratelli per fare servizio per le anime confuse ed ancora disorientate sul cammino da prendere. 

Hanno rinunciato alla ampiezza, all’accoglienza, alla comunicazione affondando le loro radici dritte nella Terra per poter innalzare tutto il loro essere verso il Cielo, indicando la strada da seguire: verso il Sole, verso la Luce. 

Hanno rinunciato a comunicare tra di loro chiudendo i loro rami stretti, tanto stretti al tronco da sembrare delle dita che indicano la direzione. 

Hanno rinunciato a donare le foglie, i fiori ed i frutti per essere le colonne della cattedrale della natura che sostengono il nostro viaggio verso le regioni celesti.

Con profondo rispetto e con amore ritrovato io dico loro: grazie, che Dio vi benedica. 

Concordia

Ci sono stati, nella mia vita trascorsa, periodi in cui alcuni eventi accadutimi si sono verificati anche in diverse persone nel mio cerchio di conoscenze, come se si volesse che la nostra attenzione zoomasse nel dettaglio per osservare meglio e comprenderne il significato profondo.

Mi riferisco a particolari dolori presentatisi in parti specifiche del mio corpo fisico (schiena, collo, in precisi punti del ginocchio), la cui eco risuona identica in altri individui, come anche il riaffacciarsi inaspettato di persone conosciute in scenari di vita passati e oramai distanti anni luce dall’attuale scenario di vita quotidiana.

Ho vissuto la mia fanciullezza, dagli 8 anni, e una buona parte di esistenza all’EUR, a quell’epoca periferia di Roma, dove abbiamo frequentato un circolo di tennis, allora appena nato. Un posto di paradiso, 4 ettari di verde, alberi, prati dove noi fanciulli potevamo giocare in tranquillità, nostra e dei nostri genitori, visto che lo spazio era completamente recintato, al sicuro da molti pericoli. 

Siamo stati istruiti nel gioco del tennis, della preparazione atletica, del calcetto, del nuoto.

Quasi tutto il tempo libero era dedicato a vivere questo spazio, come un piccolo paese nel più “grande paese” che era EUR.

La corrente del mare della vita mi ha portato poi lontano da lì, in una zona di Roma agli antipodi, nel salotto buono della città. Spazi diversi, persone diverse, una differente aria da respirare.

Inaspettatamente un messaggio, ricevuto settimane addietro da una amica del periodo, mi riportava a quei tempi, in quei luoghi, con quegli amici di infanzia per rivedersi ancora dopo quasi 40 anni per una serata insieme.

La mia Personalità ha iniziato subito a lavorare insinuando paura del tempo passato, dei segni del tempo sui nostri visi, di non riuscire a ricordare i nomi. 

Un prezioso insegnamento ricevuto dalla mia Guida mi ha impedito di dare energia a tutto questo. 

Andare oltre, oltre la storia che racconta la Mente, oltre quello che faresti seguendo quella voce: “meglio non andare, chissà come ti vedrebbero, chissà chi riconosceresti……”

Avere il coraggio di rimanere lì fermo e andare a vedere con gli occhi e la curiosità del bambino, della mente che non sa. 

60 persone si sono ritrovate nel nostro circolo quella sera ed è accaduta la magia.

La magia del sostare tutti al di fuori della palazzina sociale aspettando l’arrivo, uno dopo l’altro, di tutti noi per abbracciarci, ridere, scherzare come se non ci fossimo mai lasciati per 40 anni.

La magia del riconoscersi tutti andando al di là dei segni che il tempo ha lasciato sui connotati fisici.

La magia del dimenticare tutti i piccoli screzi, le antipatie reciproche, gli odi scatenati dalla competizione sportiva come se non fossero mai esistiti.

La magia del condividere un pasto tutti insieme, nella splendida terrazza, ricordando tutti quelli vissuti per festeggiare insieme, partecipi di una squadra, una vittoria ottenuta. 

La magia del rendere omaggio, con una standing ovation spontanea e coinvolgente, il nostro Maestro di Tennis ed il nostro Preparatore Atletico che, a detta loro e di tutti noi, sono stati dei padri putativi che si sono assunti la responsabilità di donarci i tesori che li hanno portati a quei risultati: la necessità del sacrificio, della volontà per riuscire ad ottenere dei risultati sul campo da tennis, ma anche l’affetto di un abbraccio e di parole amorevoli dopo una sconfitta.

Nei pensieri e nelle parole di tutti quanti noi c’è stata un’assonanza che esprimeva gratitudine per quello che ci era stato donato e abbiamo vissuto grazie ai nostri genitori, la gratitudine verso i nostri maestri che non sono stati solo maestri di sport ma maestri di vita, la gioia di aver vissuto in un angolo di paradiso ma di aver avuto il privilegio di aver potuto assaporare cosa vuol dire vivere in comunità. Comunità di intenti, comunità di valori di vita che tengono conto del rispetto per l’altro e le sue necessità, che si ottiene solo imparando a vivere del tempo insieme, gioendone.

La gioia del rivedersi si nutre proprio di questi sentimenti superiori, allora si vibra tutti insieme per risonanza e per sempre, producendo un’eufonia.

Allora nasce la concordia che significa cum cordis ossia con i Cuori.

La mia Guida questo mi ha insegnato, far tacere la Mente e nel silenzio far parlare i Cuori.

Questa è la strada. 

Ma quanti di noi si sentono di affrontarla?

Lania Kea

Il termine viene dalla lingua hawaiana e il suo significato è immenso paradiso.

Con esso è stato battezzato un fenomeno osservato da un gruppo di astronomi, ed è stato dato in onore agli antichi navigatori polinesiani che, per la loro immensa conoscenza dei cieli, riuscivano ad orientarsi e a navigare nell’immensa distesa dell’Oceano Pacifico.

I ricercatori hanno verificato che le galassie non sono distribuite casualmente nell’universo, ma si trovano organizzate in raggruppamenti che comprendono decine e decine di galassie ed in enormi ammassi di galassie interconnesse in una ragnatela di filamenti. 

Quando i filamenti si incontrano e si intersecano si creano strutture chiamate superammassi.

Quello ritratto nella foto è il superammasso, che ha preso il nome di Lania Kea, nel quale si trova la nostra galassia, la Via Lattea, che si può vedere rappresentata con il punto rosso. 

La Via Lattea, ossia il puntino rosso che vediamo, ha un’ampiezza di circa centomila anni luce e si stima conterebbe da 200 a 400 miliardi di stelle.

Lania Kea ha un diametro di 500 milioni di anni luce, contiene una massa pari a cento milioni di miliardi rispetto a quella del sole e conta centomila galassie come la nostra Via Lattea.

Come si muovono e dove stanno andando queste galassie all’interno di Lania Kea?

Si muovono verso il Centro.

Verso il centro di Lania Kea c’è un Grande Attrattore. 

Una massa pari a decine di migliaia di galassie che esercita un’irresistibile attrazione.

Tutto ruota intorno ad un centro.

Come sopra così sotto, come fuori così dentro.

Come la Via Lattea che ruota a spirale attorno ad un centro gravitazionale.

Come nel Tai Qi in cui tutti i movimenti della forma compiono una spirale che parte dal Dan Tien (detto anche Campo del Cinabro o Porta della Vita), situato 3 centimetri sotto il nostro ombelico, dove risiede l’energia vitale o Qi, pronta per essere utilizzata.

Come il nostro DNA che si sviluppa in una doppia elica a spirale, formata da 3 miliardi di coppie di nucleotidi, un universo che si muove attorno ad un centro e sale.

E il grande universo dell’Essere Umano come si muove?

Osservando le persone intorno a me sembrano in preda al caos, muoversi disordinatamente, follemente seduti su una giostra che gira, gira, gira vorticosamente su sé stessa.

Attratti o respinti da impulsi che li fanno andare su e giù come su montagne russe.

Alla costante ricerca di piacere e terrorizzati dall’idea di sentire dolore.

Anestetizzati da congegni cibernetici che creano realtà virtuali.

Con i propri patrimoni genetici manipolati e indeboliti da sostanze che dovrebbero proteggerli da qualcosa che potrebbe colpirli ma che ancora non esiste nel loro corpo.

Dove è qui il Grande Attrattore?

Il Grande Attrattore è dentro di noi, è il nostro Sé, ma ne abbiamo perso il contatto. 

Non sentiamo più il Centro.

Per questo sembriamo così alieni.

Il centro può trasformare le nostre curve oscillatorie bidimensionali in un movimento a spirale tridimensionale.

È come se avessimo perso una dimensione, che fa ancora parte di noi, ma che non sappiamo più come raggiungere.  

La spirale è l’unica che può farci salire verso l’alto a conoscere tutti gli altri Sé e le Potenze Superiori, che ci può dare la riconnessione con il Creato e le sue manifestazioni.

Allora è meglio fermarsi, tutti e ritrovare il Senso.

Il nutrimento

Nella mia esperienza ho separato il significato di nutrimento in quello per il Corpo Fisico e in quello per lo Spirito. 

Molti di noi sono portati a farlo, essendo immersi in questo mondo di dualità in cui esiste il giorno e la notte, il sacro ed il profano e via discorrendo.

Nella mia percezione la dualità equivaleva a separazione, da una parte un’entità dall’altra il suo opposto: distanti, divisi, incomunicabili.

L’inganno percettivo, architettato dalla mia mente, mi suggeriva di dover necessariamente scegliere a quale dare attenzione.

Il nutrimento per il nostro corpo fisico, ossia il cibo e i liquidi, è necessario alla sua sopravvivenza.

Per questo attiva dei meccanismi psichici potenti. 

Basta aver sperimentato cosa succede al nostro essere quando siamo costretti o decidiamo di astenerci dal farlo, anche solo per poco tempo. 

Si presentano reazioni profonde e incontrollate di aggressività, istinti che ci pervadono portandoci ad azioni violente verso noi stessi e gli altri, come anche un’astenia fisica ed apatia mentale.

Ho avuto modo di sperimentare anche l’uso del cibo, e la sensazione di sazietà che produce, come balsamo su ferite emozionali. 

Per questo ancora bambino ho ingurgitato una quantità di cibo così sovrabbondante rispetto al nutrimento necessario solo al mio corpo fisico, da ingrassare notevolmente. 

Il desiderio di lenire la profonda sofferenza che provavo mi costringeva a mangiare così tanto e così voracemente da poter appena masticare le pietanze. 

Ma, dopo poco, quel vuoto tornava, così tentavo di riempirlo con cibi via via sempre più pesanti, sempre più grassi e in quantità considerevole. 

In questo modo l’apparato digerente era costretto ad impiegare molto tempo nella digestione restituendomi l’impressione di sazietà.

Sulla strada della Consapevolezza sto realizzando che la dualità, entità divise e separate come le avevo catalogate, non esiste. 

Esiste è vero un estremo e il suo opposto ma c’è un ponte che deve unire questi due opposti e questo ponte siamo noi che partendo dal basso (la Materia) e siamo richiamati verso l’alto (lo Spirito).

E così il nutrimento parte dal Corpo Fisico e attraverso i nostri Corpi (Eterico, Astrale, Mentale) sale ai Piani Superiori a nutrire le parti che ci collegano al Cielo. 

Sta a noi scegliere da che parte vogliamo andare e quale Signore servire. 

In ogni nostro pensiero e azione quotidiani possiamo scegliere di salire verso il Sacro o scendere verso l’Empio.

Come scegliere di bere l’acqua di una pozza di fango oppure acqua che scende dal cielo, l’acqua delle nuvole.

Come posso utilizzare il cibo per nutrire lo Spirito? 

Lo Spirito non si nutre di materia, questo è vero, ma prima di arrivare ad esso ci sono altri corpi che fanno parte del nostro Essere. 

Per andare verso l’alto come mi devo nutrire?

Nutrizione equivale a disgregazione della materia, fatta anche di elementi che vengono dallo spazio e dall‘universo, per distribuirla a tutti gli organi.

La prima cosa necessaria è attivare la consapevolezza dell’atto del mangiare.

Come? 

Rimanendo in silenzio mentre si consuma un pasto.

Non gettarsi sul cibo inghiottendolo con voracità, parlando, urlando, magari guardando il cellulare o guardando dei programmi televisivi che parlano di violenza, guerra, di stupri, omicidi, di catastrofi imminenti. 

In questo modo assorbiamo solo materia grezza che va a nutrire il corpo fisico ma non i corpi sottili, ingerendo però anche emozioni di rabbia, paura, odio, risentimento che vanno ad avvelenare il cibo ingerito.

Per arrivare a nutrire i nostri corpi sottili il cibo va masticato a lungo fino a renderlo quasi liquido.

Ogni boccone dovrebbe essere masticato dalle 30 alle 50 volte, a seconda della sua consistenza iniziale. 

Così la materia e l’energia che lo compongono vengono separati e la seconda potrà andare a nutrire i nostri organi ed apparati.

Ma la mente deve accompagnare questo processo generando sentimenti di amore e di gratitudine per quello che si sta ricevendo.

Naturalmente non tutti i cibi hanno la stessa vibrazione e frequenza. 

Quello che proviene da esseri più simili a noi come il maiale, i bovini, gli ovini e in genere tutti i mammiferi, di cui noi facciamo parte, andrebbe evitato per permette al nostro sistema immunitario di riconoscere prontamente quello che mi appartiene, che non va distrutto, da quello che mi è estraneo. 

La carne, i formaggi stagionati, i dolci zuccherati non hanno le stesse vibrazioni della verdura, del pesce bianco, del formaggio fresco, della frutta. 

Le bevande come il vino, la birra, i liquori, che incidono fortemente sulla lucidità e l’attenzione, dovrebbero essere ridotti al minimo.

Prima del pasto ci si dovrebbe collegare con le Entità che governano i Piani Superiori. 

Per questo anticamente si pregava prima di consumarlo. 

Anche il canto permette di collegarsi con le Entità Celesti e chiedere la loro presenza benefica sull’atto.

Il silenzio andrebbe mantenuto durante tutto il tempo. 

Silenzio di parola, ma anche nelle azioni che accompagnano la consumazione del cibo, evitando di sbattere piatti e posate, cercando di attivare consapevolezza, anche nello sparecchiare e apparecchiare, nel versare acqua in un bicchiere, nel servirsi da un piatto di portata. 

Così il cibo diventa sacro.  

Il silenzio

Molti di noi, pensando al silenzio, fuggono a gambe levate, altri di noi lo cercano.

Questa dicotomia si ritrova anche nella relazione che un individuo ha con una massa di persone nello stesso momento, come può essere un viaggio stradale in periodi di esodo oppure un posto al sole in riva al mare.

Molto tempo fa, in estate, la mia compagna, io ed il nostro cane decidemmo di andare a passare una giornata di festa in riva ad un lago nei pressi di Roma.

Partimmo molto presto di mattina e arrivammo nel luogo prescelto che non c’era ancora nessuno sulla spiaggia. 

Scegliemmo accuratamente sotto l’ombra di quale albero avremmo potuto metterci.

Più tardi, mentre la spiaggia era ancora deserta, arrivò una coppia di persone che si posizionarono, vicino a noi, sotto l’ombra dello stesso albero nonostante avessero tutti gli altri alberi della spiaggia liberi. 

Rimasi colpito da questo comportamento che, molto tempo dopo, mi fu spiegato rientrare tra quelli che vivono il rapporto delle masse con l’atteggiamento del gregge, sicuri e protetti quando si trovano vicino a tutti gli altri che seguono se essi si spostano, al contrario del comportamento da leone che preferisce essere solitario, libero di muoversi e controllare il luogo.

Ho sempre sofferto i luoghi molto affollati come, per rimanere in tema, una spiaggia della riviera adriatica con una distesa di ombrelloni a perdita d’occhio e la stretta vicinanza di una moltitudine umana vociante, cantante e chiassosa.

Molte volte mi sono chiesto, in presenza di persone che monopolizzano l’attenzione con una valanga di parole: cosa vuol coprire il continuo parlare?

C’è un detto che, trovo, calza a pennello: i barili vuoti sono quelli che fanno più rumore!

La parola è l’inizio di un malinteso perché spesso sotto il controllo del pensiero generato dalla Personalità automatica e viene usata per risvegliare certe reazioni o certi sentimenti negli altri solo per proprio tornaconto.

Nella maggior parte degli esseri umani naturali chi prende la parola vuole dirigere, dominare, sopraffare, affermare (principio Yang), mentre invece il silenzio è la qualità della ricettività, del principio Yin.

Ho sempre prediletto il silenzio, ma ora è diventata per me una necessità.

Perché?

Perché il silenzio ispira, mette in contatto con altre sfere psichiche della mente. 

Il rumore trattiene l’uomo nelle regioni psichiche inferiori espressione di vita materiale.

Il silenzio ci conduce al collegamento col centro di noi stessi.

Il rumore ci risucchia alla nostra periferia dove si vive il contatto con la moltitudine di esseri umani che corrono senza tregua in preda alla paura e alla rabbia, scappando come animali in fuga, per poi fermarsi annegati in un sonno ipnotico, completamente incuranti di quello che li circonda, con la mente e gli occhi incollati su uno schermo. 

Il silenzio ci ricarica di energia che proviene direttamente dalla Sorgente, ma presuppone l’immobilità e la rilassatezza del corpo fisico, come quella a cui esso è costretto in postura di meditazione.

Il silenzio nei suoi aspetti più materiali è relativamente facile da ottenere, molto più difficile il silenzio della mente. 

La parola è la canna del fucile mentre il pensiero è la polvere da sparo. La canna dà la direzione, la polvere la potenza. 

Ma chi è che prende la mira?

Nella maggioranza degli esseri umani è la Personalità che agisce automaticamente con gli esiti che tutti noi abbiamo avuto modo di sperimentare.

Il silenzio ci permette di scoprire il nostro terzo orecchio che si trova nella gola a livello della ghiandola tiroidea che, parimenti al terzo occhio, ci permette di entrare in comunicazione con i Mondi Superiori.

Ci consente di udire la voce del silenzio con la quale Dio ed i suoi Ministri ci parlano delicatamente, ma senza sosta.

La voce di Dio non fa rumore, è dolce, tenera; bisbiglia.

Per udirla dobbiamo far cessare tutte le altre che dentro di noi urlano, strillano, reclamano attenzione, litigano tra di loro, ci spingono e ci trattengono.

Ma come distinguere questa voce tra le tante altre?

Dal sentimento che produce dentro di noi ascoltandola.

Quando vedo chiaro dentro di me come se si fosse accesa una luce, quando il mio respiro si fa ampio e profondo, quando provo un calore, un amore che fa nascere nel mio cuore un sentimento di libertà interiore e di giustezza, questi sono i segni che la voce di Dio mi ha raggiunto.

Per questo bisogna costruire dentro di noi una Entità Interiore Superiore che agisca da Signore del nostro Essere, un’entità che deliberatamente noi creiamo e contrapponiamo alla nostra Personalità alla quale essa, prima o poi, dovrà sottomettersi.

I mezzi che io conosco attraverso cui costruire il Re Interiore sono la meditazione, la preghiera, la contemplazione, il canto.

Il tunnel

Che cosa provate quando sentite pronunciare questa parola? 

Che immagine prende corpo nella vostra mente?

Soffermatevi a sperimentare prima di andare avanti nella lettura!!

Ansia, paura, mancanza d’aria, incertezza su cosa ci sarà all’uscita, paura di rimanere in quel luogo mi accompagnano ogni volta che sono all’entrata di una galleria.

In passato era proprio una fobia scatenata dalla paura del buio, dallo stare in un luogo chiuso e provare la fame d’aria, dalla paura di un disastro che mi costringesse a stare chiuso lì dentro senza possibilità di uscire; tanto che, nel caso di una galleria stradale, se ero io il conducente del veicolo, automaticamente acceleravo per uscire al più presto da quel luogo.  

Ho ricevuto racconti da un gran numero di persone che erano sorprendentemente simili al mio.

Qualcuno di essi aveva una paura così incontrollabile che, all’imbocco di ogni galleria, non riusciva a non gridare al conducente di fermarsi e farlo scendere.

Come mai così tanti di noi reagiscono in questo modo all’evento?

Forse perché i grandi passaggi che mettono in comunicazione i due mondi, il superiore e l’inferiore, il Cielo e la Terra, l’Alto e il Basso, il Mondo dello Spirito e il Mondo della Materia si percorrono attraversando un tunnel.

Nascendo nel mondo della materia, dopo aver indossato i veicoli fisici, è stabilito che si passi nella galleria appositamente creata, nella donna partoriente, dall’utero e da tutte le strutture connesse.

Pensate a quale potere possa avere l’essere umano guidato dalla mano dell’Onnipotente Principio Creatore che riesca a produrre nella materia fisica del proprio corpo uno spostamento di muscoli, tendini, e persino ossa andando a creare un condotto, prima inesistente, che permetta al nascituro di venire alla luce. 

Pensate a quali sensazioni possano nascere dentro un feto che, avendo finora vissuto in un paradiso caldo e nutriente, venga spinto da una forza imperativa attraversando una galleria così stretta per andare verso l’ignoto.

Il riflesso del tipo di esperienza vissuta viene prepotentemente in superficie attraverso un esercizio motivazionale a cui partecipai durante un seminario di camminata sui carboni ardenti.

Tutti i partecipanti, tranne colui che avrebbe fatto l’esercizio, dovevano disporsi in due file speculari, una di fronte all’altra viso a viso, tutti ventre a terra con i gomiti appoggiati sul terreno ad una distanza tale per cui ciascuna mano potesse prendere quella della persona di fronte fino a formare una galleria composta di avambracci al cui vertice le mani si incrociassero insieme.

Colui che avrebbe fatto l’esercizio si doveva mettere prono per terra con le braccia ripiegate sotto il torace e avanzare con l’aiuto dei solo gomiti dentro questa galleria creata dai compagni. 

Essendo in quella occasione più di trenta persone il tunnel aveva una certa lunghezza.

Chi non aveva avuto problemi alla sua nascita usciva fuori con una relativa facilità e senza sforzo apparente, ma chi aveva vissuto il parto con sensazioni di difficoltà, paura, incertezza manifestava seri problemi a transitare e ad uscire.

In maniera del tutto simmetrica anche l’abbandono dei veicoli fisici per passare nel Mondo dello Spirito avviene transitando dentro un tunnel.

Di esso si hanno notizie dalla moltitudine di esseri umani che hanno vissuto un episodio di pre-morte.

In molte delle loro testimonianze viene descritto una galleria buia che viene attraversata, come descrivono, a grande velocità per sfociare in un territorio di luce abbagliante ma non accecante, dove si percepisce un calore ed un amore indescrivibili.

Le transizioni da e per questo mondo terreno passano ambedue per l’attraversamento di una zona oscura che crea una sensazione di angoscia, di paura come paura e angoscia genera essere risucchiati da un gorgo in mare aperto. Un gorgo che ci trascini giù verso gli abissi del non conosciuto, contro i quali si tenta disperatamente di lottare e resistere per rimanere in superficie. 

Ma non è opponendo resistenza che si può cercare di uscirne.

Bisogna avere il coraggio di abbandonarsi e lasciarsi portare giù dal vortice, avere il coraggio di accettare un esito finale per scoprire che più si scende più il gorgo perde la sua forza attrattiva e, vicino alla sua fine, ti lascia andare di lato. Andare per sperimentare la bellezza collaterale che giace accanto e dopo.

La bellezza collaterale di nascere a nuova vita, perché, dopo aver passato un’esperienza così profonda, si è diversi. Come il bruco esce dal suo tunnel-bozzolo così cambiato, così profondamente diverso da come era per spiegare le ali e volare.

E allora, guardando l’universo infinito sopra di me, mi chiedo: cosa ci sarà all’altro capo di un buco nero?

Dove si viene trasportati? A quale nuova vita si rinascerà? 

Una fiaba attuale

C’era una volta una casa abitata da un uomo. 

Era una casa solitaria così come lo era l’uomo, ambedue circondati da una fitta foresta. 

Una mattina al levare del sole l’uomo trovò davanti alla porta della sua dimora una cesta di vimini con un piccolo bambino appena nato dentro. 

Aveva accanto un bigliettino che diceva: sono figlio tuo.

Vedendolo, l’uomo pensò: “Chi ha avuto questa pessima idea, non può essere mio figlio? Non posso occuparmi di questo Essere perché ho molto da fare e non ho tempo da dedicargli, accidenti è una seccatura!”.

Egli aveva trascorso gran parte della sua vita lontano dalle emozioni e dai sentimenti della sua infanzia, piuttosto difficile, tanto difficile e dolorosa che, per non sentire tutta quella sofferenza, aveva costruito una botola nella sua cantina dove aveva chiuso e sigillato tutto quanto.

Per essere sicuro di non ritornare in quel luogo si era impegnato con tutto sé stesso nella ricerca del denaro.

Il denaro gli dava quella sicurezza e quel potere che lo faceva stare bene, al sicuro da qualsiasi cosa potesse mai accadergli nella sua vita.

Esso gli dava la certezza che, se anche fosse arrivato un terremoto, un’alluvione che avesse distrutto la sua casa egli avrebbe potuto ricostruirla. Se anche si fosse ammalato avrebbe potuto essere curato nei migliori ospedali e dai migliori medici e sarebbe presto tornato in salute.

Più denaro accumulava, riempiendo la sua cantina, più il potere e la sicurezza crescevano dentro di lui e più potere riusciva ad avere verso le persone che incontrava.

Tutta la popolazione, di cui faceva parte, era accomunata dalla stessa ricerca. Tutti intenti a dare dimostrazione del loro “successo” esibendo una casa più grande, gli abiti migliori, i più moderni mezzi di locomozione.

Pur tuttavia quest’uomo non riusciva a sbarazzarsi del piccolo essere, non ne aveva il coraggio, pur avendolo più volte pensato e immaginato. 

Lo accolse dentro la sua dimora e, da quel momento, essa iniziò a trasformarsi prendendo l’aspetto di quel piccolo cestino di vimini con cui il bimbo era arrivato. 

Le pesanti pareti di mattoni e cemento e perfino il tetto mutarono in intrecci di vimini che lasciavano entrare piccoli refoli di vento e sottili fili di raggi di sole. 

Dentro di lui iniziò a percepire dei sottilissimi aneliti di calore tentare di venire a scaldare il cuore, ma, non appena li sentiva, si gettava, atterrito, a capofitto nel suo lavoro con infaticabile alacrità. 

Nondimeno doveva prendersi cura del piccolo, ne era costretto, ma pur avendo ingaggiato le migliori bambinaie ed istitutrici, quando inavvertitamente si avvicinava a lui, sentiva una rabbia scatenarsi ed una voce interna che lo ammoniva: “Non hai tempo per questo, devi tornare al tuo lavoro”.

Subito dopo compariva una irrefrenabile paura, paura di qualcosa di ignoto che non voleva provare dentro di sé. 

Solo molto tempo dopo tornavano quegli impercettibili aneliti di calore. 

Notò anche che, nello stesso momento in cui li stava provando, il coperchio della botola nella cantina sottostante borbottava per la pressione, come il coperchio di una pentola sobbollente.

Intanto il bimbo era diventato un fanciullo, ma tutto questo si ripeteva sempre più frequentemente.

Finché un giorno l’uomo fu colpito da una malattia che lo costrinse a letto per molto tempo. 

Tutti i migliori medici si susseguirono nella casa, tentando una cura per questa malattia sconosciuta.

L’uomo non riusciva più a mangiare, né dormire. 

Una tristezza ed un dolore infiniti, per lui inspiegabili, lo colsero. 

Non riusciva più a provare emozione al pensiero di lavorare per accumulare ricchezza e potere.  

Il coperchio della botola in cantina si era crepato e dal suo interno usciva un miasma freddo che risaliva fin dentro al suo essere facendogli sentire di essere prossimo alla fine.

Giorni e giorni fu pervaso da questo fantasma gelido che si impossessò del suo corpo e del suo cuore.

Fintanto che si affacciò al suo capezzale il fanciullo, ormai prossimo ad essere un ragazzo, che piangendo calde lacrime gli disse: “Papà non mi lasciare, non posso stare qui da solo senza di te”.

L’uomo sentì dentro al suo petto un’esplosione ed un calore mai sentiti. 

Questo calore insieme a quello del ragazzo saliva fin sul soffitto di vimini e uscendo dalla cappa del camino, come fumo di vapore di una locomotiva, si innalzava su in alto. 

Tra i vimini del tetto padre e figlio intravidero dei grossi cavi che legavano la loro casa a un gigantesco pallone aerostatico a forma di cuore che si stava gonfiando. 

Abbracciati l’uno all’altro emanavano così tanto calore che il pallone lentamente si gonfiò sempre di più e la casa di vimini iniziò a muoversi verso l’alto per poi ritornare pesantemente a terra.

Tutto ciò che l’uomo aveva accumulato per anni della sua vita era ora una zavorra pesante che impediva al loro amore ritrovato di farli salire nel Cielo con il pallone. 

Capì finalmente che tutto quello che aveva costruito fin lì per tentare di stare bene era ostacolo per raggiungere il luogo dove sentiva che avrebbero trovato la gioia, la pace e l’amore. 

Diede allora ordine di sbarazzarsi di tutto quello che pesava: il denaro, le suppellettili inutili, gli abiti, i ricordi che lo tenevano legato alla Terra, le maschere che aveva indossato per quasi una vita intera per farsi riconoscere ed approvare/amare dagli altri.

Il pallone iniziò a salire sopra gli alberi su nel Cielo. 

Lì videro tanti altri palloni che, come il loro, si stavano librando nell’Aria.

Più salivano più il loro amore cresceva e si estendeva agli altri esseri umani, agli animali, alle piante, alla Terra, all’Acqua, all’Aria, al Fuoco.

Non era più limitato a loro due ma si stava trasformando in Amore, totale, universale. 

Finchè il pallone scomparve nell’Assoluto Spazio Illimitato. 

Quel bambino esiste davvero; è in ognuno di noi e sta aspettando che lo si prenda per mano. 

Pesach

In ebraico vuol dire “passare oltre” o “tralasciare” e vuole celebrare la liberazione degli antichi ebrei dall’Egitto; questa è l’etimologia della parola Pasqua.

Con l’arrivo di Gesù ha assunto il significato di Rinascita.

Rinascita attraverso il sacrificio del suo corpo fisico, dell’espressione tangibile della sua presenza terrena: la propria carne.

Il sacrificio è presente ed è fulcro del rito anche nella Pasqua ebraica. 

Nell’Antico Testamento Dio, vendicatore, inviò sulla Terra d’Egitto 10 piaghe la cui ultima sarebbe consistita nello sterminio di tutti i primogeniti maschi da parte dell’Angelo della Morte. 

Per salvarsi ogni famiglia ebraica avrebbe dovuto sacrificare un agnello con il cui sangue avrebbe dovuto essere dipinto un simbolo sulle porte delle proprie case in modo tale che l’Angelo, vedendolo, sarebbe passato oltre.

Credo che per questo Gesù sia soprannominato Agnello di Dio.

Egli sacrifica la sua carne per portare alla Luce il Sangue, una manifestazione di Essenza dello Spirito, perché sia visibile da tutti sia sulla Terra che dalle Gerarchie Celesti.

Egli non aveva necessità di venire ad incarnarsi, poteva rimanere tranquillamente e serenamente lì nel luogo che gli era stato assegnato, alla destra del Padre.

Ma ha scelto.

Ha scelto di ritornare per manifestare Amore. 

Ha scelto consapevolmente di sottoporsi al sacrificio estremo della sua manifestazione terrena, attraverso così tanto dolore, così tanta indicibile sofferenza per bruciare il Karma di tutte le umanità e mostrarci come si fa a rinascere.

Avete mai provato ad immaginare quale possa essere stato il dolore fisico durante una flagellazione con la carne che si lacera e la ferita brucia sapendo che subito dopo ne arriverà un’altra?

Cosa si prova a portare sulle spalle una croce di legno che poteva pesare circa 70 kg con una corona di spine che ti trafigge la testa mentre vieni fustigato a sangue durante il tragitto?

Quando immagino tutto questo non posso fare a meno di sentire lacrime di commozione e di compassione affacciarsi sul mio viso.

Jim Caviezel è l’attore che ha interpretato Gesù nel film di Mel Gibson “The Passion”.

In un’intervista ha cercato di raccontare cosa ha significato per lui interpretare quel ruolo e quello che gli è successo.

“Sentivo dentro di me che volevo interpretare Gesù, ma per trasferire e far capire la Sua figura non avrei potuto recitare contenuto ma avrei dovuto dare il massimo nell’immedesimazione.

Meditavo e pregavo continuamente.

Io ero diventato Lui.

Sono dimagrito dal mio peso attuale (95 kg) fino a 76 kg. 

Durante le riprese ho avuto una polmonite, stavo male e non riuscivo a mangiare, vomitavo in continuazione, ma d’accordo con il regista ho scelto di continuare le riprese.

Durante la flagellazione per errore sono stato colpito da uno dei bastoni usati che mi ha provocato una ferita di 35 cm sulla mia carne.

Portando la croce mi sono slogato una spalla.

Quando ero sulla croce il mio corpo era viola, stava arrivando un temporale, le nubi erano così basse e i tuoni erano così forti che facevano tremare la terra dove eravamo, il vento forte faceva oscillare la croce e ad ogni oscillazione la mia spalla slogata usciva di nuovo. 

Due persone dello staff, proprio davanti a me, hanno cominciato a piangere di commozione vedendomi.

Mi sentivo come nell’occhio di un ciclone, subito dopo sono stato colpito da un fulmine e, per un attimo, ero fuori di me e mi sono visto sulla croce. 

La terra ha tremato di nuovo e questa è stata l’ultima scena del film.

Subito dopo la sua fine ho dovuto subire un’operazione al cuore.

E’ stato un viaggio interiore, qualcosa che ha cambiato totalmente la mia vita precedente. 

Questo è il significato della rinascita. Come l’arrivo della primavera nella Natura.

Tutto si risveglia e rinasce: gli alberi, le gemme, le nuove foglie, gli animali che si risvegliano dal letargo, il ghiaccio che si scioglie e ridiventa acqua che scorre, l’uovo che si rompe e prorompe la nuova vita, il bruco che muore per far nascere la farfalla variopinta.

Ci si chiede il sacrificio di una nostra parte affinchè un’altra parte di noi venga finalmente alla Luce.

La luce del Cero Pasquale che accende la candela del vicino e quella del vicino che accende la candela accanto e così di seguito fino a quando il Fuoco dello Spirito non unirà tutte le nostre candele.

Il sacrificio del nostro IO solo per me per far nascere il nostro IO che diventa Sé, Sé Superiore, Principio Universale che unisce tutte le anime, quello che i Nativi Americani chiamavamo Gitche Manito, il Grande Spirito.

Non c’è bisogno di mangiare agnello, non c’è bisogno di rompere uova di cioccolata, non c’è necessità di gustare colombe dolci.

Torniamo ai simboli perché i simboli ci guidino verso il significato vero della festa, perché ci riportino verso il Sacro.

La resurrezione

Questo evento ha da sempre catturato la mia attenzione e scatenato una serie di interrogativi ai quali nessuno è riuscito a dare risposta.

Mi facevo queste domande perché, da credente in Cristo, le risposte che mi venivano date, anche dalla Chiesa Cattolica, lasciavano dentro di me delle grosse incognite.

Le domande che si affacciavano alla mia attenzione erano: con la morte del corpo fisico cosa succede dopo? Dove andiamo quando lasciamo questa terra?

Il cattolicesimo, religione predominante dove sono nato, mi spiega che tutti coloro che hanno lasciato questa terra rimangono in attesa della Resurrezione dei Morti e del Giudizio Universale nel quale Dio deciderà quale posto ci verrà assegnato nel Mondo Celeste.

Dentro di me questa notizia produceva una sensazione di cupezza, di paura del giudizio che si intrecciava all’ansia del dovere attendere chissà quanto tempo prima che questo succedesse.

Il Maestro Aivanhov, in alcuni suoi testi, arriva a chiedersi: possibile che una moltitudine di miliardi di miliardi di morti, quali si sono succeduti nelle epoche, attendano da tempo immemore tutto questo? 

Se il pensiero costruisce la nostra realtà, immaginate tutti coloro che stanno credendo e aspettando tutto questo quanto possano vagare e attendere ciechi a tutto l’altro che si manifesta!!!

E ancora: possibile che una Entità Suprema, che ha creato tutti gli universi e tutto quello che noi sperimentiamo, in perfezione assoluta di continuo cambiamento e movimento, nei livelli più infinitesimali come nella vastità sconfinata, abbia potuto concepire un tempo inimmaginabile di attesa nel nulla per un numero impensabile di Esseri?

Se è vero come è vero che Dio Infinito Benedetto ci ama, come interpretare la Resurrezione dei Morti e il Giudizio Universale?

I Maestri ci avvertono che le Scritture Sacre vanno interpretate con consapevolezza e attenzione.

Non si sta parlando di eventi che sono lontani, tanto lontani da essere la fine. 

Essi vanno interpretati nella realtà di continuo cambiamento e movimento, dalle più piccole nostre particelle alle galassie e agli universi, nella perdurante successione di accadimenti in cui viviamo.

Ogni istante risorgiamo e ogni istante siamo sottoposti al giudizio, inteso solo come constatazione reale di quello che ci accade nel nostro universo interiore.

Nelle frequenze che regolano il nostro mondo non esiste l’immobilità, la stabilità, il “per sempre”.

Sperimentiamo la trasformazione continua ed incessante di tutto l’esterno circostante e, nello stesso tempo, di tutto l’interno a noi inerente, in un gioco continuo di nascita e di morte e di rinascita.

Espressione della continua dualità in cui siamo immersi. 

Guardiamo il nostro corpo, guardiamo la natura intorno a noi.

Pensiamo alle meravigliose capacità rigenerative del nostro organismo in cui migliaia di cellule ogni giorno muoiono per essere sostituite da altre, alle ferite inflitte nella nostra pelle che, dopo qualche tempo, spariscono sostituite da altra pelle rinata, pensiamo ad un albero che si addormenta ogni inverno spogliandosi delle proprie foglie per rinascere a primavera con altre nuove o al seme che, per poter dare origine alla vita della pianta, si spacca e muore. 

Questa è resurrezione. Resurrezione della vita.

La vita che si trasforma e viene sostituita da altra vita.

Questo è l’orrore e la bellezza del mondo in cui viviamo, questo è ciò che ci rende realmente vivi.

Sapere che non siamo solo ciò che muore e ciò che rinasce in questo mondo ma che una parte di noi, ai più sconosciuta, non fa parte di questo mondo ma è immortale.

Il viaggio che ognuno di noi è venuto a compiere è quello di scoperta, continua, incessante, instancabile di unirsi a questa parte ed esprimerla a beneficio, utilità e servizio di tutti.

Questo viaggio è Gioia, Pienezza, Felicità.

Ogni volta che scegliamo consapevolmente di abbandonare un comportamento nocivo, una emozione paralizzante noi moriamo a noi stessi per risorgere e rinascere ad un altro noi, diverso, più vicino a quello che siamo veramente.

E quando sorge una malattia, un dolore fisico, una sofferenza interiore quello è il giudizio/consiglio che il Cielo ci manda per metterci sull’avviso che ci stiamo allontanando dal nostro progredire. 

Come se avessimo smarrito la strada per tornare a Casa e trovassimo segnali per deviare dal nostro Cammino.

E quando lasciamo questo attuale corpo fisico risorgiamo alla nostra Natura Divina e raggiungiamo la nostra dimora dove resteremo per poi ritornare di nuovo, o sulla Terra o in altro pianeta.

Il ritorno sarà un giudizio/consiglio sulla nostra esistenza precedente, che ci permetterà di vivere sperimentando nuove resurrezioni e via via successive reincarnazioni per progredire verso la Luce fintanto che non avremo più bisogno di tornare ma di rimanere dove siamo.

Quello sarà il Giudizio Finale.

L’ abbandono del corpo

La fase finale della metamorfosi non si presterebbe ad una pianificazione dettagliata di quanto avverrà. Infatti l’abbandono del corpo fisico sfugge ad essere contenuto e previsto nel tempo. 

Il processo di decadimento e del collasso fisiologico segue dei ritmi naturali di distacco graduale dagli elementi che lo compongono. 

Per molte tradizioni, nello Zohar ebraico e nella tradizione del buddismo bon tibetano per esempio, l’essere umano è composto da 4 elementi naturali primordiali che stanno alla base di tutto ciò che è creato: terra, acqua, fuoco, aria. 

A questi la tradizione bon aggiunge lo spazio come 5 elemento.

Per il buddismo tibetano iI numero 5 ricorre anche nelle appendici che si estendono dal tronco umano: 2 gambe, 2 braccia, 1 testa.

Ognuna di queste appendici ha altre 5 appendici: 5 dita per ciascuna gamba e ciascun braccio e 5 sensi per la testa (vista, udito, tatto, gusto, olfatto).

La Terra si manifesta nel corpo dell’uomo come carne.

L’Acqua si manifesta come sangue e fluidi corporei.

Il Fuoco come metabolismo interno, la caldaia dell’organismo regolato dalla temperatura, il fuoco della vita.

L’Aria come respiro, ossigeno, i gas, il moto.

Lo Spazio, tutto nasce dallo spazio, esiste nello spazio, si dissolve nello spazio. Lo spazio è l’elemento sacro che accoglie gli altri 4 elementi ed è Consapevolezza.

Quando veniamo in questo mondo passiamo dalla Consapevolezza all’Aria, al Fuoco che sono i due elementi superiori poi all’Acqua e alla Terra che sono i due elementi inferiori. Dal sottile al denso.

Quando lasciamo questo mondo facciamo il viaggio a ritroso dalla Terra all’Acqua, dall’Aria al Fuoco e infine nello Spazio.

I segni sono visibili esteriormente. 

Quando sta lasciando l’elemento Terra il corpo diventa più rigido, quasi immobile, con le estremità che si intorpidiscono.

Dalla Terra all’Acqua si sperimenta l’incapacità di deglutire, incapacità di trattenere i propri materiali di scarto, il sangue rallenta il suo flusso.

Dall’Acqua al Fuoco la temperatura interna perde la costanza, si manifesta febbre e la pelle diventa fredda e umida.

Dal Fuoco all’Aria si sperimenta il cambiamento della respirazione con pause tra una respirazione e l’altra di tempo variabile, respiro lento e respiro veloce, lunghe pause. 

Col primo respiro Aria incontra suo fratello il Fuoco e regolerà per tutta la vita il nostro calore interno in equilibrio perfetto. 

L’Aria si nutre del Fuoco e lo sostiene, i due fratelli si combinano e traggono vita a vicenda.

L’ultimo sospiro spegne il Fuoco.

Colui che assiste all’abbandono dei veicoli può utilizzare questi segnali per capire e informare dello stadio che il morente sta sperimentando per guidare con fluidità il processo.

Esso può durare dai due ai quattro giorni, ma si può anche protrarre per dieci giorni.

In questo lasso di tempo può essere utile usare la tecnica di meditazione guidata, anche se la persona morente fosse incosciente. 

Le meditazioni guidate possono aiutare il distacco facendo sperimentare tutto ciò che avverrà dopo, contribuire ad alleviare il dolore fisico, diminuire l’ansia e la paura.

Tempo fa ho assistito ad una gara di tuffi dalle grandi altezze. 

Ci sono esseri umani che riescono a lanciarsi da 25 o 30 metri di altezza facendo una serie di figure acrobatiche nel vuoto per poi entrare come un missile dentro l’acqua senza conseguenza alcuna. 

E’ una disciplina che richiede una preparazione accuratissima con tante ore di allenamento. 

Mi colpì uno di questi migliori tuffatori, un rumeno di nome Catalin Preda. Non si allenava tanto quanto gli altri, in realtà faceva pochi tuffi preparatori. Essendo un praticante zen egli si tuffava quasi solo ripetendo i movimenti nella sua mente in meditazione profonda e questo era sufficiente per farlo arrivare tra i primi. 

La meditazione sull’aldilà, guidata da colui che assiste, può essere utile per alleviare la paura e preparare il viaggio: lo spazio vuoto in cui ci si ritrova dopo il distacco, la musica che ti raggiunge, il tunnel buio, un buio caldo e accogliente, la luce multicolore in fondo al tunnel così bella e così intensa, la velocità con cui lo si attraversa, gli amici, i parenti e gli animali che sono lì ad aspettarti ed accoglierti, il senso di pace e di profondo amore che pervade ognidove. 

L’ambiente

Il luogo e lo spazio dove avverrà il distacco dai veicoli inferiori è importante.

Spesso mi domando dove vorrei che il mio avvenisse, la risposta è in casa mia. 

Credo che per molti di noi esseri umani lo sarebbe.

Ma non sempre è possibile, questo dipende dal grado di assistenza medica richiesto dalla malattia.

Spesso questo passaggio avviene in ospedale, dove certo non viene posta attenzione al benessere psico-emotivo di chi sta lasciando. Troppo spesso in quel luogo, quando i segni fisici del malato manifestano la fine vicina, si viene abbandonati anche dal punto di vista medico, pochi farmaci, poche visite di controllo, gli infermieri che passano frettolosamente davanti a quella stanza.

Durante la “pandemia” si è proibito l’accesso ai familiari e troppe anime sono state costrette a lasciare il corpo da sole, abbandonate a sé stesse, senza nessuna altra compagnia di una televisione accesa. 

Nell’hospice di cure palliative, l’ambiente rispetta un po’ di più le esigenze dell’ospite. Si possono portare oggetti della propria casa e perfino i propri animali di compagnia.

Ma ci si ferma lì, non è possibile fare altro.

Invece la stanza della persona morente dovrebbe trasmettergli quante più sensazioni positive possibili.

Essa può essere arredata secondo i gusti di chi la abiterà nei suoi ultimi tempi terrestri; chi ama gli spazi minimalisti tipo zen, chi ama riempirli di quante più cose possibili.

Se possibile tutto quello che riguarda questo ambiente dovrebbe essere concordato con chi lo occuperà.

La posizione del letto dovrà consentire, per esempio, che si possa vedere il cielo, il sole dalla finestra di fronte o una parete della stanza che contenga oggetti (quadri, fotografie, dipinti, disegni, monili, oggetti sacri, disegni dei propri nipoti, opere d’arte, pupazzi di peluche) che abbiano un significato profondo per chi li guarda.

Se la persona vorrà sentire vicino i suoi familiari, figli, amici potrebbe essere necessario spostare il letto al centro della stanza così da consentire al maggior numero di loro di potergli stare vicino, circondandolo letteralmente di amore.

Tutte le attrezzature mediche e farmaci non indispensabili dovrebbero essere fuori della visuale di colui che si trova a letto.  

Secondo le credenze, anche religiose, del morente il letto potrebbe essere orientato verso sud, come verso nord, verso la Mecca per i musulmani, verso il luogo di nascita.

Questo serve a creare un senso di sacralità nella stanza.

Sarebbe opportuno mettere una sedia all’entrata di essa con l’invito a sedersi per qualche minuto e prepararsi ad entrare nello spazio sacro lasciandone al di fuori la routine quotidiana da cui si proviene con tutto il carico di emozioni negative che ci genera, facendo il gesto materiale di togliersi le scarpe. La mente di chi entra deve essere sgombra per immergersi nella sacralità del momento presente.

L’invito per chi entra è quello di coltivare il silenzio e l’attenzione alle parole che si proferiscono e con quale intensità e volume si pronunciano.

Molte volte il morente non è sempre cosciente, in quanto impegnato a prendere contatto con il mondo che lo ospiterà, ma il suo udito è in grado di sentire e capire quello che viene detto nelle vicinanze in cui si trova il suo corpo fisico. Evitare di parlare della quotidianità con i propri problemi per rimanere nel qui ed ora con condivisioni importanti e inerenti.

Portare in quel luogo la propria rabbia, paura, tristezza significa avvelenare l’energia presente.

Anche luci e odori sono importanti e dovrebbero essere suggeriti da colui che sta lasciando. Soprattutto i profumi riescono ad influire sulle sensazioni. Incenso, profumo di fiori, per me il profumo del pane che cuoce è un odore ancestrale che mi riporta a casa e mi piacerebbe che si diffondesse nella mia stanza.

Infine il suono, l’ultima porta dei nostri sensi che ci lascia, che tipo di suono vorrei sentire?

Musica certamente, ma anche bambini che cantano sottovoce, una ninna nanna, canti sacri come i canti gregoriani, il rumore delle foglie agitate dal vento, la risacca lenta e dolce del mare, la pioggia che cade su un tappeto d’erba, il vento che suona un’arpa eolica. 

Come fuori, così dentro

L’Universo è, da qualche tempo, un mistero che mi affascina e mi rapisce. 

Di più!!! 

C’è qualcosa dentro di me che sento risuonare quando alzo gli occhi per vedere un cielo stellato.

Qualcosa di cui sento di far parte, ma che non conosco e del quale, sinora, non mi sono mai interessato.

Ho passato gran parte della mia esistenza con lo sguardo rivolto in Terra senza mai avere la curiosità di spaziare.

Fondamentalmente avevo paura, paura di qualcosa di sconfinato, di misterioso, di ignoto, di non comprensibile con la mente.

Ora la mia attenzione è stata catturata dal capire come è fatto. 

Tenterò di trasferire quel poco che ho compreso, tratto da letture e da programmi televisivi dedicati, sperando che sia sufficientemente corretto.

Sembra che l’universo si sia formato circa 13 miliardi e 800 milioni di anni fa a seguito di una immensa esplosione (Big Bang). 

Dopo questa esplosione gli elementi che compongono gli atomi, chiamati appunto subatomici, si sono annichilati tra di loro, ossia un elettrone con il suo opposto un positrone e un protone con un antiprotone, scontrandosi, si sono annullati dando origine alla luce sotto la forma di fotoni.

I fotoni, secondo la teoria quantistica, sono un “quanto” di energia fondamentale ed indivisibile classificato come bosone, vettore elementare di massa nulla.

La luce ha iniziato a viaggiare nello spazio andando a formare, insieme a altre particelle cariche, il cosiddetto plasma primordiale o radiazione cosmica di fondo.

Ma non tutti i protoni si sono annichilati; una parte molto ridotta di essi è andata poi a costruire tutta la materia che oggi noi osserviamo nello spazio: stelle, pianeti, galassie e ammassi di galassie.

Essi si sono formati a partire di piccole differenze di densità, che ha portato a una differenza di gravità in quella zona creando una conseguente attrazione. 

Gli scienziati hanno stimato che in tutto l’universo ci siano da 100 a 200 miliardi di galassie.

Le galassie si legano a causa della loro forte gravità e vanno a formare ammassi di galassie.

Ogni galassia ospita miliardi di stelle.

Ogni stella potrebbe avere da 1 a più pianeti orbitanti intorno.

La nostra galassia, la Via Lattea, ospita da 300 a 400 miliardi di stelle.

Questi dati sono il frutto di decenni di osservazione e di studi di una moltitudine di scienziati.

Ebbene quello di cui si è parlato finora rappresenta il 5% dell’universo, questo 5% viene chiamato Materia Ordinaria.

Esiste poi un 25% di Materia Oscura. Intorno ad ogni galassia c’è una grande quantità di materia che non emette luce, ma che influisce sulla velocità di rotazione della galassia stessa, della quale si hanno pochissime informazioni.

Tutto questo rappresenta il 30% dell’Universo.

L’altro 70% è Energia Oscura della quale gli scienziati non sanno nulla, non sanno da cosa è composta e come si comporta, ma che è assimilabile al vuoto fondamentale.

Come fuori, così dentro.

Anche il nostro cervello è conosciuto e usato solo per il 10%, l’altro 90% non sappiamo a cosa serva e non siamo in grado di utilizzarlo.

Anche del nostro organismo conosciamo solo la materia densa: ossa, muscoli, tendini, nervi, organi, cellule. 

Ma esiste anche una materia meno densa: la matrice extracellulare, la linfa, il liquido cefalo rachidiano. Anche essi sono oggetto di studi, ma forse non si conoscono così bene.

C’è poi materia rarefatta come i pensieri sui quali si è approfondita l’indagine moderna ma più che altro sulle conseguenze patologiche e i comportamenti psicotici che ne derivano.

Dopo c’è Energia, oscura non in quanto priva di Luce, ma perché sconosciuta: l’inconscio, le emozioni, i sentimenti, il silenzio, l’Anima, la Coscienza Collettiva, il Vuoto, l’Assoluto.

Ed è singolare come gli sforzi della maggior parte degli esseri umani siano tutti concentrati a usare la Mente per sapere e scoprire sempre più cose su quella piccola percentuale di conosciuto e solo pochissimi si sentano attratti dall’esplorare col Cuore quell’Energia che rappresenta l’ignoto e che ci riconduce all’Origine.

Forse anche loro, come me un tempo, alzando lo sguardo al cielo stellato, vengono assaliti da una paura profonda.

Il lascito

E’ l’impronta che si lascia sulla terra a testimonianza del proprio passaggio, come i graffiti sui ruderi di una parete di roccia, come frammenti di monili rinvenuti in uno scavo archeologico.

Non è tanto l’oggetto in sé che conta, ma come esso si inserisce nella storia di un popolo, quale significato assume che ci permetta di ricostruire il suo stile di vita. 

Non si sta parlando di quanto di materiale si lascia con un testamento, non si tratta di denaro, di ville, di auto…..

Facendo parte di una famiglia, crescendo dei figli, coltivando una cerchia di amici, di colleghi di lavoro, assumendo un ruolo nella comunità sociale, è questa l’impronta di cui si vuole parlare.

Tutti sono chiamati a partecipare, in armonia con la volontà della persona che è il soggetto: figli, marito, moglie, parenti, amici, compagni di lavoro.

Il ricordare è il comune denominatore che lega tutti, come lega anche la ricerca del significato della propria esistenza (che abbiamo chiamato ricapitolazione) a cui il lascito è strettamente legata.

Ma, mentre la ricerca del significato della propria vita è un lavoro intimo, introspettivo e più complesso, il lavoro sul lascito, essendo di carattere più corale, è più facile da individuare e portare a termine.

I lasciti possono assumere varie forme: un album, una pergamena, un oggetto realizzato in legno o ceramica, una coperta di lana fatta a mano, un video, un quaderno con delle frasi scritte da tutti i conoscenti, ma anche un sentiero nei boschi.

L’oggetto che fa parte del lascito è legato strettamente alla quantità di tempo che rimane a colui che dovrà realizzarlo. Ma è anche possibile per chi rimane, dopo la morte del proprio caro, sentirsi spinto a realizzare un lascito come strumento di elaborazione del lutto e come ricordo della persona che ha lasciato.

La pergamena in particolare affonda le radici nell’antica tradizione religiosa ebraica tedesca.

Dopo la nascita del figlio la madre cuciva le fasce del neonato per farne una striscia con la quale veniva avvolta la Torah, i primi 5 libri della Bibbia (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio) che costituisce la base dell’insegnamento religioso, per tenerla arrotolata. 

Su queste fasce venivano ricamate o dipinte scene da racconti biblici o da eventi della comunità nonché scene di augurio per un futuro matrimonio e riassumeva l’identità, il passato e gli auspici per il futuro del possessore.

La pergamena si presta mirabilmente ad essere utilizzata per testimoniare gli aspetti importanti della vita di una persona per mezzo di foto, collage e parole.

Il fatto che nel passato venisse usata per un neonato e ora possa venire utilizzata per un morente restituisce un senso di continuità allo strumento, utile per colui che viene al mondo e colui che lo sta lasciando.

Lo srolotarsi di questo lungo foglio di carta assume simbolicamente il fluire di un fiume, il fiume della vita della persona di cui si parla che sta raggiungendo il ricongiungimento con il mare.

Ricordo come, agli inizi del mio Servizio, venni chiamato da una persona con una malattia incurabile nel suo stadio finale. Mi ricevette nell’ampio salone della sua casa e mi fece vedere una imponente boiserie con vetrine che occupava tutta una parete del salone. 

Dentro si vedevano in bella mostra delle armi antiche, fucili, pistole, pallettoni, pugnali che erano appartenuti al suo defunto marito. 

Mi chiese di aiutarla a riconvertire questo manufatto in una libreria, quale era stata in precedenza, per poter esporre la copiosa quantità di libri, che la avevano accompagnata per tutta la sua vita, nonché oggetti che riguardavano i molti viaggi fatti. Mi disse che faceva tutto questo per lasciare un ricordo ai propri figli. 

La creazione e realizzazione di un lascito ha dei benefici immediati per la persona morente. Le dà uno scopo riempiendo questo tempo di pensieri e di azioni positive, pensando al bene per gli altri e distogliendosi dal dolore, dall’ansia e dalla possibile depressione.

E’ come rimanere sull’onda della propria vita per farne un dono per le persone che si amano.

La ricapitolazione

L’impulso a riflettere sulla propria esistenza terrena credo sia un bisogno innato degli esseri umani.

Più si avvicina l’ultimo stadio della propria vita, o quello che si sente essere come tale, più questo bisogno diventa impellente.

Quindi esso può manifestarsi anche in un essere umano di età biologica relativamente giovane, per esempio in un ventenne o trentenne.

Questo bisogno, che assume proprio le sembianze di un istinto, va assecondato, secondo il mio particolare modo di sentire, in quanto ci prepara alla ricapitolazione o esame della propria vita appena trascorsa, cui saremo tutti sottoposti quando saranno venuti meno i nostri veicoli inferiori.

Non si tratterà di un processo e non seguirà nessun giudizio e nessuna condanna ma solo l’intento che noi si capisca profondamente quali sono state le conseguenze dei pensieri e delle azioni generate a seguire fatti e accadimenti ben precisi lungo il corso della nostra esistenza terrena.

Avete mai fatto una ricapitolazione?

Avete mai stilato un bilancio della vostra esistenza?

Si è mai affacciato nella vostra mente l’interrogativo: la mia vita ha avuto un significato? O la mia vita è stata degna di essere vissuta?

Sono momenti intensi quando succedono e per me c’è stato, subito dopo, un desiderio irrefrenabile di fuggire via da tutto questo facendomi risucchiare nel samsara del tran tran della vita quotidiana.

Per rispondere a questi interrogativi bisogna indagare con tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione: l’introspezione, lo scendere nel nostro abisso inconscio, il tenere un diario, la reminiscenza e soprattutto una esplorazione profonda fatta con l’aiuto di una persona che possa guidarci a condurre un’analisi seria e strutturata anche attraverso un dialogo aperto e veritiero con familiari e amici.

Per questo è necessario che ci sia stata prima l’informazione sulle reali condizioni in cui si trova il morente.

Rispondere agli interrogativi precedentemente espressi porterà ad osservare i successi e gli insuccessi, gli insegnamenti ricevuti da essi, le idee a cui non è stato possibile dare realizzazione e le questioni rimaste in sospeso. 

Da tutto questo si potrà generare un senso di comprensione della trama della propria vita o un senso di rimpianto, amarezza fino ad arrivare alla disperazione.

La presenza e la vicinanza di una persona preparata, a cui affidare queste emozioni e sentimenti profondi affinchè vengano liberati e producano comprensione ed accettazione, è fondamentale per evitare che tutto l’evento possa essere manipolato ed usato per una trionfale celebrazione di successi dell’Ego o una distruzione terminale dell’Io a causa degli insuccessi.

Portare Luce sulle questioni rimaste in sospeso consentirà di produrre azioni concrete per porvi rimedio, se possibile, o per poter manifestare espressamente, alle persone coinvolte dalle nostre azioni passate, il sincero dispiacere per aver creato dolore e sofferenza.

L’evento che ha colpito il mio corpo fisico e che mi ha catapultato nell’osservazione sulla ricapitolazione mi ha fatto capire quanto sia importante non attendere che si sia sul punto di lasciare i propri veicoli, ma considerare di praticarla periodicamente per avere la possibilità di comprensione e per poter porre rimedio, fin tanto che se ne hanno possibilità e strumenti.

Questo significa dare un senso alla propria esistenza, dare vita alla propria vita.

La notizia

I riti che compongono la liturgia della metamorfosi (Ricapitolazione, Lascito, Ambiente, Oggetti intorno a me, Persone intorno a me, Rito di abbandono del corpo, Vestizione, Veglia) poggiano e trovano la loro possibile esistenza sul fatto che chi sta per lasciare i veicoli inferiori ne sia a conoscenza, in poche parole che abbia ricevuto la notizia che sta per morire.

Questo, per il mio modo di sentire e per la mia esperienza, rappresenta il più grande ostacolo esistente nella nostra tradizione popolare e nella cultura cattolica.

Le tradizioni della nostra terra, da nord a sud, erano intrise di superstizione, di magia, di sortilegi, di maledizioni, di fattucchiere e la morte ha rappresentato, nell’immaginario popolare, il primo oggetto verso cui indirizzare questi riti. Ancora oggi le reminiscenze di queste pratiche sopravvivono dentro i nostri animi.

La morte va scacciata con tutte le armi magiche possibili e, prima fra tutte, il silenzio e l’incuranza.

Tempo fa assistevo una persona malata in una clinica. Mentre ella stava dormendo nel suo letto ero in poltrona nello spazio antistante intento a leggere un testo che riguardava l’assistenza ai malati terminali, pur se la persona nella fattispecie non lo era. Vedo entrare una famigliare, che conoscevo, la quale, constatando che la sua parente stava dormendo, mi domanda cosa stessi leggendo e si avvicina per leggere il titolo del testo, in cui si faceva espressamente riferimento alla morte. Subito dopo, sbigottito, la vedo allontanarsi con una espressione mista di paura e disgusto facendo le corna con tutte e due le mani nella mia direzione e pronunciando le seguenti parole: tiè, tiè, tiè….

Il suo retroterra culturale non proveniva dalla campagna ma era una colta cittadina appartenente all’alta borghesia romana….

Durante il volontariato, prestato in un Hospice di cure palliative nella capitale, ho potuto constatare come ci sia una fortissima reticenza sia da parte dei familiari sia da parte del personale di assistenza nel riferire lo stato terminale in cui versa chi viene assistito, come d’altra parte ci sia spesso una pervicace resistenza dei malati a comprendere dove si è e cosa si è venuti a fare in quel luogo.

Ho avuto modo di assistere ad una conversazione, avvenuta tra due malati terminali, in cui ognuno descriveva con convinzione all’altro tutto quello che avrebbe fatto una volta lasciato quel luogo per ritornare a casa.

Naturalmente non c’è nulla di anormale in tutto questo, è una reazione istintuale e animale di fuga innescata dall’istinto di sopravvivenza con il quale si tenta di venire a patti.

Ho avuto modo di poter sperimentare quanto sia forte e animalesco questo istinto durante e dopo l’infarto miocardico che mi ha colpito. Una reazione di paura e di fuga mi prendeva, a dispetto di tutta l’osservazione consapevole sviluppata in anni di pratica spirituale, e mi sorprendeva anche nel sonno, anche mesi dopo l’evento, costringendomi a svegliarmi di soprassalto con il cuore in gola incapace di riaddormentarmi per lungo tempo.

Elisabeth Kubler Ross, pioniera nell’assistenza ai malati terminali, ha esaminato profondamente le dinamiche mentali più comuni delle persone a cui è stata diagnosticata una malattia terminale e ne ha tracciato un modello.

E’ un modello a fasi che possono succedersi nell’ordine o in altro ordine e con diverse intensità.

1. Negazione o rifiuto: meccanismo di difesa per proteggersi dall’eccessiva ansia della morte e prendersi il tempo di organizzarsi mentalmente. “Ma è sicuro che le analisi siano esatte?”, “Non è possibile vi state sbagliando!!”.

2. Fase della rabbia: rabbia e paura esplodono e investono in tutte le direzioni (familiari, personale ospedaliero, Dio). “Perché proprio a me?”. In questa fase critica può verificarsi la massima richiesta di aiuto come anche la chiusura, il rifiuto e il ritiro in sé stessi. 

3. Contrattazione o patteggiamento: si inizia a verificare cosa si può fare e verso dove si può dirigere la speranza. Comincia una specie di negoziato tra parenti o amici o personale di supporto anche religioso. “Se prendo questi farmaci crede che potrò….?” Si riprende il controllo della propria vita e si cerca di riparare il riparabile.

4. Depressione: si manifesta quando la malattia avanza e la sofferenza aumenta. C’è una fase reattiva in cui si prende coscienza della perdita di aspetti della propria identità, immagine corporea, potere decisionale e relazioni sociali e una fase preparatoria alle ulteriori perdite che seguiranno: la coscienza delle condizioni di salute, della impossibilità di ribellarsi e di un senso di sconfitta.

5. Accettazione: della propria condizione e consapevolezza di quanto sta per accadere. Ci si raccoglie nel silenzio e si gettano le maschere, e si instaura una profonda comunicazione con chi sta accanto.

La liturgia della metamorfosi

L’abbandono di ciò che ci tiene legati alla Terra e il passaggio nell’Aldilà è letteralmente una metamorfosi ossia un cambiamento profondo di stato.

Questo passaggio di stato, secondo il mio sentire, dovrebbe essere accompagnato da una liturgia. 

Liturgia deriva dal greco e vuol dire servizio pubblico, nobile servizio reso; passando attraverso il carattere pubblico dei voti sacerdotali, ha poi acquisito i colori del sacro.

A cosa serve una liturgia?

Serve, a chi sta vivendo l’esperienza e a coloro che assistono, a renderla sacra attraverso una serie di riti e a portare un’attenzione focalizzata a ciò che si sta vivendo per collegarsi alle Potenze Superiori.

Nella tradizione cristiana la liturgia è il complesso di cerimonie di culto. 

Anche in altre tradizioni abbiamo una liturgia che accompagna la metamorfosi come ne abbiamo anche per altri atti del vivere quotidiano. 

Liturgia, per me ad esempio, è preparare il caffè la mattina appena sveglio, stappare il contenitore e annusarne il profumo, riempire di acqua fino alla valvola il serbatoio, asciugare attentamente il cestello che conterrà la polvere e riempirlo con attenzione senza farne cadere troppa e lasciando una giusta compattezza per permettere all’acqua di salire, avvitare la parte superiore e accendere la fiamma al minimo attendendo, con l’orecchio teso, per sentire il gorgoglio del caffè che sta uscendo, per poi gustarne l’aroma. 

Liturgia è entrare nella stanza dove medito, chiudere la porta, stendere il tappetino, appoggiarvi sopra il cuscino da meditazione, avendo cura che sia ben gonfio, accendere una candela recitando un’invocazione per la fiamma che prende vita, accendere un bastoncino di incenso rivolgendone la fiamma alle effigi dei Maestri che sono appese nella stanza, recitare delle invocazioni e sedermi sul cuscino per la mia pratica. 

Per ogni cosa che facciamo possiamo istituire una liturgia.

La Chiesa Cattolica ha una liturgia con una serie di riti per coloro che sono già defunti. 

Ma per chi si sta avviando a lasciare i veicoli inferiori ma non li ha ancora lasciati cosa si può fare?

C’è la preghiera, per chi ci crede e si ricorda, ma molto spesso nulla. 

Soprattutto negli ultimi due anni molti esseri umani sono passati oltre in un letto di ospedale, o peggio in una barella buttati in un corridoio, da soli, nella malattia e nella solitudine più profonda e molti di coloro che sono rimasti non hanno potuto nemmeno dare loro l’ultimo saluto.  

Cosa possiamo fare affinchè chi sta lasciando possa trovare conforto e amore?

Alcuni Compagni di Viaggio di altri paesi hanno tracciato una strada che porta in questi territori e questa strada vorrei seguire anche io nella mia terra.

Si tratta di aiutare chi sta lasciando e coloro che gli sono vicini a costruire una liturgia della propria metamorfosi che lo rispetti e lo ricordi agli occhi di tutti coloro che rimangono.

E’ un compito molto delicato e difficile perché in primo luogo bisogna smontare la mitologia della morte.

Che cosa è la mitologia della morte?

E’ il mito che ognuno di noi ha costruito su di essa. Un mito molto spesso orribile, tremendo alla base del quale c’è una paura primordiale profonda e animale. Per dirla come Woody Allen: non è che ho paura di morire, è solo che non voglio esserci quando accadrà.

Tutti noi fuggiamo via lontano da questo tema, come da quello della malattia che lo introduce.

Spesso tutta la nostra vita terrena viene condizionata e mossa da questa paura.

La paura della morte ma anche la paura del dolore che potrò provare prima di morire, la paura di non sapere cosa ci sarà dopo. 

Bisogna partire da qui.

Sfatare il mito della morte ci permette così di poter osservare tutto il resto con un certo distacco, necessario per affrontare i riti che compongono la liturgia della metamorfosi:

Ricapitolazione

Lascito

Ambiente

Oggetti intorno a me

Persone intorno a me 

Rito di abbandono del corpo

Vestizione

La veglia

Tutto questo insieme alla propria famiglia e a colui che si mette al Servizio per coordinare e aiutare.

Nei prossimi articoli esamineremo più da vicino questi aspetti.

Il senso del Sacro nella vita quotidiana

Se sacro significa esperienza di una realtà diversa da quella in cui siamo immersi e ci muoviamo quotidianamente sulla terra.

Se sacro significa il ritorno all’Origine Celeste da cui poi discende tutto ciò che sperimentiamo nella nostra esistenza quotidiana, rimango perplesso e allibito anche solo uscendo da casa.

Come posso trovare sacralità camminando in un fiume di persone che corrono trafelate come se stessero fuggendo da una calamità naturale, che urlano e inveiscono contro un loro vicino per un motivo inesistente, che passano indifferenti di fronte a qualcuno che è a terra a causa di un malore, che girano come automi con gli occhi incollati sullo schermo del loro dispositivo elettronico incuranti di tutto quello che succede “realmente” intorno a loro?

Mi sembra evidente che il sacro non è presente in tutto questo.

Allora dove sta oggi la sacralità?

La trovo nelle istituzioni, nel governo del paese dove delle persone chiamate “onorevoli” si danno ad una guerra senza esclusioni di colpi, per la prevalenza della fazione che rappresentano, vomitando insulti e architettando faide di palazzo, “dimenticandosi” il motivo, anzi la missione, per cui si trovano dove si trovano?

La trovo nella Sanità che dovrebbe assistere e curare coloro che si trovano in malattia e non crearla in laboratorio per poi diffonderla su tutto il genere umano a vantaggio di poche, potentissime persone, distribuendo l’antidoto che dovrebbe salvarle e che invece le rende ancora più deboli e schiave?

La trovo nelle religioni che diffondono la Parola a cui non si fanno seguire le azioni dei propri Ministri che si macchiano invece di violenze morali e materiali su dei piccoli esseri indifesi e su donne trattate come schiave solo perché non si vestono come hanno richiesto?

La trovo negli Stati in guerra ancora oggi tra di loro per avere il controllo di un territorio e delle sue risorse per un interesse privato, depredando la Terra di queste risorse senza nessun rispetto e nessun amore, solo per la vittoria di IO a dispetto dell’altro?

Allora cosa posso fare di fronte a tutto questo?

Posso ricordarmi di Gesù il Cristo, del motivo per cui è venuto su questa Terra, di quello che ha accettato di sperimentare venendo qui, che è qualcosa che non ha niente a vedere con tutto questo. 

Posso ricordarmi di quello che ha detto: fai agli altri ciò che vorresti gli altri facessero a te. 

Questo mi fa salire all’Origine.

Basterebbe cercare di mettere in pratica queste poche parole meravigliose per vedere dissolvere tutta questa bruttezza e malvagità.

Questo ci fa salire in un luogo dove non esiste la separazione, la dualità del nostro mondo, dove cominciamo a percepire che siamo tutti Uno.

Certo non è facile, siamo tenuti tutti troppo occupati dai nostri problemi e dai nostri desideri quotidiani. 

C’è qualcuno che non vuole che ci si volti a guardare il punto da cui arriva la Luce. 

Vengono creati sempre più problemi, più difficoltà. 

Ecco allora la recessione, la crisi, il Covid, la guerra, l’inflazione, la possibile perdita del lavoro, la mancanza di denaro per poter andare avanti. 

C’è da comprare una nuova casa, una nuova auto, da raggiungere un lavoro con un guadagno superiore e il miraggio di una migliore vita.

E continuiamo ad essere topolini che girano nella ruota sempre più veloce.

Fai agli altri ciò che vorresti gli altri facessero a te. 

Come vi sentite quando lo pronunciate, quando lo immaginate? 

Io sento che il mio Cuore si apre, il mio respiro scende e si fa più profondo.

Sento una forza dentro di me che prima non c’era, una sicurezza, un calore.

Questa forza, questa sicurezza, questo calore mi spingono a cercare di portare il sacro in quello che faccio. 

Ed è sacro perché non è io solo per me. 

E’ per tutti, per tutti quelli che sentono crescere in loro il desiderio di cambiare e di provare quello che provo quando cerco di esprimerlo su questa Terra. 

Il senso del Sacro

Stiamo attraversando un tempo di caduta di valori, di grandi rivoluzioni e di un profondo smarrimento.

Sento di essere invitato, come tutta l’umanità, a riscoprire il senso del Sacro nell’esperienza di vita. 

Cosa vuol dire Sacro?

Sacro, dal latino sacer, è ciò che è connesso all’esperienza di una realtà totalmente diversa da quella in cui siamo immersi e ci muoviamo quotidianamente sulla terra.

Questa esperienza di una realtà diversa significa il ritorno nelle Regioni Celesti, ritorno all’Origine per portarla in tutto ciò che sperimentiamo nella nostra esistenza quotidiana.

Coinvolge quindi la nascita, come esseri umani, il lavoro, la famiglia, il vivere comune, l’ordinamento che lo gestisce, fino al decadimento e all’abbandono dei veicoli fisici con la morte.

Portare il Sacro, ossia la connessione con il nostro Divino, rappresenta per me una missione, nel vero senso del termine.

Cosa vuol dire missione?

Il mandare o l’essere mandato a esercitare un ufficio o incarico particolare.

Mi sento quindi un missionario. E tutti noi lo siamo.

Quindi realizzare di essere stati mandati su questa terra per esprimere la scintilla divina, che è in tutti noi, diventa un ufficio, un sacro ufficio.

Sacro ufficio vuol dire sacrificio, vuol dire ricordarsi quanto più è possibile per quale motivo ci si trova qui in questo momento e celebrarlo nella nostra vita. 

Cominciamo dalla fine o meglio dall’inizio ossia la morte. 

Tanto tanto tempo fa c’erano riti, anche molto complessi, che accompagnavano colui che stava lasciando il corpo fisico, riti che celebravano il ritorno verso il Mondo Superiore delle Anime. 

Questi riti consentivano a tutti, anche coloro che rimanevano, di poter entrare nella dimensione di sacralità che avrebbe favorito questo viaggio e aiutato chi sarebbe rimasto.

Basti pensare a quelli complessi degli antichi egizi.

Il Dio Osiride, padrone dell’oltretomba, la pesa dell’anima, la mummificazione, le pareti istoriate con scene della vita del defunto, fino ad arrivare alla grandiosità della tomba: la Piramide.

Addirittura la posizione delle piramidi di Giza, riproducenti esattamente la posizione delle 3 stelle della Cintura di Orione (Alnitak, Almilan, Mintaka) che migliaia di anni dopo diventano i 3 Re Magi (Gaspare, Baldassare, Melchiorre) a salutare la venuta del Cristo con i 3 doni-simbolo dell’oro, incenso e mirra.

Ma ancora oggi nell’isola di Sulawesi il popolo Toraja celebra i propri morti con un rito dove il sacro entra addirittura nelle loro case.

Quel popolo celebra l’abbandono del corpo fisico come l’inizio di un viaggio verso il Mondo delle Anime e l’essere che lo sperimenta è come sospeso tra due mondi e tale rimane finchè tutti i familiari abbiano elaborato il lutto e siano pronti a lasciarlo andare.

Per questo il defunto viene mummificato con formalina e portato nella casa familiare per tutto il periodo necessario a che tutta la famiglia abbia completamente elaborato la perdita (mesi o addirittura anni), periodo in cui la mummia viene tenuta in casa come se fosse ancora in vita. E’ vestita, le si offrono cibo, sigarette e quando ci si alza da tavola le si chiede il permesso. 

Solo dopo che tutti i familiari siano d’accordo a separarsi dal defunto si può procedere a celebrare il rituale che gli consentirà l’accesso al Regno delle Anime.  

Che differenza rispetto a come viene vissuta la morte oggi nel mondo “civilizzato”!!! 

Abbiamo perso il contatto con i segni ed i simboli che annunciano l’abbandono del corpo fisico di una persona cara. 

Abbiamo affidato questi segnali a macchine che ci avvertono con freddo suono acuto e prolungato che il cuore ha cessato di battere.

Spesso si muore in una stanza di un ospedale o di un Hospice con una televisione accesa, da soli, una televisione che vomita musica, gente che litiga invece del silenzio solenne e sacro che dovrebbe accompagnare questo viaggio.

Quando anche non siano i litigi, gli schiamazzi o i discorsi insulsi di persone di famiglia senza alcun ritegno, rispetto per colui che sta lasciando.

Sono stato purtroppo testimone di un momento di questi quando ho assistito alla scena di alcuni familiari di un morente che, nell’agonia precedente la sua morte, stavano già portando via i suoi abiti ed effetti personali dalla stanza in cui si trovava.

Abbiamo sostituito alle figure sacre idoli e feticci tecnologici, smartphone, computer e ormai ora anche robot dotati di intelligenza artificiale così sofisticata che possono lavorare al posto nostro senza più fatica, senza più pensieri, senza sentimenti. Stiamo andando sempre più verso un mondo dove regna Mente. 

Ma ancora oggi più o meno inconsciamente utilizziamo rituali che ci aiutino a vivere il lutto e la separazione.

Nella mia personale esperienza c’è un particolare odore che mi ricorda mio padre quando rientrava in casa dal lavoro. E’ un misto tra l’odore della carta, quello che si sente entrando in una biblioteca, e quello dell’inchiostro usato per la stampa, nella fattispecie nella tipografia della nostra famiglia, talmente penetrante che impregnava i suoi abiti. Quell’odore, subito dopo la perdita di mio padre, è lo stesso che sentivo quando scendevo nella sala macchine e mi dava un senso di sicurezza come se lui fosse ancora accanto a me. Ancora oggi quando mi capita di entrare in una stamperia vivo con grande tenerezza e rispetto questo contatto.

Come conosco persone che anche dopo anni dal distacco dalla loro moglie o dalla loro mamma conservano negli armadi delle abitazioni interi guardaroba appartenuti a colei o colui che ha lasciato.

Sono tutti segnali che il Cuore ha bisogno di esprimere e non possiamo reprimere.

La strada di Casa passa attraverso un ponte che collega Mente e Cuore.

Così in Cielo come in Terra

Questa affermazione di Verità è contenuta nella preghiera più famosa e “sconosciuta” del Cristianesimo: il Padre Nostro.

Ho trascorso gran parte della mia vita recitando queste parole sacre non avendone compreso minimamente il potentissimo messaggio contenuto che ho iniziato a scoprire grazie al Maestro Aivanhov.

Con queste poche parole siamo invitati a costruire in terra il Regno di Dio con la sua organizzazione e Gerarchia Celeste.

Perché anche nel Mondo Celeste esiste una struttura, che comprende i Serafini, i Cherubini, i Troni fino agli Angeli, gli Arcangeli, i Principati, così come sulla terra esistono gli stati, le regioni, le province, la famiglia, la chiesa, la scuola… 

Ci viene chiesto di far la Terra riflesso del Cielo.

Ma osservando quello che oggi avviene sul nostro pianeta (guerre, violenza fisica e mentale, fame per una moltitudine di esseri umani, opulenza per una minima parte di essi, sfruttamento incontrollato di risorse della terra) sembra un’impresa impossibile.  

La direzione non è certo quella in cui stiamo andando!!! 

Dentro di me e dentro una buona parte di esseri umani c’è un desiderio impellente di un cambiamento, una rabbia crescente in coloro che si sentono vessati, sfruttati, calpestati e, d’altra parte, una serpeggiante insoddisfazione, in coloro che hanno a disposizione tutto il desiderabile, che lascia una sensazione di vuoto anche nella più sfavillante ricchezza.

Questo cambiamento dovrà essere radicale e dovrà coinvolgere tutto: le nostre società, la conduzione degli stati, la famiglia, la scuola, la chiesa.

Osservando l’evoluzione della religione che ci riguarda, da cui discende il Cristianesimo, siamo passati da un Dio terribile e temibile, di cui avere paura, che doveva essere celebrato con dei sacrifici animali, quale era quello dell’Antico Testamento, alla venuta del Cristo che ha introdotto l’Amore.

L’uomo può amare Dio che è nostro Padre e anche Dio ama noi come suoi figli. 

Ma in questo rapporto tra Padre e figli si è materializzata una terza entità, la Chiesa, che si è imposta come interlocutore tra il Padre ed i suoi figli. 

Per parlare con Dio si deve passare attraverso un ministro della Chiesa che ha il potere di tradurre le conversazioni tra le due parti. A lui devi confessare tutti i tuoi peccati ed è lui che ti dice cosa devi fare per avere l’indulgenza. 

Quindi in realtà molti di noi, tra cui anche io, avevano scelto di non preoccuparsi troppo di seguire le parole del Cristo nella vita quotidiana, perché troppo complicato e faticoso, bastava andare a Messa, confessarsi e fare un atto di pentimento per avere lavati tutti i peccati. 

Chi, come me, ha frequentato gli istituti scolastici religiosi ha avuto modo di poter percepire spesso lo stridore, l’attrito e la confusione generata tra le parole del Cristo e il comportamento di alcuni suoi ministri.

Ora è arrivato il tempo di un cambiamento profondo. 

Questo sistema di comunicazione a tre non funziona più. 

Ora siamo chiamati personalmente ad avere una comunicazione diretta con Dio. 

Ma come?

Se Dio è un’entità diversa da me e si trova nelle Altitudini Celesti come posso comunicare con Lui?

Dobbiamo ricordare che Dio non è esterno a noi tenendo nella mente le parole sacre: “Mio Padre ed io siamo una cosa sola”. Avendoci creato a Sua immagine e somiglianza, dentro ognuno di noi c’è una parte infinitesimale di Lui della quale pochi di noi si ricordano. 

Questa parte si chiama Anima. 

Noi siamo Esseri Spirituali che stanno facendo una esperienza umana e non Esseri Umani che possono fare una esperienza spirituale. 

Noi non siamo “terra e alla terra ritorneremo” noi siamo Fuoco, Fuoco come lo Spirito Santo, Fuoco come il Sole.

Ma la comunicazione diretta con Dio richiede impegno, dedizione, disciplina: richiede uno sforzo. 

Lo sforzo di cambiare prospettiva. Lo sforzo di anteporre, a tutta la moltitudine di impegni della nostra vita terrena (la famiglia, il lavoro, la casa, il denaro…), la comunicazione con le Gerarchie Celesti.  

Come possiamo comunicare con Esse?

Attraverso la preghiera, il ringraziamento, la meditazione, la contemplazione, il silenzio interiore.

Percorrendo quotidianamente questo sentiero esso lentamente diventerà una strada di grande scorrimento e parlare con Dio sarà come parlare con un Amico Presente.

Con il nostro cambiamento interiore, per legge di risonanza, anche l’esterno a noi vibrerà della nostra stessa frequenza e allora potremo riflettere il Regno di Dio su questa terra. 

Comunicare con la realtà che ci circonda

La comunicazione tra l’esterno a noi ed il nostro interno avviene tramite l’utilizzo dei 5 sensi: la vista, l’udito, il gusto, l’olfatto, il tatto.

Essi percepiscono e contribuiscono a creare un’interpretazione della percezione che diviene la nostra realtà.

Quindi non esiste una realtà esterna e oggettiva, ma tante realtà create a partire dalle percezioni quanti sono gli individui che percepiscono.  

Naturalmente non mi sto riferendo ai termini convenzionali con cui nel nostro mondo ci si riferisce a una casa, un albero, il colore giallo….. 

Il Viaggiatore Spirituale, con il suo costante progredire e raffinare la sua natura, riesce a ricevere altre comunicazioni attraverso intuizioni, rivelazioni, illuminazioni che non arrivano dai 5 sensi, ma arrivano da Piani Superiori, dalla nostra Natura Superiore.

In effetti anche tra i 5 sensi, che tutti conosciamo, ce ne sono alcuni che nutrono la nostra Natura Superiore e altri che nutrono la nostra Natura Inferiore.

Per comprendere quali essi siano è sufficiente riandare con la memoria a quello che succede dopo l’abbandono del corpo fisico e l’inizio del viaggio nell’aldilà.

C’è un particolare momento in cui colui che ha appena lasciato i propri veicoli terreni tenta di comunicare con i propri cari rimasti sulla terra, sperimentando, per esempio, l’incapacità di poter toccare un proprio caro, di potergli parlare e al contrario una più sviluppata capacità di “ascoltare”, non solo ciò che viene detto, ma anche ciò che viene pensato insieme ad una capacità visiva aumentata in nitidezza e vividezza di colori.

Ecco quindi che sarebbe utile, per raffinare le percezioni, cercare di nutrire i sensi a partire dalla nostra Natura Superiore per poi passare a quelli che ineriscono più direttamente la materialità.

Questi ultimi ci mettono in contatto diretto e non mediato con i nostri desideri e avversioni rendendo molto più difficile la capacità di discernimento e conducendoci direttamente dentro le passioni. 

Intendiamoci tutti i nostri sensi possono servire la parte inferiore o la parte superiore: se sto guardando delle scene di sesso esplicito tra più persone anche la mia vista sta nutrendo la mia Natura Inferiore.

Vorrei osservare tutto questo dalla prospettiva di una mia passata grande dipendenza: il cibo.

Una parte delle mie origini sono popolari e nella famiglia di mio padre c’è sempre stato il gusto per la tradizione culinaria romanesca. 

Sono cresciuto con grandi abbuffate di bucatini all’amatriciana, abbacchio a scottadito, trippa, carciofi fritti e vino a volontà. 

Le tavolate a casa dei miei nonni erano sempre imbandite con questo che era ritenuto espressione di benessere. 

Colmavo il vuoto emozionale dentro di me con un desiderio spasmodico di cibo così pesante che mi dava una sazietà che non però durava mai molto a lungo. 

Trangugiavo cibo quasi senza masticare e, avendo la tendenza ad ingrassare come tutto questo ramo della mia famiglia, ero poi costretto a sottopormi a delle stressanti ore di attività fisica per cercare di non farlo troppo. 

Per anni ho nutrito solo la mia Natura Inferiore mangiando tutta la settimana come se fosse un giorno di festa per soddisfare un desiderio che muoveva da una ferita emozionale.

Ho iniziato ad avere un’idea sul perché ci nutriamo e a che cosa veramente serva il cibo grazie ad un esercizio che la mia Guida mi fece fare durante un ritiro. 

Ad occhi chiusi, seduto a tavola, mangiai senza aver potuto utilizzare prima la vista per etichettare quello che stavo introducendo in bocca. 

Dovendo capire cosa stavo mangiando ho dovuto necessariamente concentrare la mia attenzione sulla sapidità, la consistenza, il sapore, il calore, il profumo, l’amaro, il dolce, il piccante. 

Il cibo, rimasto a lungo nella bocca, si è rivelato in maniera così potente, così intensa e così prolungata che ha avuto la possibilità di sprigionare tutta la sua energia, grossolana e sottile, che è andata a nutrire tutte le parti del mio Essere. 

Ed è questa la maniera in cui dobbiamo tornare a nutrirci, come si nutrivano i nostri avi. 

In tempi in cui il cibo non aveva la varietà e numerosità di oggi essi erano costretti, dalla scarsità e dalla povertà, a dover rinunciare ai cibi migliori che venivano lasciati per il giorno della festa e del ringraziamento. 

Questa mancanza acuisce i sensi e la preghiera prima del pasto permette di salire di vibrazione per ringraziare e invitare Chi abita quelle regioni a stare in nostra compagnia, rendendo intimo e sacro quel momento. 

Non si possono nutrire i nostri sensi come se ogni giorno si fosse ad un banchetto di nozze!!

Tutti i contenuti che passano freneticamente sui nostri telefonini, tutta la musica che incessantemente ascoltiamo, tutta la logorrea di parole che vomitiamo sugli altri, molto spesso contemporaneamente alla guida della nostra auto, mentre mangiamo, mentre siamo in “compagnia” di qualcuno, crea un frastuono dentro di noi che ci impedisce di percepire e di percepirci. 

Dobbiamo rinunciare a tutto questo “rumore”. 

La rinuncia crea il vuoto e lascia lo spazio a che qualcos’altro arrivi. 

Ma il non sapere quello che arriverà atterrisce e quindi è meglio fuggire nel “rumore”.

Riposare nel pieno dell’attività

Sembra un koan da meditare in profondità ed effettivamente lo è. 

Tempo fa, quando lessi per la prima volta questa affermazione, stentai parecchio a comprendere cosa significasse veramente. 

Devo dire che, ancora adesso, si genera in me una sorta di vuoto nel tentare di rispondere. 

Ma l’Infinito Benedetto mi ha condotto con i suoi metodi, alcune volte drastici, a prendere in considerazione questo grande sconosciuto che per me è il riposo. 

Pochi mesi fa sono stato colpito da un infarto causato da un’occlusione totale di una coronaria. Questo evento, fortunatamente risolto brillantemente, mi ha catapultato in una prospettiva di vita alla quale non avrei mai pensato di trovarmi solo qualche anno fa. 

Durante la settimana passata nel reparto di terapia intensiva e nel reparto di cardiologia sono dovuto rimanere immobile in un letto con varie apparecchiature attaccate, oggetto di somministrazione di farmaci, indagini diagnostiche e impossibilitato a fare niente altro. 

Altre volte nella mia vita sono passato per situazioni di vita simili, ma, mentre in precedenza la mia attenzione e il mio desiderio era focalizzato nel riuscire a guarire il più velocemente possibile per poter lasciare l’ospedale, ora sono stato visitato da una paura profonda e incontrollabile di morire distaccandomi dai miei veicoli fisici, accompagnata da un’impossibilità a riposare e abbandonarsi ad un sonno ristoratore.

E ho scoperto che la mia natura profonda non è mai riuscita a riposare, in nessun luogo, sempre pronta ad attività frenetiche, esaurite le quali cadevo in uno stato di affaticamento tale che il corpo necessitava il meritato riposo per sfinimento. 

Anche in compagnia dei miei amici o di occasioni conviviali non riuscivo a stare seduto e intrattenermi con gli ospiti, ma mi alzavo in preda alla necessità di fare qualcosa, anche solo di passeggiare. 

Siamo tutti più o meno maestri nei tentativi di fuga, basti ricordarne alcuni: il lavoro tossico, lo sport esagerato, i rapporti amorosi, il desiderio di potere, il desiderio di denaro, le tossicodipendenze da sostanze e quelle emozionali, il multitasking ossia fare due o tre cose contemporaneamente. 

I dispositivi elettronici dei quali siamo circondati e che portiamo sempre con noi sono altrettanti tentativi di fuga. 

Da che cosa scappiamo? O che cosa combattiamo?

Il sistema di lotta o fuggi fa parte del nostro cervello limbico neandertaliano e, almeno per la mia personale esperienza, sento che un trauma del mio passato remoto di bambino ha bloccato questo cervello limbico neandertaliano settandolo sull’ aspetto preponderante della mia natura che è la fuga. Così il mio secondo chakra è costretto a girare ad una velocità impressionante comandato dal mio cervello limbico. 

Ancora oggi, nonostante il mio Cammino Spirituale, esso è ancora attivo. 

Ora è arrivato il momento di stare insieme e parlare a questo bambino impaurito, rassicurandolo: va tutto bene, è tutto a posto; questo è un luogo sicuro e tu gli appartieni. 

Rassicurarlo per portarlo a girare a un ritmo più vicino a quello della Terra.

Il grande Rumi ha detto: ascolta, piccola goccia, arrenditi senza rimpianti e in cambio guadagnerai l’oceano; lasciati andare e nel grande mare sarai al sicuro. 

Bisogna scendere nelle profondità dell’Acqua dove tutto è silenzio e pace e dove scorre il Mare del Qi e lasciare la superficie del mare dove si è in balia dei venti e delle correnti. 

Abbiamo perso la capacità di arrenderci e stare fermi in ascolto di quello che ci circonda, delle energie sottili che ci attraversano. 

Anche quando siamo in mezzo alla natura siamo preoccupati di catturare delle immagini con i nostri strumenti elettronici nel tentativo di fissare dei ricordi da riportare a casa con noi, quando sarebbe infinitamente più utile potersi sedere sotto un albero e ammirare il panorama circostante con l’attenzione di tutti i nostri sensi per far scendere dentro di noi il calore del sole, il rumore dello stormire delle foglie, la carezza del vento sulle nostre gote, gli uccelli che cinguettano e che volano a noi vicino, il profumo che penetra nelle nostre narici. 

Dedicare tutto il nostro essere al momento presente ci collega alla corrente di Energia Universale a partire da cui tutto fluisce con una perfezione meravigliosa come una Danza che ci guida nella nostra Vita.

La grande illusione 2

La grande illusione di cui tutti noi siamo vittime è quella di credere di essere solo individui separati gli uni dagli altri immersi nei nostri IO autoreferenziali e sentirsi, come Eckhart Tolle ha meravigliosamente dipinto, frammenti disconnessi in un universo ostile.

La gran parte degli Esseri Umani vive la propria vita con questa convinzione profondamente radicata dentro di sé senza chiedersi se ci sia anche qualcos’altro. 

E’ come se, citando il grande Maestro Aivanhov, le cellule del nostro corpo si sentissero divise poiché le loro funzioni non sono identiche: il cuore lavora in un modo, il fegato in un altro; dimenticando o meglio non avendo consapevolezza che tutte loro, in un dato momento della gestazione dell’embrione umano e prima di prendere, ciascuna per proprio conto, una strada di specializzazione differente, sono state totipotenti.

Infatti nei primi momenti della vita dell’embrione le cellule staminali embrionali sono tutte identiche e solo successivamente sono capaci di differenziarsi in uno dei 254 diversi tipi cellulari propri di un organismo adulto. 

La gran parte di noi si sente come un atollo circondato dalla propria barriera corallina nella quale sembra esserci tutto quello che serve per vivere tranquilli. C’è sole, cielo, sabbia fine bianchissima, alberi e vegetazione, una spettacolare varietà di pesci, acqua bassa e tiepida dove immergersi per osservare la meravigliosa natura appena sotto il pelo dell’acqua. 

Sembra un paradiso terrestre, tanto che si può impiegare tutta una vita a lavorare per curare questo gioiello al cui centro ci sono IO: una bella casa, un buon lavoro, denaro, una famiglia, relazioni sociali, divertimenti, vacanze, una barca, una casa in montagna, nuovi gadget costosi, ecc, ecc….. E così tanti fanno, rimanendo prigionieri della gigantesca illusione che questo è tutto quello che c’è e che serve.

Anche quando non si riesca a creare un vero e proprio paradiso terrestre, ma piuttosto un incubo infernale a causa delle esalazioni venefiche che irradiano dal nostro interno, anche così si rimane volutamente nel samsara, chiusi nella propria barriera corallina non volendo vedere né sentire nient’altro.

Ma come le cellule del nostro corpo, se potessero andare oltre nella loro comprensione, saprebbero che un solo essere le abbraccia, al quale sono unite e fra di loro, dal liquido interstiziale che è sostanzialmente acqua, elemento preponderante nell’organismo umano.

Anche noi, se riusciamo a estendere la nostra consapevolezza oltre l’atollo che ci circonda, realizziamo che ogni atollo è legato all’altro dall’acqua del mare.

Il Viaggio dello Spirito è ricordarsi che siamo prima Acqua e poi siamo atolli.

Il Viaggio dello Spirito è ritornare attraverso Acqua all’Acqua Universale che è riflesso dell’Anima Universale. 

Superare la barriera corallina che è limite del nostro IO, dimenticandolo, rinunciando a “IO sono il centro più importante dell’Universo” per andare a scoprire cosa esiste quando “IO” non esiste più. 

Questo è il lavoro che ognuno di noi deve fare quando ci si incontra nello Spirito.

Non rimanere confinati nei nostri atolli desiderando che tutti gli altri si adattino o si sottomettano a quello che IO vivo e desidero lì dentro. 

Lo stare insieme in questo modo, uscendo dai mi piacerebbe che facessimo questo, vorrei andare da questa parte, voglio stare al mare tutto il giorno, voglio passeggiare, ecc. per entrare in un’area di silenzio interiore, raggiunto il quale si instaura una sincronia di eventi di perfetta risonanza per tutti e si viene guidati verso ciò che è importante vivere e sperimentare, tutti insieme, in quel preciso momento. 

Questo è uscire nell’Acqua Universale per lasciarsi trasportare dallo Spirito.

Afterlife 7

La gran parte di coloro che hanno vissuto un’esperienza di premorte hanno descritto un confine, un limite che non avrebbero potuto superare e sarebbero dovuti tornare indietro. 

Può essere una distesa d’acqua, una porta, un muro, una nebbia grigia e densa, una siepe che attraversava un campo o semplicemente una linea. 

Ecco alcuni esempi tratti da testimonianze di chi li ha vissuti.

  • Morii di infarto e mentre morivo mi trovai in un campo. Era bello e tutto era di un verde intenso, introvabile sulla terra. Guardavo davanti a me e nel campo vidi una siepe. Mi avvicinai ad essa e vidi un uomo dall’altro lato di essa che si avvicinava a me. Volevo avvicinarmi ma mi sentii trascinare indietro irresistibilmente e nello stesso istante vidi l’uomo voltarsi e tornare indietro.
  • Persi conoscenza e senti un rumore fastidioso, come un ronzio. Mi trovavo su una nave o una piccola imbarcazione in viaggio verso la riva opposta di una grande distesa d’acqua. Sull’altra sponda vedevo tutti i miei cari defunti: mia madre, mio padre, mia sorella e altri. Mi facevano cenno di raggiungerli e io dicevo: no, no non sono ancora pronta a raggiungervi. Non voglio morire.

Alcuni altri ricevono la notizia che devono tornare indietro dalla persona che è venuta a prenderli e ad accompagnarli attraverso lo spazio buio. 

I loro sentimenti, nei momenti immediatamente successivi alla morte, sono un disperato desiderio di tornare nel corpo e un profondo rimpianto per la propria morte.

Ma quando il morente si è inoltrato nell’esperienza non vuole tornare più indietro e a volte cerca di non rientrare nel corpo fisico. Soprattutto dopo che si è incontrato l’Essere di Luce.

Solo chi ha lasciato compiti importanti da portare a termine si sente lieto e a proprio agio nel tornare.

Alcune volte si ritorna, indipendentemente dai desideri personali, a causa dell’amore e delle preghiere di coloro che sono rimasti in vita.

Ero con mia zia durante la sua recente malattia. Più di una volta le si arrestò il respiro, ma la salvarono sempre. Infine un giorno mi guardò e mi disse: Joan, sono stata là, nell’aldilà, ed è bello. Voglio restarvi ma non posso finchè voi continuate a pregare perché io rimanga sulla terra. Le vostre preghiere mi trattengono qui. Per piacere, smettete di pregare.

Dopo il ritorno alla vita, i sentimenti e le sensazioni associate all’esperienza avuta permangono per qualche tempo.

Chi le ha provate non ha alcun dubbio quanto alla realtà e all’importanza della cosa, ma tutti si rendono conto che la nostra società non è l’ambiente ideale per ricevere questo tipo di testimonianze.

La paura è che, raccontandola, si possa essere etichettati come visionari o malati di mente.

Alcuni hanno tentato di parlarne ma non vennero presi sul serio.

Un altro motivo che spiega la reticenza dei più è la sensazione che l’esperienza in se stessa è tanto indescrivibile e quindi lontana dalle possibilità dell’umano linguaggio, della percezione e dell’esistenza umana che è inutile anche solo tentare di esprimerla.

La conseguenza principe dell’esperienza di premorte vissuta è la perdita della paura della morte che attanaglia ogni essere umano che non la abbia provata.

Ma anche la sensazione che la vita di chi è tornato è stata ampliata, approfondita, che si è più inclini alla riflessione, più interessati ai problemi filosofici riguardanti la morte o il fine dell’uomo.

Da allora ho continuato a pensare a quello che ho fatto della mia vita e a quello che ne farò. Sulla mia vita passata non ho recriminazioni. Ma dalla mia morte, di colpo, ho cominciato a chiedermi se avevo fatto quel che avevo fatto perché era un bene o perché era un bene per me. Prima agivo seguendo l’impulso mentre adesso penso bene alle cose, con calma e a lungo. Cerco di fare cose che abbiano un maggior significato e per questo la mia mente e la mia anima si sentono meglio. Cerco di non essere prevenuto e non giudicare nessuno. Voglio fare cose che siano buone in loro stesse e non soltanto per me.

Molti sembrano d’accordo sulle lezioni avute dagli incontri con la morte. Il desiderio di coltivare l’amore per gli altri, un amore di un genere unico e profondo. Molti sentono che il loro scopo sulla terra è cercare di imparare ad amare così. 

Conoscenza e Amore sono i pilastri che sorreggono la nostra vita terrena permettendo di salire verso lo Spirito. 

La Legge di Affinità Vibrazionale

Se il Cammino dello Spirito si fonda sull’Amore dato agli altri Esseri e la conoscenza acquisita nel passaggio terreno, come mai tanti esseri umani, tra i quali me stesso, trascorrono gran parte o tutta la loro esistenza alla ricerca del raggiungimento di tutt’altro, nella negazione assoluta di questi valori fondamentali per la propria Anima?

Perché ci troviamo tutti immersi, fin da bambini, in una realtà in cui regna l’aggressività, la violenza, la prevaricazione, la competizione per arrivare prima degli altri, l’emarginazione perché si è in qualche modo diversi e non omologati, l’accaparramento di risorse (come denaro, cibo, potere) ben oltre il reale bisogno e la possibilità di un essere umano in una vita?

Ricordo ancora oggi un’esperienza avuta durante una vacanza estiva in un villaggio turistico nel mare di Puglia. In questi luoghi i pasti si consumano collettivamente e le pietanze, numerose ed abbondanti, vengono lasciate su dei buffets in modo che ci si possa servire da soli. Già mezz’ora prima dell’orario di apertura dell’area adibita al pasto si formava un capannello di persone che si accalcavano all’entrata dello spazio per poter correre “per primi” a rifornirsi di cibo. Nella ressa, che si creava necessariamente attorno ai tavoli con le pietanze, ho visto uscire delle persone con dei piatti riempiti all’inverosimile di una quantità assurda di cibo, come se non mangiassero da giorni. Quei piatti non venivano terminati, ma se ne mangiava una piccola quantità, lasciando il rimanente, correndo poi in tutta fretta a riempire un nuovo piatto di altro cibo che non si sarebbe riusciti a mangiare. 

Questa è la reazione a cui tutti noi, incoscientemente, siamo indotti come se fossimo cani di Pavlov.

Sì, perché siamo sovrastati da immagini ripetute ossessivamente di conflitti, di malattie, di virus, di carestie, di uccisioni anche per futili motivi, di violenze, di torture e atrocità su altri esseri, spesso indifesi, nonché di messaggi pubblicitari condizionanti e tambureggianti che creano bisogni inesistenti.

Quale scopo ha la diffusione di tutto questo su tutti gli organi di informazione e sui mezzi televisivi?

Ha a che fare con il Principio della Affinità Vibrazionale.  

L’Affinità Vibrazionale è quella legge per cui se si fa vibrare un diapason accordato in La e si tiene vicino un altro diapason accordato in La, quest’ultimo, dopo poco, inizierà a vibrare anch’esso per risonanza senza essere stato toccato.

Un corollario di questa legge è: ciò che riceve Attenzione, riceve Energia; ciò che riceve Energia, cresce e si espande sempre di più dentro di noi. 

Tutte le immagini a cui diamo l’attenzione dei sensi, ricevono Energia dentro di noi e provocano una risposta emozionale di paura, di rabbia, di odio, di pace, di gioia, di Amore, di desiderio che ci fa vibrare alla stessa frequenza emessa dalle immagini.

Una volta generata in noi la risposta emotiva vibrazionale essa si replicherà poi nelle azioni della nostra vita che risuoneranno a quella frequenza vibratoria.

Lo scopo della diffusione nei media di tutto il mondo di immagini e racconti generanti paura, rabbia, odio, indignazione, tristezza, che sono per lo più emozioni a bassa vibrazione, è di condizionarci a reagire per risonanza vibrazionale mantenendo la nostra Energia bassa per poter essere manipolati.

Quella diventerà la nostra realtà con cui ci esprimeremo nella nostra vita e i risultati sono sotto gli occhi di tutti noi.

Ma come veniamo condizionati a vibrare con le emozioni più basse possiamo scegliere di vibrare con le emozioni a più alta frequenza e a creare la nostra realtà di vita a partire da lì.

Come mai nessuno finora mi ha parlato di questo principio fondamentale e sono stato costretto a viverne all’oscuro muovendomi in un pantano emozionale?

Come mai nessuno della maggioranza degli esseri umani sembra averlo fatto nella vita ?

Alcune risposte me le sono date e da quel momento ho scelto di utilizzare il Libero Arbitrio per selezionare accuratamente a quali immagini, a quali racconti, a quali emozioni voglio concedere la mia Attenzione e la mia Energia e con le quali risuonare per creare la mia Vita.

E lo stesso dovremmo fare tutti per dirigere la nostra Energia e il nostro Potere coscientemente evitando di creare il mondo che tanti, troppi di noi incoscientemente stanno vivendo.

Immaginate se i nostri figli e i nostri nipoti fossero istruiti su questo e fossero guidati a dare Energia alla parte più nobile, più vera di noi stessi!! 

Quando questo succederà si aprirà la porta del Nuovo Mondo.

Afterlife 6

Il Viaggio dell’Anima dopo il distacco dal corpo fisico prosegue con l’incontro che, a parere della maggior parte di coloro che sono tornati indietro e ricordano l’esperienza, ha un effetto profondo su di essi.

L’Essere che li accoglie viene definito un Essere di Luce con una personalità ben definita e percepibile.

La luce che emana è vividissima ma non abbaglia e non impedisce di vedere tutto quello che c’è intorno, ma soprattutto è l’amore e il calore che emana che, dicono, è inesprimibile e ci si sente completamente circondati, sereni e accettati alla sua Presenza, nonché magneticamente attratti da Essa.

A seconda delle credenze religiose avute in vita può essere identificato come Cristo o come un angelo.

La comunicazione con questo Essere avviene tramite la trasmissione di pensiero senza limiti né ostacoli con una chiarezza che esclude qualsiasi possibilità di errata comprensione o di poter mentire.

L’Essere di Luce pone le seguenti domande: “Sei preparato alla morte?”; “Sei pronto a morire?”; “Che cosa hai fatto nella tua vita che tu possa mostrarmi?”; “Che cosa hai fatto nella vita che ti sembra sufficiente?”.

Le domande non sono espresse per condannare, minacciare o accusare, ma per far riflettere sulla propria vita e potersi avviare alla comprensione della verità profonda del vissuto. 

Ecco una descrizione dell’Essere di Luce:

Sapevo che stavo morendo e che non potevo farci nulla perché nessuno poteva sentirmi…. Ero fuori dal corpo, su questo non ho dubbi, perché potevo vedere il mio corpo sul tavolo operatorio. La mia anima ne era fuori! Dapprima mi sentii male per questo, ma poi venne quella luce chiarissima. Dapprima sembrava pallida, ma poi divenne un raggio potente. Una enorme quantità di luce, non come una forte luce elettrica, era troppa luce. E da quella luce emanava calore; sentivo un senso di calore. Era di un giallo biancastro luminoso – no, quasi bianco. Luminosissima; ma non posso descriverla. Sembrava invadere tutto, eppure non mi impediva di vedere le cose intorno a me: la sala operatoria, i dottori e le infermiere, tutto. Vedevo chiaramente e la luce non mi accecava. Dapprima, quando venne la luce, non capivo bene che cosa stesse accadendo, ma poi la luce mi chiese, fu come se mi chiedesse, se ero pronto a morire. Era come parlare con una persona, ma nella luce non c’era una persona. Era la luce che mi parlava, ma con una voce… L’amore che veniva dalla luce è inimmaginabile, indescrivibile. Era una persona con cui era divertente stare! E aveva senso dell’umorismo – sì, lo aveva!

Tutto questo è il preludio a un evento di primaria importanza e profondità nel quale l’Essere di Luce presenta a colui che sta morendo una panoramica della sua vita. Lo scopo fondamentale è quello di provocare in lui una profonda riflessione su di essa. 

Il tutto avviene rapidissimamente con una sincronia quasi istantanea per assimilare tutta l’esperienza in un tempo terreno brevissimo.

A dispetto della velocità con cui avviene tutto il processo l’intensità è invece molto alta. Si percepiscono colori vibranti, tre dimensioni e il movimento. A queste immagini sono anche associate le emozioni, i sentimenti che le hanno accompagnate in vita. 

Lo scopo fondamentale di questa ricapitolazione è quello di far comprendere, a coloro che stanno passando oltre, la loro vita alla luce di due cose fondamentali per lo Spirito: imparare ad amare gli altri e acquisire la conoscenza. Nel regno ultraterreno questi sono i valori più importanti che regolano la vita delle anime. 

Il miglior paragone per descrivere questa esperienza l’ho ascoltato dalle parole con cui Padre Mariano Ballester, un gesuita che ha spaziato con la sua conoscenza e saggezza nel campo dello Spirito, lo ha descritto. Padre Ballester è stato anche lui protagonista di un episodio di pre-morte e al suo ritorno disse che era stato in compagnia di questo Essere di Luce che gli aveva mostrato tutti gli episodi della sua vita come una serie di diapositive che si succedevano su un immaginario schermo circolare che lo attorniava e commentava con l’Essere tutte le diapositive, sentendo tutta la carica emozionale e sentimentale che aveva provato in occasione di ogni evento. Poi è arrivato ad una serie di diapositive scure in cui non c’era nulla. Domandò all’Essere come mai erano scure ed egli gli disse che non potevano essere che così visto che sarebbe dovuto tornare indietro per vivere e riempire di immagini quello che mancava e che il suo compito, una volta tornato indietro, sarebbe stato quello di riferire quello che aveva vissuto durante la sua pre- morte.

Spero che il monologo finale del film American Beauty vi possa dare un’idea di quanto descritto.  

Il Padre Stato e la Madre Sanità

La struttura in cui è immersa l’esistenza nel mondo terrestre si esprime nella dualità. 

Sole/Luna, Luce/Buio, Bene/Male, Maschile/Femminile, Padre/Madre, chiaro/scuro, buono/cattivo, bello/brutto, dentro/fuori, alto/basso, largo/stretto, noto/ignoto, riso/pianto, gioia/tristezza, guerra/pace, piacere/dolore, mi piace/non mi piace. 

Da quando entriamo in questa realtà, in cui viviamo, siamo costretti a interpretare ogni fenomeno che arriva alla nostra percezione assegnandogli una di queste etichette connotative.

Veniamo cresciuti fin da piccoli, per la mia personale esperienza, con dei consigli e/o ammonimenti che i nostri genitori usano per far aderire e crescere la personalità dei figli ad un’immagine creata nelle loro mente. Ecco quindi: questo non si fa, questo non sta bene, per essere buono devi fare quello che ti dico, se fai il bravo dopo ti do….

Il padre come archetipo dovrebbe far crescere l’individuo nella capacità di fare le proprie esperienze nella vita e nella società accompagnandolo sul ciglio del trampolino dal quale dovrà spiccare il volo. Il padre dà protezione, sicurezza, capacità di affrontare la vita in compagnia della propria sana paura di volare senza farsi paralizzare da essa. Io sono qui con te che ti accompagno nell’esperienza che è solo tua. 

La figura della madre è quella di accogliere, consolare, assistere, curare e far crescere il proprio figlio nell’amore aprendolo ad esprimerlo senza paura né condizionamenti.

Nella struttura della nostra società lo Stato è chiamato a fare da Padre e la Sanità è chiamata a fare da Madre. 

Alcune domande si sono affacciate subito nella mente.

Nella mia personale esperienza di vita per me cittadino lo Stato ha assolto alle sue funzioni di Padre?

Considerando l’archetipo direi di no, basta osservare a quanto ingenti siano le risorse che ogni cittadino è tenuto a versare come imposte e come esse vengono impiegate spesso nella direzione che non ha come fine il benessere di tutta la popolazione ma solo di una ristretta élite di persone. Basti pensare ai servizi che vengono forniti in una città come Roma, esposta all’incuria e al degrado. In una mia esperienza lavorativa di molti anni orsono, in piena crisi economica, mi sono trovato costretto a pagare il 65% di quanto fatturavo allo Stato.

E la Sanità ha svolto quelle funzioni di cura, assistenza amorevole che solo una Madre può dare?

Nel servizio di assistenza alle persone che stanno per lasciare i propri veicoli molto spesso mi sono trovato nelle strutture sanitarie per la cura e l’assistenza (Ospedali, Case di Cura). Ma raramente ho trovato l’amorevolezza e la cura che una madre dovrebbe dare. In quei luoghi, per me sacri, sembra regnare l’indifferenza, la noncuranza, il menefreghismo per le persone che hanno bisogno di assistenza e di cura in uno dei loro momenti più fragili e delicati, quando non anche la cattiveria, la rabbia fino a rasentare il sadismo di certe persone che fanno del camice bianco una manifestazione di arroganza e di algida indifferenza. 

Ho assistito personalmente, in un ospedale della capitale, a una persona di circa 80 anni, che seguivo, a cui l’infermiere di turno stava cercando di fare un prelievo di sangue sostituendo il laccio emostatico con un normale elastico, infierendo inutilmente sulle vene del malcapitato producendo una devastazione. Tutto questo perché il laccio mancava. 

La dualità fa scivolare facilmente nella separazione.

Tutta la nostra civiltà odierna continua ad affondare le sue radici nel capitalismo che si basa sulla separazione, privilegia l’individualità esasperata, la competizione, l’affermazione di me stesso a discapito degli altri, l’io per me prima di tutto e di tutti.

La separazione ci condanna inesorabilmente a rimanere sempre più soli nella Materia, quando invece lo Spirito ci riporta sulla strada della comunione, tutti siamo uno e quello che faccio per gli altri è a beneficio, utilità e servizio anche per me. Da lì si può poi discendere nella materia ricordando che “solo per me” non esiste ma esiste Uno, che siamo tutti noi. Che il Bene di tutti è di tutti e quindi, e solo alla fine, è anche il mio. 

Lo Spirito irradia di sacralità tutto quello che facciamo. Quindi impiegare le proprie energie in una attività di governo della società o di assistenza e cura delle persone malate e più deboli è un atto sacro e come tale è un privilegio che non ha necessità di alcuna altra remunerazione perché il più alto onore è lavorare per il bene di tutti. 

Per questo i rappresentanti del governo dello Stato si chiamano onorevoli.

Afterlife5

Sono state descritte finora tutte le fasi immediatamente successive al distacco dal corpo fisico e la constatazione di avere un corpo di altra natura con delle prerogative sensoriali diverse dal proprio corpo fisico.

Si è stati pressochè nelle vicinanze della materia da cui ci si è distaccati, ma ora ci si addentra sempre di più nell’esperienza e ci si muove verso altri luoghi.

Molti di coloro che sono tornati da un’esperienza iniziale di morte riferiscono di aver avuto delle sensazioni uditive.

A volte spiacevoli definite come un ronzio persistente, un ticchettio, un clangore metallico, un suono sibilante simile al vento.

A volte piacevoli come un suono di campanelle, un suono di campanellini eolici, un’arpa eolica (strumento a corde dentro cui passa del vento che le fa vibrare) se non quando una musica maestosa, celestiale.

Insieme a questa sensazione sonora ci si trova a percorrere rapidamente e forzatamente uno spazio buio. 

Questo spazio buio viene descritto come una galleria, una cantina, un pozzo, un canale, un recinto, una gola, un vuoto, un cilindro, una valle.

In alcuni individui con un’educazione religiosa ci si ricollega alla Valle dell’ombra della morte descritta nella Bibbia salmi 23:4 “quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza”.

C’è una simmetria perfetta tra il modo di venire alla luce del mondo terreno e quello da cui ci si diparte attraversando uno spazio buio che assume la forma di un canale, una galleria.

Pur essendo in uno spazio buio non si prova alcuna paura ma una sensazione di pace e di quiete.

Molti hanno detto di non essere soli ma di avvertire la presenza, a volte da subito a volte più in là nell’esperienza, di Esseri venuti per aiutarli e accompagnarli nel viaggio di ritorno al Padre, a volte per comunicare loro che non era ancora giunto il tempo della morte e che sarebbero dovuti tornare indietro. 

Molto spesso questi Esseri sono delle persone alle quali il viaggiatore era legato da vincoli di parentela, di amicizia, ma comunque persone con cui si era legati da una speciale vibrazione di risonanza animica.

Nella testimonianza che ricevetti dalla persona che incontrai in un letto di ospedale ella mi disse di aver visto nel buio la figura di suo zio amatissimo che le veniva incontro, ma non era l’immagine dello zio come lei lo ricordava alla sua morte, bensì molto più giovane che esprimeva piena salute ed era vestito con un vestito bianco. La prese per mano e percorsero insieme lo spazio buio dove si trovavano in direzione di una luce vivissima. 

Arrivati lì lo zio le disse che non poteva proseguire e che sarebbe dovuta ritornare nel proprio corpo fisico perché aveva un compito da terminare nella materia.

Spesso infatti coloro che sono ritornati descrivono un confine, un limite oltre il quale la loro esperienza di pre-morte deve cessare e debbono tornare. 

Questo confine viene descritto come una distesa d’acqua, un campo, un muro, una linea, una siepe.

Ecco una descrizione di una paziente intervistata dal dr. Moody:

“L’esperienza ebbe luogo durante la nascita del mio primo figlio. All’ottavo mese di gravidanza mi venne quello che il dottore chiamò uno stato tossico consigliandomi di entrare in ospedale dove avrebbe provocato il parto. Subito dopo la nascita del bambino ebbi una violenta emorragia e il dottore faticò molto a fermarla. Ero consapevole di quello che stava accadendo perché, essendo io stessa infermiera, capivo che pericolo corressi. Poi persi conoscenza e sentii un rumore fastidioso, come un ronzio. Mi parve di trovarmi su una nave o un piccolo vascello in viaggio verso la riva opposta di una vasta distesa d’acqua. Sull’altra sponda vedevo tutti i miei cari defunti; mia madre, mio padre, mia sorella e altri ancora. Li vedevo, vedevo i loro volti com’erano quando erano sulla terra. Sembrava mi facessero cenno di raggiungerli e io dicevo: no, no non sono ancora pronta a raggiungervi. Non voglio morire. Non sono pronta ad andarmene. Infine la barca raggiunse quasi la spiaggia opposta, ma proprio prima di toccarla si volse e tornò indietro”.

Il Padre e la Madre e il padre e la madre

Veniamo su questa Terra ad indossare dei veicoli fisici attraverso l’unione del maschile e femminile.

La procreazione, come dice la parola stessa, è l’atto attraverso cui vengono creati gli strumenti che ci permetteranno di prendere il contatto con questo mondo.

La crescita del nostro essere naturale, come involucro di quello spirituale, è affidata alle cure della madre e del padre. 

Solo oggi so che essi dovrebbero instillare dentro di noi i semi che ci possano permettere poi di far crescere il nostro corpo, la nostra mente e la nostra anima in accordo tra di loro.

Come il Mahatma Gandhi disse: “la felicità è quando ciò che pensi, ciò che dici e ciò che fai sono in armonia”.

Attraverso questo immane lavoro i genitori dovrebbero consentire ai propri figli di poter poi esprimere il compito, scelto nell’aldilà, che hanno deciso di sperimentare e risolvere sulla terra.

Nella mia personale esperienza sono cresciuto acquisendo, man mano che passavano gli anni, la sensazione che i miei genitori mi costringevano a creare dentro di me una struttura a cui aderire che in qualche modo generava una dissonanza sempre più forte con un’altra parte presente dentro di me. 

Una parte di me desiderava esprimersi in piena libertà con gioia, con entusiasmo, con curiosità e questa parte veniva in conflitto con questa struttura che si stava creando che imponeva delle regole, dei comportamenti, delle costrizioni, dei doveri a cui doversi conformare. 

Più passava il tempo e più la frattura diveniva importante. Nasceva dentro di me il forte dubbio che i miei genitori volessero la mia felicità e parimenti la sensazione che questo loro modo di comportarsi fosse in qualche modo incoerente.

A questa frattura ho risposto rinnegando quello che sentivo per lo Spirito scegliendo di seguire i consigli, i voleri dei miei genitori con la speranza di essere da loro amato.

Ho poi scoperto che moltissimi figli hanno sperimentato dentro di loro il generarsi questa frattura e sentito questa incoerenza.

E’ come se, venendo al mondo, noi portassimo i semi della conoscenza delle figura archetipica del padre e della madre nella nostra essenza che in qualche modo rimanda alla perfezione del Padre e della Madre Celesti.

E noi cerchiamo questa magica perfezione nei nostri genitori terrestri, ricerca infruttuosa ed improbabile che può condizionare anche tutta la nostra vita.

Come si reagisce alla constatazione che nostro padre e nostra madre non sono come il Padre e la Madre?

C’è chi si sottomette alle regole, ai dettami, c’è chi si ribella, c’è chi trova delle vie di fuga nelle emozioni tossiche (fumo, sesso, droga, alcool, denaro, potere), c’è chi smette di farsi domande e trascorre la sua vita nuotando in superficie. Ma in ogni caso c’è una generazione di una quantità impressionante di sofferenza che, molto spesso per fortuna, può aprire il nostro cuore al coraggio di trovare una nuova strada.

E’ normale che sia così perché i nostri genitori terreni, in quanto esseri umani naturali e a meno che non abbiano iniziato da relativamente giovani a lavorare per il loro Spirito, si portano dentro tutta una serie di ferite e di eredità emozionali familiari non risolte che offuscano la loro chiara visione, e che, se non viste e lavorate, si trasmetteranno in eredità ai propri figli.

Per la mia personale esperienza queste dinamiche si sono ripetute con una precisione ed una puntualità impressionanti nella mia vita tanto da farmi pensare che stessi vivendo la vita di mio padre piuttosto che la mia. E si ripetono con una sincronia e una precisione assolute anche negli incidenti che costellano la vita di qualcuno di noi e dei suoi familiari, anche nelle malattie che si ripetono identiche di generazione in generazione con gli stessi esiti finali.

Partendo allora dalla constatazione che mio padre e mia madre non possono essere il Padre e la Madre gran parte della mia rabbia, della mia delusione si è magicamente dissolta perché ho capito profondamente che hanno fatto tutto quello che potevano, come potevano, quando potevano e li ringrazio per quello che hanno fatto e così sia.

Però è nata anche la convinzione che lo sviluppo delle anime appena arrivate non può essere affidato a chi non ha fatto un percorso di purificazione della sua. Spesso, a causa della vita che oggi siamo costretti a vivere che di fatto impedisce od ostacola questo percorso, non possono essere i genitori naturali ad occuparsene. 

Afterlife 4

Che cosa si diventa una volta abbandonato il proprio corpo fisico?

Coloro che lo hanno abbandonato, nelle testimonianze avute dal dott. Moody, riferiscono che ci si sente in un altro corpo le cui descrizioni sono, tra loro, sorprendentemente simili.

In contrapposizione al corpo materiale, appena perso, esso può essere definito spirituale.

L’idea, che sottende alle più svariate descrizioni che ne sono state fatte, vuole esprimere qualcosa che ha la consistenza di una nube, a volte di vari colori, o volute di fumo, o vapore trasparente, o concentrazione di energia.

Ha una sagoma, spesso uguale al corpo fisico, una forma tondeggiante con delle parti simili a proiezioni della testa, braccia e gambe e, quindi, esistono delle estremità una in alto ed una in basso.

Alcuni hanno parlato a questo proposito di una somiglianza tra il loro corpo fisico ed il nuovo corpo:

“Sentivo di avere sempre una forma corporea completa, gambe, braccia, tutto, pur essendo senza peso”.

Si fa esperienza, dapprima, delle limitazioni di questo nuovo corpo.

L’assenza di peso e quindi della gravità è la prima, ci si sente galleggiare sul soffitto del luogo in cui il corpo fisico è stato abbandonato, di essere trascinato via come dalla corrente.

Poi l’assenza di tutte quelle percezioni che permettono al nostro corpo fisico di percepire in quale punto dello spazio ed in quale posizione si trovi, se siamo fermi oppure in movimento. Il senso dell’equilibrio e la sensazione del movimento che proviene dal nostro senso cinetico ossia dalla tensione nei muscoli, nei tendini e nelle giunture. Normalmente non ci accorgiamo del senso cinetico perché viene costantemente usato. 

Ci si accorge di non essere visibili, si vedono medici, infermieri o altri presenti che guardano in direzione del corpo spirituale senza dar segno di averlo visto. 

Si perde il senso del tatto per cui se si cerca di afferrare cose o persone presenti è come se le mani passassero attraverso senza possibilità di fare alcuna pressione sulla materia fisica.

Per esempio se si cerca di aprire una porta la maniglia sembra attraversare la mano quando si cerca di prenderla, ma non è necessario aprire nessuna porta in quanto la consistenza del nuovo corpo permette di attraversarla.

Quest’assenza di limitazione permette quindi di spostarsi in maniera estremamente rapida, quasi istantanea. 

Il tempo, come sperimentato nella terra, non fa parte della nuova esperienza del corpo spirituale.

Come è libero il movimento in questo nuovo stato così è libero il pensiero.

La mente è chiarissima, lucidissima e “tutto quello che provavo giungeva infine ad avere un significato”.

I sensi corrispondenti alla vista e all’udito sembrano essere molto più potenti.

Riguardo alla vista si riesce a vedere molto più lontano e nitidamente. 

Ecco quello che riferisce una donna che lasciò il proprio corpo fisico in seguito ad un incidente: “c’era molta gente che correva intorno all’ambulanza. Ogni volta che guardavo una persona, chiedendomi  cosa stesse pensando, come per uno zoom improvviso mi trovavo là. Quando volevo vedere qualcuno molto distante, una parte di me, come un razzo tracciante, si recava da quella persona.”

Quanto all’udito non lo si può chiamare propriamente così nel corpo spirituale. 

La maggior parte afferma di non aver sentito voci o suoni, ma piuttosto di aver percepito i pensieri dei presenti.

“Potevo vedere la gente e capire quello che diceva. Non la sentivo, come adesso sento lei. Era piuttosto come sapessi quello che stavano pensando, esattamente quello che stavano pensando, ma solo nella mia mente. Capivo un momento prima che aprissero bocca per parlare”.

Infine nessuna lesione presente nel corpo fisico si trasmetterà al corpo spirituale, quindi la mancanza di un arto o la sua deformazione non si replicheranno nel nuovo corpo. 

Molti di coloro che hanno sperimentato una pre-morte riferiscono di un profondo senso di solitudine. In effetti ogni comunicazione con gli esseri umani si interrompe e il fatto di non poter comunicare quanto di straordinario si sta sperimentando molto spesso è disperante. 

Tuttavia questa solitudine è destinata a svanire appena si penetra più a fondo nel grande passaggio quando alcuni Esseri saranno incaricati di guidarci ed assisterci.

La galette des rois

La galette des Rois è un’usanza, finora per me sconosciuta, che proviene dalla Francia del 14mo secolo.

E’ una torta di frangipane che contiene all’interno un piccolo oggetto e viene venduta insieme a una corona di carta dorata.

Secondo la tradizione gallica chi riceve il pezzo di torta, con all’interno l’oggetto, diventa Re per tutto il giorno.

La galette des Rois serve a celebrare l’Epifania di Nostro Signore Gesù, riconosciuto Re dalla visita dei Re Magi, Epifania che chiude di fatto le festività natalizie.

Devo ringraziare l’Infinito e in particolar modo la mia compagna francese, se, proprio in questo momento particolare, nonostante la nostra vita comune ormai più che decennale, ha ricevuto l’ispirazione di celebrarla.

Aderenti alla tradizione abbiamo tagliato insieme la torta proprio nel punto esatto in cui era stato posizionato l’oggettino, tanto che lo stesso si è trovato a cavallo di due fette. 

Che fare? Abbiamo tirato a sorte chi dovesse indossare la corona e sono diventato Re.

Tutto questo succede, per me, non a caso, ma con un ben preciso disegno.

Infatti con una sincronia sorprendente la mia realtà di vita ha subito un potente scossone dalle fondamenta.

Le attuali misure di obbligo vaccinale, che mi riguardano direttamente, mi costringeranno a ridimensionare la mia vita terrestre in modo drastico. Di fronte a questa massiccia compressione delle libertà individuali, di fronte alla rabbia e alla tristezza nel constatare l’oscurità che stiamo attraversando in questo tempo, nel quale però ho scelto di vivere, quale strada sono chiamato a percorrere? Dove devo dirigere la mia attenzione e il mio Cammino? Quale è il mio compito in questo momento?

Ed ecco che divento Re per un giorno. 

Cosa vuol dire per me diventare Re per un giorno, proprio in questo giorno? 

Vuol dire accettare pienamente e completamente i doni che i Magi offrono: Oro, Incenso e Mirra.

Diventare Re è una strada che sono chiamato a percorrere, per diventare condottiero della mia Vita Interiore, della mia Anima, come Mandela è diventato Capitano della propria.

Diventare Re vuol dire riconoscere e sentire profondamente, non a parole, dentro il mio Essere la scintilla di Dio che alberga in tutti noi, purificandomi e rinnovandomi incessantemente per salire all’Ombra dell’Onnipotente.

Diventare Re vuol dire essere disposto al sacrificio del lavoro su me stesso, con coraggio, con perseveranza e persistenza, cosa che farò nell’intimità della mia casa.

La compressione ed il controllo che stanno esercitando su di me non fa altro che aumentare la determinazione e la volontà di salire più vicino al Padre e per questo ringrazio. 

Il senso del Natale

Quale è il senso del Natale?

Col passare degli anni della mia vita la risposta a questa domanda è molto cambiata.

Da bambino era il tempo dell’arrivo dell’uomo magico con la barba che, sulla slitta trainata dalle renne volanti, distribuiva regali a tutti coloro che ne avevano fatto richiesta con una semplice lettera.

A condizione, però, che si fosse stati buoni, ubbidienti, rispettosi per tutto il tempo precedente.

Ricordo ancora l’emozione febbrile con cui mio fratello ed io ci alzavamo all’alba del giorno fatidico per sbirciare, attraverso il vetro opaco della porta del salone, e percepire se, sotto le luci intermittenti dell’albero di Natale, si scorgesse una massa scura rivelatrice del passaggio dell’uomo vestito di rosso.

Era come entrare, all’apertura della porta fatidica, dentro il Paese dei Balocchi dove c’era ogni ben di Dio, ossia quello che tu avevi desiderato e chiesto, a tua disposizione. 

Lentamente questa magia infantile si è trasformata genericamente in una convinzione o fede nella nascita del Salvatore accompagnata dalla convenzione sociale di scambiarsi dei doni per ricordare i doni portati al cospetto di Gesù. 

Più mi addentravo nella vita lavorativa, a cui ero costretto o sceglievo di dedicare la gran parte del mio tempo, più la convenzione sociale assumeva i contorni di una costrizione/dovere a cui ero obbligato a sottostare. 

Ecco allora le corse frenetiche tra un impegno di lavoro e l’altro per cercare e acquistare dei doni per i familiari, i parenti, gli amici, i colleghi di lavoro, i clienti. 

E dopo altre corse tra un impegno di lavoro e l’altro per consegnare questi doni personalmente a ciascuno dei destinatari.

Arrivavo al giorno della celebrazione così stanco e attraversato da una rabbia profonda che mi chiudeva così tanto il cuore da impedirmi di provare piacere e gioia di condividere la festa con tutta la mia famiglia. 

Dentro di me c’era anche un richiamo flebile a voler stare da solo, in silenzio, raccolto come se qualcuno mi chiamasse ad andare da un’altra parte.

Nel mio Cammino attuale la celebrazione della nascita del Bambino Gesù ha assunto una sacralità e un significato sempre più profondo.

Chi è questo bambino che nasce? 

Sono io, è quella parte di me divina, è il mio Sé superiore, sono io che rinasco ogni volta che attraverso la porta di un cambiamento interiore.

Questo bambino interiore viene onorato dalla visita di tre Re che portano tre doni incommensurabili attraverso i quali siamo invitati a diventare Re della nostra Vita Interiore.

Essi sono guidati da una stella cometa, quindi un astro brillante e risplendente di luce propria e un nucleo cometario che, contrariamente a quanto si possa pensare, è uno tra gli oggetti del Sistema solare più scuri conosciuti (alcuni sono più neri del carbone) per ricordarci la dualità nella quale siamo immersi sulla Terra.

I tre Re sono le tre stelle allineate denominate la Cintura di Orione (Mintaka, Alnilan, Alnitak), ma in molte tradizioni popolari sono chiamate i Re Magi, che fanno parte della costellazione denominata Orione o il Cacciatore, detto anche l’Uomo in cammino.

Essa è visibile da ogni parte della Terra e ricorda la forma di una clessidra. 

I tre doni.

ORO

Simbolo di regalità e ricchezza. 

La regalità propria di ogni essere umano. 

La capacità di regnare su sé stessi, sulla propria vita interiore. 

La facoltà di vedere e dominare i propri impulsi e istinti inferiori, di vedere e esprimere le proprie emozioni senza ferire o arrecare danno a nessuno, facendo risplendere l’oro del Sole e dell’Amore che riscalda ogni creatura.

INCENSO

Richiamo diretto alla scintilla divina, alla particella di Dio in noi. Siamo custodi di questa scintilla divina, che ci collega direttamente al nostro Sè Superiore.

Da lì ogni cosa che facciamo diventa sacra e tutta la terra diventa un santuario dove sperimentiamo che tutto è per il bene, tutto è benedetto a partire dalla nostra esistenza.

Incenso vuol dire anche purificazione e rinnovamento. Liberandoci dalla confusione creata dalla nostra personalità per sviluppare la vista del gufo che ci permette di vedere chiaramente nella notte.

MIRRA

Simboleggia lo spirito di sacrificio attraverso cui si può portare guarigione. Sacrificio inteso come Sacro Ufficio, attività sacra espressione di disciplina, volontà di mettersi al Servizio e desiderio di mettersi a disposizione per curare sia il corpo che l’anima di chi richiede il nostro aiuto, ma soprattutto di noi stessi. 

Infine sento come verità che, secondo la Scienza Iniziatica, le tre stelle della Cintura di Orione sono i tre atomi permanenti, che seguono il Cammino di ogni anima attraverso le incarnazioni. 

Essi contengono una sintesi delle esperienze più importanti dell’ultima vita trascorsa

Esse serviranno come struttura primordiale per l’ideazione e la costruzione della futura incarnazione, patrimonio di Intelletto, Cuore e Volontà.

Questo vuol dire per me Natale, ma per celebrarlo in questa prospettiva di intimità, di soavità, di profonda sacralità bisogna prima bagnarsi nel mare del silenzio. 

Buon Natale a tutti voi

Afterlife 3

Quali sono gli stati d’animo che si manifestano dopo l’abbandono del corpo fisico?

La maggior parte di noi esseri umani ha un’identificazione col proprio corpo fisico quasi totale e per molti pensare che ci possa essere un’esistenza senza di esso è inconcepibile.

Quindi trovarsi ad osservare il proprio corpo fisico senza più vita genera una notevole quantità di confusione con una domanda che si affaccia: che cosa mi sta accadendo?

A seguire alcuni sperimentano una profonda paura, il panico seguito da un disperato tentativo di rientrare nel corpo fisico senza peraltro riuscirvi.

Alcuni ascoltano la notizia della propria morte da coloro che sono vicino al loro corpo e c’è il tentativo di rassicurarli che non si è morti e che ci si trova proprio lì vicino, un tentativo vano vista l’impossibilità di parlare o toccare o abbracciare.

Alcuni altri sperimentano una profonda sofferenza nel vedere lo stato in cui è ridotto il corpo fisico, appena abbandonato, soprattutto coloro che hanno subito incidenti mortali a causa di cadute o incidenti stradali.

Altri non riconoscono il corpo che hanno appena abbandonato come se credessero che avesse un aspetto diverso.

Altri ancora provano emozioni positive come un senso di pace e di quiete nell’averlo abbandonato.

Ma molto spesso si affaccia la preoccupazione del non sapere dove andare e cosa fare!!!

Si realizza che si è morti e molti aspettano.

L’intento motore che mi spinge a scrivere queste pagine è proprio quello di fornire, a coloro che vorranno leggere, una mappa di quello che avverrà dopo la propria morte fisica per evitare di vagare inconsapevoli per chissà quanto tempo.

Pensate infatti a coloro che credono che la cessazione delle proprie funzioni vitali terrestri sia la fine di tutto e che dopo non ci sia nulla!!!! 

Oppure a coloro che attendono il Giudizio Universale!!!

Quanto tempo dovrà passare prima che si ricredano? 

Quando si presenteranno loro degli esseri, mandati apposta per aiutarli a trovare la strada, potrebbero rifiutare di seguirli, credendo che non esistano e che non esista un posto dove andare!!!

Ci sono poi degli esseri che non vogliono lasciare questa terra per vari motivi.

Vuoi per non abbandonare tutto quello che hanno accumulato nella materia.

Vuoi per non lasciare luoghi ai quali sono particolarmente legati da emozioni positive o negative. 

O vuoi anche perché non vogliono abbandonare qualcuno che è rimasto sulla terra a cui sono legati da forti sentimenti.

Quando questo succede si parla di presenze o fantasmi.

Un uomo anziano, ipovedente a causa di una malattia degenerativa, mi ha riferito di essersi svegliato di notte per andare al bagno e di aver visto delle persone che, attraversando un muro, erano entrate nel salotto di casa sua. Gli ho chiesto se conosceva queste persone e mi ha risposto che non le conosceva. Impaurito ha gridato: andate via da casa mia!!! Esse sono uscite come erano entrate. Infatti l’uomo ha controllato se la porta di casa fosse aperta e ci fossero dei segni di effrazione, ma tutto era in ordine.

Una persona a me molto vicina mi ha riferito che per anni ha visto nel corridoio della sua casa una bambina piccola con i capelli biondi ed un vestitino bianco che correva. La cosa le è stata confermata anche da un sensitivo ospite che, invitato nella sua casa, le ha chiesto chi fosse quella bambina che vedeva correre in casa.

Altre volte sono perfino coloro che rimangono che con le loro preghiere e con i forti sentimenti che provano per quelli che sono andati solo temporaneamente, non li lasciano liberi di andare e li tengono ancorati in prossimità della terra. 

Per questo motivo, anche per chi rimane, sapere cosa succederà ai loro cari e conoscere il luogo dove andranno a stare può far sentire sì la mancanza ma può contribuire a sviluppare un sentimento di sollievo confortante.

Sant’Agostino meglio di chiunque altro riesce ad esprimere questo.

“La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come se fossi nascosto nella stanza accanto.

Io sono sempre io e tu sei sempre tu.

Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.

Chiamami col nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.

Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.

Prega, sorridi, pensami!!

Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia di ombra o tristezza.

La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.

Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente solo perché sono fuori dalla tua vita?

Non sono lontano, sono dall’altra parte proprio dietro l’angolo.

Rassicurati va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.

Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami il tuo sorriso è la mia pace.”

Mente ordinaria e mente profonda

Cosa è la mente? 

Convenzionalmente descriviamo la mente come la capacità di capire, immaginare, discernere e interpretare la realtà nella quale siamo avvolti.

Uno stimolo arriva alla percezione dei nostri sensi e la mente lo etichetta, frugando nei cassetti della memoria, assegnandole un nome e delle caratteristiche associate ad esso. 

Quando osservo un oggetto sferico, di colore giallo/rosso, di consistenza dura, di superficie lucida, da cui parte un altro oggetto cilindrico, ad esso attaccato nella superficie superiore leggermente affossata, di colore marrone scuro e di consistenza più coriacea ma flessibile tutto questo nel mio cervello corrisponde al termine Mela.

Il percorso attraverso cui creiamo la nostra realtà si dipana dalla esperienza alla conoscenza alla memoria al pensiero ed infine all’azione. 

La percezione crea l’esperienza da cui ricavo una conoscenza che viene confrontata con ciò che c’è nel magazzino della memoria da essa giunge un pensiero che si collega ad una emozione e sulla base di questo aggregato agisco creando nuova esperienza. 

Questo processo è così automatico, sofisticato e velocissimo per cui ha senso assimilare la mente ed il cervello ad un computer completo di software ed hardware.

Questo computer riesce ad elaborare una quantità di informazioni e reazioni impressionanti.

Basti pensare alla quantità di cicli mentali che deve fare un pilota di un jet supersonico in una partizione di tempo brevissima.

Oppure un pilota di formula uno.

La maggior parte delle attività ripetitive nel tempo scendono nel nostro livello inconscio per diventare loop automatici.

Quanti di noi hanno avuto modo di salire in auto e guidare, immersi in un ciclo di pensieri dominanti, per accorgersi di seguire un percorso “automatico” che non era quello destinato a raggiungere il luogo dove avremmo dovuto andare.

La mente ordinaria riesce a fare tutto questo utilizzando solo il 10% delle nostre capacità intellettive.

La mente ordinaria non ferma mai la sua attività forsennata e per questo, nella tradizione buddista, viene chiamata la mente scimmia. Come una scimmia salta di ramo in ramo per cercare qualcosa di suo interesse così la mente ordinaria salta da un pensiero/emozione ad un altro senza nessun governo apparente. 

Si può impiegare tutta la vita ad esercitare così la mente ordinaria.

Ma è come fare il giro del mondo sulla tavola da surf.

La mente ordinaria nel suo moto perpetuo chiacchera incessantemente dentro la nostra testa.

Nei miei primi periodi di meditazione, seduto in postura, rimasi sorpreso di sentire una canzone che cantava nella mia testa, questo canto era incessante e generava una forte dose di avversione.

Più tardi, in seguito alle condivisioni di altri meditanti, scoprii che era un modo comune di funzionare della mente.

Seguire la mente ordinaria ha generato e genera in me una grande quantità di sofferenza e ci sono esseri umani che rimangono suoi prigionieri per tutta una vita. 

Perché? 

Perché non sanno che nel rimanente 90% della mente c’è qualcos’altro a cui si può avere accesso a patto di conoscerne il percorso e mettersi su quel cammino: la mente profonda.

C’è una metafora che adoro tra l’onda e l’oceano mare.

Quando il vento soffia sulla superficie del mare si genera un’onda. 

Se io penso di essere un’onda sarò sempre agitato dai venti dei pensieri/emozioni che mi porteranno via con le loro correnti. 

I venti e, di conseguenza, le onde possono essere impetuosi.

Alcune volte questi venti e queste onde si incroceranno e si scontreranno creando una tempesta.

Ma questa è solo la superficie del mare. Questa è solo la mente di superficie.

Quando ero più giovane, ossia il secolo scorso, amavo il mare agitato perché potevo aspettare l’onda tuffandomi sotto di essa prima che potesse travolgermi.

Perché l’oceano mare, sotto l’onda, diventa mano a mano più calmo e se trovo il coraggio di scendere nella sua profondità, dove solo le donne Ama riescono ad andare, lì regna una calma ed un silenzio assoluti. 

Lì regna la mente profonda. 

E lì, anche quando sono in preda al dolore e alla rabbia, alle onde delle agitazioni emotive, la mia mente è sempre calma. 

Lì dove la vita sembra non esserci, come sulle più alte vette montane, perché non c’è il respiro, se riesci a stare, ti accorgi che non c’è più bisogno di respirare e una pace indescrivibile ti viene a trovare. 

In quel breve momento di beatitudine perdi il senso dell’io, del tuo piccolo mondo illusorio e sfoci nel grande oceano della Coscienza Collettiva dove SEI, SEI CONNESSO A TUTTO, SEI TUTTO. 

Allora da lì arrivano intuizioni, realizzazioni. Dal meraviglioso fiore della Conoscenza/Coscienza arriva una stilla di nettare direttamente dentro di te bypassando la esperienza-conoscenza-memoria-emozione/pensiero-azione e tu sai profondamente.

Sai che sei oceano e quando l’onda si frangerà sulla riva ritornerai all’oceano.

Afterlife 2

Il Viaggio di ritorno al Padre inizia con la morte del corpo fisico.

Quello che di noi si stacca dal corpo fisico possiede ancora un corpo, ma di altra natura e caratteristiche che più in là esamineremo.

Questo corpo all’inizio rimane in prossimità del corpo fisico dal quale si è staccato.

Generalmente nello stesso ambiente in cui esso si trova. 

E’ in grado di percepire, anche se le esperienze di percezione sono sostanzialmente diverse da quelle che ineriscono la natura terrestre dei veicoli inferiori che sono comuni a tutti gli esseri umani.

Per questo motivo coloro che sono tornati indietro non trovano i mezzi di comunicazione adatti per esprimere quello che hanno vissuto. Non esistono parole per esprimere quanto hanno sperimentato, non ci sono aggettivi o superlativi in grado di riferire e spiegare.

Questo perché siamo immersi in un mondo terrestre a tre dimensioni, ma appena questo viene abbandonato le dimensioni aumentano e per questo è difficile parlarne.

Anita Moorjani, che è tornata indietro da questo viaggio per lei miracoloso, descrive piuttosto bene ciò che si prova:

Immagina un enorme e buio deposito.

Tu vivi lì e per vedere hai a disposizione solo una torcia.

Tutto quello che sai sul suo contenuto è ciò che vedi attraverso il fascio di luce della tua piccola torcia. Riesci a vedere solo ciò su cui si sofferma la tua torcia, e identifichi ciò che già conosci.

La vita terrena è proprio così. 

Siamo consapevoli solo di quello su cui focalizziamo i nostri sensi in ogni istante, e riusciamo a comprendere soltanto ciò che ci è già familiare.

Ora, immagina che un giorno qualcuno accenda un interruttore. 

Per la prima volta, in una subitanea esplosione di luce, suoni e colori, vedi l’intero deposito e scopri che non ha nulla a che fare con quello che avevi immaginato. 

Le luci lampeggiano, dardeggiano, risplendono e lanciano scintille rosse, gialle, blu e verdi.

Vedi colori che non conosci, altri che non avevi mai visto prima……

Luci al neon pulsano e ondeggiano in un arcobaleno color amaranto, giallo limone, vermiglione, uva, lavanda e oro. Trenini elettrici corrono lungo i binari su, giù e attorno agli scaffali stipati di scatole, pacchi, fogli, matite, vernici, inchiostri dai colori indescrivibili, scatolette di cibo, confezioni di caramelle multicolori, bottiglie di soda effervescente, cioccolato di tutti i tipi, champagne e vini provenienti da ogni angolo del mondo. 

All’improvviso fuochi d’artificio esplodono nell’aria diffondendo fiori scintillanti, cascate di fuoco freddo, braci sibilanti e giochi di luce.

Capisci che quella che un tempo consideravi la tua realtà in effetti non è che un minuscolo granello nella meravigliosa vastità che ti circonda…..

In questa aumentata sensibilità percettiva molti descrivono delle sensazioni estremamente piacevoli. 

Un senso di pace, benessere, agio. Un senso di solitudine e di quiete della mente. La fine delle preoccupazioni.

Anche chi si è momentaneamente distaccato dal corpo fisico a seguito di un evento traumatico parla di mancanza di dolore e un senso di sollievo e profonda rilassatezza. 

Molto spesso chi lascia il corpo fisico alla presenza di medici o familiari ascolta la notizia della propria morte da essi. 

Questo provoca una profonda paura e smarrimento. 

Alcuni tentano disperatamente di comunicare con i presenti senza riuscirci avendo perso i propri veicoli fisici.

Altri narrano di aver realizzato di poter non solo ascoltarli parlare, ma addirittura di entrare in contatto con i loro pensieri.

Come volontario ospedaliero ho avuto modo di ricevere la condivisione di una malata ricoverata in una struttura ospedaliera della capitale che mi ha riferito di aver avuto, anni prima, un episodio di cosiddetta pre-morte.

Tra gli aspetti del suo racconto, che sorprendentemente collimano con quelli descritti dal dottor Moody, mi disse che, mentre stava ritornando indietro dal luogo in cui era andata dopo il distacco dal suo corpo fisico, ha ascoltato una voce che diceva “scuotetela, scuotetela”….

E’ facile comprendere quanta attenzione e delicatezza dovrebbe essere riposta da medici e infermieri a quello che viene detto durante le operazioni chirurgiche. Accanto alla perizia tecnica dovrebbe essere coltivato anche il rispetto per l’individuo che si sta operando evitando di tenere conversazioni da bar.

Come è altrettanto facile comprendere da questi racconti che un individuo dichiarato deceduto e pronto per l’espianto dei suoi organi in realtà potrebbe non essere effettivamente ancora morto, oppure lo potrebbe essere momentaneamente per poi tornare. 

Om namah Shivaya

E’ un mantra, il più famoso e potente mantra della religione induista. 

Che cosa è un mantra?

E’ la ripetizione continua delle parole sacre che lo compongono, ripetizione che può avvenire verbalmente, mentalmente o con un canto.

E’ composto da due parole della lingua sanscrita: man che vuol dire pensare (da cui manas – mente) e tra, che corrisponde all’aggettivo sanscrito kṛt “che compie”, “che agisce”,  a significare “veicolo o strumento del pensiero o del pensare” ovvero un’“espressione sacra che corrisponde a un verso del Veda, a una formula sacra indirizzata ad un deva, a una formula mistica o magica, a una preghiera, a un canto sacro o a una pratica meditativa e religiosa.

Ma oltre a questo le sillabe Om, Na, Mah, Si, Va sono un richiamo diretto ai cinque elementi Terra, Acqua, Fuoco, Aria e Spazio che rappresentano le fondamenta del pensiero filosofico orientale. 

Attraverso la vibrazione delle parole si invoca il contatto con la divinità a cui viene rivolto. 

Nello specifico questo mantra viene rivolto a Shiva una divinità della Trimurti (insieme a Brahmā il creatore e Vishnu il preservatore).

Shiva rappresenta invece il distruttore.

Che cosa distrugge Shiva? E’ il distruttore del falso, dell’ignoranza, dell’ego, delle cattive tendenze, delle apparenze e delle false credenze.

Il significato delle parole che lo compongono è ben preciso: mi arrendo a te, Dio Shiva.

O anche: sia fatta la tua volontà, con un’eco più cristiana.

In passato ho sperimentato la potenza dei mantra, avendo praticato per un certo periodo la meditazione trascendentale. Un mantra ripetuto ha la capacità di innalzare le tue vibrazioni e spostarti dal luogo in cui sei per farti vedere meglio, come alzarsi in volo con un elicottero.

Sono stato portato a parlarvi di questo mantra perché, camminando per Roma al ritmo della musica che ho sul mio telefono, è “capitato” il brano che troverete in coda all’articolo in un arrangiamento più adatto a noi occidentali. 

Ascoltandolo ho iniziato immediatamente a cantarlo, come sempre faccio con le formule sacre. E qualcosa è accaduto dentro di me che ha sollevato il mio spirito dal luogo in cui mi trovavo. Per questo vi invito ad ascoltarlo e cantarlo, in particolare quando sentite attrito, per sperimentare cosa succede dentro di voi.

Queste parole sacre invocano che una parte di noi (la nostra Personalità, l’Ego, l’Io solo per me) si arrenda ad un’altra parte di noi superiore e chiede l’intervento del distruttore Shiva.

Nel mio viaggio di ritorno verso lo Spirito è arrivato, ad un certo punto, il momento in cui Shiva mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha dato la possibilità di vedere come la mia personalità aveva costruito la mia vita fino ad allora. Questo momento nella vita di un Viaggiatore arriva sempre, è un passaggio obbligato.

Parafrasando Robert Frost l’unico modo per uscirne fuori è andare dentro a vedere come sei per liberare quella zavorra emozionale che ti impedisce di salire. 

Non esiste altra strada!! 

Nei primi momenti di questo processo ineludibile, che mi ha portato ad uscire fuori per vedere quello che avevo costruito, mi sono sentito confuso, disorientato, come se avessi perso la mia identità. 

E’ successo e succede allora, spesso, che la personalità, avvertendo il pericolo incombente per il suo potere, prende il comando. I messaggeri di Shiva, incaricati di portarti sull’elicottero (la tua guida, la persona che ti ama), vengono attaccati ferocemente costruendo, su ciò che sta realmente accadendo, una farsa o una tragedia. Nel mio caso a nulla sono valsi i loro tentativi di farmi comprendere quello che stava realmente succedendo e come mi stavo realmente comportando. La mia personalità aveva creato dei capri espiatori sui quali costruire tutta una storia perfettamente coerente. E si va via fuggendo da tutto questo per un altro giro di giostra. 

Io sono stato fortunato perché il mondo terreno che avevo costruito era andato già in distruzione prima che iniziassi questo mio viaggio. Ma vedo per i miei compagni viaggiatori che hanno costruito espressioni di vita nella materia altamente gratificanti (un bel lavoro, una sicurezza economica, una bella famiglia, una bella casa, un’attenzione al proprio fisico ed alla sua salute) quanto sia difficile essere disposti ad arrendersi al distruttore e riuscire a dire: sia fatta la tua volontà. 

Lo spettacolo che si apre davanti agli occhi, per la mia esperienza, è scioccante tanto da dire: possibile che io sono così, questo è il punto in cui mi trovo dopo tutta una vita?

Ci vuole coraggio a vedere come sei e lasciare a Shiva il compito di distruggere quello che una parte di te ha costruito in tutta una vita per rimanere senza identità e non sapere più chi sei, cosa farai, dove andrai ora. 

Quando succede bisogna coltivare l’umiltà di chiedersi: c’è qualcosa qui che non sto vedendo, c’è qualcosa dentro di me che genera attrito e non sto capendo?

Ma per arrivare a sentire qualcos’altro dentro di noi bisogna arrendersi, indietreggiare rispetto alla nostra identità terrena che è stata costruita.

Om namah Shivaya.

Il Libro dell’Amore

Che cosa hai fatto nella tua vita terrena che tu possa mostrarmi?

Che cosa hai fatto nella tua esistenza che ti sembri sufficiente?

Questo ci verrà chiesto dalle nostre Guide e dalle Gerarchie Superiori quando saremo aldilà.

Ripercorrendo la nostra vita appena terminata non avrà valore quale professione avremo fatto, quanto danaro avremo guadagnato, quante cose possederemo, se saremo stati eminenti uomini di scienza, di spettacolo, di politica, se avremo raggiunto notorietà, fama e potere nei confronti degli altri esseri umani. Certo tutto questo non sarà da rinnegare ma da utilizzare per raggiungere l’unica cosa che conterà.

L’unica cosa che conterà sarà se saremo stati in grado di aprire il Libro dell’Amore e scriverci sopra la nostra storia.

Pochi giorni orsono ho avuto modo di riascoltare un brano di un noto musicista e viaggiatore.

Il brano è the Book of Love ed il suo autore è Peter Gabriel. Il brano è presente nella colonna sonora del film Shall we dance in cui accompagna e celebra uno dei più bei passi della pellicola.

Il testo ha assunto un nuovo significato per me ora: è il dialogo tra un essere umano e la propria Essenza Solare.

Il libro dell’Amore è lungo e noioso

Nessuno riesce a sollevare questa dannata cosa

E’ pieno di diagrammi, di avvenimenti, di immagini e di istruzioni per danzare

Ma io amo quando me lo leggi 

E mi puoi leggere qualsiasi cosa

Il Libro dell’Amore contiene della musica

Infatti è da lì che viene la musica

Qualcuna è trascendentale

Qualche altra davvero stupida

Ma amo quando me la canti 

E mi puoi cantare qualsiasi cosa

Il libro dell’Amore è lungo e noioso

E scritto moltissimo tempo fa

E’ pieno di fiori e scatole a forma di cuore 

E cose che siamo troppo giovani per conoscere 

Ma amo quando mi dai qualcosa 

Dovresti darmi degli anelli nuziali.

L’invito è quello di tentare di aprire il Libro dell’Amore per scrivere la nostra storia di Amore.

L’invito è a non lasciare questa terra senza aver suonato la propria musica, danzato la propria danza, cantato la propria canzone.

Perché c’è una canzone per ogni cosa dell’Universo.

E quando ci apriamo a cantare la nostra canzone siamo allora in grado di poter ascoltare le canzoni di tutte le altre creature.

E quando siamo in grado di poter ascoltare le canzoni degli altri esseri cominciamo a percepire i fili d’oro e d’argento che ci collegano gli uni agli altri. 

E non ci sono io e ci sei tu, ma siamo tutti insieme a formare un tessuto impalpabile, luminoso, indistruttibile e magico come il bisso.

L’invito, soprattutto in questo momento storico, è ad uscire dalla rete della paura, dell’odio, della rabbia, della noia, dell’insoddisfazione e della ricerca insaziabile di nutrire Io, solo per me, per aprirsi ad atti di Amore senza condizioni nei confronti di coloro che stanno facendo questo viaggio insieme a noi.

Amore incondizionato vuol dire che dò senza aspettarmi nulla in cambio.

Amore Superiore che non è diretto verso un solo essere e non va a nutrire i suoi risvolti terrestri anche se estremamente appaganti.

E’ Amore che si irradia come Sole verso tutti e verso tutto e per risonanza porta tutto quello che sta intorno ad adeguarsi alla sua vibrazione.

Ma per farlo bisogna prendersi cura della nostra Essenza ferita, avere il coraggio di starle accanto e di farle esprimere, osservando, tutto il dolore, la sofferenza, le emozioni reattive che genera nelle interazioni con gli altri esseri senza farsi dominare dalla paura e dalla voglia di scappare per poterle così liberare. 

Vedere come si è fatti veramente, al di là di ciò che la nostra mente costruisce, è uno shock che lascia senza fiato e inebetiti per un po’ di tempo.

E’ un atto di fede, un salto nel vuoto per andare a vedere cosa c’è oltre quello che ho costruito con la mente e che ha regolato la mia vita fino ad ora, per uscire fuori dai confini del mio orto.

A partire d’allora avviene la magia dello stare insieme quando tutti i legacci che trascinano verso le emozioni più basse si allentano e si inizia a percepire il tessuto di fili d’oro e d’argento che ci uniscono.

Allora si inizia ad assaporare la pace, la gioia, la calma e il volere il bene dell’altro.

Quando saremo al cospetto delle Potenze Superiori ci verrà chiesto cosa avremo scritto nel Libro dell’Amore.

La Trasfigurazione

Trasfigurazione vuol dire cambiamento, metamorfosi. 

Quando lasciamo questa dimensione terrestre sperimentiamo una metamorfosi del nostro essere.

Da crisalide ci trasformiamo in farfalla.

Ci liberiamo dai veicoli che ci consentono di comunicare con questo mondo per amplificare quelli che ineriscono la nostra natura spirituale.

Ma la nostra Essenza viaggia anche durante tutta la nostra vita terrena in particolari momenti e condizioni.

Basti pensare al sonno ristoratore necessario per il nostro essere.

Cosa succede quando ci addormentiamo? Dove andiamo? 

Una parte del nostro essere, durante il sonno, viaggia. Abbandona il corpo fisico, al quale è legata per mezzo della corda d’argento, e viaggia in astrale. I sogni sono memorie tradotte di questi viaggi. 

Della corda d’argento, che sarebbe il filo di collegamento tra i veicoli inferiori e quelli superiori, se ne trova traccia nell’Ecclesiaste 12.1-8: ….. prima che si spezzi la corda d’argento e la lampada d’oro si infranga, si frantumi l’idria sulla cisterna e cada la carrucola nel pozzo; prima che la polvere faccia ritorno alla terra, d’onde è venuta, e lo spirito torni a Dio che glielo diede.

Esperienze di uscita dal corpo fisico possono essere vissute anche in condizioni diverse dal sonno incosciente. 

Ho avuto personalmente esperienza di questo quando ero poco più che ventenne. 

Allora praticavo la meditazione trascendentale. Essa consiste nella ripetizione di un mantra personale durante la seduta di meditazione. 

Mi trovavo in un luogo di vacanza invernale e, nella mia stanza d’albergo, ad un certo momento, mi sono visto seduto sulla sedia intento alla pratica meditativa. La posizione dalla quale stavo osservando la scena era vicina al soffitto della stanza, sulla sinistra e dietro rispetto alla parte di me seduta sulla sedia. 

Non avendo mai avuto, fino ad allora, conoscenza del fenomeno, mi sono immediatamente spaventato ritornando così velocemente nel mio corpo fisico.

La trasformazione che avviene con la morte è il distacco di questa corda d’argento.

Alcuni segni di questa trasformazione cominciano ad essere percepibili quando ancora siamo su questa terra.

La degenerazione del nostro corpo fisico e il ritrarsi progressivo della nostra energia dai nostri veicoli inferiori sono visibili e seguono un percorso ben definito.

Il nostro corpo è fatto di Terra, Acqua, Fuoco e Aria che insieme allo Spazio sono i cinque elementi sacri.

Quando si sta per lasciare i veicoli inferiori essi vengono meno seguendo questa sequenza sacra per tornare alla propria Essenza.

Quando si sta per morire l’elemento Terra svanisce per primo e le gambe ed i piedi si intorpidiscono ed il corpo diventa più rigido.

Svanita la Terra, l’Acqua ci lascia e si sperimenta il ristagno dei fluidi, l’incapacità di bere, l’incontinenza urinaria o intestinale, il rallentamento della circolazione del sangue.

Dissolta l’Acqua, il Fuoco ci lascia con delle vistose variazioni della temperatura corporea, la febbre può salire e scendere piuttosto rapidamente, il metabolismo rallenta ed alcune parti del corpo possono essere fredde ed umide come le mani ed i piedi mentre il centro del corpo può essere molto caldo.

Quando l’Aria viene meno si notano grandi cambiamenti nella respirazione. Respiri veloci e poi più lenti che non hanno più un ritmo definito. Lunghe pause tra una respirazione ed un’altra.

Fintanto che non c’è l’ultimo respiro. 

La corda d’argento si spezza e l’Anima è libera di iniziare il suo viaggio di ritorno al Padre. 

Ma da quale parte del corpo fisico prende il via il viaggio di ritorno?

La direzione dalla quale uscirà l’Anima dipenderà strettamente da come abbiamo vissuto questa nostra esistenza.

Se la nostra attuale esistenza sarà stata scandita dalla ricerca e dalla soddisfazione della materia e dei beni materiali, vivendo un inferno interiore, l’Anima uscirà dal 3° Chakra.

Se invece avremo vissuto privilegiando il Cuore e quindi avremo già fatto un certo lavoro spirituale in questo senso usciremo dal 4° Chakra.

I grandi Maestri di saggezza escono direttamente dal 7° Chakra.

Quindi il modo in cui viviamo questa vita influenzerà da subito quello che vivrà la nostra Anima quando lascerà il corpo fisico.

In questo modo inizia il Viaggio di Ritorno al Padre.

Espansione della Vita

Questo termine si presta ad una molteplicità di interpretazioni.

Può essere inteso nel senso di espansione della vita materiale, accumulando cose e denaro quanto più è possibile.

Può essere espansione della vita sociale, collezionando un numero sempre crescente di relazioni sociali che ci diano l’illusione di sentirci amati.

Come anche espansione della vita fisica, adottando tutte le cautele, gli strumenti e le nozioni mediche nel tentativo di non invecchiare e di poter prolungare la nostra vita fisica.

Ho potuto sperimentare di persona che si può trascorrere grande parte, se non tutta, un’esistenza, girando intorno su questa giostra. 

Ci si può espandere, questo sì, ma solo sul piano orizzontale appesantendoci via via sempre di più a causa di tutto quello che abbiamo scelto di portarci dietro, dimenticando che esso rimarrà necessariamente in questa vita.

Basta guardare il bagagliaio di qualcuno che decida di partire per una vacanza per avere un’idea approssimativa del meccanismo mentale in cui siamo immersi.

Non intendo dire che denaro, amici, cura di sé vadano abbandonati per vivere una vita da eremita in preghiera. 

Alleggerire il peso vuol dire, per me, cercare di vivere utilizzando quello che ci viene messo a disposizione senza appesantirlo con emozioni che generino attaccamento o repulsione, sentimenti a bassa vibrazione: rabbia, paura, noia, gelosia, risentimento, odio, rimuginazione….. 

Ma questo per la mia esperienza non ha niente a che vedere con il movimento di espansione della Vita dello Spirito. 

Esso chiede di raggiungere quei luoghi, dai quali proviene, per riflettere quella Luce nella nostra vita quotidiana. 

Quei luoghi non fanno parte di questa vita terrena e per arrivare in quella prossimità dobbiamo salire.

Come uno scalatore di montagna.

Come uno scalatore di montagna bisogna utilizzare una serie di strumenti che ci consentano di poter salire con una certa sicurezza (chiodi, corde, piccozze, ramponi) evitando di cadere, creando e utilizzando, nella fattispecie, delle attitudini che ci colleghino allo Spirito…

Come uno scalatore di montagna bisogna allenare il proprio corpo a stare in una dimensione inconsueta e muoversi in uno spazio diverso dove la gravità lo chiama verso la Terra, ma la spinta è verso il Cielo.

Ho sempre avuto amore per la montagna, sfortunatamente in passato non mi era possibile arrivare sulla vetta in quanto soffrivo di vertigini. I passaggi a strapiombo ma soprattutto l’approssimarsi della cima mi davano dei forti giramenti di testa, tanto che, spesso, ero costretto a ridiscendere prima di essere arrivato.

Ora, invece, anelo salire per gustare lo spettacolo intorno a me, sedermi sulla cima e riposare insieme alle propaggini delle Potenze Celesti che abitano quei luoghi, al cospetto del Cielo e del Sole.

Stare lassù mi fa sentire come se mi allontanassi dal mio corpo fisico, leggero per la rarefazione dell’aria, sempre più attento e presente e sempre più vicino al Superconscio.

Ma per arrivare su, sempre più su bisogna prima scendere nelle profondità come una sirena pescatrice di perle. 

Nella baia di Toba, sull’isola di Honshu in Giappone, da 2000 anni esistono le Ama

In questa lingua Ama vuol dire donne del mare e in effetti sono donne che dedicano la loro vita alla pesca in profondità. 

Si immergono senza nessuna attrezzatura subacquea. Dopo aver preparato i polmoni con ispirazioni profonde di circa 5 o 10 secondi, effettuano un’ultima inspirazione senza riempire completamente i polmoni.

Trascinate da una zavorra di 15 kg riescono a raggiungere i 30 metri di profondità dove, sembra, possano rimanere anche 20 minuti. 

Anticamente si immergevano completamente nude con solo un perizoma chiamato Fundoshi ma ora hanno un Isogi, una veste di lino bianco che le copre completamente.

Sono chiamate sirene perché quando risalgono in superficie emettono una serie di fischi che sono assimilabili a quelli dei delfini, il cui suono veniva anticamente scambiato per quello delle sirene. 

Essere una donna-sirena è, per loro, motivo di fierezza.

Come un Ama dobbiamo scendere nelle profondità di noi stessi, immergerci nel nostro Subconscio per cercare le nostre perle.

Le perle si formano quando un corpo estraneo rimane nella cavità della conchiglia. Esso viene allora ricoperto da strati successivi di madreperla allo scopo di difendere i tessuti dell’animale dall’irritazione.

Similmente dentro di noi, a seguito di eventi che vengono percepiti come traumatici e generatori di emozioni reattive intense, la nostra Personalità copre queste emozioni reattive per impedire di sentire quella sofferenza. 

Come un Ama, pazientemente e coraggiosamente, dobbiamo andare lì giù per riportare in coscienza e liberare dalla madreperla quella sofferenza.

Quello che noi consideriamo come una pietra preziosa, in realtà, non è che un tumore con cui la nostra energia emozionale viene coperta e questa stessa energia, se non trova una via di liberazione, si approfondirà necessariamente nel fisico. 

Ci vuole il coraggio di un Ama per andare fin laggiù e spesso, per la mia personale esperienza, quello che ho visto di me mi ha lasciato in un primo momento senza fiato ed attonito.

Il viaggio di espansione della Vita dello Spirito va per linee verticali e tanto si scende e tanto si sale!

Sono fiero di essere una pescatrice di perle come sono fiero di essere uno scalatore di montagna.

La grande illusione

La grande illusione è la conclusione cui sono giunto fino ad una certa età della mia vita.

Più trascorreva il tempo della mia età biologica più avvertivo un conflitto interiore.

Da una parte i testi sacri e la religione mi parlavano di un modello di essere umano che veniva su questa terra per aderire ed esprimere gli insegnamenti monumentali che Gesù il Cristo Benedetto e tutti i Santi avevano trasmesso. 

Insieme ai dogmi religiosi, crescendo, si erano aggiunti anche gli insegnamenti sui comportamenti più consoni per il benessere e la comunione da tenere nei confronti di membri della famiglia, della scuola, della società.

Ma tutto questo poi nella mia realtà di allora non trovava riscontro. 

Sentire mio padre e mia madre che mi redarguivano perché sarei dovuto andare alla Messa della Domenica e constatare che proprio loro per primi non andavano. 

Ascoltare il sacerdote insegnante di religione che ci parlava delle virtù cristiane e vedere i suoi occhi pieni di rabbia mentre tirava un orecchio di un bambino portandolo in giro per tutta la scuola. 

Più tardi quando decisi di condurre l’azienda di mio padre, che ci aveva lasciato, questo divario divenne sempre più profondo.

Non solo i colleghi/concorrenti riuscivano ad esprimere il peggio che un essere umano potesse, con un miscuglio venefico di egoismo, di sotterfugi, di accordi presi e disconosciuti; ma anche le stesse maestranze riuscivano a comportarsi seguendo il comando: Io, solo per me. 

Ero smarrito, confuso, fuori e dentro di me. 

Il mio sentire interiore mi portava dolcemente verso quei luoghi che mi erano stati descritti nelle Sacre Scritture, ma la realtà che ero costretto a vivere era distante, molto distante. 

Così distante da farmi arrivare alla conclusione che quello che sentivo fosse un’illusione, una favola, una meravigliosa favola, impossibile da vivere nel luogo in cui mi trovavo. 

Non rimaneva che vivere la vita che vivevano tutti quelli intorno a me!! 

Ora so quanto mi sbagliavo.

Il simbolo della Croce ci segna la strada. 

Una linea verticale che collega il Cielo con la Terra, una linea orizzontale che collega il maschile con il femminile. 

Al centro c’è IO che splende come Sole. 

Vivere la vita su questa terra deve essere un mezzo non un fine. 

Il mezzo per poter salire a sentire il Cielo ed Essere Sole. 

Il mezzo per poter esprimere la nostra parte maschile e la nostra parte femminile.

Ci invita a vivere la vita come un sogno, un sogno personale, diverso per ognuno di noi. 

Quando arriviamo lì non ha più importanza quello che facciamo ma come lo facciamo.

Non lo facciamo più per noi stessi, ma a beneficio, utilità e servizio di tutti gli esseri viventi.

Il video che condivido insieme a questo scritto parla proprio di questo. 

Seduto su una delle stelle della costellazione di Andromeda mi apro e sono senza più confini, immenso al cospetto dei Giganti dell’Universo di cui sono parte.

Sento di appartenervi, di essere tutt’uno: aperto, sconfinato e leggero. A Casa.

Questo è riuscito a regalarmi l’opera di questo essere umano.

Siamo venuti qui per provare questo e molto altro.

Quando si avvicina il periodo che porta al distacco dal nostro corpo fisico naturalmente si va verso questi territori sempre più frequentemente. 

E’ Anima che si sta preparando al grande ritorno. 

Purtroppo spesso accompagno persone fortemente calate nella loro materialità con la quale hanno vissuto per tutta una vita e che non vogliono lasciare per paura di perdere la loro identità.

Ma parlando con loro mi viene riferita una grande fatica ad occuparsi delle incombenze amministrative, burocratiche riguardanti i loro beni terreni. 

Come se fosse un pesante fardello da portarsi dietro. 

La realtà infatti è che tutto ciò che è materia è pesante e rimarrà insieme al nostro corpo fisico. 

Ma a dispetto di questa palese evidenza è molto difficile far cambiare loro prospettiva.

Anche se lo Spirito chiede proprio questo.

Afterlife

Cosa c’è dopo la morte?

E’ una domanda da cui la maggior parte degli esseri umani naturali, me compreso e per una buona parte della mia esistenza, si tiene a debita distanza dal chiedersi. 

Alcuni preferiscono negare l’esistenza di qualsiasi esperienza che non sia verificabile con i normali sensi e descrivibile secondo metodi scientifici.

Personalmente e fin da bambino ho sempre avuto certezza che ci sia qualcosa dopo questa avventura terrena, qualcosa che fa parte della nostra natura ed è naturale come respirare, come essere certi che dopo la notte viene il giorno, che dopo la luna spunterà il sole, un ritmo che fa seguire alla vita la fine della vita perché tutto cambi e si rigeneri. 

Cosa c’è dopo la morte è una domanda della quale nessuno può riferire la propria esperienza. 

Anzi, quasi nessuno!! 

Cosa succede quando abbandoniamo il nostro corpo fisico?

Oramai anche numerosi neuroscienziati e studiosi del cervello umano sono concordi nel ritenere che dopo la cessazione delle funzioni vitali di un individuo (cervello, cuore) esiste qualcosa che rimane oltre la vita del corpo fisico. 

Qualcosa di cui non riescono, però, ancora a dare una definizione e una spiegazione scientifica.

Per muoversi in questo spazio, per noi umani ignoto, l’Intelligenza Superiore o Sé Superiore ha mandato degli esploratori i quali si sono addentrati, fin dove loro consentito, in questo grande mistero e sono poi ritornati a vivere la loro vita terrena.

Si è calcolato che il numero di questi esploratori negli ultimi 40 anni assommi a circa il 15% della popolazione mondiale, quindi stiamo parlando di milioni di esseri umani. 

Tra di essi ci sono anche alcuni personaggi noti come Carl Gustav Jung, Elisabeth Taylor, Sharon Stone, Peter Sellers, Larry Hugman, Jane Seymour, Cino Tortorella….

Grazie all’opera della dottoressa Elisabeth Kübler Ross e del dott. Raymond A. Moody Jr. sono state raccolte migliaia di testimonianze di questi viaggi e ritorni in vita.

La vastità del numero delle persone coinvolte ha permesso di spaziare tra racconti fatti da uomini e donne, di diverse aree geografiche e di differenti credo religiosi.

Quasi tutti le testimonianze raccolte si dipanano seguendo un filo rosso in cui elementi comuni si ripetono nella maggior parte di coloro che hanno vissuto l’esperienza.

Nella sintassi comune vengono definite esperienze di pre-morte o NDE acronimo inglese che sta per Near Death Experience.

Alcuni di questi elementi comuni sono:

Ineffabilità o inesprimibilità dell’esperienza

L’ascolto della notizia della propria morte

Il senso di pace e di quiete

Il suono

Lo spazio buio

L’abbandono del corpo

L’incontro con altri

L’Essere di Luce

L’esame della propria vita

Il confine

Il ritorno

Mentre invece la particolarità è che: nessun racconto descrive tutti gli elementi comuni trovati; non tutti gli elementi comuni si sono succeduti nello stesso ordine temporale; chi ha avuto una esperienza di pre-morte più lunga nel tempo ha descritto un numero maggiore di elementi; alcuni sono tornati dalla esperienza di pre-morte senza ricordare nulla. 

Narrerò anche di un resoconto del tutto inaspettato, che ho personalmente raccolto da un malato ricoverato in una struttura ospedaliera nella quale facevo il volontario, che mi ha dato conferma, se mai per me ce ne fosse stato bisogno, della bontà e della veridicità di quanto riportato.

Scenderemo quindi dentro ognuno di questi elementi nei prossimi articoli per esplorarli da vicino insieme.

Buon viaggio

Cosa sono venuto a fare su questa terra?

Non ci soffermiamo spesso a porci questa domanda. 

Personalmente ho iniziato a chiedermelo solo da qualche anno.

Mi piace molto camminare a lungo e nella natura.

Vedo ora la Vita come un Cammino.

Tutti noi siamo in Cammino e tutti noi, come i camminatori, abbiamo uno zaino sulle nostre spalle. 

All’inizio della mia esistenza terrena questo zaino era vuoto.

Col passare degli anni si è riempito di tante cose piacevoli e meno piacevoli (emozioni, sentimenti, regole, strutture come la famiglia, la scuola, la società, il lavoro, il matrimonio, la casa, i figli, oneri, impegni, relazioni).

Quando trovavo un attimo di tempo provavo a chiedermi: possibile che la vita sia solo questo?

Non trovando la risposta, guardavo intorno per vedere cosa facevano gli altri, dove stavano andando, seguendoli come una pecora in un gregge. 

Seguendo il gregge passavo tutto il mio tempo alla ricerca del miglior filo d’erba da assaporare e, mangiatolo, subito di nuovo alla ricerca di un altro filo d’erba. 

Ma più passava il tempo più il mio zaino si faceva pesante. 

Più andavo avanti e più sprofondavo nella materia, alla ricerca di cose sempre più pesanti che mi dessero un momentaneo senso di sazietà.

Anche quello dei miei vicini lo era diventato e potevo vedere chiaramente di cosa era riempito, tanto che potevo avvertirli e consigliarli. 

Vedevo e vedo ancora vite vissute nella ricchezza materiale, nella fama, nella notorietà, nel potere incapaci di dare soddisfazione a chi le sta vivendo. 

Più di una volta mi sono sorpreso a pensare: come fate ad essere infelici pur avendo così tanto?

Se potessi avere quello che avete voi, allora sì che sarei felice!!!

Che cosa è che state cercando? 

Che cosa sto cercando anche io?

La mia era ricerca della felicità, il senso di stare bene e di essere soddisfatto di come sono, di dove sono e con chi sono senza sentire sempre quella voce che mi dice: sì ma se avessi quello, sì ma se stessi in quel posto, sì ma se fossi con quella persona, sì ma se il mio fisico fosse così.

E credo che la ricerca di essere felici sia quello che cerchiamo un po’ noi tutti.

Cerchiamo qualcosa che possa alleggerire il nostro zaino.

Ma ci illudiamo di trovare sollievo percorrendo la strada sbagliata.

Non è andando a trovare un altro filo d’erba che ci sentiremo appagati.

Ora comprendo le parole del Maestro Gesù: la Verità vi renderà liberi. 

Se voglio la liberazione da questa sofferenza devo trovare il coraggio di prendere il mio zaino, aprirlo e andare a vedere cosa c’è dentro. Scendervi per stare insieme a quello che c’è e portare in superficie. Devo liberare lo spazio da tutte le emozioni rinchiuse lì dentro perché so che quando lascerò il mio corpo fisico lo zaino rimarrà qui, ma tutto quello che è contenuto, privato dell’àncora della materia, viaggerà con impeto nella dimensione immediatamente superiore e lo vivrò con intensità decuplicata.

Devo liberare lo spazio perché lì in fondo c’è la Verità di me stesso, la Verità che c’era fin dall’inizio di questo Cammino, c’è lo scopo ed il senso di quello che sono venuto a sperimentare in questa esistenza, la mia Missione. 

Questo ci rende liberi e leggeri. Leggeri e sensibili a percepire altre emozioni superiori, prima sovrastate dalle emozioni più pesanti. Amore Superiore, gratitudine, fede, compassione.

Lì si comincia a percepire il profumo della felicità. 

La felicità è come il profumo di una peonia. 

Sottile, tenue, quasi impercettibile ma persistente. 

Entra nelle narici e quasi non te ne accorgi, ma sale, sale lungo il naso e all’improvviso percepisci qualcosa di sottile e delicato alla radice, nella nostra parte più profonda inaccessibile ad altri odori, e lì rimane a lungo. Non è un profumo intenso che irrompe veemente ad avvolgere tutto. 

Per percepire il profumo di una peonia bisogna acquietare i sensi per farli diventare acuti, come dopo un periodo di digiuno per percepire ogni sfumatura, ogni piega, ogni dettaglio di quello che si sta assaporando. 

Essere pienamente nel presente. 

Bisogna togliere non aggiungere. 

Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno.

La vita non è sopravvivere nella tempesta, ma danzare nella pioggia.

Kahlil Gibran

Accogli tutto

E’ un altro invito con cui lavorare fuori e dentro di noi. 

Il popolo americano usa la locuzione you wellcome in risposta ad un ringraziamento, locuzione che dà perfettamente il senso di questa accoglienza. 

Essere accogliente vuol dire allora dare il benvenuto a qualsiasi cosa entri nella nostra realtà personale.

Accogliere tutto non discrimina tra mi piace e non mi piace, tra lo voglio e non lo voglio e quindi lo fuggo perché è prima di tutto questo processo mentale.

Invita a prendere distanza dal piacere e dall’avversione osservandoli con equanimità, prima che la mente aggiunga delle etichette creando la successiva sofferenza causata dalla frustrazione che le cose non siano andate come esattamente erano state programmate.

Il sommo poeta Rumi descrive tutto questo: ogni mattino un nuovo arrivo: gioia, scoraggiamento, malignità. Un attimo di consapevolezza giunge, ospite inatteso. Dài il benvenuto a tutto e a tutto estendi la tua premura. La condizione umana è una locanda. Tratta ogni ospite con il dovuto rispetto. 

C’è un elemento naturale primordiale che esprime in maniera sublime questo senso di imparzialità nell’accogliere: l’Acqua. 

Essa si apre ad accogliere e sostenere fluidamente qualsiasi cosa entri in contatto con lei e si ferma in qualsiasi cosa la trattenga. 

Può essere agitata da venti di superficie e correnti ma nel suo profondo c’è calma, tranquillità, serenità. 

L’invito è a scendere al di sotto dei moti ondosi, a volte impetuosi, e dalle correnti create dalla mente per ritrovare la tranquillità, là dove cessa anche il bisogno di respirare.

Una delle prime volte in Hospice passai di fronte ad una stanza dove, nel suo letto, c’era una persona agonizzante. 

Rimasi meravigliato del perché non ci fosse nessuno lì con lui. Nessun medico, nessuna infermiera, credo abbastanza comprensibilmente vista ormai l’inutilità di una terapia farmacologica, ma inaspettatamente anche nessuno di noi volontari. 

Il primo moto che sorse dentro di me fu di passare oltre per andare ad assistere qualcuno con cui parlare, scambiare emozioni. Mi sorpresi a pensare: tanto cosa posso fare qui? E questo credo che avessero pensato anche tutti gli altri. 

Ma rimasi fermo ad ascoltarlo ansimare faticosamente ma fiocamente, ad osservare la sua pelle color giallo/grigio aderente ormai disperatamente alle ossa, simile a quella di una mummia egizia. Avevo paura ad avvicinarlo ma è come se stesse chiedendo il mio aiuto. Entrai e bisbigliò qualcosa in una lingua sconosciuta e allora lo accarezzai sulla quella fronte dicendogli all’orecchio: non avere paura, lasciati andare e andrà tutto bene. 

Rimasi con lui a dispetto della mia paura e della repulsione iniziale. Rimasi perché, dopo la paura e la repulsione, il mio cuore si aprì per accoglierlo e sostenerlo così come era e così come ero, anche se per un tempo limitato.   

Agli inizi del secolo scorso gli operai addetti alla costruzione della linea telefonica dovevano infiggere dei pesanti pali di legno, alti circa 12 metri, nel terreno. C’è un momento particolare in cui il palo appena infisso nel terreno può oscillare e cadere rovinosamente. Un operaio di lungo corso chiese ad uno appena assunto cosa avrebbe fatto in quel caso e questo rispose che sarebbe fuggito a gambe levate. L’altro rispose: avvicinati e metti le mani sul palo, quello è l’unico posto sicuro.

Rimanere ad accogliere il disagio e la sofferenza è qualcosa che va addestrato, ma ho scoperto che andare lì, nei miei posti bui solo con la luce di una piccola lanterna mi aiuta a trovare ciò che mi guarisce. 

Durante una recente seduta di meditazione sull’osservazione di un nostro disagio/dolore fisico ho potuto sperimentare ancora una volta la magia dell’accoglienza.

Dovete sapere che ormai da bambino soffro di una rinite vasomotoria allergica che, durante la stagione primaverile, produce, insieme ad altri sintomi, anche un fastidiosissimo prurito alle narici che non riesco a sopportare e mi costringe a grattarmi molto spesso.

Come se lo avessi invitato, appena sedutomi in postura, ho iniziato a percepire un solletico all’interno della narice sinistra che, successivamente, si è trasformato in un prurito sempre più acuto e migrante, come se qualcuno con un filo d’erba stesse solleticandomi la parete nasale. 

L’immobilità assoluta e il focus meditativo mi impedivano di muovermi. 

Il prurito ben presto si è trasformato in un dolore pungente e sottile in un punto preciso della narice, acre, così acre che ha portato con sé delle lacrime che hanno iniziato a rigare il mio volto. Ma ho pianto solo dall’occhio sinistro, mentre un formicolio e un calore si diffondevano solo nella parte sinistra della mia testa. Poi ho percepito distintamente queste parole: lasciami esprimere, lascia esprimere quello che sono così come sono, senza costrizioni. 

Ho realizzato subito quale parte di me stava parlandomi!!!!

You wellcome è un atto di Amore. 

Non aspettare

E’ un’esortazione che diventa presenza inseparabile quando si realizza che la morte ci accompagna sempre, ogni giorno della nostra vita. 

Il giorno 6 maggio 2018 ero alla guida dell’auto, nella foto, insieme alla mia compagna ed al nostro cane. 

Eravamo di ritorno da una visita ai nostri nipoti che vivono a Vienna. 

Partiti di notte, stavamo viaggiando sull’autostrada quando, a causa di un colpo di sonno, l’auto è uscita dalla sede stradale a 120 km l’ora, ha percorso un tratto di sterrato sulla destra, è passata sotto un enorme cartello pubblicitario, sfondandone un supporto con il muso, ha proseguito fuori strada per un altro tratto e poi, fortunatamente, sono riuscito a riportarla sulla sede stradale. 

Ho realizzato subito di aver ricevuto dei grandi doni dall’Infinito. Se il materiale, di cui era composto il supporto del cartellone pubblicitario, che l’auto ha sfondato, non fosse stato d’alluminio ma di ferro dove sarei ora? Dove sarebbero la mia compagna ed il nostro cane? 

Nonostante stessi spesso vicino alle persone morenti mi è stato ricordato, in un modo che non potrò mai dimenticare, che anche io sono su questa terra momentaneamente e che la posso lasciare istantaneamente. 

Questo dentro di me, invece di gettarmi nello sconforto e nella disperazione dell’accaduto, ha generato un senso di gratitudine per aver avuto l’opportunità di restare qui a lavorare su di me e per gli altri, per aver avuto il regalo di avere ancora accanto a me l’amore di questa vita e il nostro cane meraviglioso. 

Mi ha insegnato a non dare mai niente per scontato. 

Non era importante che l’auto fosse distrutta, che saremmo dovuti tornare a casa con altri mezzi, che non avremmo più avuto un mezzo con cui spostarci, che avremmo dovuto pagare i danni prodotti.

La gratitudine e la gioia di essere ancora qui ed ancora insieme erano così pervasive che spesso nei giorni successivi la mia compagna ed io ci siamo abbracciati stretti da amore e riconoscenza. 

Insieme a questo si incrinavano le mie maschere e le mura che avevo costruito con l’idea di non soffrire, ma che costringevano la mia Anima in un luogo arido. 

Da allora la domanda che compare spesso alla mia attenzione è: che cosa è veramente importante qui, in questo momento che sto vivendo? Che cosa farei ora se domani non ci fossi più?

Non aspettare è in questo senso, per me. 

Non aspettare a dire ti amo alla persona che ami…..

Non aspettare ad abbracciare tuo padre, tua madre per il solo fatto che ti hanno messo al mondo…

Non aspettare a stare accanto a tuo figlio, tua figlia con gratitudine, guardandolo/a fare ma senza interferire….

Non aspettare a seguire quello che la tua Anima ama creare……

Non aspettare a celebrare la vita sempre, godendo del calore del sole, del profumo del mare, dell’odore della terra bagnata dalla pioggia, del vento che agita le foglie degli alberi, del bambino che piange e ha bisogno di protezione, del morente che geme e ha bisogno di una carezza e di un bacio…..

La nostra Personalità tende sempre a farci rimandare usando lo stratagemma: non è necessario che tu lo faccia adesso, dopo c’è tanto tempo?

Ma così facendo non ho potuto salutare mio padre e dirgli quanto lo amavo perché è andato via con un infarto mentre ero all’estero per lavoro, non ho potuto dire a mia madre che la capivo e la amavo perché fuggivo ancora dalla morte….

Un antico mito babilonese “Appuntamento a Samarra” recita: “Un mercante di Baghdad invia un servo a fare provviste al mercato; l’uomo ritorna poco dopo a mani vuote tremante di paura, raccontando al padrone che una donna nella folla lo aveva urtato; guardandola, aveva riconosciuto la Morte. Mi ha fissato e ha fatto un gesto di minaccia, perciò prestami il tuo cavallo che cavalcherò lontano da questa città per evitare il mio destino. Andrò a Samarra, dove la Morte non mi troverà. Il mercante prestò il cavallo al servo che in tutta fretta se ne andò. Più tardi il mercante andò a fare spese al mercato. Lì vide la Morte e le domandò perché avesse minacciato il suo servo. Non era un gesto di minaccia, replicò la Morte, ma un moto di sorpresa. Ero stupita di vederlo a Baghdad perché stasera ho un appuntamento con lui a Samarra.”

Vivere appieno le esperienze di vita

E’ un invito rivolto a tutti noi a portare in ogni esperienza la totalità del nostro Essere. 

E’ un passo fondamentale nello sviluppo dell’attitudine all’accompagnamento. 

Pochi giorni orsono ho avuto modo di vedere alcune riprese televisive effettuate da una telecamera montata sul casco di coloro che praticano il terrain flight, ossia volare sfiorando il terreno.

In poche parole esseri umani si gettano nel vuoto con una tuta alare o con un parapendio acrobatico e, durante la loro discesa, entrano in spaccature profonde nella montagna, dentro archi naturali, sfiorando rocce, alberi e distese d’acqua a velocità impressionanti. 

Anche queste sono esperienze, credo, totalizzanti ma che, dal mio punto di vista, possono andare a nutrire un’irrefrenabile paura e desiderio di vincere la morte e un successivo e gratificante senso di onnipotenza. 

L’invito che invece viene rivolto qui è quello di portare tutto di noi nelle semplici esperienze quotidiane di vita e soprattutto in quelle di servizio per gli altri.

Solo quando riesco a portare tutto di me dentro un’esperienza di accompagnamento sono certo di aver servito e di non aver semplicemente aiutato o curato.

Quando riesco ad essere completamente immerso in ogni aspetto del mio vivere, qualsiasi cosa faccio diventa sacrificio, inteso nel senso di Sacro Ufficio. 

Partendo da lì il camminare nella natura osservandone lo spettacolo stupefacente degli alberi in fiore, ascoltare il lamento di un malato, accarezzare un volto, fare la spesa portano un senso di leggerezza, di calore, di fasatura ed un sapore di sacralità. 

Non è sempre così perché, in molte altre occasioni, lo svolgere le stesse attività mi lascia insoddisfatto, impaziente, superficiale, con un senso di mancanza, con la pesantezza del dovere e il desiderio di avere altre cose più importanti e più interessanti da fare. 

Quando manca la presenza dell’Osservatore o è offuscata dalla presenza di qualcosa di altro che dentro di me ha preso la scena io sento questo e tanto altro. 

Questa dicotomia è evidentissima quando servo gli altri e quando sono chiamato a servire la mia compagna di vita ed è un aspetto sul quale sto portando la mia consapevolezza da anni. 

Tra le mura di casa sono stato visitato da rabbia, senso di dover fare cose che non vorrei fare, risentimento anche nello svolgere le mansioni più semplici come pulire la nostra casa, soprattutto se la mia compagna si è trovata costretta a letto a causa di un malanno.

Con il passare degli anni e con gli strumenti che mi sono stati messi a disposizione ho scoperto che la mia essenza ferita non accettava di dover dare attenzione, conforto e servire la persona che, invece, avrebbe dovuto essere lei a dare attenzione, conforto ed amore al “povero essere indifeso”. 

Da qui il passo successivo mi ha portato a scoprire che anche il mio “servire” gli altri era sottoposto alla curiosa condizione di dover ricevere lodi, considerazione, attestazioni di stima e quindi, anche qui, ad essere amato.

Tutto questo ha generato una grande quantità di sofferenza a cui mi sono sottoposto e a cui ho costretto a sottoporsi anche chi mi sta vicino con amore.

Questa ferita sento che lentamente si sta rimarginando ma, quando mi ritrovo in compagnia di queste emozioni e del chiacchericcio che generano, mi aiuta pormi questa domanda: sto dando Amore o sto chiedendo Amore? Lo sto facendo per soddisfare un mio interesse personale o a beneficio, utilità e servizio della Vita?

E subito dopo penso alla Passione di Gesù il Cristo Benedetto. 

L’atto di Amore più alto verso tutti gli esseri umani. 

Un Essere di Luce Benedetta che accetta di vestire questi veicoli terreni per indicare a tutti quale è la strada che porta al cospetto del Padre, sapendo in anticipo di dover andare incontro al tradimento, alla derisione, alle indicibili torture del suo corpo fisico, al dolore e alla sofferenza fisica ed emotiva cui è stato sottoposto.

Cingere una corona di spine conficcata nella testa, portare una pesante croce di legno per un lungo tragitto dopo essere stato frustato a sangue, essere inchiodato per le mani ed i piedi e con essi reggere il corpo che vorrebbe per gravità cadere in terra, sentire le tue braccia staccarsi dal dolore, sentire la punta di una lancia che penetra nelle tue costole….

Nondimeno Egli ha pronunciato le seguenti parole: però non ciò che voglio io ma ciò che vuoi tu, Padre.

Avvicinandomi a sentire la grandezza e la purezza di questo Amore il mio Cuore si riempie e tutto il resto svanisce. 

Che sia una Pasqua di Resurrezione per tutti.

Pandemia

Gli avvenimenti, che stanno accadendo nella nostra società civile mondiale da circa 1 anno a questa parte, stanno mettendo la gran parte di noi esseri umani forzatamente di fronte a tutto ciò che proprio la gran parte di noi cerca di fuggire accuratamente per tutta la vita: il contatto con la malattia e con la morte.

Il mondo in cui viviamo è ormai ipertecnologico e l’accesso all’informazione è semplice e a disposizione di quasi tutti, anche nei più remoti angoli della nostra terra.

Quindi è sufficiente accendere una TV, navigare sul web o leggere un giornale per sapere cosa ci potrebbe succedere se entrassimo in contatto con questo virus. 

Sulla base di quanto è accaduto e sta accadendo e per evitare la possibilità di essere contagiati è stato ritenuto indispensabile limitarci negli spostamenti, rimanere chiusi dentro le nostre case e uscire solo con il nostro viso coperto e ad una certa distanza gli uni dagli altri.

La nostra vita precedente era una vita di relazione, piena di tanti incontri, divertimenti, viaggi, spettacoli, tanto lavoro frenetico, tanti spostamenti, fare contemporaneamente due o tre cose insieme, come guidare e mandare un messaggio con il cellulare, generando voracemente molteplici desideri in un vortice senza fine, cercando l’appagamento e provando la sofferenza del non poterlo avere, oppure la sazietà nell’averlo avuto sentendo subito dopo rinascere quello stimolo a cercare qualcos’altro. 

Da un certo momento in poi abbiamo potuto sperimentare cosa vuol dire la reclusione

Non per una scelta volontaria come gli asceti, gli eremiti, alcuni sacerdoti ma per costrizione come detenuti.

La detenzione nel passato remoto era però accompagnata anche da pesanti lavori fisici, chiamati appunto lavori forzati, attraverso cui il detenuto avrebbe così raggiunto una correzione ai suoi comportamenti non aderenti alle Tavole della Legge Civile. 

La percezione dello scorrere del tempo tra la mia vita precedente e la mia vita da recluso è drasticamente cambiata ed è come se il tempo si fosse rallentato. 

Rallentando e non potendo io fuggire è come se le acque di un mare in tempesta, a causa della frenetica attività, a poco a poco si placassero e lentamente si facessero più chiare permettendo di vedere il fondo. 

Vedere il fondo di se stessi può essere terribile tanto da chiedersi: possibile che dentro di me c’è tutta questa sofferenza, tutto questo desiderio, tutta questa avversione, rabbia, gelosia, paura, depressione, apatia? Lo è stato sicuramente per me. Ho realizzato che avevo la possibilità di scegliere se stare con quell’orrore che si presentava a me o scappare tuffandomi nel passato, rimanendo ancorato alla soddisfazione dei miei desideri o alla disperazione nel non averli raggiunti sperando di poter tornare a vivere la vita che vivevo prima, finita la reclusione.

E’ la stessa possibilità, con altra intensità, che è stata data a Nelson Mandela.

E’ la stessa possibilità che è data ad ognuno di noi. 

Sta a noi scegliere quale strada percorrere. 

Fortunatamente, essendomi stati trasmessi degli strumenti utili con i quali lavorare con ciò che si presenta dentro di me, ho scelto di lavorare con quello che c’è qui ed ora e li considero quindi i miei lavori forzati attraverso i quali l’Entità Superiore, da cui proveniamo, mi sta suggerendo la via da percorrere per raggiungerla.

Da questo punto di osservazione, guardando oltre, riesco a sentire la giustezza di quanto sta avvenendo dentro di me e la certezza che tutto questo è per il Bene, non solo mio ma di tutti gli esseri viventi. Lo considero un invito che le Potenze Superiori ci stanno facendo per prendere consapevolezza di quello che si agita dentro di noi e cercare di liberare, per salire di un gradino nella scala della evoluzione dello Spirito.

Lavorando con pazienza e con coraggio dentro le mie mura, quando poi mi è concesso di uscire fuori per ”l’ora d’aria”, trovo i miei sensi attentissimi a percepire per non perdere nulla di quello che ho davanti perché so che non potrà durare a lungo e dovrò rientrare nella reclusione.

Udire il rumore della risacca che si frange sulla riva, annusare il profumo del mare, sentire il bruciore della mia pelle al sole, sentire la sabbia bagnata che scricchiola sotto le piante dei miei piedi e il vento che accarezza il mio viso è motivo di sorpresa, di gioia e di gratitudine. 

Una semplice gita e la vista, che ho scelto come accompagnamento a queste parole, è allora Celebrazione di qualcosa di Sacro, qualcosa che rimane scolpito nella mia memoria a cui potrò accedere quando il mare dentro di me si farà agitato. 

La mente che non sa

La mente che non sa è un Koan del buddismo Zen, in poche parole un’affermazione paradossale che diventa oggetto di meditazione.

La mente che non sa, per Frank Ostaseski, il pioniere dell’accompagnamento alle persone morenti, è un’attitudine che è fondamentale per chi vuole accompagnare e con la quale sto imparando a fare amicizia. 

Siamo abituati ad avere esperienza della mente che sa

La mente che sa è la mente che gestisce, controlla, organizza, cataloga quasi tutte relazioni che noi abbiamo con l’esterno. Crea ruoli, gestisce la risposta ad eventi, crea un senso di noi che poggia sul lavoro che svolgiamo, la posizione e le relazioni all’interno della nostra famiglia e delle comunità che frequentiamo e della società, un’immagine di noi stessi a partire dalle nostre emozioni passate e presenti e immagini delle persone che conosciamo in seno alla nostra famiglia e alla cerchia delle persone che hanno delle relazioni con noi. 

L’immagine del dipinto, che è stata gentilmente concessa dall’autore Rivale.0 per accompagnare queste parole, esprime istantaneamente tutto questo. Una serie di cassetti, di boxes, che occupano asfitticamente quasi tutto lo spazio, dietro cui si intravede un Essere che sta cercando di respirare e di esprimersi!!

La mente che sa ci costringe a vivere nel passato o nel futuro creando immagini delle persone che incontriamo derivate e costruite sulla base delle impressioni, emozioni, sentimenti generati in passato dalle interazioni con le stesse o desunte per analogia attraverso un lavorio puramente mentale. 

E’ la creatrice e la percettrice di maschere, di ruoli, di divise, di etichette e questo lavoro prende inizio in tutti noi a partire più o meno dai 6/7 anni.

Ma spesso la mente che sa ci impedisce di tornare indietro a scoprire chi siamo veramente.

Una recente esperienza avuta da una persona a me cara, un’amata sorella viaggiatrice, mi ha costretto ad entrare in contatto necessariamente con la mente che non sa.  

A causa di una caduta ella ha violentemente battuto la testa, ha subito un’operazione piuttosto complicata e, dopo essere rimasta in uno stato di incoscienza indotta per molti mesi, si è risvegliata lentamente dal sonno farmacologico. 

Dalla sua grande lavagna nera gran parte di tutto quello che era stato scritto nel passato prossimo è stato cancellato e ha dovuto fare e sta ancora facendo un lavoro immane per reinserire tessere di un puzzle che è stato disfatto. 

Le interazioni, avute con lei dopo il suo risveglio, mi hanno messo di fronte ad una persona che non è quella che avevo conosciuto, non ancora, non ci sono più le sue maschere, i suoi ruoli, i suoi atteggiamenti, quello che la sua mente che sa aveva costruito.  

La mia mente che sa non era pronta e si aspettava di trovare, più o meno, la persona con la quale aveva condiviso tanti e tanti momenti insieme, tutto quello, a lei inerente, racchiuso nel cassetto della mia mente. 

Ma non è stato così e ho sperimentato confusione, desiderio che “guarisse” e tornasse ad essere quella che avevo conosciuto, un senso acuto come di perdita. 

Questa “nuova” amica mi ha costretto a fare un movimento per non stagnare in quelle emozioni a bassa vibrazione. 

Mi ha portato a ricordare della mente che non sa

L’ho già coltivata con le persone che si avviano a lasciare i veicoli inferiori che naturalmente, dato il processo, si stanno liberando di tutte le sovrastrutture costruite nella loro vita per tornare alla Casa del Padre.

Mi sono aperto a stare con quello che c’è nel momento presente, qui ed ora, abbandonando il ritratto che la mente che sa aveva costruito. 

Ella, per me, è la Maestra del presente che mi insegna ad essere aperto, ricettivo, ad usare i miei sensi e le percezioni…. e basta.

E stando lì succede un miracolo!!

Davanti a me trovo un’Essenza magnificamente pura, risplendente, semplice, diretta, libera che, per risonanza, fa vibrare la mia Essenza di Amore Puro per la gioia di essere lì e ridere delle piccole cose. 

La mente che non sa è la mente del bambino curioso, totalmente attento, immerso nel presente, libero, leggero, giocoso e gioioso.

La mente che non sa ha le chiavi per scoprire quello che noi siamo veramente.

La mente che non sa risiede nel cuore. 

Per arrivarci bisogna spogliarsi e indietreggiare.

Nella rugiada delle cose da poco il Cuore conosce la freschezza del proprio mattino (Khalil Gibran)

Cosa vuol dire accompagnare?

Accompagnare nel senso comune vuole dire andare con una persona per farle compagnia o proteggerla.

Per me accompagnare una persona, che si sta avviando all’ultimo periodo della sua esistenza terrena, è la massima espressione del servire. 

Nel mondo comune il servizio è considerato spesso come una forma di impiego delle proprie risorse di secondo piano, basti pensare ai ruoli del cameriere, della persona che pulisce il luogo dove si abita o si lavora. 

Anche io sono caduto in questo grossolano errore di valutazione guardandolo dalla prospettiva della Personalità.

Ma essendomi stato affidato questo compito in questa esistenza ho avuto la possibilità ed il privilegio di poter scegliere di cambiare la prospettiva da cui osservare il Servizio. 

Pensare che è proprio grazie alla mia Personalità se ho scelto di intraprendere questa strada!! 

Avere qualcuno che costantemente ti ricorda che non sei capace di fare nulla, sei un fallito, uno che nella vita non è riuscito a raggiungere nessun traguardo sia nel lavoro che nella vita affettiva, qualcuno a cui davo ascolto e credito mi ha indirizzato verso un’attività considerata di ripiego anche perché rivolta alle persone che la società “civile” etichetta come dei relitti alla deriva, una parte della popolazione che sopravvive nella società senza farne veramente parte. 

Ma avviandomi lungo questo sentiero sto scoprendo molte cose, la più importante delle quali è la differenza tra servire e aiutare

L’aiutare ci proietta nel futuro: aiuto qualcuno che, prima di tutto, ritengo sia più debole di me e desidero risolvere il suo problema per riportarlo ad essere come era prima. 

Questo, quando si lavora nel campo medico, equivale a dire curare per guarire.

Quanto spesso ho visto medici, infermieri e operatori sanitari aiutare e curare per guarire. Soprattutto ora che la medicina è divenuta supersettoriale si guarda a risolvere lo specifico problema relativo al nostro corpo fisico con un distacco emotivo, una noncuranza, una freddezza quando non si tramuta, e devo dire spesso, in una rabbia e in una fretta, dimenticandosi completamente che ci si trova davanti a un essere umano non un fegato, un polmone, un cancro alla mammella, non il 235, non lo scompensato, non l’infarto del miocardio.

La “pandemia” ha esasperato questi comportamenti rendendo palese tutto quello che si nasconde dietro ai ruoli. 

Accompagnando la mia compagna sulla soglia di un noto ospedale della capitale e non essendomi, purtroppo, permesso di proseguire all’interno, ella ha potuto sperimentare di persona tutto questo. Per recarsi alle casse, per pagare una visita specialistica, è caduta da una bassa pedana sul pavimento immediatamente sottostante e ha battuto un ginocchio con una recente frattura e il volto. 

4 medici, che stavano passando, si sono avvicinati e le hanno detto “signora si alzi” senza che nessuno di loro facesse il minimo accenno ad aiutarla a sedersi e a starle accanto da vicino, visto che evidentemente non riusciva ad alzarsi da sola. In questo caso si è perduta anche la spinta ad aiutare da parte di persone che hanno fatto un giuramento in tal senso!

L’aiutare e il guarire sono atteggiamenti che spesso hanno la loro radice nella Personalità, sono atti unilaterali, in cui non si vuole uno scambio e, per questo, prosciugano le nostre energie.

Il Servire è opera dell’Anima, è apertura di Cuore, è uno scambio. Attraverso di esso le nostre energie si rinnovano e si arricchiscono. Posso dirlo perché ho sperimentato come mi sento dopo che ho servito. Non mi sento stanco e dentro di me c’è un sentimento di quieta serenità, di giustezza, un sentimento di delicata gioia e una pace che deriva dal sentirsi sulla strada giusta, in Cammino. 

E’ uno scambio che mi dà il privilegio di ascoltare storie di vita intrise di ricordi e di sentimenti, mi porta dei doni e degli insegnamenti, inaspettati e preziosi per il mio Cammino, anche solo osservando, mentre inumidisco delle labbra arse dalla sete, asciugo una fronte imperlata di sudore, tengo una mano stretta nella mia. Per questo sempre più spesso porto attenzione e mi chiedo: sto aiutando o sto servendo? 

Questa domanda mi aiuta a percepire cosa c’è dietro l’impulso a compiere determinate azioni. Sto imparando a riconoscere quando cado nel desiderio di aiutare per veder finire la sofferenza che si trova davanti a me, desiderio spesso originato dalla paura della mia sofferenza di fronte alla sofferenza dell’altro. Sento la contrazione della paura e l’urgenza di scappare nel futuro o dal luogo in cui mi trovo e allora so che non sto servendo. 

Il Servizio riposa nel centro, nella calma, nel silenzio, nel vuoto, nel non desiderio, nello stare, nell’ascolto. 

Esprimermi partendo da lì e tentando di rimanere lì sarà il mio compito ora. 

Lo stare

Lo “stare” credo sia attitudine fondamentale in coloro che scelgono di accompagnare.

Rimanere fermi e aperti accanto a qualcuno che sta soffrendo e sta lasciando questa terra senza generare pensieri e azioni che semplicemente ci portino via verso la strada del desiderio di curare, di aiutare o verso la porta di uscita da quel luogo è lavoro di tutta una vita e coinvolge anche tutte le nostre relazioni, soprattutto quelle con coloro che amiamo.

Le vicende della vita non mi hanno consentito di poter stare accanto a mio padre che lasciò i suoi veicoli inferiori quando ero molto giovane né accanto a mia madre alla quale non sono riuscito a stare vicino come avrei voluto perché ancora non ero pronto a farlo.

La clausura forzata a cui siamo sottoposti mi ha dato la possibilità e il privilegio di poter sperimentare cosa vuol dire stare accanto all’animale domestico che convive con me.

Al mio cane, oramai anziano, circa 2 anni orsono, è stato diagnosticato un tumore all’ipofisi con un’aspettativa di vita di circa 4 anni. Il progredire della malattia ha portato delle conseguenze sul piano fisico che in questo particolare momento si stanno manifestando con un’irrequietezza continua dovuta al desiderio di cibo, con continua ricerca di esso anche subito dopo un pasto, e contemporaneamente un’incapacità di assorbirlo attraverso l’intestino con un dimagrimento continuo.

Finora le cure mediche a cui è stato sottoposto non hanno dato esito positivo.

Il legame affettivo che si crea con un essere che vive con te giorno e notte per una buona parte della vita si avvicina molto a quello che lega ai propri figli. 

Dopo una delle tante sveglie alla 4 di mattina, a causa del suo incessante camminare avanti e indietro alla ricerca di cibo o a defecare e urinare, decido di rimanere fermo nel letto, al buio sentendo i suoi passi nella stanza, il suo sbattere sui vetri e sui mobili, a causa della sua sordità e quasi cecità, disorientato e confuso sentendolo piangere sommessamente per la fame inesauribile. E lì fermo nel letto si è manifestata forte, insieme alla paura della sua sofferenza e il desiderio che finisse, la paura di soffrire nel vederlo soffrire, la voglia di fuggire da quell’amore per non sentire la mia paura e la mia sofferenza, la consapevolezza di essere sempre fuggito dall’amore per non sentire, la disperazione nel non sapere come aiutarlo e proteggerlo.

Ma diversamente da sempre sono rimasto lì, fermo nel buio. Non un pensiero, non un’azione di fuga, di distrazione, come un recluso dentro la sua cella. 

Ho iniziato ad essere risucchiato dentro un gorgo di disperazione, impotenza, rabbia, freddo, uscendo ed entrando in un labirinto di stanze senza finestre con un senso di asfissia. Il gorgo mi ha trascinato sempre più giù arrendendomi, senza aspettative a cui aggrapparmi, con la sola convinzione di voler andare fino in fondo, in un posto dove non ero mai arrivato, per vedere cosa succedeva. Lasciandomi andare giù in fondo il gorgo si assottiglia e lì dopo quell’orrore ero libero di andare, risalire. Un calore, una luce, un senso di pace e di libertà è salito lungo la mia spina e sono riuscito a percepire la bellezza collaterale che vive subito dopo e accanto all’orrore che ho sperimentato. Ho pianto di gioia e di gratitudine per la morte e la liberazione, per la vita attraverso la morte.

E ho cominciato a percepire i bagliori del Cuore Sacro.

La misura del Tempo

Il Tempo scandisce la nostra esistenza terrena. 

Questa scansione determina un prima (passato), un adesso (presente), un dopo (futuro).

Viviamo la nostra vita immersi in questo flusso temporale. Ma questo flusso, nella mia personale esperienza, non è costante e ritmico ma suscettibile di variazioni percettive influenzate dalle mie emozioni e sentimenti.

Ricordo nitidamente giornate scolastiche seduto al mio banco con la netta percezione che il tempo non passasse mai e non arrivasse il suono della campana. Oppure seduto alla scrivania della mia stanza con il libro di studio aperto e lo sguardo fisso a osservare la pioggia cadere con il desiderio di non essere lì.

E ricordo altrettanto bene interi pomeriggi passati a giocare in strada con i miei amici e sentire la voce di mia madre richiamarmi in casa per la cena e constatare con sorpresa e stupore quanto veloce fosse trascorso quel pomeriggio. Come anche essere immerso nella lettura di un libro appassionante e non rendersi conto di aver trascorso ore in questo modo.

Ho avuto diversi incidenti stradali, alcuni piuttosto rischiosi per la mia salute, e la percezione dello scorrere del tempo in quei momenti prima dello schianto è cambiata totalmente. I miei sensi si sono acuiti in maniera consistente e vedevo e vivevo tutto come in un film al rallentatore. 

L’esistenza terrena è scandita dal tempo, Anima, nella sua più alta frequenza vibratoria, riposa nell’eternità.

La transizione tra i due mondi avviene con la nascita e con la morte. 

La nascita ci porta lentamente dentro i nostri veicoli inferiori e dentro il Tempo, la morte ci porta fuori dai nostri veicoli inferiori e fuori dal Tempo. 

L’immersione graduale e persistente nella scuola, nella società e nel lavoro, soprattutto, mi ha fatto sperimentare come si possa vivere la propria vita costantemente proiettati nel futuro o risucchiati nel passato. Ricordo intere giornate trascorse a correre freneticamente da un appuntamento di lavoro ad un altro con l’attenzione costantemente rivolta all’orologio e la mente immersa nella verifica se sarei stato in grado di rispettare l’incontro successivo, attraversato da ansia, rabbia, paura.

Quanti esseri umani oggi vivono così? 

Mi sembra sempre di più. Basta entrare dentro la propria auto e immergersi nel traffico per trovarsi circondati da esseri umani sempre più di corsa, sempre più trafelati, sempre più rabbiosi.

Ma c’è un luogo della nostra vita terrena dove è possibile assaporare il momentaneo affievolirsi dello scorrere del tempo.

Questo luogo è il Centro, il Presente, l’Adesso dove ci avviciniamo alla nostra Essenza, al nostro Sé Superiore.

Più ci allontaniamo dal nostro centro più il tempo scorre veloce, più rimaniamo centrati più il tempo rallenta e ci permette di vedere quello che altrimenti sarebbe invisibile.

Lo strumento che permette di ritornare al presente per me è la meditazione. Più medito più riesco a rimanere aderente al presente anche quando ritorno nella mia vita ordinaria.

Rimanere nel presente per me che ho scelto di accompagnare alla fine della vita è imprescindibile.

E’ l’unica possibilità che ho di rimanere accanto a qualcuno che sta lasciando i propri veicoli inferiori.

Infatti più ci si avvicina alla fine più la percezione del tempo cambia. Più volte ho sentito alcuni di loro chiedermi: ma che giorno è oggi? E’ mattina o sera? Anche se la finestra della loro stanza era aperta ed entrava la luce.

Se voglio star loro accanto e servirli devo anche io uscire dal tempo ordinario ed essere capace di entrare nella stessa percezione temporale ed essere lì in presenza.

Ma se arrivo trafelato dall’ufficio, con in mente quello che ho tralasciato di fare o quello che dovrò fare quando uscirò da quella stanza, come potrò partecipare a ciò che sta avvenendo? 

Accompagnare per me vuol dire uscire dal mondo ordinario ed Essere lì. 

Prendersi cura

Il senso profondo del termine cura lo si trova nella sua etimologia.

Dal latino coera, usato in una relazione di amore e di amicizia, per esprimere il sentimento di attenzione, di sollecitudine e di delicatezza verso qualcuno o qualcosa.

La cura sorge quando l’esistenza di qualcuno ha importanza per me. 

Come diceva il grande poeta Orazio “la cura è compagna permanente dell’uomo”, come lo è la necessità di amare.

Per questo vorrei parlare ora del prendersi cura di se stessi.

Esaminando la mia esperienza di vita passata, le domande fondamentali che sorgono dentro di me sono: mi sono preso cura di me stesso finora? La cura che ho espresso verso i miei veicoli inferiori era mossa da Amore?

La risposta alla prima domanda è stata: sì, mi sono preso cura solo del mio veicolo fisico, ma non del veicolo mentale né del veicolo astrale (che si esprime attraverso le emozioni ed i sentimenti)

Che cosa mi spingeva a sottopormi ad ore ed ore di sport, allenamenti, gare, attenzione al cibo?

Era Amore quello che mi muoveva? No, era paura.

Il fisico in perfetta forma, allenato, più o meno in linea mi permetteva di fuggire dalla paura della malattia, della morte, dalla paura di ingrassare e di non essere accettato perché fisicamente diverso dagli altri, non corrispondente all’immagine dell’uomo che la società ci ha dato come stereotipo di successo. Inoltre mi consentiva di dare uno sfogo all’energia accumulata e repressa dentro di me.

Lo vedo ripetersi spesso, sempre più spesso nelle vite delle persone che avvicino.

Questo ha generato dentro di me una quantità industriale di sofferenza. 

Ho costretto il mio corpo fisico ad uno stress notevolissimo dimenticando completamente di avere altri due veicoli dei quali non mi prendevo cura.

Qualche giorno fa ci siamo trovati nello studio di una cardiologa per una periodica visita di controllo per la mia compagna. Durante la seduta è stato usato un ecografo.

Come per magia si è diffuso nella stanza il suono ritmico del battito del suo cuore.

Spesso ho avuto apprensione e paura nell’ascoltare battere il mio.

Questa volta, non essendo direttamente coinvolto, mi sono lasciato trasportare da questa musica. Si sono presentati alla mia attenzione un grande stupore per la potenza e la forza che questo organo esprimeva.

Mi sono chiesto con meraviglia: come è possibile che il mio cuore abbia battuto e batta da 64 anni, di giorno e di notte, sottoposto ad infinite sollecitazioni fisiche ed emotive?

L’ho trovato incredibile ma reale. E subito dopo è sorta un’immensa gratitudine e riconoscenza per la sua infaticabilità ed instancabilità, ed è salito un grazie pieno di amore per il cuore della mia compagna e per il mio nello scandire e dare la Vita. 

Poi mi sono domandato: quante volte ci si ferma nel silenzio e nella calma per entrare in contatto con il nostro cuore? Poche volte, per me quasi mai. 

Ma è anche e soprattutto questo prendersi cura di noi, del nostro Essere portando amore e gratitudine verso i nostri organi.

Ma come è possibile, nel ritmo frenetico della giornata trovare il tempo per questa semplice manovra?

Quanto conta portare amore e gratitudine nella mia vita e nella vita di ognuno di noi, quanto è importante? E dove andare per portare tutto questo?

La risposta l’ho trovata in questa immagine di Harold Witter Bynner: ogni uragano ha un vuoto nel suo centro dentro cui un gabbiano può volare in silenzio.

Quando l’uragano della quotidianità gira vorticosamente il segreto è ritornare al centro dove nel silenzio possiamo volare dentro noi stessi e verso l’Infinito.

Cosa vuol dire c’è vita nella mia vita ora?

Rispondere a questo suona paradossale, ma intimamente vero per me.

Sono stato condotto a chiedermelo dopo aver trascorso molti anni vivendo la mia vita come, credo, la gran parte di noi vive. 

Lavoro, lavoro, lavoro non desiderato, mangiare, dormire, attività sportive, ricreative, cinema, teatro, vacanze in montagna e al mare, hobbies. Soddisfacendo desideri progressivi: nuovo lavoro, nuova casa, nuova auto, nuovo computer, nuovo Hi-Fi, nuovo sport, nuova relazione amorosa, nuova tecnica spirituale, ora un figlio, guadagnare più denaro……….

Raggiunto un nuovo traguardo e soddisfatto il desiderio, il senso di appagamento e di godimento era poco duraturo, molto poco e a questo sapore mancava sempre qualcosa. Se poi l’obiettivo non era raggiunto l’implacabile giudice interiore emetteva la sentenza: sei incapace, inadeguato e non puoi ricevere amore, assaporando l’amaro della sconfitta e della punizione.

Questa sensazione di mancanza di qualcosa mi spingeva di nuovo verso la ricerca di altri obiettivi.

La spinta propulsiva ad utilizzare la mia energia in questo vortice era tale che prosciugava letteralmente le mie riserve energetiche.

Allora il mio organismo era costretto a staccare la spina con un esaurimento nervoso che mi rendeva incapace di pensare e agire anche le cose più banali della quotidianità.

In questo silenzio del corpo e della mente qualcosa dentro di me sussurrava: ha senso tutto questo? Ha senso vivere in questo modo? Possibile che la vita sia questo?

Purtroppo cercavo le risposte osservando le vite degli altri intorno a me, mi sembravano felici ed ignari che potesse esserci una alternativa.

Il meccanismo comunque doveva continuare a girare: pagare la casa, andare al lavoro, provvedere a sostentarsi e sostentare la propria famiglia, mantenere lo status sociale raggiunto…..

Ho realizzato che avrei potuto trascorrere tutta la mia vita in questo modo diventando un automa senza un briciolo di energia a disposizione per fare altro.

Ma la sofferenza era tale che ho dovuto necessariamente percorrere un altro Cammino. Ho dovuto cercare un’altra strada.

Non fuori di me ma dentro di me. Un sentiero che mi portasse nel luogo dove, nel silenzio di malattia, mi potessi provare ad avvicinare per sentire quella voce che sussurrava: che senso ha vivere così?

Un Cammino reso ancor più difficile dal Guardiano Interiore messo a protezione di questa zona, creato per non permettere di arrivare a sentire questa sofferenza e quello che c’è dietro.

Nella vita ordinaria spesso ci sono eventi che costringono ad uscire dal sonno della routine quotidiana per svegliarci alcune volte in modo deciso, spesso brutale.

Nella mia personale esperienza sono stati i ripetuti e frequenti esaurimenti nervosi, un incidente in moto che ha danneggiato seriamente il mio corpo fisico costringendomi a stare fermo in un letto per diversi mesi, una caduta in montagna con diverse costole rotte, un’uscita di strada con l’auto che viaggia a 120 km orari e da ultimo la recente pandemia che ha costretto tutti noi a stare isolati dentro le nostre case per diversi mesi. 

Si potrebbe pensare che siano state delle disgrazie.

Io li considero come inviti attraverso cui l’Infinito mi ha detto: sveglia!!; guarda bene nella tua vita; accendi la luce per vedere cosa c’è dentro di te, dove stai andando? Sei sicuro che sia la direzione giusta? 

Questo Cammino non è facile, non sempre è piacevole ma è necessario per andare a liberare dal dolore e dalla sofferenza quella parte di noi che è chiusa nella botola, per toglierci la corazza e sentire il nostro cuore che batte, per far cadere le maschere che ci hanno costretto ad indossare per essere amati. 

E prendere la nostra parte bambina, che è la verità di quello che siamo realmente, per portare i suoi sentimenti ed emozioni ad esprimersi nella vita reale ed in mezzo agli altri, per la gioia di Essere chi veramente siamo.

Per sentire lo stupore di fronte alla commovente bellezza di un tramonto, la tenerezza e l’Amore nello stringere la mano di un bambino, la gioia e la gratitudine di abbracciare un amico, la compassione nell’accarezzare il volto di un anziano malato.

Cosa succede quando si muore?

NO. Non è vero perché la morte è con noi sempre e proprio perché non sappiamo quando questo passaggio sarà non ha senso passare la gran parte della nostra vita cercando di allontanare questa paura per non sentirla.

Impiegare così tanta parte della nostra energia per cercare di stare più lontano possibile da quello che anche solo possa richiamare il ricordo!

NO. Noi non siamo solo il nostro corpo fisico. 

C’è altro che ci abita, molto di più.

Ma molti di noi lo hanno dimenticato e sepolto nella loro parte più profonda alla quale non ci permettiamo di arrivare. 

Abbiamo costruito intorno una corazza per non sentire quella parte, le sue istanze ed il suo bisogno di esprimersi. 

Abbiamo costruito maschere per aderire a quello che la nostra famiglia, la scuola, la società ci hanno chiesto di rappresentare.

Abbiamo chiuso la botola per non sentire il dolore e la sofferenza di quella parte che ci chiede di esprimersi.

L’altro giorno, passeggiando di mattina presto in un parco di Roma, la mia compagna ed io ci siamo fermati ad osservare due scoiattoli che si rincorrevano sugli alberi giocando tra di loro. Siamo rimasti per alcuni minuti affascinati con lo sguardo in su e la bocca aperta, pieni di meraviglia per la straordinaria velocità ed acrobaticità con cui lo facevano, additando con stupore e gratitudine quello che ci veniva regalato.

Ecco, in quei minuti quella parte di me che di solito relego in profondità è salita e si è potuta esprimere portando gioia, innocenza, leggerezza, libertà come quei due scoiattoli stavano esprimendo. Ho risuonato con le loro vibrazioni.

Questa Natura che così si manifesta fa parte del mio Essere e non è il mio corpo fisico. Lo abita, lo indossa semplicemente.

Questa Natura Solare, quando il nostro corpo fisico conosce la malattia e la morte, lo abbandona per ritornare alla sua Sorgente Primaria, il Sole, la Luce. Continua a vivere in un’altra forma, non la forma che assume per venire su questa terra.

Ecco allora che la morte non è la fine di tutto il nostro Essere ma piuttosto un cambiamento di stato.

Da uno stato più denso, pesante ad uno meno solido.

E’ una trasformazione come quella che permette alla crisalide di divenire farfalla.

Ecco allora che morire non è passare un muro di mattoni ma sollevare un velo di garza.

Che cosa c’è dietro questo velo di garza?

C’è vita dopo la morte?

Spesso me lo sono chiesto fuggendo subito dopo per paura di cercare la risposta.

Quello che prima invece non mi ero mai chiesto ma che ora, per me, è la domanda fondamentale è: c’è vita nella mia vita ora?

Da che cosa origina veramente questa paura?

Mi sembra che la paura origini e si manifesti in due correnti distinte.

Da un lato una paura cosciente che scaturisce dal non voler sperimentare dolore fisico, sofferenza emotiva originata dal sentimento di perdere i propri cari, la propria famiglia, i propri affetti, le proprie cose materiali.

Dalla constatazione quotidiana e persistente della perdita irrimediabile e progressiva della autonomia del proprio corpo fisico. Non poter più condurre la propria auto, non riuscire più a salire una rampa di scale, aver difficoltà a camminare, alzarsi dal proprio letto, portare il cibo alla propria bocca, dal senso profondo di solitudine e al tempo stesso di dipendenza dall’aiuto di altri. Il desiderio di mantenere la propria autonomia e la negazione del bisogno di dipendenza può spingere spesso gli individui a voler ostinatamente vivere da soli e rifiutare la convivenza assistenziale esponendosi a eventi traumatici le cui conseguenze accelerano il loro processo di declino.   

Ma questa è solo la punta dell’iceberg!!

Dall’altro lato c’è una paura inconscia, incontrollabile che scaturisce dal profondo. 

La paura dell’ignoto.

Ignoto è ciò che la mente non può conoscere, catalogare, incasellare nei suoi box e controllare.

E’ un paura della quale non si ha consapevolezza a meno che non venga deliberatamente portata attenzione su di essa.

E’ la paura di una forza distruttrice, catastrofica, annientatrice di tutto quello che la mente ha costruito e sulla quale essa non può aver nessun controllo perché non sappiamo quando, come e dove la morte ci raggiungerà. Per essa quindi vuol dire la fine di tutto.

Ma è vero?

E’ vero se pensiamo di essere solo il nostro corpo fisico o che esso ci appartenga. Anche il solo vederlo cambiare ed invecchiare può spaventare.

Ecco allora la corsa a rimanere giovani nel corpo fisico il più possibile. Fitness, corsa, sport, massaggi, trattamenti estetici fino ad arrivare alla modificazione del proprio aspetto fisico per mezzo della chirurgia per non invecchiare.

Ho passato gran parte della mia vita facendo sport di tutti i tipi, preparazione atletica agonistica, diete e attenzione al cibo più o meno continua con una maniacalità ossessiva spinto da questa emozione di paura. 

Ho fuggito la vecchiaia e la morte con pervicacia evitando di entrare in un ospedale anche solo per visitare una persona malata.

Pensavo che la morte mi avrebbe raggiunto quando sarei stato vecchio. Collocavo questo evento lontano da me nel tempo per farlo diventare rassicurante. Non devo pensarci proprio ora, ho una vita davanti!!!

Ma è vero? 

NO

Perché fuggiamo dentro di noi il contatto con la morte?

Credo che il fuggire dal contatto con la morte sia, per lo più, una risposta generata dalla Paura.

La paura della fine dell’esistenza umana, percepita dai nostri sensi, genera una risposta istintiva della parte più profonda del nostro cervello, il più antico, il cervello rettiliano.

Questo cervello è la sede degli istinti primari, il regolatore delle funzioni autonome del nostro corpo come la pressione sanguigna, la temperatura corporea ed il funzionamento di tutti gli apparati del nostro organismo (sistema cardiovascolare, sistema digestivo ecc.). E’ la parte del cervello incaricata di farci sopravvivere e risponde agli eventi esterni, giudicati pericolosi o stressanti per la nostra sopravvivenza, attivando una risposta di attacco o di fuga.

Questa risposta del cervello rettiliano è sollecitata da un’emozione sovrastante generata dal cervello mammaliano o mammifero o limbico. Questo è il cervello delle emozioni (rabbia, gioia, tristezza, paura….) ma è anche il cervello della nutrizione, del cibo (scarsezza, abbondanza) e del prendersi cura, come i mammiferi fanno, della prole.

Sopra questi due cervelli c’è la Neocorteccia che è il cervello della Scienza, della Musica, della Poesia, della creatività, della matematica; il cervello di Bach, di Mozart, di Einstein.

Il primo cervello lavora per lo più automaticamente ossia in assenza della consapevolezza, il secondo ad un livello intermedio, il terzo ad un livello massimo di coscienza. 

Il contatto con la morte viene interpretato e gestito, nella maggior parte degli esseri umani, solo dai primi due cervelli, a livello, quindi, quasi esclusivamente istintivo. Essi generano un’emozione di paura che viene risolta quasi sempre con la fuga, una fuga mentale piuttosto che materiale, adottando una strategia concatenata di pensieri, emozioni, azioni atte a distogliere e dirigere l’attenzione altrove.

Questo è quello che è accaduto nella mia personale esperienza negli anni precedenti al cammino interiore intrapreso. La paura mi ha costretto sempre a fuggire dall’idea della morte e anche solo della malattia pur avendola sperimentata spesso. Il non voler vedere questo imprescindibile aspetto della nostra natura umana ha generato in me una quantità impressionante di sofferenza emotiva.

Perché nessuno vuole parlare della morte?

Sembra che parlare della morte sia un tabù. In altre parole un divieto sacrale anche solo di pronunciare questa parola.

Il Sacro, tra cui la morte, da epoche remote è stato consegnato dagli esseri umani a particolari figure designate a parlarne ed officiarne i riti.

Per Sacro voglio intendere il contatto con il Divino o Entità Superiore. 

Nella cultura della quale io faccio parte i ministri di Dio o clero sono delegati ad occuparsi della gestione sacra di questo rituale di passaggio.

Altro motivo che ci impedisce di parlare della morte è che se ne parliamo, anche solo in generale, inevitabilmente e per la quasi totalità degli esseri umani siamo portati ad affrontare la prospettiva della nostra morte.

Affrontandola inconsciamente ed indirettamente potremmo avvicinarla.

Ecco allora sorgere dentro di noi una moltitudine di certezze: sto invecchiando, il tempo sta passando, il corpo fisico si sta deteriorando.

Ma anche e soprattutto una quantità di domande. Quando succederà? Come accadrà? Dove succederà? Sentirò dolore? Sarò da solo?

Troppa ansia, troppa paura, troppa incertezza!!!! 

Meglio far finta di non vedere, di non sentire. Meglio cercare distrazioni.

Ecco un elenco di quelle che io ho sperimentato: un tuffo nel lavoro, gratificazioni dal cibo, dallo sport, dal denaro, dal sesso, nuova auto, nuova casa, nuovi abiti, cura del proprio corpo, nuovi filoni di letture, viaggi, trasferire il proprio desiderio di sentirsi realizzati nel successo dei propri figli……….

Ognuno di noi ha le proprie modalità di distrarsi, se ne potrebbe scrivere un libro.

Ma è come avere un elefante dentro la propria casa e far finta di non vederlo.

Perché parlare della morte?

La morte è uno dei due eventi certi della nostra vita terrena. Per venire su questa Terra dobbiamo nascere, per lasciarla dobbiamo morire.

La gestazione è il tempo necessario affinché la Coscienza possa comprimersi per riuscire ad indossare una struttura fisica, una struttura emozionale, una struttura mentale denominate veicoli inferiori.

L’agonia è il tempo necessario affinché la Coscienza possa espandersi di nuovo e lasciare questi veicoli inferiori.

Intorno a questi due eventi certi di tutta la nostra vita su questa terra sembra che aleggi un alone di grande mistero. Forse perché non si può fare una “esperienza” della nascita e della morte. Con esperienza intendo una conoscenza diretta acquisita attraverso i sensi, l’osservazione, l’uso e la pratica ripetuta di una determinata sfera della realtà.

La nascita e la morte si conoscono, sì, direttamente ma non ci è data la possibilità di farne pratica. Di fatto sono due eventi irripetibili nell’arco di una sola esistenza.

Anche se esiste una eccezione a questa regola!

Esistono infatti degli esseri umani che muoiono temporaneamente e successivamente ritornano in vita. Questi casi vengono in genere definiti “esperienze” di pre-morte. Esistono testimonianze, di parecchi di coloro che sono tornati in vita, che hanno potuto descrivere cosa è successo loro quando sono morti e non solo……..

Li considero dei pionieri mandati in avanscoperta su un territorio sconosciuto e ritenuto ostile che tracciano per tutti noi una mappa piuttosto dettagliata di questo territorio. I racconti e le rilevazioni ottenute da ciascuno di loro si ripetono e aderiscono con una precisione e un dettaglio sorprendenti.

Questa mappa, e non solo, desidero condividere nella speranza che produca anche in voi le stesse sensazioni e gli stessi sentimenti che ha suscitato in me.